PREGARE, NON PREGHIERE!

Il tema della preghiera è vastissimo, come quello della fede e di Dio stesso. Se ne potrebbe e dovrebbe parlare a lungo, perché la preghiera, sia come atto (l’azione di pregare, nelle tante forme possibili) sia come atteggiamento (cioè come modo di essere nel mondo e tra gli uomini), è centrale nella vita di fede, secondo la bella frase citata dal filosofo Kierkegaard: «La preghiera è figlia della fede, ma la figlia deve nutrire la madre».

Il brano che leggiamo ora (Lc 11,5-13) è composto di una duplice parabola, e fa parte di una catechesi sulla preghiera propria dell’evangelista Luca.

“Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: «Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli», e se quello dall’interno gli risponde: «Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani», vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Lo dico subito: io ho trovato queste parole di Gesù un po’ irreali, sfuggenti, quasi “buoniste”, come si direbbe oggi. Quale stridore, quale malessere sento, se mi pongo con sincerità di fronte a questo “chiedi e ti sarà dato”, rispetto alla realtà che vivo e che credo molti vivano. Quante persone deluse, che si sentono tradite dalla vita, dalle persone, da Dio stesso, ho davanti agli occhi.

Invece questo brano sembra andare in tutt’altra direzione: Gesù, dopo aver donato la preghiera del Padre nostro, in seguito alla richiesta così semplice e così vera dei discepoli (“Signore, insegnaci a pregare”), con questa parabola – conosciuta come quella “dell’amico importuno” – ci esorta a una preghiera sostenuta da una fede quasi «sfacciata» verso Dio. Nella sua spontaneità, la parabola sembra volerci dire: nessuna delusione dal Dio di Gesù di Nazareth! Dio è fedele alla sua promessa! Ogni preghiera, anche la più sconsideratamente audace, anche la più folle pretesa di ascolto, che venga da chi è ritenuto, e magari si ritiene, il più indegno, se sincera, è accolta.

Pregare, allora. Ma preghiera, non preghiere. Non il ripetere formule, ma lo slancio di una vita che bussa tutta intera. Non «dire le preghiere», ma essere domanda, essere sete, essere richiesta, essere mendicanti davanti alla porta di Dio. Gesù non ci chiede, quando preghiamo, di cambiare le nostre parole, ma di cambiare il nostro cuore, nella coscienza che la nostra preghiera arriva sempre seconda, è sempre risposta, anche quando chiede, perché Lui ci ha amati e chiamati per primo. È quello che leggiamo al cap. 3 del libro dell’Apocalisse: «Ecco, io sto alla porta e busso: se uno sente la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui, e lui con me». È lui che si è fatto povero, e ha bussato alla nostra porta. È lui l’amico importuno che bussa alla nostra porta a mezzanotte. La prima condizione della preghiera è quindi aprirgli la porta, ascoltare la sua Parola. Poi però – ci dice Gesù – bussate anche voi. Anzi, bussate con insistenza; certo, nella propria cameretta, nel segreto, senza usare troppe parole, come dice l’evangelista Matteo, ma bisogna domandare, cercare, senza stancarsi mai (come dice Luca al cap. 18).

Calvino diceva: “La preghiera è il principale esercizio della fede; per mezzo di essa riceviamo quotidianamente i benefici di Dio”. La perseveranza, dunque, è la violenza che dobbiamo fare a noi stessi se vogliamo veramente diventare uomini e donne di preghiera. Chi non è capace di chiedere? Chi non è capace di bussare, di cercare? Tutti, in un modo o nell’altro, siamo mendicanti. «Chiedete, cercate, bussate; riceverete, troverete, vi sarà aperto». Il Signore ci fa passare dai bisogni che abbiamo al bisogno che siamo. Se abbiamo bisogno dei suoi doni, siamo soprattutto bisognosi di lui.

Quante domande, quanti dubbi, di fronte ad un gesto così semplice, a un atteggiamento persino così scontato per un credente, come quello di pregare Dio e tutto ciò che questo possa significare (invocarlo, ringraziarlo, supplicarlo, ascoltarlo o chissà cos’altro).

Ad esempio: cosa rispondere allora alle legittime obiezioni della donna e dell’uomo di oggi che ci chiedono dov’è Dio quando si trovano di fronte alle tragedie immotivate che la vita può porci dinnanzi, o anche solo al banale non-senso della vita, al vuoto afono e crudo di molti vissuti, che nascondono in maniera mal celata una profonda sofferenza, un male di vivere così attuale?

E poi: se chiedo a Dio di intervenire in una situazione difficile (una malattia o altro) o in qualunque altra situazione della vita, non affermo forse, almeno implicitamente, che Dio ha bisogno di essere, diciamo così, sollecitato, attraverso la mia preghiera, a intervenire là dove, forse, di sua iniziativa, non sarebbe intervenuto, o perché indifferente o incapace?

In altre parole: Dio agisce nella nostra vita solo se e in quanto glielo chiediamo, oppure agisce indipendentemente da qualunque preghiera? La nostra preghiera è davvero così potente da destare e mettere in movimento o addirittura modificare la volontà di Dio? E quindi, in fin dei conti, che senso ha pregare? C’è qualche possibilità – almeno una – di ottenere ciò che si chiede, o invece serve solo come esercizio di pietà, come atto di fiducia e abbandono in Dio, ma non può in alcun modo condizionare la volontà di Dio?

Sono domande grandi, alle quali provo a rispondere così.

L’idea che la nostra preghiera possa rivelare una passività o addirittura una «incapacità» di Dio è del tutto estranea all’orizzonte della fede cristiana. La preghiera infatti non nasce principalmente del bisogno umano (che pure c’è), ma dalla promessa divina (che è la vera sorgente della preghiera). Non è la preghiera che mette in movimento la volontà di Dio, ma è la promessa di Dio che mette in movimento la preghiera. È perché Dio ha promesso di essere il nostro Dio – cioè il Dio per noi, oltre che con noi e persino in noi – è per questa promessa che gli rivolgiamo con fiducia le nostre preghiere. È sulla sua Parola, è proprio perché ha detto «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate, e vi sarà aperto», che noi, fidandoci di queste parole, chiediamo, cerchiamo e bussiamo. È la promessa di Dio che ci rende audaci, e ci fa chiedere a Dio quello che Dio promette. La nostra preghiera quindi non rivela affatto un Dio indifferente, ma, al contrario, un Dio promettente, la cui promessa anticipa e autorizza ogni nostra richiesta.

Io credo, lo dico con umiltà, che la preghiera dell’uomo possa, e so di usare un termine non corretto, in qualche modo modificare la volontà divina. Non che la volontà umana possa imporsi a quella divina («sia fatta la tua volontà», diciamo nel «Padre Nostro», non la nostra), ma la volontà di Dio non è rigida e irremovibile, al contrario è duttile, flessibile, ospitale, e volentieri fa posto alla domanda dell’uomo: non perché deve farlo, ma perché può e vuole farlo. Dio non è una statua celeste né una sfinge impassibile. Perciò la preghiera sincera della fede, quella del cuore e non delle labbra soltanto, è capace, come diceva Lutero, di «smuovere la grazia di Dio». Diverse volte, nella Bibbia, si parla di un Dio che «si pente» del castigo che voleva infliggere a Israele e lo perdona: «si ricordò del suo patto con loro e nella sua gran misericordia si pentì» leggiamo al Salmo 106. Anche Gesù ha cambiato idea a motivo della preghiera insistente della donna cananea. Dio ascolta («l’Eterno è stato attento ed ha ascoltato» abbiamo prima letto dal libro di Malachia) e risponde («mediante prodigi tu ci rispondi» dice il Salmo 65).

Certo, ci sono tante preghierE non esaudite. Chi prega, forse da anni, per una certa cosa, e non l’ottiene, sa che cosa significa «preghiera non esaudita». Ci si aggrappa alla promessa, ma l’esaudimento non viene. È un’esperienza amara: si ha l’impressione di pregare invano. È vero però che preghiera non esaudita non vuol dire preghiera non ascoltata. E neppure preghiera senza risposta. Solo che la risposta può essere così diversa da quella che ci aspettavamo, che ci riesce difficile riconoscerla come risposta. È comunque un fatto che c’è anche un silenzio di Dio.

E di fronte al silenzio del Signore, può nascere lo scoramento, la delusione, l’abbandono di ogni forma di fede.

Un’esperienza traumatica, quella del silenzio di Dio, che va presa sul serio, senza cercare di giustificare Dio ma anche senza ricorrere alle facili scorciatoie devozionali che un certo tipo di spiritualità propone riguardo al dolore e alla sofferenza. Gesù Cristo, esortandoci a chiedere a Dio qualsiasi cosa, ha forse esagerato? Avrebbe fatto meglio a promettere di meno? Certo, per un credente, quel silenzio resta un mistero: e a volte è davvero difficile continuare a credere che Dio sia anche un “padre” amorevole e sollecito.

Mi è capitato tra le mani un libretto, un capolavoro pubblicato nel 1946 dal titolo “Yossl Rakover si rivolge a Dio”. Si tratta dell’ultimo messaggio scritto da un ebreo, Yossl Rakover appunto, nel ghetto di Varsavia, mentre il cerchio della morte nazista si stringeva, minuto dopo minuto, intorno a lui. Sentite le sue parole, che il filosofo Levinas aveva definito “un salmo moderno”, nel quale “tutti noi superstiti riconosciamo con sbalordito turbamento la nostra vita”: “Ti voglio chiedere Dio, e questa domanda brucia dentro di me come un fuoco divorante: che cosa ancora sì, che cosa ancora deve accadere perché Tu mostri nuovamente il tuo volto al mondo? Ti voglio dire in modo chiaro e aperto che ora più che in qualsiasi tratto precedente del nostro infinito cammino di tormenti, noi torturati, disonorati, soffocati, noi sepolti vivi e bruciati vivi, noi oltraggiati, scherniti, derisi, noi massacrati a milioni, abbiamo il diritto di sapere: dove si trovano i confini della Tua pazienza?”.

Sono parole durissime, che dovrebbero farci riflettere anche sulle immani tragedie dei nostri giorni, così vicine a noi. La Parola della promessa, a cui noi credenti ci affidiamo, ci dice che affidarsi a Dio non è mai sbagliato; la vita di Gesù, a cui noi credenti guardiamo, ci dice che affidarsi a Dio non è mai sbagliato. Io credo, per parte mia, che a Dio possiamo chiedere ogni cosa, ma questo non vuol dire che dobbiamo ottenere ogni cosa. Lo ripeto: affidarsi a Dio non è mai sbagliato. Ma proprio l’esperienza stessa di Gesù ci insegna che «una cosa è chiedere, un’altra è pretendere», aspettandosi un esaudimento automatico e quasi magico. Gesù ha chiesto che bere il calice amaro gli fosse risparmiato, ma non lo ha preteso. Ciò che veramente Dio non nega mai a chi glielo domanda con cuore sincero è lo “Spirito Santo”, dice il testo di Luca, ossia la forza di continuare ad amare e accettare di essere amati anche attraverso le prove più dolorose e drammatiche della vita.

Capisco però che ci si può stancare di credere. Ci si può stancare di Dio. Si può abbandonare la partita, si può, come si dice, perdere la fede. È successo anche a Gesù, non di perdere la fede, ma di perdere discepoli: «Molti dei suoi discepoli si ritrassero indietro e non andavano più con lui» (c’è scritto nel vangelo di Giovanni). C’è chi di fronte alle sofferenze del mondo e della vita, nella morsa della contraddizione tra ciò che crede e ciò che vede, non ce la fa più a continuare a credere, «sperando contro ogni speranza» come dice Paolo nella lettera ai Romani. È una cosa tristissima, una sconfitta per l’uomo e per Dio, ma succede. Che dire? Non c’è nulla da dire, c’è solo da portare, con chi non ce la fa più, un po’ del peso delle prove che sembrano aver spento in lui, almeno per ora, la fiamma della fede. Niente di più e niente di meno.

Però, proprio come insegna la vicenda di Cristo, dopo una morte ci può essere una resurrezione. Vale per la vita umana, vale per l’amore, può valere anche per la fede. Come ci può essere un venerdì santo della fede – “speravamo che fosse lui, Gesù, che avrebbe riscattato Israele!” dicono i discepoli di Emmaus “e invece…” – così la fede può risorgere, come è risorta quella dei suoi discepoli davanti alla tomba vuota, davanti al corpo risorto, davanti allo spezzare in pane insieme.

Nell’evangelo, come nella vita, la morte c’è, ma non ha l’ultima parola. Dopo il venerdì santo ci sarà la domenica di risurrezione. Nel frattempo, vorrei dire così, viviamo il sabato; Gesù è morto il venerdì ed è risuscitato all’alba della domenica.  In mezzo c’è il sabato con i nostri dubbi, i nostri tentennamenti, i nostri slanci e le nostre paure.  Il sabato può essere pieno di incredulità, di sano realistico cinismo (“così va il mondo, è sempre stato così”).  L’incredulità ha naturalmente il suo fascino: sembra una vittoria dell’intelligenza critica sulla fede equiparata a superstizione, o anche una legittima protesta contro un Dio deludente. Ma l’incredulità è piuttosto una sottile tentazione in agguato lungo il cammino della nostra vita, soprattutto nei suoi momenti critici. Non è un caso che l’ultima richiesta del Padre Nostro sia: «Liberaci dal Maligno», che significa anzitutto «Liberaci dalla tentazione di non credere più in te»; in altre parole: «Fa’ che non disperiamo mai di te».

Iddio lo voglia per tutti noi.

Amen

Fabio Barzon

È risorto

Martin Lutero ha iniziato uno dei suoi sermoni per il giorno di pasqua con queste parole: La festa di oggi ci mette davanti agli occhi il più consolante e gioioso articolo della nostra fede, come testimoniamo: Cristo è risorto il terzo giorno dai morti; così è necessario che prima si conosca in modo semplice la storia e si impari perché sia successo e come noi possiamo godere tutto ciò.

Lutero ci dice che prima dobbiamo cogliere che cosa sia successo e non dobbiamo solo coglierlo con la testa ma soprattutto col cuore, in modo semplice e solo quando abbiamo colto col cuore il messaggio della risurrezione possiamo anche goderci questo messaggio.

La storia è questa: Gesù, dopo l’ultima cena con i suoi discepoli, è andato nel giardino, che chiamiamo Getsemani. Lì è stato tradito da Giuda con un bacio e catturato dagli ebrei. Portato dal sommo sacerdote viene interrogato fino a quando si decidono di portarlo a Pilato perché era lui ad avere il potere giuridico. Egli lo manda dal re Erode e lui di nuovo indietro a Pilato e alla fine viene crocifisso. Verso mezzogiorno c’è un terremoto e il sole si oscura. Un ultimo segno di Dio che quell’uomo alla croce è suo figlio. E verso le tre del pomeriggio Gesù muore sulla croce.

Noi crediamo che Gesù non sia rimasto morto, ma è risorto il terzo giorno. Secondo i nostri conti oggi non sarebbero ancora passati tre giorni, ma gli ebrei contano un nuovo giorno a partire dalla notte. Vuol dire, venerdì è stato il primo giorno, sabato il secondo e sabato sera con il tramonto inizia il terzo giorno. Proprio in questo terzo giorno, dopo lo shabbat, la domenica, presto, inizia il racconto di pasqua. Sentiamo come l’evangelista Matteo ci racconta quest’evento.

Leggo dal vangelo secondp Matteo 28,1-10

Nella notte del sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro.  2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra.  3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve.  4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte.  5 Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso.  6 Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva.  7 E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ho detto».  8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunziarlo ai suoi discepoli.  9 Quand’ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’adorarono.  10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

Questo racconto della morte e della risurrezione di Gesù Cristo è il cuore della nostra fede cristiana. E penso che Martin Lutero abbia ragione: solo chi ha colto la profonda verità in questo racconto e intendo non solo con la ragione, ma col cuore, solo lui può gioire a Pasqua.

Possiamo parlare e discutere di tante verità della fede. Talvolta troviamo addirittura un consenso con non-cristiani, non è così difficile. Ci sono tante persone buone nel nostro mondo e nella nostra società. Ci sono tanti che si adoperano per la giustizia e la pace. Tanti sostengono progetti sociali, spesso con una dedizione meravigliosa. Non è difficile trovare dei punti in comune. Però alla croce si dividono le anime. Secondo un rilevamento il 72 percento dei protestanti credono nella risurrezione di Gesù. Io mi chiedo che cosa sia con il restante 28 percento che non crede nella risurrezione. È quasi un terzo della chiesa. Che cosa crede quel terzo dei membri delle chiese protestanti? Perché non vogliono o non possono credere nella risurrezione di Gesù Cristo? È credibile che ci siano persone che frequentano anno dopo anno una chiesa e non hanno mai colto che cosa vuol dire per loro personalmente che Gesù sia morto in croce anche per loro e che cosa abbia a che fare questa morte e risurrezione con la loro fede e vita?

Questo non è un fenomeno nuovo. Ci sono sempre state delle persone che non erano tanto certe della risurrezione, già Paolo ha combattuto con loro. Nella lettura abbiamo sentito che cosa ha scritto alla chiesa di Corinto. Vi leggo ora come prosegue il pensiero di Paolo: Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti?  13 Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato;  14 e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede.  15 Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano.  16 Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato;  17 e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede. (1 Corinzi 15,12-17)

Paolo ci dice chiaramente che non ha nessun senso per un credente rifiutare il pensiero della risurrezione, perché senza la risurrezione di Cristo tutta la fede è vana. Una fede cristiana senza la risurrezione di Gesù è assurda.

Mi ricordo di aver chiesto una volta a un collega che cosa gli piace di più fare come pastore. Mi sarei aspettata di sentire che gli piace predicare o fare visite o non lo so. Mi ha detto che gli piacciono i funerali. – Mi sembrava una risposta strana, ma vi dico che dopo qualche anno di servizio lo capisco. I funerali sono proprio i momenti in cui anch’io sento più forte la mia fede. Incontro persone che sì sono tristi, ma contemporaneamente anche serene; persone che sanno profondamente che la morte non ha l’ultima parola. E quando diciamo le ultime parole davanti alla tomba che si chiude: “Terra prendi il tuo, Dio ha preso il suo” mi sembra di sentire Gesù che chiama alla vita. È Gesù, il risorto che chiama i morti alla risurrezione.

E la fede che mi fa dire queste cose. Non ne ho delle prove, né per la risurrezione di Gesù, né per la risurrezione in generale, né per la mia risurrezione, però io ci credo nella risurrezione. Viviamo in uno stato laico. Nessuno devo credere, ma noi cristiani possiamo fidarci che Gesù ci sia vicino persino nella morte e che ci dona vita eterna. Non è che lo dobbiamo credere, ma possiamo crederlo, possiamo fidarci di questo Dio.

Adesso in primavera inizia di nuovo la stagione nella quale le persone vanno al cimitero. Portano i fiori che sono un segno d’amore per la persona morta.

Anche la prima domenica di pasqua c’erano delle donne che andavano al cimitero per vedere la tomba di Gesù. Donne che conoscevano Gesù che erano anche presenti alla sua crocifissione. Non hanno con loro un innaffiatoio o dei fiori, ma delle creme, oli e panni freschi. In sé è una cosa normalissima quando dei parenti o amici visitano il cimitero, ma in questa domenica Matteo ci racconta di un terremoto.

In ogni vita umana conosciamo questi momenti che ci scuotono, che ci fanno paura. La vita non è sempre solo bella. Esistono dei fallimenti, dei colpi del destino, delle disgrazie. Tali turbamenti possono mettere tutta la vita sotto sopra. E direi che queste due donne alla tomba di Gesù si sentono abbastanza scosse, fuori e dentro. – E poi c’è uno che dice loro: Voi, non temete. Non avere paura! Talvolta serve che qualcuno ci dica queste parole, perché non funziona bene quando sono io a dovermele dire, serve qualcun altro. Per questo noi cristiani viviamo in comunità per potercelo dire gli uni agli altri. Non temere, non avere paura. È vero che Gesù è morto. È vero però anche che Gesù è risorto e anche tu risorgerai!

Tanti uomini credono oggi che la religione sia una cosa privata e che possano trovare Dio meglio in un bosco che in una chiesa. Ma quale albero può dire a queste persone le parole confortanti: Non temere, non avere paura.

Le due donne credono nelle parole dell’angelo. I discepoli sulla via verso Emmaus credono quando vedono Gesù spezzare il pane. Tommaso crede quando può toccare il suo Signore. Saulo vede la luce che gli toglie la vista e crede. – La Bibbia ci racconta di tanti modi diversi in cui le persone sono venute in contatto con il Risorto. Non ha importanza il come, ma il fatto in sé. È importante che si realizzi questo incontro.

Gesù c’è. Anche adesso in mezzo a noi, perché ha detto: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro Matteo 18,20 Cristo è presente in mezzo a noi.

Questo è l’animo di pasqua. Sapere che Gesù è con noi nella nostra vita e nella morte. Se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore.(Rom 14,8)

Auguro a tutti voi questa speranza di essere nella vita come nella morte con Dio. Amen.

Ulrike Jourdan

Gesù Cristo una star?

A Vicenza viviamo abbastanza vicino al Teatro cittadino e talvolta succede che venga lì qualcuno di famoso. Mi ricordo le audizioni di ‘Italia’s got Talent’ e l’agitazione dei ragazzi che venivano a presentarsi o semplicemente a vedere, fotografare, per sentirsi parte di un mondo diverso, un mondo di successo e di gloria.

Ascoltando il racconto dell’entrata di Gesù a Gerusalemme abbiamo detto che la gente accoglie anche lui come una star. Le persone lungo le strade di Gerusalemme avevano in mano dei rami di palma, oggi abbiamo in mano i cellulari per fare le foto. Ciò che è sempre uguale è che in questo modo non si vede veramente la persona. Si vede ciò che si vuole vedere, una star, una stella sulla quale possiamo proiettare le nostre illusioni e i nostri desideri. Succede un po’ come al cinema, dove sulla parete si proiettano illusioni di un mondo bello, voglia di riconoscimento, forza e successo e tutto ciò viene in qualche modo identificato con la persona che sta recitando.

Gesù, una superstar. – È più facile convivere con una star che non con una persona normale. Una star si può mettere sul podio, lì rimane e non mi viene troppo vicino. Questo è il vantaggio delle star, non vogliono nulla di concreto da me.

Vorrei raccontarvi oggi di una star che ci viene descritta nel primo testamento dal profeta Isaia. Questa persona non ha un nome concreto, è conosciuta con lo pseudonimo del servo di Dio e Isaia lo descrive in vari inni. Vi leggo ora il terzo di questi inni del servo di Dio che viene riportato nel libro del profeta Isaia al capitolo 50

4 Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli.  5 Il Signore, DIO, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro.  6 Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi.  7 Ma il Signore, DIO, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò svergognato.  8 Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Compariamo assieme! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino!  9 Il Signore, DIO, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà.

Il servo di Dio è un personaggio sul quale vengono proiettate delle attese. È, in un certo senso, una star dalla quale i suoi fan si aspettano qualcosa. – Che cosa esattamente?

Isaia scrive quest’inno mentre il popolo d’Israele si trova in esilio. Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Così viene descritto l’esilio nel Salmo 137.

Avevano perso una guerra. Gerusalemme è stata assediata per più anni dai babilonesi e quindi è caduta. Gli Israeliti sono stati deportati lontani dalla loro patria. In Babilonia vivevano come in ghetti e dovevano accettare molte disposizioni che andavano contro la loro fede. Uno degli aspetti per loro più difficile da accettare era l’impossibilità di seppellire i loro morti secondo le tradizioni ebraiche. – E se posso dirlo, anche oggi, dopo migliaia di anni, non è ancora cambiato molto. Anche oggi, nella nostra civile Europa, è difficile se si proviene da un Paese straniero che venga concesso di vivere secondo le proprie tradizioni. Pensate alla ragazza alla quale abbiamo fatto il funerale qualche settimana fa; abbiamo visto che neanche da noi è scontato, nel nostro paese cristiano, che venga dato un pezzo di terra per seppellire i propri morti. Ma di questo dovremmo forse parlare in un altro momento.

Gli Israeliti sentivano la mancanza del loro Paese, ma anche del loro cibo, dei loro amici, delle loro abitudini; ma, cosa ancora più grave, sentivano la mancanza di Dio.

Non è facile da cogliere per noi oggi. Noi pensiamo che Dio sia con noi, indipendentemente da dove siamo. Israele la vedeva diversamente. Nel loro pensiero, Dio era legato a un luogo specifico. Quel luogo era l’arca dell’alleanza nella quale si custodivano le due tavole con i dieci comandamenti. Per questo si portava quell’arca anche in guerra per assicurarsi che Dio donasse vittoria.

L’arca dell’alleanza, cioè Dio stesso, era presente per lunghi anni in una tenda, fino a quando il re Salomone costruì il primo tempio dove Dio manifestava la propria presenza nel Santissimo. Gli Israeliti andavano regolarmente a Gerusalemme per portare sacrifici, però non potevano accedere al Santissimo. Solo una volta l’anno il Sommo Sacerdote entrava in quella stanza, dove si manifestava la presenza di Dio.

Forse potete ora cogliere, perché gli Israeliti erano disperati nell’esilio. Non vedevano nessuna possibilità di mettersi in contatto con Dio. Avevano una brama grandissima di libertà, e di Dio.

E accanto a questa brama sorgeva la domanda: come è potuto accadere tutto ciò? Come è stato possibile che il tempio venisse distrutto? Dov’era Dio? Non è stato abbastanza forte? Dov’è Dio ora? Ha abbandonato il suo popolo?

Isaia risponde a queste domande con l’inno del servo di Dio. Un salvatore, una star che metterà fine a tutta questa miseria in Babilonia. Qualcuno che riporterà il popolo a Gerusalemme, qualcuno che è molto vicino a Dio, un uomo che vive in totale comunione con Dio. Qualcuno che dovrebbe superare la divisione da Dio e ricucire la lacerazione.

Chi è quel servo di Dio? – Non lo sappiamo a chi abbia pensato Isaia quando ha scritto questa poesia. Forse aveva una persona concreta davanti agli occhi, forse addirittura se stesso, forse aveva una visione divina e parla di colui che oggi identifichiamo con il servo di Dio, cioè Gesù Cristo. Gesù che ha superato in modo definitivo la separazione da Dio, tramite la sua morte in croce. Gesù non ha solo fatto dimenticare la separazione, ma è andato a fondo del problema. Ha pagato con la sua morte per liberarci dal potere del peccato e della morte. Gesù ha preso il nostro peccato su di sé.

Nel canto di Isaia viene descritto il cammino di questo servo di Dio. È un cammino di stenti e miseria. Possiamo vedere tre fasi in questa via: la prima fase descrive l’ascolto e il parlare.

Il servo di Dio è uno che ogni mattina ascolta, si “sintonizza” con Dio. Questo è un segno di ogni discepolo, non solo del servo di Dio, ma di ogni servo, di ogni discepolo. La preghiera dà alla giornata una base sulla quale può crescere quella fiducia che aiuta a superare anche i giorni meno belli.

La seconda fase della via del servo di Dio viene descritta in termini orribili: sopportare, farsi prendere a pugni e porgere l’altra guancia. Isaia racconta di oltraggi. Sul servo di Dio si sputa, gli strappano i peli della barba. È orrendo, e lui sopporta.

Per non perdere l’equilibrio voglio parlarvi direttamente anche della terza fase, nella quale ci viene descritta una forza che viene da Dio. Se cerco di tradurre questo equilibrio nella nostra vita, direi: la sofferenza nella nostra vita non la possiamo capire e neanche combattere fino in fondo. Non aiuta mettersi la maschera del vincitore, essere sempre sereni e contenti, prendere ogni difficoltà con stoicismo. Non posso sempre stare bene, non posso sempre essere forte, non posso sempre sorridere. Può essere molto liberante ammettere: sì, sono bastonato e mi sento così, e non lo devo nascondere, posso farlo vedere, posso accettare la mia condizione.

Però serve anche l’altro aspetto, altrimenti si cadrebbe nella depressione più nera. Non è giusto accontentarsi di una situazione che non va. Purtroppo è stato predicato così per lunghi anni: questa è la tua condizione, non devi né puoi cambiarla. No, per me è sbagliato pensare così.

Non devo nascondere la mia condizione, forse devo anche accettare che qualcosa non si può cambiare, però devo anche riconoscere che cresce una nuova forza in me. Posso cambiare ciò che è cambiabile e col resto so che Dio è con me. Il servo di Dio lo esprime dicendo: DIO, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Queste sono parole di uno che è sicuro di sé, non di uno che sta bene nella propria miseria. Così parla uno che vive la sua vita in maniera forte, che può combattere l’ingiustizia e cambiare ciò che si può cambiare.

E così si attraversa la sofferenza e lo stento senza frantumarsi. Autentico, forte, forse più forte di prima.

Però io non voglio darvi qui qualche idea per una buona vita. Se parliamo del servo di Dio è importante come noi vediamo Dio e come noi viviamo con Dio.

Se parliamo del «servo» di solito abbiamo associazioni più negative. Uno che deve servire, deve fare ciò che vogliono altri, uno senza una propria volontà. – Se pensiamo ai costumi dell’epoca era diverso. Un servo non stava veramente male. Un lavoratore a giornata sì, lui rimaneva estraneo, ma il servo e la serva facevano in qualche modo parte della famiglia. Se qui Isaia parla del servo di Dio ci troviamo già molto vicino a Dio, siamo già dentro alla casa di Dio. Gesù ha poi fatto un altro passo e ci ha detto: siete figlie e figli di Dio. Potete rivolgervi a Dio come padre, addirittura come Abba, cioè come babbo, un papà amato.

Provo a raccogliere ancora una volta i tanti pensieri attorno a questo testo: vediamo un popolo che cerca libertà e cerca il suo Dio. Questo popolo desidera un salvatore che lo riporti nella comunione con Dio. Questo salvatore è il servo di Dio. Uno che è in contatto strettissimo con Dio, uno che è disposto a soffrire e che è nella sua sofferenza un simbolo per tutto il popolo d’Israele.

Queste star come il servo di Dio, personaggi su cui si proiettano i propri desideri, sono sempre esistite. Forse perché sono sempre servite.

Anche Isaia ha fallito nonostante tutti i suoi sforzi. La sua missione non ha avuto successo. Dopo il ritorno dall’esilio, il popolo ha preso di nuovo le distanze da Dio e finirà poi sotto il potere dei romani.

La chiesa cristiana ha identificato Gesù come il vero servo di Dio. Quando parlava lui, Dio era presente. In tutta la sua vita mostrava la volontà di Dio. Non era una delle solite star, ma ha percorso la via della perdita e della sconfitta fino alla croce. Ha sacrificato se stesso per molti. Egli è il vero servo di Dio e con lui possiamo intraprendere insieme la via che porta dal padre.

Amen

Ulrike Jourdan

Il termine delle vergogna

Quando vi siete vergognati l’ultima volta? Intendo dire con le guance rosse, lo sguardo abbassato e con quella stranissima sensazione nello stomaco? Esistono delle persone che se vengono guardate anche una sola volta un po’ più intensamente, diventano subito rosse ma, ovviamente, questo fatto non piace loro e così diventano ancora più rosse in volto e non riescono neanche più a rispondere. Esistono, mi sembra, anche le persone che non si vergognano di niente. Quando torno la notte in macchina da Padova a Vicenza, c’è un programma in cui le persone chiamano per raccontare le proprie disavventure amorose. È incredibile che cosa raccontano pubblicamente senza vergognarsi nemmeno di dire il loro nome e la città in cui vivono. – Da una parte mi diverto ad ascoltare questi racconti frivoli, dall’altra mi vergogno io per loro.

Direi che la maggior parte di noi qui oggi, almeno ogni tanto si vergogna. Io personalmente provo facilmente vergona e sono anche una di quelle che diventano rosse, un fatto che ha sempre fatto divertire i miei amici.

Qualcuno si vergogna per la propria famiglia, altri per il lavoro che fanno o non fanno, per i soldi che hanno a disposizione, altri per il proprio fisico. Ci vergogniamo quando facciamo degli errori, quando abbiamo delle reazioni sbagliate, quando altri possono vedere i nostri punti deboli. Ci vergogniamo quando diventiamo troppo emotivi, quando perdiamo il controllo.

La vergogna ha a che fare con l’intimità – ci vergogniamo se ci ritroviamo “nudi” e ognuno può vedere ciò che vorremmo tenere nascosto. Ognuno di noi ha delle “porzioni” della propria vita che vuole tenere in ombra, ambiti che altri non devono conoscere e ai quali non devono neanche avvicinarsi.

Anche nel testo della predicazione di oggi si parla di vergogna. Leggo dalla lettera di Paolo ai Romani 1,16+17

16 Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Paolo inizia dicendo: non mi vergogno! Non dice “professo”, ma usa la forma negativa. Non mi vergogno. – Ci saranno state parecchie persone che pensavano che avrebbe avuto di che vergognarsi. Paolo avrà sentito da diverse parti battute, disprezzo, ironia. – La chiesa di Roma alla quale scrive la sua lettera era un bel misto di ebrei convertiti al cristianesimo, greci convertiti al cristianesimo e persone del posto cioè romani, anche loro convertiti cristiani. Persone provenienti da classi sociali molto diverse e con un background culturale totalmente diverso.

Oggi nella nostra chiesa – forse non qui a Padova, ma a livello nazionale sì –  siamo italiani e ghanesi, coreani, filippini, ivoriani… con qualche tedesca in mezzo, lì c’erano greci, romani ed ebrei. Alla fine i problemi sono sempre gli stessi. Gli ebrei tenevano tanto alla Torah e cercavano di vivere secondo le leggi divine, ma i pagani non entravano nella logica di queste tradizioni che per loro erano estranee; i greci poi avevano come misura personale la filosofia e la loro visione del mondo. Ve lo dico: per un pastore c’è da disperarsi con una chiesa del genere. A tutti loro Paolo dice: voi siete uguali davanti a Dio. Siete ugualmente peccatori. E Paolo dice a voce alta: Non mi vergogno!

Hanno contestato Paolo. Gli dicevano che non conosceva neanche Gesù di persona e adesso pareva che volesse predicarlo. Gli dicevano che non si atteneva alle regole giudaiche per il cibo. Gli dicevano che portava scompiglio e che viveva sulle spalle degli altri; addirittura una sua malattia, che lui descrive come una spina nella carne, era tema d’accusa. – Paolo cerca in tante delle sue lettere di giustificarsi, sembra toccato dalle accuse. Una persona meno sensibile, qualcuno che non provasse vergogna forse non avrebbe neanche cercato di giustificarsi. Posso immaginare bene che Paolo abbia sofferto per questi rimproveri, che abbia avuto delle giornate in cui voleva buttare tutto a mare o delle notti in bianco in cui si chiedeva se valeva proprio la pena continuare.

L’accusa principale con cui Paolo doveva confrontarsi non era però contro di lui e la sua persona, ma contro quella parola della croce che lui predicava. Il messaggio che lui portava era troppo ridicolo per poterlo prendere sul serio. Gli ebrei s’immaginavano il Messia come un uomo potente, volevano vedere un re non un povero predicatore ambulante. Con i greci, Paolo doveva discutere di filosofia. Avevano delle idee personali su che cosa fosse una buona vita e il pensiero che la salvezza fosse legata a Gesù Cristo il crocifisso non convinceva. E alla fine c’erano i pagani, cioè i romani, che giudicavano i loro leader sulla base delle loro vittorie militari e Gesù non brillava in questo campo. Il messaggio che Paolo portava era tutt’al più degno di vergogna, cioè ci si poteva vergognare o sentire in imbarazzo. – Anche oggi tante persone, pur reagendo con altre parole, hanno esattamente lo stesso pensiero quando sentono parlare del Cristo crocifisso, morto e risorto.

Conosco parecchie persone che non vogliono accettare che Dio si sia manifestato proprio nella persona di Gesù. Perché in lui? Perché in Israele e non in una delle metropoli del mondo? Perché 2000 anni fa e non oggi? Perché in un essere umano se possiamo vedere Dio anche nella natura? Perché serve la croce? C’è qualcosa che non va nel piano di Dio? Perché il sangue, non è poco estetico? Non si potrebbe toglierlo o almeno tacere di questi fatti disgustosi? Non sono tutti questi pensieri dei residui anticotestamentari che oggi non valgono più per noi? – Le domande sono oggi molto simili a quelle di una volta e sono sicura che anche voi vi siete già posti almeno una volta una di queste domande.

A fronte di tutte le altre concezioni di salvezza, a fronte di tutte le offerte del nostro mondo Paolo predicava e noi oggi predichiamo l’evangelo di Gesù Cristo; questo vangelo che gli uni considerano folle e scandaloso e per gli altri apre una nuova vita– perché esso è potenza di Dio. Nel testo originale sta scritto dynamis. Dinamite, materiale esplosivo è questo vangelo. Questa potenza è potenza di azione, una potenza che cambia, che crea. Dove si predica la parola di Dio succede qualcosa. Come nel momento della creazione quando Dio ha chiamato all’esistenza con una parola, così anche oggi questa parola ha il potere di cambiare l’essere di una persona. Questo potere, questa dinamite è data nelle mani di Paolo e di tutte le persone della chiesa che portano il vangelo nel mondo.

Questa buona novella ha un unico scopo che è quello di salvare chiunque crede. Per questo dev’essere predicata. Forse conoscete l’espressione di John Wesley che diceva: “Salvare anime è il mio mestiere.” – Non lo diremmo così oggi, forse non si diceva neanche così ai tempi di Wesley o di Paolo. Forse fa parte di questo vangelo, di questo messaggio esplosivo che qualcuno guarda anche stranito. Forse è necessario che qualcuno si senta offeso prima di accettare che anche a lui serve questa salvezza, una salvezza che noi non possiamo procurarci con la nostra intelligenza, con il nostro potere, con i nostri soldi e contatti. Per tutti quelli che credono in se stessi e nella potenza personale dev’essere per forza offensiva la parola della croce.

C’è salvezza per tutti quelli che credono. Non esiste una costrizione salvifica, non esiste un obbligo alla fede, non c’è lo schiacciasassi della grazia che sfracella tutto quello che trova sulla sua strada. Dio ci prende sul serio e si aspetta una risposta alla proposta che fa. Il vangelo viene predicato, la risposta – se la vogliamo dare – è credere.

Questo vangelo viene rivelato, così ci dice Paolo. Cioè non arriviamo con tutta la nostra saggezza a ciò che Dio ha da dirci. Sta scritto: poiché in esso (cioè nel vangelo) la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà. – Giustizia è la parola centrale della lettera ai romani. La giustizia di Dio della quale scrive Paolo è quella che affascinerà Lutero che dirà che alla luce di questo versetto si aprono per lui le porte del paradiso. Poteva vivere un’altra vita, senza paura, in libertà – sicuro della giustizia di Dio.

La giustizia di Dio ci dice qualcosa di Dio. Egli è il giusto. Tutta la giustizia si misura sul suo metro, e questa giustizia viene dalla fede dice Paolo. Noi non possiamo fare niente che ci renda giusti davanti a Dio. Non abbiamo in nessun modo il potere di toglierci la colpa e la vergogna, possiamo solo affidarci alla giustizia di Dio. Noi che sappiamo come uno si sente quando è pieno di vergogna, sappiamo che davanti a Dio possiamo solo stare con le mani vuote e senza la possibilità di nascondere alcuna cosa. Lui vede tutto e dovremmo vergognarci da morire davanti a lui se…

E adesso dipende se per noi è una realtà ciò che si predica ogni domenica: il vangelo, la buona novella di un Dio che ci ama. Questo ha qualcosa a che fare con noi. Questa è la buona novella per noi che dovremmo vergognarci da morire. A noi Paolo dice: non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede. Vale per noi questo vangelo che capovolge il mondo. Ciò che per il nostro mondo è così importante, i soldi, il potere, il prestigio – non valgono niente davanti a Dio. Il vangelo è il potere che ci porta via dalla vergogna. Il vangelo, l’amore di Dio, è il potere che vede ciò che non va e lo esprime, ma dice contemporaneamente: ti amo, così come sei, con tutte le tue macchie scure, ti voglio bene, non devi vergognarti.

Per Paolo è importante che questo vangelo non sia nuovo. È sostenuto dalle Sacre Scritture dall’Antico Testamento. Sta scritto. E così Paolo cita il profeta Abacuc che dice: Il giusto per fede vivrà.

Il vangelo è la base di una gioia senza vergogna. Gesù dice: Non devi vergognarti. Non puoi e non devi nascondere niente davanti a me. Alza gli occhi, ti amo.

Amen

Ulrike Jourdan

Avere fede anche nel buio della notte

Io mi sono coricato e ho dormito, poi mi sono risvegliato, perché il Signore mi sostiene

Salmo 3, 5

Pace a voi tutti che siete in Cristo
I Pietro 5, 14

Mercoledì abbiamo riflettuto sui periodi di lotta nella vita. Tempi duri, di angoscia, di notte. Tempi che lasciano delle ferite.

Il Salmo 3 che ci è proposto oggi, è stato composto da Davide quand’era costretto a fuggire davanti ad Absalom, suo figlio. Così sta scritto nel titolo del Salmo. Il re Davide viveva un periodo duro e di lotta, addirittura di scontro con il proprio figlio. E Davide si lamenta davanti a Dio di tutti i numerosi nemici che osano affermare che non ci sarebbe più salvezza per lui presso Dio.

Davide porta tutta la sua rabbia e il suo lamento davanti a Dio. Canta della sua tristezza e sconsolazione. Dà voce ai suoi sentimenti più profondi. E così facendo, prega. Comunica con Dio. Porta i suoi pensieri e i suoi limiti a quel Dio che egli riconosce come scudo.

Però poi si mette a dormire. Non combatte come Giacobbe fino al mattino, si abbandona semplicemente alla notte, al sonno, perché, pur avendo miriadi di genti contro di sé, sa che Dio è il suo scudo.

Anche questa è fede. Saper accettare la notte, nella fiducia di essere circondati da uno scudo protettivo.

Davide aveva pregato. Aveva cantato e detto tutto quello che aveva da dire. Infine accetta anche di non poter più fare niente e si fida del suo Signore che lo sostiene. Si fida a tal punto da poter dormire.

È questa la fiducia che vorrei imparare da Davide nelle notti nelle quali mi rigiro nel letto pensando di dover trovare tutte le soluzioni ai problemi di questo mondo. Davide invece dorme pieno di fiducia.

Penso che sia questa fiducia che porta alla pace che ci augura Pietro: Pace a voi tutti che siete in Cristo.

Ulrike Jourdan

Gli insegnamenti della fede

Afferra saldamente l’istruzione, non lasciarla andare; conservala, perché essa è la tua vita

Proverbi 4, 13

Lo scopo di questo incarico è l’amore che viene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera
I Timoteo 1, 5

Già lunedì abbiamo riflettuto sulla figura di Timoteo e sull’educazione alla fede. I due versetti di oggi parlano a degli adulti che devono ricordarsi della loro istruzione. Nei Proverbi è la Sapienza che parla, che ha istruito personalmente il figlio che ora deve afferrare e conservare l’insegnamento ricevuto. Mi chiedo che cosa ho imparato io da Dio che non devo dimenticare.

È, al tempo stesso, il pregio e il dramma di una buona educazione che il soggetto non si renda conto di aver ricevuto proprio quell’insegnamento. Il tema è talmente interiorizzato che non può più essere visto come qualcosa di ricevuto, ma sembra far parte dell’essere.

So quanto è diversa una vita che è basata sull’amore incondizionato da una vita che non conosce l’amore. So che posso fare delle scelte diverse conoscendo e avendo interiorizzato la libertà. So che le mie decisioni prese seguendo i comandamenti di Dio possono essere differenti e talvolta poco comprensibili per persone che non hanno come base della loro vita quest’insegnamento.

I Proverbi ci ricordano di afferrare saldamente l’istruzione della fede perché essa è la vita. Preciserei: una vita vera come Dio se la immagina.

Anche Timoteo deve ricordarsi e può fare affidamento sull’insegnamento che ha ricevuto, perché egli ha un compito da svolgere e lo scopo di questo incarico è l’amore. Solo chi ha ricevuto e sperimentato l’amore può dare amore. Chi invece ha dovuto crescere senza sentirsi amato farà per tutta la sua vita grandissima fatica ad accettare l’amore e ad amare altri. Questa non è una minaccia ma la dura e pura verità dei fatti.

Come Timoteo siamo esortati a ricordarci dei buoni insegnamenti della fede che abbiamo ricevuto e a metterli in pratica per trovare così la vita che Dio s’immagina per noi.

Ulrike Jourdan

Vegliare nella preghiera

Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!

Genesi 32, 27

Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie
Colossesi 4, 2

Mi sembra strano e quasi mi fa sorridere l’abbinamento dei due testi per oggi. Il primo versetto dell’Antico Testamento viene tradizionalmente estratto a sorte e in seguito gli viene abbinato un secondo versetto del Nuovo Testamento.

In questo caso si è scelto di abbinare il pensiero della preghiera nella quale la chiesa deve perseverare alla lotta notturna di Giacobbe al torrente Iabboc con un uomo – con Dio. È un racconto misterioso quello della battaglia che Giacobbe deve affrontare da solo nel corso della notte. Una lotta che Giacobbe vince alla fine, e riceve addirittura un nuovo nome, Israele, ma rimane ferito in questo conflitto.

Un racconto che mi ricorda le dure lotte della fede che fratelli e sorelle devono combattere da soli mentre sentono il buio intorno a loro. Non riescono a vedere nessuna luce che potrebbe essere d’aiuto. Non sanno se potranno vincere, non sanno in che misura rimarranno feriti.

Penso a certe lotte contro quelle malattie che ti assalgono senza preavviso; o le lotte per la famiglia, per il lavoro, per la dignità personale. Penso a quelle persone che vedo immerse nel buio profondo senza avere la possibilità di portare loro un po’ di luce. Penso anche a quelle persone che hanno vinto contro il buio della notte utilizzando come arma proprio la preghiera.

Vegliare nella preghiera, soprattutto durante la notte, ma anche al mattino, quando tutto appare sereno eppure in un momento l’orizzonte può oscurarsi. Questo vegliare ci è consigliato dall’inno che canta: «veglia al mattin, la sera veglia ancora, sì veglia ognora, prega e sii fedel!».

Pregare, perseverare nella preghiera contro quel buio e quell’oscurità che entrano nella propria vita senza chiedere il permesso. Pregare con rendimento di grazie a Dio. Pregare per ricevere alla fine la benedizione. Questi sono i consigli che voglio trarre da questi testi.

Ulrike Jourdan

Condividere la fede fin dall’infanzia

Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti
Salmo 112, 1

Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù
II Timoteo 3, 14-15

Dal mio punto di vista, Timoteo è un giovane fortunato, perché fin dall’infanzia è stato in contatto con la fede. Sua madre e sua nonna hanno vissuto apertamente il loro credo, l’hanno messo a parte delle Sacre Scritture e gli hanno mostrato la gioia che vi è nel vivere con i comandamenti di Dio. Questo esempio offre al giovane uomo Timoteo una sapienza che può condurre alla salvezza mediante la fede.

Oggi incontro tanti genitori titubanti quando si tratta di condividere la propria fede con i propri figli. Vorrebbero evitare di decidere per i figli nell’ambito della fede. Hanno scoperto il grande dono della libertà e vorrebbero offrire ai loro figli la massima libertà di scelta. Così decidono di non offrire niente, di lasciare il bambino da solo con i suoi pensieri e sentimenti religiosi.

Ogni bambino porta in sé delle domande fondamentali, che cercano una risposta e io tento di rispondervi con le parole della fede. Da dove vengo? Dov’è andata la nonna, dove andrò io, dove andrai tu? Perché ci sono le malattie, perché le persone devono soffrire, perché ci sono le guerre?

Penso che i nostri bambini abbiano un diritto a ricevere delle risposte da parte nostra. Non risposte ultime che non dovrebbero mai essere messe in questione ma risposte personali e autentiche. E così questi bambini possono crescere nella sapienza e trovare le loro risposte che portano forse anche a quella fede di cui Paolo afferma che conduce alla salvezza.

Ulrike Jourdan

Parole diverse, stessa fede

Ultimamente abbiamo affrontato nelle predicazioni tanti testi di Paolo. A qualcuno piace, altri hanno problemi con quell’apostolo un po’ severo. Sento dire che il suo pensiero sarebbe troppo complicato, troppo lontano da noi oggi, non più proponibile nel 21esimo secolo.

Forse vi stupisce se vi dico che già ai tempi biblici esistevano persone che la pensavano in questo modo. E la Bibbia ha la grandezza per dare spazio e voce a uno come Paolo così come ad altri che cercano di spiegare la fede in altri termini: non per togliere qualcosa al grande Paolo ma per dare alle nuove generazioni che ascoltano con una mente diversa, la possibilità di cogliere lo stesso messaggio.

Si è fatto carico di questo compito anche un allievo di Paolo che scrive sotto il nome del maestro la lettera alla chiesa di Efeso, sviluppando lo stesso pensiero di fondo. Le chiese e i singoli credenti ai tempi di Paolo avevano determinate domande e convinzioni, ma nella generazione successiva tutto era già diverso. Loro non avevano più l’apostolo che poteva venire nella loro città per risolvere delle questioni, dovevano imparare a vivere la loro fede in autonomia legandosi non all’apostolo ma solo a Gesù Cristo.

Rispetto alle lettere paoline non troviamo nella lettera agli Efesini il racconto di conflitti e neanche una parola polemica. Mentre Paolo affrontava nelle sue lettere gli avversari con l’insegnamento e anche con delle dichiarazioni personali sulla fede – la lettera agli Efesini prende un’altra strada ed esprime in un grande inno di lode il centro della fede. È un canto di speranza alla quale la comunità è chiamata. Un inno di fede che risuona in quella chiesa, in quella lettera e anche nel nostro testo di oggi. In tedesco potremmo cantare le parole che purtroppo in italiano non esistono in forma musicata. Così vi leggo dalla lettera agli Efesini capitolo 2,4-10

4 Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati,  5 anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati),  6 e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù,  7 per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù.  8 Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio.  9 Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti;  10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

Le chiese in e attorno a Efeso avevano avuto un grande inizio per quanto riguarda la fede, ma questo fa parte del loro passato. – Mi è venuto spontaneo pensare alla nostra chiesa. Quest’anno festeggeremmo i 150 anni della chiesa metodista a Padova. Abbiamo un glorioso passato, con tante diverse e grandi opere diaconali e culturali. Penso alle scuole che la nostra chiesa avevo fatto nascere o anche al circolo Diodati che si occupava dell’istruzione della cittadinanza, soprattutto degli operai. Il fondatore della nostra chiesa locale, Henry James Piggott predicava qui davanti a 250 persone. Talvolta non riesco a immaginarmelo come dev’essere stato vivere e lavorare in una chiesa del genere. Una chiesa in partenza che pensava di poter cambiare una nazione intera e di poter portare l’istruzione e una fede senza superstizioni nella nostra Italia. – Se ci guardiamo intorno sappiamo bene che le nostre aspettative oggi sono ben diverse. Noi non contiamo più di avere 250 persone al culto ma con 25 in estate siamo più che contenti. Le scuole evangeliche sono tutte chiuse, del circolo Diodati sono rimasti i libri che però nessuno legge più. Uno potrebbe dire: è tutto finito non è rimasto quasi nulla. Ma questo non è vero. È cambiato l’approccio. Abbiamo altre domande, altre speranze, altri progetti oggi. Non ha nessun’senso rimpiangere il passato perché l’Oggi ci chiede un modo diverso di agire. Se tutto va come previsto avremmo a fine settembre 14 profughi negli appartamenti sopra la nostra chiesa. Per una chiesa piccola come la nostra è un impegno grandissimo. L’impronta che diamo alla nostra società non è cambiata ma il metodo e i temi sì.

Perché vi racconto tutto questo? Perché anche quell’allievo di Paolo aveva colto che le domande della fede cambiano con ogni generazione. Non il contenuto, ma il modo di esprimere la fede sì. Mentre i padri vivevano nell’euforia della nuova fede e in quella grande liberazione, i figli facevano fatica ad esprimere gli stessi sentimenti. I padri vivevano nella convinzione che Gesù sarebbe tornato ancora durante la loro vita. I figli avevano messo quell’attesa in secondo piano (e noi oggi al terzo o quarto piano!). La risurrezione di Gesù era diventata per loro più un evento storico che non il centro della loro fede.

Ma a quel punto interviene la lettera agli Efesini e afferma: la risurrezione è un evento non storico, non del passato ma del presente. La risurrezione è un evento che coinvolge i credenti e li porta nel futuro. Chi crede in Cristo e nella sua risurrezione è già risorto con lui e siede già alla sua destra nei luoghi celesti (Efesini 1,20) Per tutti quelli che credono in Cristo il pensiero della risurrezione è ugualmente lontano o vicino. Non importa se uno vive nell’anno 30 quando si poteva ancora incontrare Gesù di persona, o nel 70 o nel 2016. La risurrezione è sempre una questione di fede. Non importa la distanza temporale. Importa solo la potenza di Dio che non si ferma davanti al tempo.

E per questo il nostro testo, che vuole portare la fede alla nuova generazione di credenti a Efeso, non inizia parlando di persone ma di Dio. Lui è il soggetto. L’agire di Dio verso i credenti fa parte del suo essere e il suo agire è pieno di misericordia, amore e grazia. Vi leggo ancora una volta quella unica lunga frase: Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù.

Dio non può essere altro se non misericordioso, amorevole e pieno di grazia verso i suoi figli. Questo vale per tutti, per i padri nella fede, per i figli e per noi oggi. Questo rimane anche quando il modo di vivere la fede cambia.

E adesso chiediamoci: che cos’è lo scopo della misericordia, dell’amore e della grazia di Dio? Paolo direbbe: lo scopo è la giustificazione. Ma la generazione dei figli aveva qualche difficoltà nel cogliere il significato profondo di quel termine. Per questo la lettera agli Efesini parla di salvezza.

Pensando ai tanti morti di cui leggiamo e sentiamo quotidianamente è forse diventata di nuovo un’immagine che ci dice qualcosa. L’amore di Dio salva. Chi crede è salvo senza dover pagare nessuno, senza avere delle competenze specifiche, senza portare dei certificati. Chi crede è salvo, solo così, per amore. Solo la fede salva. Chi crede è salvo.

Ciò che Paolo descrive ancora come speranza futura ci viene presentato nella lettera agli Efesini come realtà presente. La salvezza non è una speranza futura, ma è presente, già ora i credenti possono sentirsi salvi.

Un messaggio d’amore. Tante parole, tanti modi per esprimerlo. Vorrei incoraggiarci a trovare le nostre parole per la generazione di oggi che cerca la giustificazione, che cerca la salvezza, ma forse in altri termini.

Uno rimane: l’amore di Dio vuole raggiungere proprio loro. Amen

Ulrike Jourdan

A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto

2^ Samuele 12, 1-13

Il Signore mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse:

«C’erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l’altro povero.

Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata;

gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia.

Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell’uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l’agnellina dell’uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa».

Davide si adirò moltissimo contro quell’uomo e disse a Natan: «Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte; e pagherà quattro volte il valore dell’agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà».

Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, il Dio d’Israele: “Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell’altro.

Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l’Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon.

Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l’Ittita”.

Così dice il Signore: “Ecco, io farò venire addosso a te delle sciagure dall’interno della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che si unirà a loro alla luce di questo sole; poiché tu lo hai fatto in segreto; ma io farò questo davanti a tutto Israele e in faccia al sole”».

Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore ».

Natan rispose a Davide: «Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai.

Luca 17, 3-4

Gesù disse (……):State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: “Mi pento”, perdonalo.

 

I due passi della meditazione odierna possono non apparire immediatamente correlati, tuttavia vedremo come, sia nel libro di Samuele come nell’evangelo di Luca, troviamo un messaggio forte per la nostra vita di credenti.

Analizzeremo la figura di re Davide, la figura del profeta Natan e l’incitamento di Gesù in Luca.

DAVIDE

Grande figura nella Bibbia, credente fin da giovane, umile personaggio diventato re per richiesta del popolo e volere di Dio.

Grande re, eroico re, ma anche ….. grandissimo peccatore, macchiatosi di un terribile delitto!

Durante la guerra delle sue truppe contro gli Ammoniti, Davide rimane nel suo palazzo in Gerusalemme, da dove un giorno, passeggiando sulla terrazza, vede Betsabea che fa il bagno.

Rimane incantato dalla sua bellezza ed è preso dal desiderio di lei, nonostante sappia che ella è la moglie di Uria, uno dei suoi più valorosi comandanti.

Davide la manda a prendere e fa l’amore con lei.

Davide è totalmente invaghito di Betsabea, la vuole per sé, così trama una serie di azioni che porteranno all’assassinio di Uria.

Peccato terribile agli occhi di Dio, che manda Natan da Davide per fargli capire l’errore.

Natan, figura coraggiosa per svolgere un simile incarico (accusare il re!), va da Davide e gli racconta la parabola che abbiamo letto.

Davide lo ascolta, si adira per il comportamento di quell’ipotetico uomo ricco che, pur avendo molto bestiame proprio, per far onore a un suo ospite, uccide l’unica, amata agnellina dell’uomo povero.

Vuol sapere chi sia questo essere ignobile, così da poterlo punire.

Non ha ancora capito. Non ha compreso che quel perverso peccatore è proprio lui.

Non lo capisce fino a quando Natan non glielo urla in faccia.

Lui, benedetto dal Signore con ogni benedizione, per il proprio tornaconto ha abusato del suo potere, fino a diventare il mandante dell’omicidio del marito di Betsabea, preso dalla passione per costei.

Davide viene violentemente messo davanti alla propria colpa, comprende e chiede perdono al Signore e …. lo ottiene!

Solo per nota: il salmo 51 che abbiamo letto prima, è relazionato a questo episodio.

 

NATAN

Su di lui possiamo dire che, nonostante conosca il rischio della sua missione, ha il coraggio di elevare la sua voce contro il re.

La colpa di Davide è gravissima, ma vediamo che Natan non lo aggredisce buttandogli in faccia il peccato, ma lo conduce nella riflessione affinché Davide stesso faccia ammenda per la propria trasgressione.

In psicologia diremmo che Natan vuole che Davide interiorizzi la propria colpa e trovi in se stesso la motivazione per chiedere perdono all’Eterno.

Già in questo vediamo che l’approccio di Natan, pur fermo nella condanna del comportamento del re, è finalizzato al fatto che Davide prenda coscienza del proprio peccato.

Potremmo dire in termini moderni che, visto che Davide, personalmente coinvolto dalla propria passione, non si è ancora reso conto della gravità del proprio operato, gli serve qualcuno che glielo faccia comprendere, che lo aiuti ad analizzare le proprie azioni.

Per inciso, badiamo bene che (con buona pace dei moralisti) il peccato attribuito a Davide non è quello sessuale, non certo quello di essersi appassionato, bensì l’omicidio perpetrato per il proprio interesse personale.

Natan è assai severo nell’approccio con Davide, tuttavia dobbiamo notare che è anche colui che, visto il reale pentimento, assicura Davide del perdono del Signore.

Cosa ci insegnano queste due figure?

Beh, ciascuno di noi è certamente Davide. Magari senza arrivare all’omicidio, però chiediamoci: quante volte per il nostro tornaconto, per le nostre idee, passiamo disinvoltamente sopra la testa degli altri, offendendoli, umiliandoli, sottovalutandoli, recando loro dolore, giudicandoli, ignorando le loro ambasce, ritenendoci a loro superiori in dignità?

Quante volte ci soffermiamo a valutare il nostro operato nei confronti del prossimo, non limitandoci all’autogiustificazione?

Però dobbiamo anche chiederci: noi, di fronte a un fratello che pecca, che magari pecca proprio contro di noi, riusciamo a svolgere il ruolo di Natan, cercando un modo di comunicare che metta l’altro nella circostanza di comprendere il proprio errore e di ravvedersene?

Oppure preferiamo ignorare il suo comportamento, o magari preferiamo aggredirlo se gli offesi siamo stati noi?

Riflettiamo, fratelli: l’ira, anche se a volte appare giustificata, non produce frutti, ma porta solo a fratture di rapporti e lacerazioni interiori, talvolta difficilmente ricucibili.

Natan fa da “specchio” a Davide, affinché lui si guardi e comprenda.

Vedete, uno dei fondamenti della psicoterapia, sul quale il mio vecchio e amato maestro continuamente batteva, è che il cambiamento reale può avvenire solo all’interno dell’individuo, passando attraverso situazioni di grande conflitto interiore, di ricerca nel proprio intimo fino magari ad arrivare a quello che io definisco “cuore spellato”.

Ora è provato che l’aggressione dall’esterno, la percezione di non venire accettati per quel che si è, porta la persona ad irrigidirsi e a cercare ogni motivo per non cambiare, mentre la sensazione di essere accettati, anche con scelte non condivise, può far sorgere nell’individuo qualche autocritica.

Pensiamoci, nelle nostre relazioni con gli altri!

Pensiamo a quante volte avremmo potuto essere Natan e non l’abbiamo fatto, delegando ad altri questo compito, lavandocene le mani per ignavia, comodità, pigrizia, scarsa disponibilità, o altro.

Pensiamo che Natan è stato l’occasione affinché Davide comprenda e chieda perdono per il proprio peccato e pensiamo soprattutto che, anche a fronte di un gravissimo peccato,  tornando a Dio sotto il peso della colpa, IL PERDONO È ASSICURATO.

E veniamo al passo di Luca.

E proprio di PERDONO si parla qui. Badate bene che non si parla di perdonare genericamente, di far pace, bensì di dare credito al pentimento dell’altro e perdonarlo, non una ma sette volte! Sette volte in un giorno!

Ovviamente abbiamo abbastanza considerazione per la Scrittura per non intendere che il reiterato pentimento è una banalizzazione di scuse vuote.

Come si concilia l’atteggiamento suggerito da Gesù con una frase che sentiamo spesso (magari riferita a rapporti conflittuali in famiglia, nella nostra cerchia di amicizie, oppure nelle comunità) “Io perdono, ma non dimentico!”.  Non nasconde forse questa frase un falso perdono, frutto di perbenismo religioso?

Ora, considerando che noi siamo certamente, in situazioni diverse, coloro che offendono, ma anche coloro che sono offesi, cioè coloro che devono pentirsi, ma anche coloro che hanno bisogno di essere perdonati, teniamo ben conto di quanto dice Gesù: “State attenti a voi stessi!”.

Traduzione: fate attenzione e valutate qual è veramente la vostra propensione a guardarvi dentro per riconoscere il vostro peccato e quale sia in realtà la vostra disponibilità al perdono.

E non facciamoci tentare dal dire che non abbiamo i mezzi intellettuali per condurre queste riflessioni, perché, come recita il versetto di questa settimana preso dal cap. 12 dell’evangelo di Luca:

“A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà”.

Quindi, fratelli e sorelle, con molta umiltà, ma senza alcuna modestia, guardiamoci dentro, analizziamo i nostri comportamenti, proviamo a riconoscere il nostro peccato, senza sensi di colpa, ma con la chiarezza del pensiero di fede che possiamo solo chiedere a Dio che ci illumini e ci perdoni, consentendoci di comprendere e di ravvederci.

AMEN

Liviana Maggiore