La parabola del contadino ricco

Il tema di oggi è la nostra ricchezza, i tanti doni che Dio ci dà e il modo in cui noi gestiamo questo patrimonio.

Ci sono mille ragioni per essere grati per tante cose quotidiane che spesso non cogliamo neanche più. Sono grata di poter vivere in pace. Sono grata di poter vivere la mia fede in libertà. Sono grata di avere da mangiare in abbondanza. Potrei andare oltre. L’abbiamo sentito già prima nella preghiera, che ci sono mille doni che Dio ci dà. Vedo la grande ricchezza nella quale vivo senza averlo meritato, senza aver fatto niente per questo.

Vorrei che condividessimo oggi una storia che Gesù raccontò circa 2000 anni fa ai suoi ascoltatori. La storia di un agricoltore, una storia di grande ricchezza e di piani per il futuro. Ma anche la storia di un gravissimo errore fatto da quel contadino.

Leggo dal vangelo di Luca, capitolo 12 a partire dal versetto 16

«La campagna di un uomo ricco fruttò abbondantemente; 17 egli ragionava così, fra sé: “Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?” E disse: 18 “Questo farò: demolirò i miei granai, ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, 19 e dirò all’anima mia: «Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti»”. 20 Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?” 21 Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio».

C’è un uomo che finanziariamente sta bene. Uno che ce l’ha fatta. Uno che non deve più farsi dei grandi pensieri e può vivere bene. Oggi non vedo più tante persone che guardano a loro stesse in questo modo, ma quello che è sicuro è che uno che ha già tanto, con facilità, desidera prendere ancora qualcosa in più. Così questo contadino che ha già avuto un buon raccolto e che ha tutto ciò che gli serve per vivere, riceve talmente tanto che non riesce neanche più a farlo stare in casa.

Fino a questo punto è di per sé un bel racconto, una storia di successo come forse ce la augureremmo anche noi. Il duro lavoro porta al successo e quel successo diventa visibile nel grande raccolto. Questo è di per sé bello e non voglio per nulla screditare il lavoro di quel contadino. È bello che quell’uomo riceva un riconoscimento per il suo lavoro. Il protestantesimo ha sempre sottolineato il valore del lavoro, e la Bibbia interpreta spesso la ricchezza come segno della benedizione di Dio.

Talvolta trovo strano quando qualcuno mi dice di essere contento di far parte di una chiesa povera. Certo, neanche a me piace quando una chiesa tiene la sua ricchezza per sé o investe denaro in progetti che non mi sembrano importanti o che non arrivano alle persone, ma non potrei direi di essere contenta della povertà.

E se per un attimo cercassimo di togliere il concetto di ricchezza dal suo legame con il denaro. Cioè, se potessimo rallegrarci per quella ricchezza particolare che noi abbiamo, costituita da tante persone che sono interessate alla nostra chiesa, che vengono, s’informano, s’impegnano…

Sarei contenta se la nostra chiesa stesse per scoppiare perché vengono troppe persone. È proprio questo che è successo a quel contadino di cui parla Gesù. Lui è contento e riflette su dove potrebbe sistemare tutta la sua ricchezza.

E poi, pian pianino inizia il disastro. Il contadino pensa e ripensa, ma in tutto il suo pensare dimentica completamente colui al quale deve tutta la sua ricchezza. Sicuramente ha lavorato sodo, ma è stato Dio che ha mandato il sole e la pioggia. Senza Dio quel contadino non avrebbe raccolto proprio niente. Senza la benedizione di Dio non sarebbe spuntata neanche una singola spiga di grano sul campo. Ma questo l’ha dimenticato quell’uomo. Non si trova neanche una parola di gratitudine nella sua bocca. Conoscete questa situazione?

Avete anche voi talvolta l’impressione di aver lavorato duramente e per questo di avere il diritto di prendervi anche il merito, dimenticando la parte che Dio ha dato per il vostro successo?

È molto più facile dire un “O mio Dio” quando c’è qualcosa di cui lamentarsi e non nel momento della gratitudine. Dio non è solo colui a cui possiamo rivolgerci quando non ce la facciamo da soli. Dio si rallegra se lo cerchiamo anche nei momenti buoni, nei momenti di gioia, e si augura queste parole di gratitudine che però il contadino del nostro racconto non riesce a esprimere.

Così la storia va oltre, e quell’uomo non dimentica solo il ringraziamento ma decide anche il suo futuro senza rivolgere un unico pensiero a Dio. La domanda: “Signore che vuoi TU che io faccia?” non esiste. E nuovamente possiamo chiederci: come facciamo noi?

Anche a me vengono velocemente delle idee su che cosa potrei fare con ciò che Dio mi ha affidato. Dei desideri ci sono sempre. C’è sempre qualcosa che mi potrebbe ancora servire. E Gesù ci dice: “Non vuoi chiedere una volta al tuo Dio che ti ha dato tutta la tua ricchezza che cosa ne farebbe lui?”

Il fondatore della chiesa metodista, John Wesley sosteneva enfaticamente che non ci venisse in testa di donare a Dio soltanto qualcosa dei nostri beni. Wesley predicava di non pensare di dare a Dio la decima o addirittura la metà di ciò che possediamo. Sottolineava invece che tutto, proprio tutto ciò che abbiamo, appartiene a Dio. Ci è richiesto di amministrare i doni di Dio e possiamo tenerci ciò che ci serve per una vita buona e serena, ma tutto appartiene a Dio.

Torniamo di nuovo alla storia che racconta Gesù. Non sono male i pensieri del contadino. Lui fa dei ragionamenti sensati. Il suo granaio è troppo piccolo, ne costruirà uno più grande. Il pensiero è giusto: si deve depositare il grano da qualche parte. Soltanto che, quando Gesù prosegue con il racconto, si scoprono i motivi più profondi. Lui dice a se stesso:

Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti. Gira tutto attorno a se stesso. Quel contadino commette un triplo errore.

Primo, s’illude che ogni bene sia limitato a delle cose materiali.

Secondo, non pensa ai suoi prossimi che potrebbero voler godere insieme a lui di questi beni. È tutto ridotto e concentrato sull’IO.

Terzo lascia Dio al di fuori dei suoi pensieri. Non sente né gratitudine né responsabilità nei confronti di Dio. C’è solo l’IO.

Quell’uomo cerca riposo. Potrebbe trovarlo in Gesù che ci invita: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Matteo 11,28 Gesù offre del riposo, ma quel contadino si fida più di se stesso. Pensa di poterlo fare meglio da solo.

E poi sentiamo la sentenza, di fatto un giudizio di Dio rispetto a questo modo di pensare sciocco. Dio dice: Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?

Quante persone cercano come quel contadino di produrre da se stessi la felicità, di assicurare da se stessi la propria vita, di trovare riposo in se stessi. Dio distrugge questa illusione con un’unica parola: Stolto! – Quante persone cercano la propria fortuna nel gioco d’azzardo, nell’alcool, nel successo professionale o negli oroscopi; cercano riposo nella natura o nella meditazione e non vedono colui del quale la Bibbia ci dice che è l’unico che può dare vera felicità, riposo, salvezza. Dio ci offre tutto ciò. Dobbiamo solo alzare lo sguardo e servirci.

E Gesù termina la parabola con l’avvertimento: Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio.

Gesù ci invita ad una vita diversa rispetto a quell’uomo. Ci ricorda che non ha senso affidarsi alle sicurezze mondane. Nessuna casa, nessun castello può essere tanto forte da darci un’assoluta sicurezza. Possiamo accumulare delle ricchezze infinite e lavorare e combattere, ma non sarà mai abbastanza.

Direi che conoscete il vecchio inno di Martin Lutero: La forte rocca è il mio Signor. Questo castello del Signore è l’unica casa che ci offre davvero riposo e protezione. La casa del Signore è una casa della gioia dove c’è posto per tutti quelli che lo cercano. Dio costruisce questa casa della quale si dice che ha molti dimore.

Gesù ci direbbe oggi la stessa cosa che avrebbe detto anche 2000 anni fa a quel contadino: alza lo sguardo. Smetti di voler fare tutto da solo, di combattere e costruire solo con la tua forza. Riconosci chi è il tuo Signore. Riconosci di non potercela fare da solo e poi entra nella casa di Dio. La porta è aperta. Anche per te. Entra.

Amen

Ulrike Jourdan

La forza della Fede

In un giornale ho letto una classifica dei mestieri più odiati. Avete un’idea di chi sia in cima alla classifica?

Sono le assistente mediche. Non mi sarei mai immaginata che fossero loro, ma pensandoci bene mi viene in mente l’una o l’altra signorina che mi ha già fatto parecchio arrabbiare. Sono certa che conoscete la situazione: sono malato, mi sento malissimo e con l’ultima forza che ho mi trascino dal medico. Ma invece di trovare compassione c’è questo drago davanti alla porta dello studio che dice sorridendo: “Il dottore ha molto da fare. Le posso fissare un appuntamento per la prossima settimana”. – Non mi serve un appuntamento per la prossima settimana. Voglio vedere adesso il mio medico. Lui mi capirebbe, lo so; solo che in mezzo c’è questa donnaccia che non mi fa passare.

Vi leggo una storia molto simile di una donna che ha dovuto combattere contro una squadra completa di assistenti medici. Ce l’avrà fatta? Aspettate e vedrete.
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Il miracolo della vera vita

Quasi quasi direi che tante persone oggi hanno sviluppato una specie di allergia quando si parla di miracoli. I miracoli non stanno bene, non entrano nella nostra concezione del mondo. Non possono o non devono esserci. Abbiamo visto troppe truffe. Abbiamo avuto a che fare con troppe persone che volevano portarci a credere qualcosa prendendo come base un miracolo poco credibile. E così, quando sentiamo delle storie che hanno un retrogusto da miracolo, o addirittura un vero, grande, inspiegabile miracolo, iniziamo ad avere un prurito intellettuale e a grattarci la mente, tante che non possiamo quasi più stare a sentire la storia. Per questo vi chiedo, almeno all’inizio, di mettere il miracolo presentato nel nostro racconto biblico da parte, così da poterlo ascoltare senza prurito mentale e riuscendo così a trovare una dimensione più profonda in ciò che vuol dire il testo. Leggo dal vangelo di Giovanni nell’undicesimo capitolo il racconto della risurrezione di Lazzaro. Leggo i versetti da 1-4 . 17.27 . 39.45

C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. 3 Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui.

Che cosa succede con Lazzaro dopo che Gesù l’ha ri-chiamato in vita? Non lo sappiamo. In tutta la Bibbia non troviamo una parola personale su Lazzaro. Ci viene raccontato tanto di Marta e Maria, anche in altri racconti biblici. E forse avete notato che anche nel nostro brano il dialogo tra Marta e Gesù è molto più lungo e dettagliato e viene dato un grande valore al credo che esprime Marta: io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo. Al contrario il racconto della risurrezione di Lazzaro è piuttosto breve. Gesù prega, poi grida«Lazzaro, vieni fuori!» e quando esce gli dice: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Basta – tutto fatto. Per l’evangelista è molto più interessante e importante, che le persone che sono venute per assistere Maria dopo la morte del fratello credano adesso in Gesù.

Non ci vengono raccontati dei dettagli speciali. È l’esatto contrario rispetto ad un show magico. Non è neanche la risurrezione di Lazzaro il centro del racconto. Per questo possiamo mettere da parte tutte le nostre resistenze moderne contro il miracolo in sé. Non ha importanza che Lazzaro viva di nuovo. Altrimenti si racconterebbe qualcosa di questa nuova vita. Dovrebbe avere un senso questa vita: il fatto che possa iniziare di nuovo o che debba portare qualcosa a compimento o occuparsi delle sue sorelle. No, di questo non viene raccontato niente. Non c’è un incarico preciso per Lazzaro. Per questo non discutiamo adesso se esistono dei miracoli o meno e proviamo ad entrare un po’ più in profondità nella storia.

Di Lazzaro sappiamo solamente che è morto dopo una malattia. È già stato messo nella tomba, puzza già, cioè è veramente morto. È diventato intoccabile, non è più persona. E dopo l’ordine di Gesù torna dalla tomba. Completamente avvolto con delle bende e con il volto coperto. E Gesù dice: Scioglietelo e lasciatelo andare.

Nei musei si vede talvolta come in passato le persone venissero avvolte nelle tombe. Mi ha sempre impressionato che il metodo di mettere un lenzuolo attorno ad un morto è molto simile a come si fascia un bambino. E così come i neonati stanno tranquilli nella fascia che gli ricorda la pancia della mamma calda e compatta, così stanno tranquilli anche i morti. – O forse stiamo più tranquilli noi, perché la morte alla fine può essere molto spaventosa. Per questo la gente veniva fasciata e avvolta completamente, perché c’era la paura che potesse di nuovo muoversi. Per questo la bara viene chiusa con i chiodi e messo una pietra davanti o sulla tomba.

La persona amata assume qualcosa di spaventoso nella morte. Sembra essere qualcos’altro quando rimane solo il corpo. L’incomprensibile della morte può diventare facilmente inquietante. Può cambiare una persona in un essere non-personale che non risponde più, che non mostra alcuna reazione, che non ha compassione per il nostro dolore. Qualcuno che rimane nel senso letterale e figurativo ‘freddo’ – e comunque si ha ancora l’impressione che possa muoversi ogni momento. L’incomprensibile della morte può diventare facilmente orrore. Per questo si fasciavano i morti, anche Lazzaro. Per arginare l’orrore.

E Gesù? Non gli importano queste cose. Anche per lui la morte è incomprensibile. Ma lui piange invece di sentire orrore. Per lui Lazzaro è rimasto una persona, un essere umano amato. È rimasto, non è diventato nuovamente. Per questo sarebbe meglio parlare non della risurrezione di Lazzaro ma piuttosto del suo rimanere umano. Mettiamo un attimo in disparte il grande miracolo della risurrezione. Gesù agisce in questo racconto come anche noi possiamo farlo. Lui lascia che Lazzaro viva, che possa essere veramente umano, che agisca come una persona umana. La morte non ha quel potere che sembra avere.

Talvolta succede che un’opinione dei nostri genitori o amici o educatori pesi su di noi come un antico oracolo. A me avevano detto talmente spesso da bambina: ‘Ulrike non è sportiva’ che lo credevo davvero. E dopo la scuola non facevo più sport – perché non sono sportiva. È stata una grande scoperta comprendere che mi piace fare sport. Forse non quello che dovevamo fare a scuola e in un modo non proprio da gara, ma mi piace correre e nuotare. Non sarò mai una campionessa in queste cose, ma sì, Ulrike è sportiva…a modo suo. Sono molto contenta che abbia potuto abbattere quest’antico oracolo. – Talvolta portiamo però con noi delle cose che ci sono quasi tatuate sulla fronte, che non riusciamo a toglierci di dosso. Talvolta questo può avere effetti positivi – esistono anche oracoli buoni-, talvolta può essere però negativo, molto negativo. Nella Bibbia viene ricordato l’antico detto: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati” Geremia 31,29. Vuol dire che i figli si portano dietro gli errori dei padri. Questo non è una minaccia ma una semplice verità che possiamo vedere e verificare ogni giorno.

Chi siamo noi? In un certo senso siamo davvero quell’essere che gli altri vedono in noi, amici come nemici. E vice versa. Anche noi vediamo e giudichiamo gli altri, anche noi siamo responsabili per il volto che loro ci fanno vedere. Siamo noi che abbiamo deciso che un amico sia freddo, irrigidito, pietrificato. E con questa nostra opinione aggiungiamo un altro anello nella catena che lo lega e lo strozza lentamente. – Lazzaro nel rigor mortis.

Gesù dice: Scioglietelo e lasciatelo andare. E l’ultimo versetto ci conferma: Perciò molti (…) credettero in lui. – Questo è un miracolo: quando si ha la possibilità di cambiare, di togliersi di dosso l’oracolo della morte e vivere veramente. Succede spesso che vorremmo che qualcuno cambi. O auguriamo addirittura a dei popoli interi che cambino, ma non siamo ancora disposti a cambiare il nostro sguardo, la nostra opinione, l’oracolo che diciamo noi su di loro. Noi stessi siamo gli ultimi che disposti a cambiare.

Che miracolo, se in una situazione in cui non si muove più niente c’è uno che dice: Scioglietelo e lasciatelo andare. E gli altri attorno, lo seguono. Questo è un vero miracolo e Gesù lo può e lo vuole fare. Vuole sciogliere ciò che ci lega, vuole che noi nel suo nome lasciamo vivere altre persone.

Lazaro può sciogliere tutti gli antichi oracoli e rigidità della sua vita e può andare in una nuova vita. Può andare anche nella vita di Maria e Marta, nella vita della folla attorno a lui. Lazaro può diventare nuovamente ciò che è sempre stato: un figlio amato di Dio. Inafferrabile invece di inquietante. Lazaro può andare e la morte può essere nuovamente ciò che è inafferrabile ma non più inquietante né orribile.

Lazaro può andare. Vi auguro che anche noi possiamo andare in una nuova vita – ogni giorno.

Amen

Ulrike Jourdan

Non temere – vivi!

In Germania ha avuto grande successo un libro dal titolo: “Non temere – vivi!”. Viene dagli Stati Uniti e stranamente non è neanche tradotto in italiano forse perché coglie bene la cosiddetta ‘German-Angst’, la paura tedesca. Comunque questo libro è stato più di mille settimane al top delle classifiche di vendita e ha venduto più di 3 milioni di copie solo in Germania. Non temere – vivi!

Mi viene da pensare che, effettivamente, l’autore non deve più temere, almeno in senso finanziario: con questo titolo ha fatto la sua fortuna, non succede a molti scrittori.

Ma poi mi viene da pensare a quante preoccupazioni la gente deve avere per comprarsi o regalare un libro contro le apprensioni. Queste ansie sono reali e presenti, opprimono l’esistenza. Non aiuta quasi per nulla ricordarsi che qui in Europa stiamo bene, che tante persone devono convivere con dei problemi molto più gravi dei nostri e affrontare delle situazioni molto più drammatiche. L’ansia rimane. Chi ha tanto, può soltanto avere paura di perdere tanto. Un milionario che teme di perdere la sua ricchezza non deve ancora preoccuparsi di non avere niente da mangiare domani; probabilmente diventerebbe solo come noi, scenderebbe semplicemente al nostro livello, ma la paura c’è ed è reale.

Il testo della nostra predicazione di oggi parla delle ansie e le prende sul serio. Leggo da Matteo 6, queste parole che si trovano nel cosiddetto “sermone sul monte”. Matteo 6, 25-34

25 «Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? 27 E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? 28 E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; 29 eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. 30 Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? 31 Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” 32 Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. 33 Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. 34 Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Mi ricordo che abbiamo parlato di questo testo durante uno studio biblico nel Sud della Germania, dove ho studiato teologia. Erano presenti delle persone pie e con una buona posizione, radicate nel territorio, insieme con degli studenti come me. Tra gli studenti c’era anche una ragazza un po’ particolare, forse, diremmo, con la testa un po’ tra le nuvole, una figlia dei fiori, in ogni caso l’esatto opposto dei membri di quella chiesa.

La cosa interessante è che questa ragazza, nella discussione, accettava senza pensarci due volte l’invito del testo a non temere e preoccuparsi e a vivere ogni giorno che viene senza ansie, mentre le persone pie della chiesa locale non sapevano più come spiegarle che così non si vive, che si devono fare dei piani, che bisogna preoccuparsi di un lavoro e di una casa. Lei non voleva saperne, voleva vivere con leggerezza. Non ho idea di come sia andato oltre con questa ragazza, ma era davvero interessante vedere le persone di questa chiesa di formazione pietista che combattevano tra l’amore per la parola di Dio e le loro esperienze con le ansie di ogni giorno.

Ecco, le ansie: certi filosofi sostengono che l’ansia distingua l’uomo dall’animale. Cioè, ciò che farebbe un essere umano, veramente umano, è la possibilità di preoccuparsi per se stesso e di cogliere la conseguenza di certi fatti per la propria vita. “Che cosa succede se faccio o non faccio questo? Come starò se succede questo o quello?” Direi che conoscete bene questi pensieri. So che le nostre vite sono segnate da tante ansie. Pensieri per il posto di lavoro o per la buona reputazione; pensieri a proposito delle malattie, soprattutto per quelle che possono colpire i nostri cari; pensieri per il denaro quando uno ne ha troppo e non sa dove portarlo, e per quando diventa di meno o addirittura per quando non ce ne fosse più. Potremmo fare una lista che non finisce mai con le preoccupazioni di ogni giorno.

Gesù conosce le nostre ansie. Le ha vissute anche lui. E siccome curava e dava speranza da lui venivano proprio tutte le persone che portavano con sé delle ansie per la malattia e la morte e per tanti altri problemi della vita. E comunque anche il suo impegno non è stato nulla di più che una goccia d’acqua su una pietra calda. Tanti non hanno trovato delle cure, tanti sono morti, tanti non hanno incontrato Gesù, non potevano cambiare la loro sorte, sono rimasti nella loro miseria. Anche Gesù era consapevole del breve tempo che aveva per predicare e guarire altri prima che egli stesso dovesse morire.

E così ci dice nel Sermone sul monte queste parole che abbiamo sentito prima. Parole che non vogliono impedire di temere – perché le ansie fanno parte della natura umana. Queste domande Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?, le conosce Gesù e le conosciamo noi. Ma Gesù ci dice: il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Gesù sa che cosa serve per una vita serena, conosce bene i bisogni umani e comunque cerca di indirizzare il nostro sguardo sull’essenziale su ciò che ha davvero importanza nella vita. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio.

Ciò che ci distingue come cristiani può e deve andare oltre le ansie quotidiane. La ricerca del regno di Dio e della sua giustizia deve muoverci. Una speranza, un desiderio di vedere qualcosa come l’ambasciata di Dio qui su questa terra, questo dovremmo cercare per prima cosa. Come un fuoco interiore che non si lascia fermare finché vediamo qualcosa di questo regno divino. Questa speranza, questo fuoco lo portiamo dentro di noi da quando abbiamo ricevuto lo Spirito Santo. Talvolta lo sentiamo più forte, ci brucia – talvolta c’è solo più la brace che arde senza fiamma, ma ogni cristiano porta in se questo spirito divino e così anche il grande desiderio di vedere crescere il regno di Dio qui da noi, già adesso. In questo consiste la differenza tra cristiani e pagani. Un cristiano spera e brama e si fida più profondamente rispetto a qualcuno che vede solo se stesso o il potere umano.

Cercate prima il regno e la giustizia di Dio. La giustizia di Dio era la grande scoperta e liberazione di Martin Lutero. Una giustizia che fa diventare giusto e che libera. Se Dio fosse un giudice che deve decidere secondo ciò che sta scritto sulla lista delle nostre colpe – nessuno di noi avrebbe una chance di essere considerato innocente. Anche questo fa parte dell’essere umano: la debolezza. Chi di noi potrebbe dire di se stesso di non avere delle colpe, di aver camminato sempre su una strada dritta, di non aver mai fatto degli errori, di non aver mai deluso o tradito o ferito qualcuno? Rimane la debolezza degli esseri umani di essere così pieni di colpe. E le ideologie e utopie di una vita umana più pura, più alta, migliore si sono perlopiù rivelate come un’illusione brutale e crudele.

Se Dio fosse solo un giudice affronteremmo tutti quanti la nostra condanna. Ma ci fa diventare giusti, ci dichiara giusti. La giustizia di Dio ha il suo fondamento nella morte di Gesù sulla croce, al nostro posto, una volta per sempre. Altri olocausti – così ci dice la lettera agli Ebrei – non servono più, mai più.

Dio ci dichiara giusti: vuol anche dire che non abbiamo bisogno di credere che l’uomo sia buono in se stesso, ma che Dio dice cose buone verso l’uomo. Questa consapevolezza rispetto alla giustizia di Dio cambia il nostro sguardo. Il giudice davanti al quale dobbiamo tutti comparire ci vede, non ci ignora. Ogni essere umano sarà confrontato con questa giustizia di Dio e questo cambia qualcosa tra noi uomini. Ma rimane da considerare che Dio si rivolge a me come al mio prossimo. Dio invita nel suo regno, che ha avuto inizio con Cristo, e Dio vuole che questo regno cresca già adesso, qui su questa terra.

Le nostre ansie del quotidiano rimangono, non sono cancellate. E non sarebbe giusto se io vi dicessi: “Non preoccupatevi se avete lavoro o no” oppure “Non temere per la salute, non perdere tempo dai medici”. No, non vi dico questo. Ma vi dico che anche se uno di voi perde il lavoro, anche se uno perde la salute, la famiglia, la reputazione… non deve temere perché sarà sempre un amato figlio di Dio che fa parte del suo regno. Siamo amati e battezzati nel suo nome. Nessun potere del cielo e della terra può dividerci da quest’amore. Non c’è niente da temere. Anche se uno fallisce nel nostro disumano sistema di scuola e lavoro, non è fallito agli occhi di Dio. Davanti a Dio ha sempre ancora la sua dignità.

Lutero conosceva bene le ansie quotidiane e suggeriva di rifugiarsi ogni giorno nel battesimo. Cioè di rendersi conto che l’amore di Dio e la sua giustizia valgono per ME. Sono amato, sono battezzato, ho ricevuto lo Spirito Santo e quello orienta il mio desiderio verso Dio.

Lo so: le malattie e la miseria non scompariranno automaticamente, ma possono perdere qualcosa del loro aspetto spaventoso. Possono perdere qualcosa del loro potere che hanno su di noi.

Abbiamo detto all’inizio che si potrebbero scrivere lunghe liste con ciò che ci mette in ansia. Forse varrebbe la pena di fare viceversa e di scrivere un diario con le cose belle e buone per le quali siamo grati: una parola buona, un gesto amorevole. Il miracolo della creazione che vediamo ogni giorno e spesso non cogliamo neanche. L’amore che sperimentiamo grazie ai nostri prossimi. Sentire la benedizione di Dio, ascoltare parole salutari, pregare con parole famigliari, cantare inni che toccano il cuore.

Questo ci porta a tenere vivo in noi il desiderio per il regno di Dio e per la sua giustizia.

Amen

Ulrike Jourdan

La gratitudine

Quando penso ai miei figli vorrei sempre che si comportassero con buona educazione. Direi che a tutti noi piace incontrare delle persone educate e anche noi cerchiamo di comportarci in un modo che risulti gradito agli altri. Ai bambini si insegna la buona educazione, perchè per loro non è sempre così ovvio che cosa sia giusto fare e che cosa non lo sia.

Quando siamo stati quest’estate in Germania i bambini volevano essere molto gentili con la bisnonna e le hanno dato dei grandi bacioni, che avrebbero fatto sciogliere ogni nonna italiana; il problema è che mia nonna è tedesca e non è abituata ai baci, per questo commentava con un po’ di fastidio: “Non è molto igienico!” Comunque dai bis-nipoti si accetta anche un bacio poco igienico!

Ciò che è vero, è che i bambini non hanno sempre voglia di mostrare il loro lato educato. Mi ricordo bene di quando ero bambina e incontravo una lontana zia che aveva portato un regalo per me, ma diceva di volermelo dare solo a patto che le dessi la bella manina. Non mi sono fatta corrompere. Lei non si è presa la bella manina, io non mi sono preso il regalo e mia mamma si è vergognata da morire di sua figlia maleducata e poco grata. – La zia non la sopporto ancora oggi.

Non è facile mostrare gratitudine. Sento spesso le lamentele di quanti ritengono che non venga loro espressa sufficiente gratitudine. Ci sono i figli, anche i figli adulti, che hanno ricevuto tutto e adesso non si fanno più vedere. I vicini che venivano aiutati e adesso non salutano neanche più. Gli amici che non hanno mostrato adeguatamente la loro gratitudine. La richiesta di gratitudine arriva piuttosto velocemente.

Anche il testo della nostra predicazione di quest’oggi parla di gratitudine. Dieci persone chiedono qualcosa, ma solo una mostra gratitudine quando la riceve.

Leggo dal vangelo di Luca nel 17 capitolo a partire dal versetto 11

11 Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. 12 Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, 13 e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!» 14 Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. 15 Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo; ed era un samaritano. 17 Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? 18 Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio tranne questo straniero?» 19 E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato».

I dieci lebbrosi di cui parla Luca hanno ricevuto un regalo molto grande. La lebbra era una malattia non curabile per la quale le persone morivano lentamente o, più tristemente, si scioglievano pezzo per pezzo. Ai tempi di Gesù, essere lebbroso voleva dire dover vivere fuori dalla città e dover urlare ad ogni essere umano che si avvicinava ‘Attenzione lebbra’. Erano persone emarginate dalla scuola e da qualsiasi professione, messi da parte dalla società e lasciati soli nella disperazione della loro situazione.

In quella zona, tra la Samaria e la Galilea, dove Gesù passava andando verso Gerusalemme si era messo insieme un gruppo di dieci malati. Potevano così almeno aiutarsi tra di loro. Nella loro condizione non importava neanche se uno era samaritano o ebreo. Per queste storiche inimicizie tra i popoli non c’era più spazio nella miseria.

Questi uomini chiamano Gesù e chiedono aiuto. L’avranno fatto con ogni predicatore itinerante che passava sulla loro strada. Solo questa volta succede il miracolo. Loro guariscono. Succede in modo assolutamente non spettacolare, senza che Gesù li tocchi o che vi sia un qualsiasi avvicinamento. In questo Gesù segue le leggi anticotestamentarie. Manda i dieci uomini semplicemente dai sacerdoti che avevano il compito di testimoniare ufficialmente la guarigione. Da un momento all’altro tutte le barriere sociali sono scomparse per questi ex-malati. Possono girare liberamente, possono nuovamente lavorare, hanno di nuovo pienamente parte alla vita. Dieci uomini sono guariti, ma uno solo torna da Gesù per ringraziare.

È subito riemerge il nostro senso per una buona educazione. Non hanno imparato a ringraziare come si deve? Nessuno gli ha insegnato le buone maniere? Proviamo un attimo a comprendere gli altri nove. Anche loro avranno portato gli olocausti al tempio, come si doveva. Avranno fatto i lavaggi rituali e espresso la loro gratitudine ufficialmente ai sacerdoti. Non è stata colpa loro il fatto che si ammalassero, perché dovrebbero fare mille inchini per ringraziare. Forse hanno pensato di aver fatto abbastanza e sono partiti al più presto verso la loro nuova vita, verso le loro famiglie.

Uno, però, ritorna – e questo è un samaritano. Un uomo che teoricamente dovrebbe vivere con gli ebrei una reale inimicizia. Uno che non dovrebbe neanche riconoscere i sacerdoti dai quali Gesù l’aveva mandato. Uno che percepisce che Gesù non ha solo da offrire un corpo sano. Con Gesù non funziona la logica del dare e avere sulla quale abbiamo basato la nostra società. Io ti do, tu prendi e ringrazi dandomi in retro qualcosa di simile valore. Una società che lavora secondo questi criteri può funzionare, lo vediamo – ma sarà sempre una società fredda perché non riconosce la gratitudine alla quale Gesù ci vorrebbe educare.

Questa gratitudine si sviluppa solo dove si riceve qualcosa senza meritarlo e senza poter dare qualcosa in cambio. Questo è quello che vediamo in quel samaritano, in quello straniero indesiderato, forse addirittura odiato. Egli ha percepito con più chiarezza rispetto ai suoi compagni che non poteva vantare nessun diritto nei confronti di questa guarigione, che Gesù aveva fatto qualcosa per lui, che non si poteva ricompensare con qualche rituale o olocausto. Quest’uomo ha sperimentato che la grazia di Dio ha agito in lui senza che lui si potesse meritare questa grazia.

“Immeritato” è la parola magica. Dire “immeritato” implica la fine del metter in conto. “Immeritato” significa non poter più dire: questo mi spetta. Immeritato vuol dire ammettere il proprio peccato. Vuol dire ammettere di fare degli errori o almeno di poter fare errori. Vuol dire fare un passo in retro per diminuire le proprie pretese.

Oggi ci sono tante persone che sanno perfettamente che cosa possono pretendere. Possono essere i finanziamenti che si aspettano dallo Stato, o certi aiuti che la chiesa dovrebbe dare, e già i bambini ci dicono: questo ce l’hanno tutti, e anche a me spetta.

Solo per intenderci: è giusto ed è bene saper formulare e avere delle attese. La Bibbia non vuole educarci ad accettare tutto ciò che accade con una umiltà mal compresa, con uno spirito inutilmente remissivo. Ma nove uomini in questo racconto, hanno fondato la loro relazione con Gesù sulle pretese e questo non funziona. Il decimo torna perché ha ricevuto qualcosa di immeritato. Una grazia immeritata alla quale non può rispondere con nessun’opera.

E poi sentiamo la strana parola interpretativa di Gesù. Non dice: sì, ti sei comportato bene, hai riconosciuto, hai compreso col tuo intelletto che non ti spettava e per questo ringrazi con tanto entusiasmo. Gesù gli dice invece: la tua fede ti ha salvato. – La fede fa la differenza. La sua fede gli apre la porta per vedere che vive senza averlo meritato e per poter ricevere senza contraccambio. La sua fede cambia la sua visione sulle cose, la sua visione sul mondo.

Tutti ci ammaliamo. Talvolta è solo un’influenza, talvolta è una malattia con la quale combattiamo a lungo, qualcuno muore dopo una malattia e di questo ci lamentiamo. Certe persone si disperano addirittura perché non capiscono come Dio possa ammettere che succedano certe cose e perché la malattia debba colpire proprio loro e i loro cari. Talvolta viviamo anche una guarigione e ringraziamo, ma in tutto ciò siamo ancora sullo stesso livello con i nove uomini.

Diventiamo come il decimo solo quando possiamo vedere ciò che Dio ci dona nella nostra normalissima vita e nella nostra quotidianità – qualcosa di immeritato – quando possiamo vedere che ogni nuovo giorno è un dono di Dio. Ogni giorno, anche i giorni cattivi, anche i giorni che non comprendiamo e vorremmo poter dimenticare subito, tutti i giorni sono un dono di Dio.

È il segreto di quel decimo uomo, di quello straniero, quel non ebreo che torna, che ci insegna con il suo comportamento come noi figli di Dio dovremmo vivere. Ci mostra una fede che è in grado di ricevere con gratitudine dolori e gioie sapendo che è tutto grazia divina. E poi sta scritto che tornava glorificando Dio ad alta voce. Lui che fino a poco tempo prima doveva nascondersi, torna adesso con la testa alzata verso Gesù lodando Dio così che tutti lo possano sentire. Questa è grazia. Questo è ciò che Dio si augura per noi. Una vita del genere vuole donarcela. Dio vuole aiutarci a camminare con una postura eretta e niente più della lode di Dio è capace di farci assumere questa posizione.

Gesù gli dice: Àlzati e va’. Non è il passo dell’orgoglio. È il passo del Fedele che può camminare diritto perché è stato liberato e perché sa che la forza che lo porta supera il proprio fare e agire. Così quel samaritano diventa un esempio di fede per noi. Un uomo che si fida della parole di Gesù, le segue e poi torna con gratitudine e lode.

Ripeto ancora una volta le frasi decisive:

Uno di loro (…) tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo;. (…)Gesù, rispondendo, disse: (…) «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato». Amen

Ulrike Jourdan

Due anime albergano ahimè nel mio petto

L’altra settimana abbiamo avuto in casa per quattro giorno la visita di un topo. Si è infilato attraverso il garage e una mattina a colazione abbiamo sentito che c’era qualcun altro nella nostra cucina. Così ha avuto inizio la caccia “grossa” al topo: cucina mezza smontata finché il topino si è rifugiato sul balcone dove è rimasto per i giorni successivi. A quel punto è cominciata la caccia con le trappole. Prima due trappole classiche che, di fatto, fanno fuori la creatura. Ma il topo era troppo intelligente. Si è preso il cibo ed è fuggito. Poi una trappola in un secchio, ma anche da lì è scappato. Alla fine una trappola a gabbia, ma direi che a quel punto il topino aveva già trovato un altro modo per fuggire dalla terrazza, almeno non l’abbiamo più trovato. – La cosa strana è che durante tutti i giorni di caccia, vengono i sensi di colpa, o almeno a me venivano. Vedo questa povera creatura con gli occhioni scuri e non voglio farle del male, così metto al povero topo almeno un po’ di acqua sul balcone. Poi devo mangiare io in una cucina a 40 gradi perché non posso aprire la porta del terrazzino e mi viene da dire: basta, compro del veleno, ma di quello forte, e elimino ‘sto benedetto topo!

Goethe fa dire nel Faust: “Due anime albergano ahimè nel mio petto”. – Forse siamo così tutti quanti, con due anime che vogliono e al tempo stesso non vogliono o non possono o preferiscono chiudere gli occhi. Due anime che riescono a tirare contemporaneamente a sinistra e destra. Due anime che combattono tra ciò che uno vorrebbe fare e vede come giusto e buono e ciò che talvolta ci fa fare l’istinto o l’egoismo o chiamiamolo come si vuole.

Il testo della predicazione di oggi parla della vita cristiana e dei due lati che possiamo trovare dentro di noi, solo che qui ogni lato è rappresentato da una singola persona.

Leggo dal vangelo di Luca nel 18 capitolo a partire dal versetto 9

9 Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. 13 Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” 14 Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

Due anime albergano ahimè nel mio petto. Vive il fariseo in me e ci vive anche il pubblicano. Conosco tutte e due, talvolta di più l’uno, talvolta di più l’altro.

I farisei erano persone ben viste, intelligenti, fini nel pensiero giuridico, molto preparati nell’ambito teologico. Erano persone alle quali questo errore di mettersi spiritualmente al di sopra di un’altra persona non sarebbe dovuto succedere. Sapevano che per un credente la superbia non è cosa buona – ma può succedere anche a persone irreprensibili di sbagliare.

I pubblicani invece erano spesso persone che non trovavano un altro lavoro con una reputazione migliore. Schiavi liberati o persone senza dimora che dovevano accettare questo lavoro che li metteva ai margini della società, anche se portava con sé spesso molto denaro. – Per riportarlo nell’oggi potremmo fare il paragone con uno spacciatore di droga o con un altro ‘mestiere’ illegale. Sono spesso quelli che non trovano nient’altro da fare, che intraprendono poi queste strade dell’illegalità.

Comunque sembrerebbe impossibile una preghiera del genere da parte di un pubblicano o di uno spacciatore o qualcuno di simile.

Quando Gesù racconta questa storia, non mette a confronto delle singole persone, ma delle tipologie di persone. È interessante vedere i dettagli in questo racconto. Il fariseo dice più volte ‘io’. O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo. È facile vedere il peccato degli altri. Questo l’abbiamo già sentito nella lettura dell’Antico Testamento quando Davide è stato così veloce a condannare un altro, ma non se stesso. È facile vedere il peccato degli altri e non cambiare niente in se stessi. È facile inventarsi una propria misura etica.

Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto. Quando questi parla di se stesso, non si vanta ma confessa il proprio peccato. È schiacciato da questo peso che porta sulle proprie spalle. Lui cerca veramente un aiuto nella sua preghiera. – Andando via dovrà tirarsi in su. Sarà cambiato quando lascerà il tempio. Potrà tornare più leggero, rinnovato. Quest’uomo non cerca una propria misura etica, ma aspetta la misura di giudizio da parte di Dio.

Peccato e perdono. Ogni domenica, prima di avvicinarci alle Sacre Scritture abbiamo questo momento di confessione e annuncio del perdono. Dovrebbe rappresentare il bagno rituale degli ebrei prima di avvicinarsi al tempio, a ciò che è santo. Chiediamoci una volta con quale spirito noi cerchiamo il perdono di Dio e quanta anima farisaica alberga nel nostro petto? Non è facile mettersi sotto la misura di Dio.

Che cosa comporta far valere le proprie misure, il proprio metro di grandezza? È il peccato. – Mi piace sempre molto la spiegazione di Lutero su che cosa sarebbe il peccato. Lui parlava di un uomo incurvato in se stesso. Uno che si guarda il proprio ombelico. Uno che è solo più in grado di dire IO, che ha solo più la propria misura e guarda solo al proprio bene. Non riesce più a vedere il mondo attorno a sé. Non vede più altri uomini non vede più Dio, solo se stesso. Questo è un peccatore.

Il peccato ci fa abbassare lo sguardo. Il peccato pesa sulle nostre spalle e ci schiaccia.

Il perdono invece fa rialzare lo sguardo così com’è successo con questo pubblicano che poteva lasciare il suo peso nella preghiera.

Da bambina avevo un libro in cui si cercava di spiegare il peccato. Si vedeva un uomo con una pietra gigantesca che simboleggiava il peccato e su ogni pagina lui cercava di gestire questo peso. Ce l’aveva sulle spalle, cercava di nasconderlo, di abbellirlo, di negarlo, di metterlo sulle spalle di qualcun altro. Solo alla fine c’era la croce e la pietra gigante veniva annegata nel profondo del mare. – Questo è il significato della confessione. Gesù prende il nostro peccato su di sé è lo fa annegare.

Gesù racconta la parabola del pubblicano e del fariseo per tutti quelli che sono persuasi di essere giusti e (disprezzano) gli altri. Né i farisei né gli scribi o altri critici provocano Gesù. Il punto di partenza per la parabola si trova nel bel mezzo della comunità. Da sempre si trovano tra gli esseri umani anche quelli che si sentono automaticamente dalla parte dei giusti e disprezzano gli altri. – Due anime albergano ahimè nel mio petto. – Nella chiesa per la quale scrive Luca, lontano da Gerusalemme, si trovano i pii presuntuosi come anche gli umili e pregano a fianco a fianco, come i due personaggi nella parabola.

Non solo per le persone della chiesa per la quale l’evangelista Luca scriveva, lo sguardo rivolto verso Gesù aiuta al fine di non considerarsi più pii di quanto si è e di disqualificare la fede degli altri. Il fariseo sta ogni domenica in chiesa con la testa in alto e sa come deve pregare e comportarsi. Talvolta si trova anche in mezzo a noi. – Meno male che i farisei sono sempre gli altri! Noi siamo come il pubblicano, vero? Non è ormai diventato il pubblicano in noi un fariseo?

La parabola sulla preghiera segue un discorso apocalittico di Gesù che rispetto a quello degli altri evangelisti ha un tono consolante. In vista della venuta del regno di Dio è importante non avere paura nel tempo che ci è donato, ma viverlo con lo sguardo rivolto a Gesù il Cristo. Il regno di Dio è presente e la chiesa non deve più togliere lo sguardo da Gesù Cristo. Come esempi ha i pubblicani, le vedove, i bambini e i poveri. Luca vuole che la sua chiesa viva adesso così come prega e preghi così come vive: così insistente come la vedova, così devota come il pubblicano, così ingenua come i bambini, così generosa come i poveri, così incondizionata come i primi discepoli.

Questa parabola ci invita a una vita che sa riconoscere l’altra parte della nostra anima, quella che giudica, quella che la sa più lunga, quella che è troppo sicura di sé. Ma soprattutto ci invita a una vita di vera e profonda fede, così come il pubblicano ci offre l’esempio.

Voglio vivere con gli occhi puntati su Gesù Cristo nella consapevolezza che lui mi perdona quando il lato farisaico in me è diventato troppo forte. Voglio vivere con il capo alzato per poter vedere le persone intorno a me. Voglio vivere il regno di Dio che è presente tra di noi.

Amen

Ulrike Jourdan

Le lacrime di Gesù

Ho letto sulla rivista Focus la seguente notizia: “Che piangere faccia bene lo sanno gli uomini d’affari giapponesi che, per scaricare lo stress, hanno diffuso la moda, arrivata anche in Europa, dei crying club (club del pianto): locali in cui si va apposta per piangere assieme a perfetti sconosciuti.”

Mi viene da piangere a pensare che qualcosa del genere sia davvero necessario.

Il testo della predicazione di oggi inizia con un pianto di Gesù. Leggo dal vangelo secondo Luca nel 19 capitolo a partire dal versetto 41

41 Quando fu vicino, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: 42 «Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi. 43 Poiché verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44 abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata». 45 Poi, entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori, 46 dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà una casa di preghiera, ma voi ne avete fatto un covo di ladri”». 47 Ogni giorno insegnava nel tempio. Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi e i notabili del popolo cercavano di farlo morire; 48 ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo, ascoltandolo, pendeva dalle sue labbra.

Gesù si lamenta e piange. Piange come la vedova di Nain quando il figlio è morto. Piange come la peccatrice mentre ungeva i piedi del suo Signore. Piange come le donne di Gerusalemme che lo seguiranno sulla sua via verso il Golgota. Gesù piange.

Chi vada in pellegrinaggio a Gerusalemme conosce la cappella sulla via che va dal Monte degli Ulivi verso il giardino del Getsemani. Si chiama ‘Dominus flevit’, cioè ‘Il Signore piange’. Sessant’anni fa fu costruita questa cappella sulle fondamenta di una chiesa bizantina del sesto secolo, e ricorda con il suo nome che Gesù pianse dinnanzi alla prospettiva della distruzione di Gerusalemme. Chi entra nella cappella vede una grande finestra ad arco tondo che lascia libera la vista sul centro storico di Gerusalemme. Si estende un mare di case sul quale svettano la chiesa del Santo Sepolcro, la chiesa della salvezza e la moschea Al Aqsa. Dev’essere una veduta splendida su questa città speciale con la sua lunga storia.

Gesù piange, ma finora non è ancora niente successo. Le sue lacrime riguardano il futuro e questo futuro si decide ora. Gerusalemme non sa ciò che sia necessario per la pace. Per questo ci saranno dei giorni nei quali Gerusalemme sarà rasa al suolo. Gesù piange perché vede ciò che dovrà succedere e succederà circa 40 anni dopo. Gerusalemme verrà distrutta dai Romani e il popolo ebraico verrà sparso in tutto il mondo fino ad oggi.

Gerusalemme porta la pace, il ‘shalom’ nel nome, ma ci sono pochi posti su questa terra dove si combatte da centinaia di anni con tanta enfasi e rabbia quanto a Gerusalemme. Tre grandi religioni, tutte e tre con le stesse radici, tutte e tre concentrate sul Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; tre religioni che cercano di adorare il Dio della pace e dell’amore e dalle quali spesso viene fuori odio e distruzione. Ci può fare piangere. Gesù dice: Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Non lo sapeva Gerusalemme ai tempi di Gesù e non lo sappiamo nemmeno noi oggi. Fa piangere.

Il nostro mondo è affamato e assettato di pace. E forse non dobbiamo neanche pensare così lontano a Gerusalemme e dire “Sì, sì è vero quelli lì non sono in grado di fare pace”. Iniziamo da noi. Parliamo di noi e dell’Italia, di Padova e di come noi cerchiamo di fare crescere la pace.

C’è in questi giorni un piccolo video che gira nei social network della Germania. È un breve commento di una giornalista televisiva molto seria. Il programma che lei conduce è noto per essere il più possibile neutro; non si espone a giudicare, non si potrebbe dire se sia di sinistra o di destra, porta semplicemente le notizie al netto. Questa volta, però, la giornalista ha parlato chiaramente; vi riporto alcune frasi come mi sono rimaste impresse nella memoria: “Vediamo che l’odio cresce e non va bene. C’è stato un periodo in cui la gente diceva di nascosto qualcosa contro i richiedenti asilo, contro questi scrocconi che vengono a rubarci i nostri posti di lavoro. Oggi si dice questo apertamente, senza vergognarsi. Non sono solo le parole, perché vediamo anche già dei fatti, delle aggressioni. Per questo dobbiamo aprire la bocca. Chi non è dell’idea che tutti i profughi siano qui illegalmente e che sarebbe meglio fargli annegare in mare o metterli in una camera a gas, deve aprire la bocca e dirlo a voce alta.”

Non mi ricordo di aver mai sentito parole tanto chiare in questo telegiornale. Sono colpita e mi chiedo se io ho aperto abbastanza la bocca o se faccio parte di questa grande massa di persone che non fanno del male – ma non combattono neanche contro.

Non mi piace tanto intromettermi in questioni di politica, ma forse siamo davvero arrivati ad un punto nel quale è necessario aprire la bocca per dire a voce alta parole di pace contro tutto l’odio che cresce. Vi ricordo solamente qualche fatto della nostra città che mi fa riflettere.

C’è qui una comunità musulmana che cerca disperatamente un luogo di preghiera. Con le leggi italiane questo è difficilissimo, quasi impossibile, l’ho visto quando si cercava a Vicenza una seconda sala per le nostre attività. Ma questa gente vuole solo pregare, nient’altro. E anche SE volesse davvero pianificare la prossima grande guerra in questi incontri, non sarebbe meglio concedere un luogo fisso e poter controllare che cosa succede? Non sono esperta di sicurezza, ma non mi sembra che negare un luogo di ritrovo e fare crescere così la rabbia di questi credenti verso lo Stato non sia la soluzione migliore.

Parliamo della Festa dei popoli che non ha potuto avere luogo quest’anno perché il comune non voleva concedere la piazza. La stessa lotta si fa adesso con una cena – alla quale abbiamo aderito anche noi – che viene organizzato dall’Associazione ‘Beaticostruttoridipace’. È una cena tra vari gruppi, dovrebbe portare alla comprensione e all’amicizia, ma il comune fa storie e non vuole avere a che fare con queste cose.

Forse è venuto il tempo di piangere, così come piangeva Gesù. Quando proclamiamo il nostro Dio, parliamo del Dio della pace così come confessa Geremia: Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il SIGNORE: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza.Geremia 29,11 Dio ha già fatto pace con l’umanità. Adesso tocca a noi fare la nostra parte.

Gesù mostra con le sue lacrime il suo dolore impotente per la mancanza di pace. Ma c’è anche qualcosa aldilà delle lacrime: possiamo anche noi aiutare e dare un segnale. Almeno i credenti che fanno riferimento tutti ad un Dio che vuole la pace, si impegnano per la comprensione reciproca, per la pace e la riconciliazione. Questo vale per Gerusalemme come anche per Padova.

Solo l’evangelista Luca riporta la scena del pianto di Gesù, che è in contrasto con la sua entrata trionfale e la lode dei discepoli che viene raccontata subito prima della nostra pericope. Luca ci presenta il pianto di Gesù per contrasto con il vero destino di ogni essere umano, cioè di sapere almeno oggi, ciò che occorre per la (…) pace. In Gesù Cristo Dio ha fatto pace con l’umanità. Ricordiamoci la lettera ai Romani Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Romani 5,1 Gesù è la pace in persona ed è il compito della chiesa di portare questa pace nel mondo.

Il dolore d’amore che prova Gesù verso Gerusalemme, la sua simpatia misericordiosa per quella città sta al centro della nostra pericope. Gesù non parla nella sua emozionalità DI Gerusalemme, ma verso di lei. La sua simpatia e solidarietà con Gerusalemme si manifestano nelle sue lacrime. In questo modo ripete il pianto degli esiliati lungo i fiumi di Babilonia. Gesù guarda la città, dove è stato circonciso, dove faceva i primi passi tra la gente del tempio, guarda questa città amata con occhi ebrei e non giudica, non condanna, ma piange. Possiamo vedere in questo pianto, da un lato, l’impotenza, quell’impotenza che sentiamo anche noi se pensiamo alla nostra città ma, dall’altro lato, l’espressione di un dolore che non vuole rimanere nascosto e che Gesù non vuole nascondere. Gesù che piange non provoca paura ma libera coloro che sono pieni di paure. Gesù versa le sue lacrime per la pace della quale ha un grandissimo languore. Gesù ci fa vedere il suo cuore e con questo l’essere di Dio, che ama profondamente Gerusalemme e tutti gli esseri umani. Gesù piange ed è consapevole che il pianto offusca solo nel primo momento gli occhi e poi dà una visione più chiara. Per Gesù c’è un “oltre” alle lacrime e non solo per lui. Chi piange sente l’effetto liberatorio delle lacrime e vede dopo un nuovo mondo, prende forza per un nuovo inizio.

In fine c’è per la profezia per la nuova Gerusalemme, che Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhiApocalisse 21,4a così come cantavano i reduci di Sion Quelli che seminano con lacrime, mieteranno con canti di gioia.Salmo 126,5 Questo pensiero viene espresso in modo ancora più stringato nelle beatitudini dove leggiamo Beati voi che ora piangete, perché riderete. Luca 6,21b.

Le lacrime versate saranno trasformate in lacrime asciugate e sorriso. Le lacrime di Gesù sono piene di promessa e portano dietro alla loro impotenza una grande potenza creatrice.

Lasciamocelo dire ancora una volta Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace!– Osservando Gesù lo sappiamo. Seguendo i suoi passi possiamo essere portatori di pace. Mettendo le sue parole in atto la profezia della nuova Gerusalemme dove non ci saranno più lacrime può crescere.

Amen

Ulrike

 

 

I talenti

TalentiVorrei parlare con voi oggi di talenti, di doni che abbiamo o anche non abbiamo. In questa chiesa ci sono persone con un talento per l’organizzazione, riescono a coordinare un bazar o un agape in modo tale da rendere tutti contenti. Altri hanno un talento manuale, possono dare una mano alla manutenzione del nostro stabile. Altri hanno un talento musicale, cantano con gioia e riescono a trascinare gli altri con il loro canto; e abbiamo nella nostra chiesa persone che hanno il dono della preghiera, che pregano con grande costanza per tutti noi.

Non è ovviamente una lista completa di doni: ce ne sono ancora tanti altri, ma fermiamoci qui per adesso. L’uno o l’altra di voi ha questi doni. Sono talenti che Dio vi ha dato. Forse avete addirittura più di un talento. Uno ha di più altri di meno, ma non c’è nessuno che sia senza talento. Ognuno ha come minimo un dono che può mettere a disposizione.

Vorrei condividere con voi oggi un testo biblico che parla di talenti, ma nel senso letterale, cioè di denaro. In questo testo sentiamo come le singole persone utilizzino ciò che gli è affidato.

Leggo dal vangelo di Matteo nel 25 capitolo a partire dal versetto 14: Continua a leggere

Figli della luce

Kreuz im LichtImmaginatevi una domenica pomeriggio. Suona il telefono, chiamata del vostro capo. Si scusa di chiamare nel tempo libero ma dice: «Cara signora, caro signore, lei fa un lavoro proprio buono, è affidabile, abbiamo deciso di darle la responsabilità per la sede di Padova. Chiaramente questo vuol dire per Lei più lavoro, ma anche uno stipendio maggiore. Volevo solo dirglielo già oggi così che Lei si possa preparare per domani. Ancora buon pomeriggio. A presto.»

Come sarà andata oltre questa domenica pomeriggio? È bello quando ti viene detto che fai un buon lavoro. Siamo tutti fieri di sentire parole di stima. Forse sarebbe il giusto momento per stappare una bottiglia di spumante, per festeggiare insieme con la famiglia.

Forse vengono anche altri pensieri. Più responsabilità vuol spesso dire più tempo che dev’essere investito. Maggiore fatica, meno tempo libero, meno tempo per la famiglia.

Forse conoscete questi pensieri ambigui tra orgoglio, gioia, apprezzamento ma anche paura di fallimento e sovraffaticamento.

Vi racconto tutto ciò perché penso che ascoltando e prendendo sul serio il testo della predicazione di oggi possano venire sentimenti simili.

Ascoltiamo dalla lettera di Paolo alla chiesa di Efeso 5,8-14 Continua a leggere

Pescatori di uomini

MenschenfischerCi sono momenti che possono cambiare una vita intera. Penso in particolare a quelle cose che non decidiamo noi, ma che hanno il potere di influenzare la nostra vita. Possono essere cose positive come anche negative.

Penso ad un giovane che guardando una bella ragazza ha perso completamente la testa. Non gli interessa più la scuola, né la famiglia, né gli amici: c’è solo un’unica persona al centro dei suoi interessi. Per fortuna i ragazzi crescono, ma l’amore non perde il suo potere su di noi. – Ci sono però anche dei momenti brutti che possono scombussolare tutta la vita. Penso ad un amico che durante una TAC alla cervicale riceve la notizia: «Lei ha un tumore al cervello». Mai sentito niente, nessun problema e poi questa diagnosi. In un attimo tutta la vita è sottosopra. Oggi si sa che questo tumore è lì fermo e sembra che non faccia dei danni né sembra crescere. Tutto di nuovo normale? Non lo so. Direi che la vita di questo mio amico non sarà mai più così spensierata come prima.

Vorrei raccontarvi oggi di quattro uomini la cui vita è cambiata da un momento all’altro. Hanno incontrato Gesù e chi lo incontra porta di solito dei segni di questo incontro.

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