DOCUMENTO DEL CONSIGLIO DEL VII CIRCUITO DELLA CHIESA EVANGELICA VALDESE-UNIONE DELLE CHIESE METODISTE E VALDESI IN ITALIA SUL CONGRESSO MONDIALE DELLE FAMIGLIE (WORLD FAMILY CONGRESS)

Siamo donne cristiane che appartengono ad una chiesa evangelica da molti anni impegnata in un percorso di riflessione sul matrimonio, la famiglia, la genitorialità. Siamo chiamate dalla nostra fede ad essere testimoni dell’amore di Dio per ciascuno e ciascuna nella realtà sociale in cui viviamo e per questo vogliamo unirci alle tante voci che si sono levate per ribadire il rispetto dei diritti e delle libertà di tutte le persone e per prendere una posizione critica nei confronti del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Family Congress) appena svoltosi a Verona.
Non condividiamo l’idea che la natura abbia assegnato a uomini e donne differenti destini sociali e diverse funzioni psichiche, identificando automaticamente per la donna un ruolo meramente riproduttivo e di cura. Rifiutiamo l’idea che il lavoro delle donne fuori dal contesto casalingo, il divorzio e la possibilità di abortire siano le cause del declino demografico di cui soffrono le società occidentali. Ribadiamo con forza, invece, l’arricchimento che proviene dal riconoscimento dei diritti civili a configurazioni familiari diverse dalla coppia eterosessuale unita in matrimonio.
Ci preoccupano in particolare il carattere ideologico e discriminatorio delle posizioni assunte dai partecipanti, sia uomini che donne, al Congresso Mondiale delle Famiglie, la violenza culturale insita nella mancata accettazione della diversità, il ritenere che esista un solo modello al quale tutti e tutte debbano aderire.
Scorgiamo in questa operazione mediatica il tentativo di imporre con la violenza, non tanto fisica quanto psicologica ed economica, posizioni anacronistiche che aprono scenari di schiavitù e asservimento che speravamo fossero ormai superati. Ci rendiamo conto che il non aver sufficientemente elaborato le responsabilità che alcune ideologie hanno avuto nella storia del nostro paese ha permesso alle stesse di ripresentarsi in modi tanto simili a quelli che i nostri nonni e le nostre nonne hanno combattuto e contro i quali hanno perso la vita. I diritti acquisiti dalle lotte dei nostri padri e delle nostre madri sono di nuovo contestati e messi in discussione da una parte della società che ha paura della diversità, in qualsiasi modo questa si esprima.
Forti dell’esperienza di tutte quelle donne e quegli uomini che, prima di noi, hanno saputo opporsi alla violenza con la forza dell’amore, continueremo la nostra testimonianza dell’amore di Cristo che ci chiama ad accogliere ed amare il prossimo, chiunque esso o essa sia.
Il Consiglio del VII Circuito

IN RICORDO DI PAOLO TEOFILO ANGELERI

Martedì 18 settembre abbiamo dato l’ultimo saluto al fratello Paolo Teofilo Angeleri. Nel corso del servizio funebre il nipote Alberto Bragaglia lo ha ricordato con parole che hanno coinvolto tutti e che meritano di essere pubblicate per coloro che non erano presenti al culto.

Ciao Paolo: e ora che si fa? Era diventato difficile comunicare con te da tempo. Ma la memoria, quella continua ad aiutarci nel ricordo di quanto ci ha donato e di quanto abbiamo fatto insieme.

Paolo di Lidia (così lo distinguevamo in famiglia, dall’altro Paolo Angeleri, il cognato) ha avuto non una, ma tante vite: vivaci, ricche, anche complicate. Io ringrazio il Signore per averne potute incrociare più di qualcuna in questi anni.

Un toscano anomalo, nato in provincia di Potenza, cresciuto ad Arezzo, città che lo ha formato e che sentiva come propria, pur con il distacco di chi, in ogni parte del mondo sia stato, ha sempre cercato di coglierne le caratteristiche positive e negative con mente aperta e di stabilire relazioni fruttuose. Brillante e anticonformista, membro di una famiglia molto stimolante, anche dal punto di vista religioso, con la sua appartenenza all’alveo della chiesa dei Fratelli, anche se poi c’era stato un progressivo distacco. E poi gli inizi come insegnante, le esperienze all’estero fino alla definitiva scelta della carriera che lo ha portato letteralmente a girare il mondo e a farlo girare ai suoi famigliari.

Episodi, esperienze di cui lui mi aveva parlato in modo diretto, ma anche indiretto, per aneddoti e indizi, soprattutto quando il riferimento era a situazioni complicate. Perché Paolo amava raccontare, ma amava anche lasciare indizi, tracce da ricostruire o smontare per ricominciare a raccontare, scegliendo un’altra angolazione. Lettore instancabile, era sempre disponibile a capire se ci potesse essere un punto di vista diverso per riprendere a filosofare sulle cose; ovvero a trovare nuovi fili per il discorso, nuove ragioni per guardare avanti, dopo aver raccontato quel che era già alle nostre spalle. Caparbio ed estroso, a volte era faticoso seguirlo nei suoi pensieri. A volte però era lineare in modo disarmante. Spesso sorprendente, mai banale. Aperto al nuovo, tanto da accogliere in modo entusiastico, le prime macchine dedicate alla scrittura digitale, chiamate ironicamente “abulafia”, citando Umberto Eco, conosciuto e frequentato a lungo.

Questo è il Paolo che credo fosse ben conosciuto anche in questa comunità. Arrivato nella seconda metà degli anni Ottanta, quando decise di stabilirsi a Padova con Lidia da fresco pensionato, entrò a far parte anche della locale chiesa metodista. Formazione classica, grande cultura, decise di rimettersi in gioco, iscrivendosi al diploma di teologia. Un passatempo, per lui, che noi abbiamo potuto apprezzare nelle sue prediche e nei suoi studi biblici, trascinanti, originali, coinvolgenti. Per me erano anni particolari: anni in cui cercavo di trovare la mia strada, decidere la direzione da prendere. Paolo era uno stimolo continuo, un appoggio che non voleva essere ingombrante, ma voleva essere soprattutto presente.

Fu anche cassiere in questa chiesa, con pazienza e passione. E poi collaboratore a lungo con il nostro settimanale Riforma, come qualcuno ricorderà, firmandosi Paolo T (che sta per Teofilo) Angeleri. E ad un certo punto decise anche di scrivere la storia di questa comunità: un racconto, e non una pubblicazione accademica. Paolo voleva soprattutto realizzare una narrazione di fatti e di persone controcorrente, capaci di mantenere viva e vitale una piccola testimonianza in circostanze quasi sempre ostili o comunque difficili. Una storia in cui la mia famiglia è stata immersa per varie generazioni.

Eccolo ritornare sotto un’altra angolazione, Paolo: controcorrente, allergico ad ogni dogmatismo, ma fortemente legato ad uno spiccato senso del dovere, che spesso si è accompagnato ad una tendenza eccessiva a colpevolizzarsi, come ben sa Lidia. Nel caso specifico, la storia di questa piccola minoranza era segno e monito, per uno che in gioventù aveva fatto in tempo ad unirsi alla lotta partigiana e che aveva anche avuto una breve esperienza politica. Segno e monito che aiutava a mettere in guardia dal dimenticare la coscienza per abbracciare soluzioni sin troppo facili e rassicuranti. Segno e monito per chi voleva, con umiltà e semplicità, continuare a farsi interrogare dalla Parola del Signore per dare un senso alla propria vita.

Ed ecco la capacità di ragionare, affinata per una vita e la capacità di comunicare come si fa a “ragionare”. Un altro Paolo che molti di noi hanno conosciuto era proprio quello che sapeva insegnare coinvolgendo chi lo ascoltava, con una trascinante passione nello spiegare e nell’argomentare. Ma capace di conquistare il rispetto degli interlocutori anche grazie alla capacità di ascoltare. Caratteristiche apprezzata dagli studenti, ma anche da chi è entrato in contatto con lui nel corso della sua vita professionale: scrittori, studiosi, personaggi di diversa provenienza. Non trasmetteva solo nozioni, Paolo, ma anche metodo, percorsi, tracce, indizi da collegare per poter formare ragionamenti autonomi.

E infine ecco Paolo capace di grandi entusiasmi, a volte eccessivi, che rischiavano di portarlo (e a volte lo portavano sul serio) ad altrettanto grandi delusioni. Che non sempre riusciva a esorcizzare con la consueta ironia i problemi, soprattutto fisici. Ma io voglio ricordare, perché di certo sarà una cosa che porterò sempre con me, la breve e giocosa stagione dei viaggi fatti insieme con il camper. Il camper fu una grande, seppur breve, passione di Paolo e Lidia. E dei viaggi fatti insieme a Paolo e Daniele suo figlio, io conservo un ricordo molto affettuoso. Anche perché Paolo, in quel girovagare riscopriva luoghi e situazioni già conosciuti con rinnovata curiosità e stupore.

Curiosità e voglia di scoprire, sempre in compagnia, prima di tutto di Lidia. Sempre pronto a raccogliere stimoli e indicazioni. Paolo era uomo di relazioni, di rapporti umani, di condivisione. Uomo che accoglieva con grande affetto anche gli ultimi arrivati, in famiglia o in altri contesti. Cultore di una memoria da conservare e da trasmettere, come fece fermando in vivaci racconti su carta storie di famiglia e storie raccolte in conversazioni con persone diverse. Storie di grande umanità. Storie che trovo assai coerenti con quella che credo sia una delle ultime annotazioni di Paolo sulla sua Bibbia. Aveva trascritto il versetto 7 del Salmo 121: “Il SIGNORE ti preserverà da ogni male; egli proteggerà l’anima tua”, che porta al versetto successivo: “Il SIGNORE ti proteggerà, quando esci e quando entri, ora e sempre”. Sì, il Signore ci ha protetto e ci proteggerà sempre, Paolo. A ben pensarci, questo può essere un buon punto da cui ricominciare insieme i nostri studi biblici. Che dici?

Sabato 15 settembre ci ha lasciati per tornare fra le braccia del Padre il fratello

PAOLO T. ANGELERI

Alla moglie Lidia e a tutta la famiglia va il solidale abbraccio della comunità con la preghiera al Signore di concedere loro la forza per lenire il dolore del distacco ricordando i momenti belli passati insieme.

Il servizio funebre avrà luogo martedì 18 settembre

alle ore 11 presso la chiesa metodista di Padova – Corso Milano 6.

17 giugno 1703

John Wesley Birthday

Culto del Venerdì Santo alle 20:30

La cosa migliore è che Dio sia con noi

Il 2 marzo 1791 – 225 anni fa è morto John Wesley. Era circondato dalla sua famiglia e dagli amici quando alzò le mani e proclamò: ‘La cosa migliore è che Dio sia con noi’, poi morì.  Oggi ricordiamo la sua vita e ringraziamo Dio per tutto il suo lavoro che ha dato nuova speranza a tantissime persone.

Scomparsa di Febe Cavazzutti Rossi

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

nella notte del 02 febbraio, è tornata alla casa del Padre, Febe Cavazzutti Rossi.

Nata nel 1931 a Vicenza, figlia del pastore metodista Gaspare Cavazzutti, già collaboratore del missionario britannico Henry James Piggot, Febe Cavazzutti ha trascorso la maggior parte della sua esistenza a Padova. Nella locale chiesa metodista è stata presente come organista, predicatrice locale, animatrice dell’impegno ecumenico, portatrice di una energia e di una testimonianza di fede che in molti ricorderanno. La sua vita è stata segnata dalla malattia che l’ha bloccata nei movimenti; eppure, anche questa esperienza drammatica è stata vissuta con una serenità di fede che per molti di noi rimarrà come insegnamento importante.

Il suo impegno per la chiesa non si è mai limitato al piano locale: per un decennio aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente della World Methodist Historical Society, aveva partecipato ad importanti momenti assembleari del movimento ecumenico europeo, aveva creato e mantenuto rapporti di fraternità e di sostegno con varie istituzioni di assistenza in diversi Paesi.

Non si era mai dimenticata di prestare attenzione affinché il metodismo e le sue radici storiche non fossero considerati un semplice residuo di un passato lontano, ma potessero continuare a vivere anche oggi: in questa prospettiva vogliamo leggere l’impegno per la pubblicazione di alcuni sermoni di John Wesley in italiano e, l’ultima fatica, non terminata, una biografia sulla vita e l’opera di Charles Wesley.

Secondo la volontà di Febe, non vi sarà un servizio funebre, ma nel corso del culto ordinario di domenica prossima, 7 febbraio, alle ore 11.00 presso la Chiesa metodista di Padova, si ricorderà con gratitudine la vita di questa sorella.

15-12-13 Canone inverso

La parabola del contadino ricco

Il tema di oggi è la nostra ricchezza, i tanti doni che Dio ci dà e il modo in cui noi gestiamo questo patrimonio.

Ci sono mille ragioni per essere grati per tante cose quotidiane che spesso non cogliamo neanche più. Sono grata di poter vivere in pace. Sono grata di poter vivere la mia fede in libertà. Sono grata di avere da mangiare in abbondanza. Potrei andare oltre. L’abbiamo sentito già prima nella preghiera, che ci sono mille doni che Dio ci dà. Vedo la grande ricchezza nella quale vivo senza averlo meritato, senza aver fatto niente per questo.

Vorrei che condividessimo oggi una storia che Gesù raccontò circa 2000 anni fa ai suoi ascoltatori. La storia di un agricoltore, una storia di grande ricchezza e di piani per il futuro. Ma anche la storia di un gravissimo errore fatto da quel contadino.

Leggo dal vangelo di Luca, capitolo 12 a partire dal versetto 16

«La campagna di un uomo ricco fruttò abbondantemente; 17 egli ragionava così, fra sé: “Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?” E disse: 18 “Questo farò: demolirò i miei granai, ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, 19 e dirò all’anima mia: «Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti»”. 20 Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?” 21 Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio».

C’è un uomo che finanziariamente sta bene. Uno che ce l’ha fatta. Uno che non deve più farsi dei grandi pensieri e può vivere bene. Oggi non vedo più tante persone che guardano a loro stesse in questo modo, ma quello che è sicuro è che uno che ha già tanto, con facilità, desidera prendere ancora qualcosa in più. Così questo contadino che ha già avuto un buon raccolto e che ha tutto ciò che gli serve per vivere, riceve talmente tanto che non riesce neanche più a farlo stare in casa.

Fino a questo punto è di per sé un bel racconto, una storia di successo come forse ce la augureremmo anche noi. Il duro lavoro porta al successo e quel successo diventa visibile nel grande raccolto. Questo è di per sé bello e non voglio per nulla screditare il lavoro di quel contadino. È bello che quell’uomo riceva un riconoscimento per il suo lavoro. Il protestantesimo ha sempre sottolineato il valore del lavoro, e la Bibbia interpreta spesso la ricchezza come segno della benedizione di Dio.

Talvolta trovo strano quando qualcuno mi dice di essere contento di far parte di una chiesa povera. Certo, neanche a me piace quando una chiesa tiene la sua ricchezza per sé o investe denaro in progetti che non mi sembrano importanti o che non arrivano alle persone, ma non potrei direi di essere contenta della povertà.

E se per un attimo cercassimo di togliere il concetto di ricchezza dal suo legame con il denaro. Cioè, se potessimo rallegrarci per quella ricchezza particolare che noi abbiamo, costituita da tante persone che sono interessate alla nostra chiesa, che vengono, s’informano, s’impegnano…

Sarei contenta se la nostra chiesa stesse per scoppiare perché vengono troppe persone. È proprio questo che è successo a quel contadino di cui parla Gesù. Lui è contento e riflette su dove potrebbe sistemare tutta la sua ricchezza.

E poi, pian pianino inizia il disastro. Il contadino pensa e ripensa, ma in tutto il suo pensare dimentica completamente colui al quale deve tutta la sua ricchezza. Sicuramente ha lavorato sodo, ma è stato Dio che ha mandato il sole e la pioggia. Senza Dio quel contadino non avrebbe raccolto proprio niente. Senza la benedizione di Dio non sarebbe spuntata neanche una singola spiga di grano sul campo. Ma questo l’ha dimenticato quell’uomo. Non si trova neanche una parola di gratitudine nella sua bocca. Conoscete questa situazione?

Avete anche voi talvolta l’impressione di aver lavorato duramente e per questo di avere il diritto di prendervi anche il merito, dimenticando la parte che Dio ha dato per il vostro successo?

È molto più facile dire un “O mio Dio” quando c’è qualcosa di cui lamentarsi e non nel momento della gratitudine. Dio non è solo colui a cui possiamo rivolgerci quando non ce la facciamo da soli. Dio si rallegra se lo cerchiamo anche nei momenti buoni, nei momenti di gioia, e si augura queste parole di gratitudine che però il contadino del nostro racconto non riesce a esprimere.

Così la storia va oltre, e quell’uomo non dimentica solo il ringraziamento ma decide anche il suo futuro senza rivolgere un unico pensiero a Dio. La domanda: “Signore che vuoi TU che io faccia?” non esiste. E nuovamente possiamo chiederci: come facciamo noi?

Anche a me vengono velocemente delle idee su che cosa potrei fare con ciò che Dio mi ha affidato. Dei desideri ci sono sempre. C’è sempre qualcosa che mi potrebbe ancora servire. E Gesù ci dice: “Non vuoi chiedere una volta al tuo Dio che ti ha dato tutta la tua ricchezza che cosa ne farebbe lui?”

Il fondatore della chiesa metodista, John Wesley sosteneva enfaticamente che non ci venisse in testa di donare a Dio soltanto qualcosa dei nostri beni. Wesley predicava di non pensare di dare a Dio la decima o addirittura la metà di ciò che possediamo. Sottolineava invece che tutto, proprio tutto ciò che abbiamo, appartiene a Dio. Ci è richiesto di amministrare i doni di Dio e possiamo tenerci ciò che ci serve per una vita buona e serena, ma tutto appartiene a Dio.

Torniamo di nuovo alla storia che racconta Gesù. Non sono male i pensieri del contadino. Lui fa dei ragionamenti sensati. Il suo granaio è troppo piccolo, ne costruirà uno più grande. Il pensiero è giusto: si deve depositare il grano da qualche parte. Soltanto che, quando Gesù prosegue con il racconto, si scoprono i motivi più profondi. Lui dice a se stesso:

Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti. Gira tutto attorno a se stesso. Quel contadino commette un triplo errore.

Primo, s’illude che ogni bene sia limitato a delle cose materiali.

Secondo, non pensa ai suoi prossimi che potrebbero voler godere insieme a lui di questi beni. È tutto ridotto e concentrato sull’IO.

Terzo lascia Dio al di fuori dei suoi pensieri. Non sente né gratitudine né responsabilità nei confronti di Dio. C’è solo l’IO.

Quell’uomo cerca riposo. Potrebbe trovarlo in Gesù che ci invita: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Matteo 11,28 Gesù offre del riposo, ma quel contadino si fida più di se stesso. Pensa di poterlo fare meglio da solo.

E poi sentiamo la sentenza, di fatto un giudizio di Dio rispetto a questo modo di pensare sciocco. Dio dice: Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?

Quante persone cercano come quel contadino di produrre da se stessi la felicità, di assicurare da se stessi la propria vita, di trovare riposo in se stessi. Dio distrugge questa illusione con un’unica parola: Stolto! – Quante persone cercano la propria fortuna nel gioco d’azzardo, nell’alcool, nel successo professionale o negli oroscopi; cercano riposo nella natura o nella meditazione e non vedono colui del quale la Bibbia ci dice che è l’unico che può dare vera felicità, riposo, salvezza. Dio ci offre tutto ciò. Dobbiamo solo alzare lo sguardo e servirci.

E Gesù termina la parabola con l’avvertimento: Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio.

Gesù ci invita ad una vita diversa rispetto a quell’uomo. Ci ricorda che non ha senso affidarsi alle sicurezze mondane. Nessuna casa, nessun castello può essere tanto forte da darci un’assoluta sicurezza. Possiamo accumulare delle ricchezze infinite e lavorare e combattere, ma non sarà mai abbastanza.

Direi che conoscete il vecchio inno di Martin Lutero: La forte rocca è il mio Signor. Questo castello del Signore è l’unica casa che ci offre davvero riposo e protezione. La casa del Signore è una casa della gioia dove c’è posto per tutti quelli che lo cercano. Dio costruisce questa casa della quale si dice che ha molti dimore.

Gesù ci direbbe oggi la stessa cosa che avrebbe detto anche 2000 anni fa a quel contadino: alza lo sguardo. Smetti di voler fare tutto da solo, di combattere e costruire solo con la tua forza. Riconosci chi è il tuo Signore. Riconosci di non potercela fare da solo e poi entra nella casa di Dio. La porta è aperta. Anche per te. Entra.

Amen

Ulrike Jourdan

La forza della Fede

In un giornale ho letto una classifica dei mestieri più odiati. Avete un’idea di chi sia in cima alla classifica?

Sono le assistente mediche. Non mi sarei mai immaginata che fossero loro, ma pensandoci bene mi viene in mente l’una o l’altra signorina che mi ha già fatto parecchio arrabbiare. Sono certa che conoscete la situazione: sono malato, mi sento malissimo e con l’ultima forza che ho mi trascino dal medico. Ma invece di trovare compassione c’è questo drago davanti alla porta dello studio che dice sorridendo: “Il dottore ha molto da fare. Le posso fissare un appuntamento per la prossima settimana”. – Non mi serve un appuntamento per la prossima settimana. Voglio vedere adesso il mio medico. Lui mi capirebbe, lo so; solo che in mezzo c’è questa donnaccia che non mi fa passare.

Vi leggo una storia molto simile di una donna che ha dovuto combattere contro una squadra completa di assistenti medici. Ce l’avrà fatta? Aspettate e vedrete.
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