AMATE I VOSTRI NEMICI

Lc 6,27-38

Gesù si rivolge oggi a te che sei venuto qui per ascoltare: comincia a parlare dicendo “A voi che ascoltate”: l’insegnamento è per te che sei alla ricerca di qualcosa, forse non sai bene che cosa, ma vuoi ascoltare parole di vita e verità.

E subito l’insegnamento comincia con la sua forza sconvolgente: amate i vostri nemici, benedite chi vi insulta, prega per chi ti è ostile. Ma perché? C’è una obiezione che in ogni tempo ha sempre risuonato davanti a queste parole: se porgo l’altra guancia il male vince, se mi lascio portare via la tunica oltre al mantello resto nudo e il violento trionfa. Questa obiezione l’ha elaborata in modo molto raffinato un grande intellettuale del secolo scorso, Max Weber, che sosteneva che l’etica del Vangelo è impraticabile nel mondo. Anzi, Weber sostiene che se davvero si praticasse un’etica così il lo Stato finirebbe, il mondo finirebbe, perché la violenza consumerebbe tutto. A chi crediamo? Pensiamo davvero che Gesù esagerasse? Che Gesù quando ha detto queste parole intendesse solo stupire la gente, ma non intendesse veramente le cose che ha detto?

La risposta è sotto i nostri occhi quando pensiamo alla sua vita e alla sua morte: Gesù di Nazareth, il Maestro, non ha soltanto detto e insegnato la non-violenza, ma l’ha praticata concretamente. Non c’è stata una sola parola di odio sulla sua bocca. Non una parola di discriminazione, di disprezzo.

La lezione di Gesù va imparata e praticata ogni giorno, minuto per minuto, incontro per incontro.

E vorrei indicare tre pensieri che ci aiutino a entrare più profondamente nel cuore dell’insegnamento di Gesù, perché è una scuola fondamentale per la nostra vita.

  • Il primo pensiero: seguire l’insegnamento di Gesù di Nazareth significa immergersi completamente nella storia.

Non c’è spazio per l’illusione, non c’è spazio per immaginare di costruire un piccolo mondo separato dove tutti sono giusti e buoni. Questo atteggiamento è tipico di alcuni gruppi, e di alcune sette che immaginano di essere una isola di diversi, di santi e di puri in mezzo al mondo cattivo: ebbene ricordiamoci che Gesù non ha isolato i suoi discepoli dal mondo, non li ha portati a vivere lontano dalle città, dalla gente e dai problemi. L’insegnamento di Gesù di Nazareth ci porta dritto nel centro dei problemi, in mezzo alla gente, senza protezione, siamo esattamente come tutti gli uomini e le donne del mondo, né più né meno, e abbiamo da affrontare tutti gli stessi problemi.

Il primo problema è quello di un mondo costruito sulla violenza: Gesù parla subito di nemici, perché la realtà in cui siamo immersi è quella della violenza, e non insegna a isolarsi per evitarla. È evidente che nel nostro mondo il meccanismo prevalente è quello della forza, sia la forza fisica della violenza brutale, la guerra, sia la violenza della prevaricazione e del ricatto economico, per cui chi ha di più tiene schiavo chi ha di meno, Paesi ricchi possono depredare e tenere politicamente sottoposti paesi più poveri. La violenza si esprime in grande, nelle leggi che opprimono e tolgono libertà alle donne, ai poveri, nelle istituzioni in cui qualcuno viene discriminato, escluso, in tutte le infinite forme di competizione e di esclusione in cui viviamo. Siamo abituati fin da piccoli a competere, a vincere, a cercare di strappare il nostro posto al sole: è proprio costruito così il nostro mondo, e l’insegnamento del rabbi di Nazareth ci porta proprio lì in mezzo e ci dice: guarda bene che la realtà in cui sei immerso non è buona, è violenta e si regge su meccanismi di prevaricazione e di morte, e tu proprio lì in mezzo puoi portare qualcosa di radicalmente nuovo: la vita, l’amore, la libertà della differenza.

Come? C’è un unico modo. Ed è faticoso. Doloroso e pericoloso.

Ma è anche grandioso e parla l’unico linguaggio capace di aprire il cuore malato e indurito degli uomini e delle donne di ogni tempo.

Gesù chiede, come chiedono molte altre voci in altre tradizioni spirituali, di smontare dall’interno la logica della violenza.

Gesù insegna un modo di agire che rompe il meccanismo della sopraffazione.

Quando davanti a un insulto, a una accusa, tu reagisci con un altro insulto, quando davanti a uno sgarbo reagisci con una brutta parola o un gesto di chiusura, tu sei soltanto il burattino del male. Il male ti vince non nello schiaffo che ricevi, ma in quello che restituisci. Il male ti vince non nel mantello rubato, ma nel tuo aggrapparti alla tunica, come se da quella dipendesse la tua vera vita. Se siamo capaci di rispondere all’affetto con affetto in fondo siamo meccanici: quello che arriva restituiamo. Ma la vera libertà è decidere tu, liberamente, indipendentemente da cosa fa l’altro, decidere tu liberamente come comportarti.

Avere in te la libertà di provare ad avere comportamenti buoni anche quando hai ricevuto il male. Non rispondere a chi ti colpisce, non restituire il colpo: questa è libertà.

Credo che Weber facesse una buona analisi dell’etica e della politica, ma in una cosa il suo calcolo non è corretto: se la dinamica cambia, se i rapporti vengono modificati dalla forza dell’amore, non è affatto vero che la società finisce. Finirebbe certamente la realtà così come la conosciamo, ma se ne aprirebbe una nuova, diversa, basata su dinamiche di solidarietà e di cooperazione invece che su quelle di competizione violenta.

  • La seconda osservazione è che per praticare questa strada ci vuole una forza enorme: il comportamento che Gesù chiede a chi vuole ascoltarlo è possibile solo a uomini e donne veramente maturi, veramente forti. Mi viene in mente il lavoro enorme sul sathiagraha portato avanti da Gandhi per la liberazione dell’India, la non violenza attiva, che ha dimostrato storicamente la necessità di una grande forza, determinazione e anche di una forte disciplina: non possiamo immaginare di obbedire all’insegnamento di Gesù senza lavorare duramente su noi stessi, sul nostro cuore, sui nostri istinti. Non possiamo immaginare di farcela senza questa disciplina, che è anche disciplina di preghiera e di meditazione.
  • Il terzo punto su cui soffermarci lo troviamo nelle parole che Gesù pronuncia dicendo: sarete figli dell’Altissimo. Questa è la promessa che Cristo fa a chi vuole ascoltarlo.

Essere figli dell’Altissimo, figli di HaShem, il Nome del Signore che è sorgente di un amore sovrabbondante, che non risponde secondo meccanismi violenti, ma secondo una volontà creativa di bellezza e di amore, di crescita, di sviluppo, di vita.

Il bene più grande nella vita di un essere umano è la ricerca del volto del Signore, è la vicinanza, la presenza di Adonai: e Gesù di Nazareth indica la via perché questa presenza di Adonai nel mondo si renda sensibile. Il Signore stesso accetta di farsi vivamente presente nelle tue mani, nelle tue parole, nelle espressioni del tuo viso rivolto ad altri. Dio intende manifestare il suo amore infinito e assoluto dentro i tuoi gesti umani, limitati nel tempo e nello spazio, ma infiniti nella logica della vita e dell’amore. Questa è la promessa. Agisci da figlio dell’Altissimo e sarai davvero figlio dell’Altissimo.

Il teologo della liberazione Jon Sobrino scriveva che il compito fondamentale di un essere umano è umanizzare la realtà a partire dalla verità e dalla misericordia di fronte alla sofferenza delle vittime. Umanizzare la realtà, che ne ha bisogno perché è disumana: noi siamo qui proprio per questo, perché nel mondo ci sia una luce, una forza capace di resistere alla logica disumanizzate, capace di portare un modello diverso nei nostri rapporti. E quando la forza ci manca ricordiamo che abbiamo un Maestro che ci ha insegnato a chiederla al Signore, e che ci ha mostrato la strada da percorrere splendendo di amore e di bellezza anche nel momento più atroce della sua morte. Quando ti troverai davanti a un gesto, a una parola che fa nascere in te un sentimento di rabbia e di violenza ricorda le parole del tuo Maestro: a voi che ascoltate io dico…. E sarete figli dell’Altissimo. Amen

Past. Ilenya Goss

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