Domenica della Trinità

La grazia del Signore Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. (2 lettera ai Corinzi 13,13)

Gesù Cristo: grazia                    Dio: amore                    Spirito Santo: comunione                   … e noi

L’apostolo Paolo conclude la lettera alla comunità di Corinto ricordando la relazione tra Dio e la chiesa, tra Dio e ognuno di noi.
Un rapporto a due: ci piace come protestanti ricordare che Dio si rivolge ad ognuno di noi personalmente e ad ognuno di noi chiede responsabilmente di rispondere alla sua voce. Ma è anche un rapporto multiplo: il Dio trino entra in relazione con una comunità di credenti.

Dire che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo significa che Dio si manifesta e si fa conoscere nella relazione. Noi siamo singoli ma, nel momento stesso in cui incontriamo Dio, scopriamo di essere sì singoli, ma in relazione tra di noi e con Dio.

Il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo non è un Dio isolato e solitario, ma un Dio che si confronta, che si mette in gioco e agisce in prima persona.
È il Dio che per essere se stesso ha bisogno di un “altro”. È il Dio che crea per poter amare le sue creature; che limita se stesso diventando umano per raggiungerle; che offre la sua proposta di vita condividendola con tutti e tutte.
Ognuno e ognuna di noi ha una propria identità fatta di esperienze, capacità, competenze, sensibilità di-verse; ma ognuno e ognuna di noi è parte dell’unica umanità creata da Dio. È in questa umanità che nel confronto (non sempre facile) con gli altri e le altre conosciamo noi stessi, operiamo delle scelte, elaboriamo progetti… Ed è sempre come singoli che fanno parte dell’umanità creata che entriamo in contatto con Dio: Dio ci viene testimoniato, ci viene raccontato, impariamo a conoscerlo e a dialogare, discutere, camminare con lui, come singoli e come comunità di credenti.
Dio è relazione e noi, come sue creature, siamo esseri in relazione.

La domenica della Trinità ricordiamo proprio la volontà di relazione di Dio e il versetto scelto per questo giorno la esprime bene.
L’apostolo Paolo benedice i suoi lettori: “la grazia di Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito siano con tutti voi”.
E in effetti è una benedizione riuscire a sentire la presenza di Dio nelle nostre giornate.
Spesso l’immagine di Dio che ci viene in mente è quella di un anziano signore burbero seduto tra le nuvole che accigliato guarda cosa accade sulla terra… e a volte ci sembra di sentire tutta la pesantezza di questo sguardo indagatore;
a volte abbiamo la sensazione di essere stati abbandonati, soprattutto nei momenti di difficoltà, quando avremmo più bisogno di sostegno;
altre volte ci chiediamo che ruolo abbia Dio nella vita non solo nostra, ma del mondo intero, perché ci sembra veramente che sia lassù, lontano.

L’apostolo in poche parole ci ricorda il fondamento della nostra fede e intercede affinché la benedizione di Dio rimanga con noi, affinché ogni giorno, in ogni situazione, possiamo essere in relazione con lui:
con Dio il Padre, che dona la vita;
con Gesù il Figlio, che condivide la vita che ci è stata donata e la redime senza chiedere niente in cambio, per sola grazia;
con lo Spirito che a Pentecoste afferma di voler restare in comunione con ognuno e ognuna di noi, con l’umanità intera, affinché viviamo insieme la vita che Dio vuole condividere con noi.

È questa la benedizione di cui abbiamo bisogno e che ci viene concessa: il progetto di Dio per noi è una proposta di vita, non solo una teoria, non solo una possibilità, ma una realtà di amore, di condivisione, di speranza; una presenza amorevole e operante, che rende possibile la speranza.

Che la grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano tutti noi.
Amen.

(Past. Daniela Santoro)

Abbiamo un disperato bisogno di te, Dio (J. Laar)
Quando più poteri lottano per il dominio,
e guerra, oppressione e abusi sono il risultato;
quando gruppi di persone si oppongono gli uni agli altri
a causa di ideologia, religione o cultura diverse;
noi abbiamo bisogno di un Dio che sia più grande di noi
e dei nostri interessi personali.

Quando le persone vengono ignorate e svalutate
a causa della situazione economica, della provenienza geografica
o dello stato di salute;
quando compassione e giustizia sono negate ad alcuni e alcune
a causa del genere, dell’orientamento sessuale, di pregiudizi infondati;
abbiamo bisogno di un Salvatore che sia più compassionevole di noi
e che raggiunga e inviti tutti e tutte,
anche le persone che noi escluderemmo.

Quando le risorse sono mal gestite e abusate;
quando la terra e le sue creature vengono distrutti;
quando non riusciamo ad affrontare le sfide che ci si pongono davanti
perché non siamo motivati e manchiamo di creatività;
abbiamo bisogno di uno Spirito più potente e più creativo
di quanto potremo mai essere noi.

Dio,
Padre e Signore della nostra vita e del nostro mondo,
Gesù Cristo, Salvatore compassionevole,
Spirito Santo, che doni forza e coraggio,
abbiamo disperatamente bisogno di te.
Chiamaci, avvicinaci e rimani con noi,
affinché possiamo essere testimoni della vita che offri all’intera umanità,
affinché sappiamo agire con speranza nel mondo che ami così tanto.
Amen.

Ascensione

Non vi lascerò orfani

Nel mio primo libro, o Teofilo, ho parlato di tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare, fino al giorno che fu elevato in cielo, dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti. Ai quali anche, dopo che ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio. Trovandosi con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre, «la quale», egli disse, «avete udita da me. Perché Giovanni battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni». Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» Egli rispose loro: «Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra».
Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo».
(Atti 1,1-11)

«Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi. Non vi lascerò orfani; tornerò da voi. Ancora un po’, e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi. Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui».    (Vangelo di Giovanni 14,15-21)

Non vi lascerò orfani.

Potrebbe suonare falsa questa promessa: poco dopo Gesù sarà arrestato e i discepoli si sentiranno orfani, abbandonati, privati della presenza e della guida del Maestro. È vero che dopo solo tre giorni scopriranno con gioia e stupore che Gesù non li ha lasciati, che la morte non è riuscita a fermarlo, e saranno di nuovo insieme… ma anche questo periodo è destinato a finire presto. Dopo 40 giorni Gesù, il Risorto, ascende al cielo: non è più presente accanto all’umanità, non è più con noi come uno di noi, come uno che vive la nostra stessa vita e prova le nostre stesse emozioni per testimoniarci la realtà della speranza.
Non c’è contraddizione tra il non vi lascerò orfani e l’ascensione?
Sì, se consideriamo l’ascensione come una fuga di Gesù dal nostro mondo, un lasciarci qui per raggiungere un mondo migliore, il Suo mondo, il Cielo.
Tante persone credono, infatti, che il mondo in cui viviamo, con la sua materialità, i suoi problemi, la sua imperfezione, non sia quello che Dio ha creato per noi: il Suo mondo sarebbe un altro, un regno spirituale che non ha niente a che fare con la corporeità e con i limiti dell’essere umani.
Per questo capita che siamo invitati a elevarci dalla nostra condizione umana, a non lasciarci condizionare dal nostro corpo e dai nostri limiti, a rifugiarci in una dimensione spirituale in cui essere più vicini a Lui; a volte siamo invitati a riconoscere e coltivare la scintilla divina che avremmo dentro di noi per ricongiungerci più facilmente a Dio alla fine del nostro periodo terreno, quando ci libereremo del fardello del nostro corpo…
Per alcuni l’ascensione è solo un passaggio di stato: Gesù prima era carne, poi diventa puro spirito e raggiunge la gloria divina come pura essenza.
Eppure non c’è niente di tutto questo nelle parole di Gesù o nel racconto dell’ascensione. Anzi, quanto ci viene detto, ci porta proprio nella direzione contraria: se noi già pensiamo di poter spiccare il volo, se fissiamo il nostro sguardo verso il cielo, ecco che Dio ci riporta con i piedi per terra.
Noi come i discepoli, non siamo chiamati a cercare un altro mondo, diverso da quello che conosciamo, sul quale Dio sia signore; siamo invece chiamati a riconoscere la sua presenza e la sua signoria in questo mondo.
La sfida dell’ascensione è proprio quella di non vederla come un abbandono da parte di Gesù, ma come una conferma della sua signoria sulla nostra vita qui, su questa terra.
Gesù sale al cielo e fisicamente non è più con i suoi discepoli, con noi, ma non ci lascia orfani: continua ad essere presente nella nostra vita, continua a determinare e custodire la storia e il creato, una storia e un’umanità assolutamente concrete, legate a questo mondo imperfetto, parziale, sofferente, limitato. Un mondo che solo apparentemente resta così com’è, perché prima di andare via, Gesù fa tutto ciò che è necessario per riscattarlo e riconciliarlo con Dio. Con la croce e poi con il sepolcro vuoto, Gesù ci libera dai limiti della condizione umana vincendo ciò che più temiamo e segna la nostra vita.
Allontanandosi e confermando contemporaneamente la sua presenza, Gesù ci dimostra che non esiste una terra imperfetta, rifiutata da Dio, e un cielo perfetto, regno incontrastato in cui si sperimenta il suo potere. Gesù mostra che qui è il regno di Dio, qui lo conosciamo e qui sperimentiamo il suo amore, qui siamo chiamati a testimoniare la sua volontà, qui siamo già salvi.
Allora Gesù il giorno dell’ascensione non fa altro che tornare al Padre dopo averci mostrato l’amore del Padre: i testimoni parlano non di uno spirito etereo e svolazzante, ma di un corpo, in carne e ossa, un corpo materiale, quello del Risorto, che si innalza verso Dio.
L’ascensione non è la vittoria dello spirituale sul materiale; dello spirito sulla carne, del divino sull’umano, perché se così fosse, noi saremmo esclusi da questa vittoria, da questa promessa che ci coinvolge nella fede in Cristo.
L’ascensione è la dimostrazione che la nostra vita, la vita di adesso, riconciliata da Cristo con Dio, è aperta già ora a nuovi orizzonti, che superano i nostri confini e che addirittura ci portano fino al cielo.
Come Dio si è avvicinato a noi nell’uomo Gesù, così noi, in Gesù, possiamo avvicinarci a Dio, perché lui ci ha riconciliati e rinnovati.
L’ascensione non è allora il momento della tristezza per l’abbandono del maestro, ma la possibilità di essere vicini a Dio oltre i confini spaziali e temporali che sembrano limitare i nostri rapporti con lui.
Per questo alla fine del testo di Giovanni che abbiamo letto, Gesù insiste nel ricordare che è importante vivere nel mondo amando come lui ha amato, come Dio ci ama.
È nell’amore che Gesù manifesterà ancora a noi la sua presenza, e il dono dello Spirito realizzerà questa promessa: aiuterà i discepoli, e noi ancora oggi, a ricordare, vivere e testimoniare il grande amore di Dio per noi. Amen.

(Past. Daniela Santoro)

Venite a fare colazione

Inizio questo giorno con gioia 
certo che sei con me in ogni passo del cammino,
certo che c’è uno scopo per ogni mio respiro,
certo che c’è una speranza, verso cui cammino.

Inizio questo giorno con fede:
Tu sei la forza da cui dipendo,
Tu sei l’amore che mi abbraccia e custodisce,
è la tua pace che calma la mia anima.

Inizio questo giorno lodando:
sono certo che il tuo Spirito
illumina il mio pensiero, ispira le mie parole, guida le mie azioni.
Spero che il mio pensiero, le mie parole e le mie azioni
possano essere testimonianza del tuo amore per l’umanità;
spero che la tua grazia, attraverso la mia testimonianza,
possa raggiungere altri cuori.
(J. Birch)

Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli era-no insieme. Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla. Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che era Gesù. Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No». Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci. Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare. Ma gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano molto distanti da terra (circa duecento cubiti), trascinando la rete con i pesci.
Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane. Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora». Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. Gesù disse loro: «Venite a fare colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore. Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce. Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti.
(Giovanni 21,2-14)

Vado a pescare… Veniamo anche noi con te.
Questa volta i discepoli sono tutti concordi: torniamo a lavorare.
E perché no? I discepoli devono lavorare, provvedere al loro mantenimento; non possono continuare a girovagare in attesa che qualcuno si occupi di loro: devono darsi da fare. Gesù è morto e risorto, ma non è con loro, non è più come prima, la loro vita deve continuare.
Lo capiamo bene noi che dopo due mesi cerchiamo di ritrovare quelle occupazioni, quei gesti, quella routine che bruscamente ci è stata tolta. È un modo per scacciare la paura, per incoraggiarsi e guardare al futuro con ottimismo; è un modo per mettere nella scatola dei brutti ricordi un periodo difficile, in cui ci siamo inaspettatamente sentiti impotenti, deboli, vittime. E quindi, sì, perché no? Torniamo a lavorare e riprendiamoci la nostra vita.
Eppure questa loro decisione ci mette a disagio. Mentre Pietro parla, sentiamo chiaramente in sottofondo il rammarico, la rassegnazione, la tristezza; e nelle parole dei suoi compagni traspaiono la stanchezza e lo smarrimento, il bisogno di recuperare un punto di riferimento, qualcuno che proponga e diriga il lavoro.
… e questo non lo capiamo! Com’è possibile che dopo gli eventi degli ultimi giorni, dopo aver vissuto l’emozione della Pasqua e aver visto il Cristo risorto, i discepoli tornino, come se niente fosse accaduto, alla loro vita di prima? Come possono farlo?
Forse come facciamo anche noi, anno dopo anno, ogni volta in cui, dopo aver ricordato la Pasqua, lasciamo che la nostra vita proceda nel solito modo; quando nonostante tutte le nostre riflessioni e convinzioni, lasciamo che la Parola di Dio resti solo parola e non le permettiamo di agire, non ci lasciamo coinvolgere e guidare dalla sua forza.
Dopo aver ricordato le tappe più importanti della salvezza operata da Dio per il suo popolo, vorremmo fare qualcosa in più provando a condividere con gli altri e le altre la gioia, la fiducia, la serenità che riceviamo dall’Evangelo… ma è difficile, non ci riusciamo, e allora come Pietro, ci accontentiamo del prima. Gesù è nato, ha condiviso la nostra esistenza, ci ha testimoniato l’amore di Dio morendo e risuscitando, possiamo sentire la sua presenza … ma tutto questo spesso rimane un’emozione, una disposizione spirituale, una consolazione interiore che non ha sbocco nella quotidianità. Nulla cambia.
Anzi, tutto sembra tornare indietro, al tempo in cui i discepoli erano semplici pescatori di pesci.
Li possiamo vedere mentre preparano la barca, la mettono in acqua e vi salgono cercando di recuperare quei gesti conosciuti, quei pensieri familiari, quelle attenzioni che da tempo avevano messo da parte.
Ma proprio nella ricerca del conosciuto, si accorgono che c’è qualcosa di diverso.
In loro? Nel mare? Nella barca? Forse non lo sanno neanche loro! Eppure quello che sapevano fare meglio, ciò a cui si erano dedicati per tutta la vita, quello in cui si rifugiano quando sono disorientati e bisognosi di sicurezza, proprio quello non funziona. Provano a pescare tutta la notte, ma non ne ricavano niente. La soddisfazione che si aspettavano di ricevere non arriva e con la delusione, lo sappiamo per esperienza, arrivano invece la rabbia e la tristezza.
Figlioli, avete del pesce?        Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete.
Quanto può essere fastidioso che gli altri si accorgano di ciò che non riusciamo a fare… e lo è ancora di più se pretendono di correggerci, di insegnarci come farlo!
La frase di Gesù sembra quasi una presa in giro: destra o sinistra, cosa vuoi che cambi? Pesce non ce n’è!
Eppure le reti vengono buttate, forse più per sfida che per convinzione. E quando si riempiono di pesce, allora i discepoli riconoscono Gesù.
Non lo riconoscono dall’aspetto, nonostante fosse la terza volta che Gesù si presentava loro; non lo riconoscono dalla parola, una parola che voleva essere d’aiuto e invece viene compresa come una messa in discussione della loro competenza; non lo riconoscono dall’intenzione, dal voler condividere con loro un’esperienza negativa per redimerla… i discepoli lo riconoscono dal miracolo. Forse sono così chiusi nella delusione, nella frustrazione, nella poca fiducia nel futuro che li aspetta, che non riescono a vedere Dio se non in ciò che è fuori dalla loro esperienza, fuori da ciò che riguarda il loro mondo.
Venite a fare colazione.
Il Signore risorto non solo entra di nuovo e in modo deciso nella loro vita, ma li invita a condividerla nelle azioni più banali della quotidianità: prima pescare, ora fare colazione.
I discepoli non sono soli nel lavoro, non sono soli nel mangiare… non devono lavorare da soli e non devono neanche preparare loro la colazione.
Il Dio della creazione, dell’incarnazione, della resurrezione è anche il Dio della quotidianità. Quel mattino, quando i discepoli scendono dalla barca, si accorgono che Gesù ha già preparato la brace, il pesce sta cuocendo e il pane è già pronto.
Eppure Gesù chiede ai discepoli di portare un po’ del pesce che hanno pescato.
Dio potrebbe offrire tutta la colazione, ma preferisce condividere. Nel rapporto con Dio non esiste il mio e il tuo, ma il nostro: lui condivide ciò che possiede con noi, ma anche ci chiede di mettere a disposizione sua e degli altri ciò che noi possediamo, perché ogni cosa ci è donata da lui, dal suo amore… i discepoli hanno il pesce solo grazie all’intervento di Gesù.
La Pasqua è passata. Le nostre solite attività a poco a poco ricominceranno e anche noi cercheremo di ritrovare la nostra vita di prima. Ma oggi ci viene ricordato che Gesù ci si avvicina per condividere la nostra vita in ogni situazione, nell’emergenza come nella routine della quotidianità che tanto ci manca. Ci avvicina non per metterci in difficoltà, ma per accompagnarci nei successi, come nelle delusioni; ci indica i segni della sua presenza e del suo amore. E alla fine, per ognuno di noi, c’è l’invito: Venite a fare colazione: il pesce è sulla brace, il pane è pronto… mancate solo voi.
Avviciniamoci a Dio e gli uni e le une agli altri e alle altre, così come siamo, pronti a condividere ciò che abbiamo e ad accogliere ciò che ci viene offerto, per vivere insieme, con lui, la nostra vita. Amen.
(Past. Daniela Santoro)

Signore, salvaci da noi stessi.
Continuiamo a fare sempre le stesse cose,
aspettandoci risultati diversi:
abbiamo paura del nuovo e ci rifugiamo nel passato.
Signore, salvaci dal fare troppo.
Andiamo a pescare ogni giorno
e non ci accorgiamo che tu ci aspetti sulla spiaggia
e hai già preparato la colazione per noi.

Signore, salvaci dal fare troppo poco.
Ti diciamo che ti amiamo,
eppure spesso trascuriamo le tue pecore.
Signore, salvaci da noi stessi.
Aiutaci ad ascoltarti e a risponderti con gioia
quando ci dici: “Vieni e seguimi”.

(N. Decker, Preghiera sul cap.21 di Giovanni)

Tommaso

“Se non vedo e non tocco, non credo”

Per me è stato diverso, forse doveva esserlo.
Tutta la mia vita è stata la stessa,
la stessa di mio fratello gemello:
gli stessi vestiti, lo stesso primo giorno di scuola – in sinagoga,
lo stesso compleanno – spesso gli stessi regali…
anche lo stesso nome, se la gente ci confondeva.
Gesù è stata la prima persona che mi ha veramente trattato come un individuo.
Sapeva che cosa fosse importante per me. Sapeva che cosa mi rendeva me stesso.
Così forse, riflettendoci,
Gesù aveva le sue ragioni per incontrare gli altri discepoli quando io non c’ero.
Fu una settimana strana per me:
tutti parlavano di angeli e fantasmi, di corpi rubati, di viaggi e di pane spezzato…
non sapevo a cosa credere.
Avevo bisogno di vedere Gesù con i miei occhi e una settimana dopo lo feci.
Lui stava davanti a me e si rivolgeva proprio a me, a Tommaso,
invitandomi a toccarlo per assicurarmi che fosse in carne e ossa.
Per me è stato diverso, ma forse è diverso per tutti.
Gesù chiama ognuno di noi in modo diverso e ci invita nella sua vita risorta.
(R. Burgess)

Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» (Giovanni 20,24-28)

Se non vedo e non tocco, non credo”… e così Tommaso è diventato il diffidente per antonomasia, il credente imperfetto. Eppure, che cosa ha fatto Tommaso di diverso rispetto agli altri discepoli?
Alla notizia che il corpo di Gesù era sparito, Pietro e un altro discepolo corrono al sepolcro per verificare le parole di Maria: cercavano una prova!
Quando Gesù si mostra agli altri discepoli, non solo parla, ma fa vedere loro le mani e il costato: dà loro una prova!
Perché Tommaso dovrebbe credere senza condizioni ad un annuncio irrazionale, incredibile, solo per la parola di presunti testimoni? Perché noi dovremmo credere all’annuncio che da migliaia di anni ci raggiunge invitandoci a riporre la nostra fiducia nel Risorto?
Noi come Tommaso sperimentiamo tutta la difficoltà di comprendere e di vivere l’annuncio che ci è rivolto, quella Parola che non vuole solo essere presa in considerazione e ritenuta vera, ma pretende di rivoluzionare il nostro modo di pensare, di scegliere, di agire; una Parola che ci vuole cambiare mentre la ascoltiamo, che vuole formare la nostra identità ed esserne parte. Per questo non basta solo ascoltarla, abbiamo bisogno di incontrarla, di sperimentarla nel nostro mondo personale… ed è questo, in fondo, che chiede Tommaso.
Credere nella resurrezione di Gesù, significa dover reinterpretare tutta la sua esperienza con il Maestro, significa dover rivedere le sue convinzioni, rielaborare i suoi progetti…
“Se non vedo e se non tocco”… e quando Gesù si presenta di nuovo a tutti i discepoli riuniti, ci aspetteremmo, come si vede spesso nelle opere d’arte ispirate a questo racconto, che Tommaso metta il ditino nelle ferite. Ma questo non accade.
Tommaso vede e ascolta il Risorto, esattamente come hanno fatto gli altri discepoli una settimana prima, e dopo… si, c’è un dopo, Tommaso fa qualcosa che gli altri discepoli non hanno fatto, Tommaso adesso confessa la sua fede: “Signor mio e Dio mio!”. E con questo ha compiuto il suo personale cammino di fede. Il Risorto non è solo il maestro Gesù risuscitato, non è un Signore e un Dio qualsiasi; non è il Signore e il Dio delle persone che glielo hanno fatto conoscere. Il Risorto è il Signore e il Dio della sua vita, il Dio che lo ha raggiunto nel momento del dubbio, dell’incredulità, dell’inquietudine, donandogli la risposta di cui aveva bisogno; il Risorto è il Signore e il Dio di Tommaso.
Una sorella nella fede con cui pochi giorni fa ho scambiato alcune mail proprio su Tommaso (questo scritto nasce da questo dialogo), mi ha fatto riflettere sul nome di questo discepolo: Tommaso in aramaico, Didimo in greco, Gemello in italiano. Lei scrive: “anch’io sono gemella e per esperienza so che si ha a che fare con la ricerca continua della propria identità, con la ricerca dei particolari che ai più sfuggono, con tutto ciò che questa situazione comporta”.
Più che dubitare, Tommaso è in ricerca: l’aver conosciuto Gesù ha messo in questione la sua vita, le sue scelte, e sente che sta cambiando. Tommaso è pronto a seguire Gesù fino alla morte (Gv 11,16), ma ammette anche di non sapere dove Gesù vada e quale sia la via da seguire (Gv 14,5); sa che Gesù è risuscitato, ma che conseguenza ha questa informazione sulla sua vita, in che direzione lo porta?
Gesù sembra ascoltarlo, lo conosce e sa di che cosa lui abbia bisogno: eccolo lì, davanti a lui. E le sue parole, in questo contesto, non sono un rimprovero, sembrano più un incoraggiamento: Non essere incredulo, ma credente.
Come Filippo, quando proviamo a vivere la nuova realtà della fede nella concretezza della quotidianità, ci scopriamo sì credenti, ma anche in ricerca, con tutte le nostre domande, i nostri vorrei, potrei, non so, mi piacerebbe… perché la fede non è solo una bella e confortante frase da ricordare all’occorrenza, ma un invito a vivere in modo rinnovato la propria esistenza, ad essere persone nuove, che trovano nell’incontro con Dio la loro vera e profonda identità.
Per questo l’incredulità di Tommaso è una richiesta: poter incontrare anche lui il Risorto. In fondo, anche quando noi parliamo agli altri e alle altre del conforto, della consolazione, dell’accompagnamento, del perdono, dell’amore che riceviamo da Dio, lo diciamo sperando che la nostra esperienza possa diventare concretamente l’esperienza di chi ci ascolta, e quando questo accade, significa che Dio si è reso visibile e si è fatto incontrare, ha risposto personalmente… proprio come ha fatto con Tommaso.

(Past. Daniela Santoro)

Dio, ci troviamo in uno spazio liminale,
il caos e il disordine hanno confuso le nostre vite,
i nostri tempi, i nostri pensieri, le nostre abitudini.
Ma in questo spazio ci offri ancora un tempo
per incontrarti e ricevere la tua pace.
Ci sediamo con i discepoli sul divano, attorno al tavolo,
con le porte chiuse a chiave e aspettiamo,
intimoriti, sperduti.
Ma quando ti rendi presente,
il tuo spirito di pace riempie i nostri spazi angusti.
Raggiungici e incontraci oggi,
donaci la stessa parola di speranza che hai dato ai discepoli spaventati
quella sera di Pasqua di tanti anni fa,
rasserenaci e rallegraci.
Te lo chiediamo nel nome di tuo Figlio,
il nostro Salvatore risorto, Gesù Cristo. Amen.

(L. Grammer)

Maria!

Giovanni 20,1.11-18

Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo»…
Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.

Maria!
In quanti modi possiamo pronunciare un nome? Provateci: possiamo chiamare Maria per sapere se è in casa, per rimproverarla o perché abbiamo bisogno di aiuto e la invitiamo a precipitarsi da noi, o al contrario le intimiamo di fermarsi e fare attenzione, possiamo pronunciare il nome in modo canzonatorio, per giocare, spaventati o contenti nel vederla…

Rabbunì!
Come avrà pronunciato Maria questa parola? Con stupore, paura, incredulità, gioia…
Sicuramente questa donna non pensava che la sua giornata comprendesse l’incontro con un morto… con il Risorto.
Al mattino presto, nella penombra che precede l’alba, Maria si reca da sola al sepolcro.
Quante volte anche noi non riusciamo a dormire: pensieri, preoccupazioni, ansia, dolore… arrivati ad un certo punto, meglio alzarsi e fare qualcosa piuttosto che continuare a girarsi e rigirarsi nel letto. E spesso ci decidiamo anche noi ad “andare al sepolcro” ad affrontare quello che non ci fa dormire.
Maria ha molto a cui pensare: venerdì ha assistito alla crocifissione di Gesù e una volta morto, ha visto Giuseppe e Nicodemo occuparsi del suo cadavere, avvolgerlo nelle bende con aloe e mirra e poi deporlo nel sepolcro del giardino lì vicino. Probabilmente non era così che voleva separarsi da Gesù: troppa gente, troppi curiosi, troppo dolore… ma adesso può avvicinarsi al sepolcro nella calma della notte, nel silenzio che accompagna il risveglio. Ha bisogno di vedere la pietra che chiude il sepolcro e che separa definitivamente Gesù dalla vita; ha bisogno di “mettere una pietra sopra”, seppellire anche lei un’esperienza, un’amicizia, un capitolo della sua vita, in un misto di ricordi, sensazioni, emozioni, parole e gesti. Vuole chiudere definitivamente la notte per poter, all’alba, iniziare un nuovo giorno.
Ma arrivata al sepolcro, lo trova aperto: la pietra è stata tolta.
Non era preparata a questo: come aprirsi a qualcosa di nuovo, se il passato non è chiuso? E poi la paura, l’incomprensione, il non sapere cosa fare… probabilmente anche noi al suo posto ci saremmo seduti su una pietra a piangere guardando il sepolcro vuoto, e sentendoci anche noi svuotati delle nostre certezze.
Ma il sepolcro non è vuoto, anzi, è fin troppo affollato: al posto del cadavere ci sono due angeli vestiti di bianco che le chiedono tranquillamente: “Donna, perché piangi?”.
Come avranno pronunciato questa frase gli angeli? Con simpatia e affetto, con severa fermezza, con stupore… quel che sappiamo è che Maria dopo aver risposto, si volta immediatamente verso il giardino e la sua attenzione è attratta da quello che lei pensa essere l’ortolano.
Stessa domanda: “Donna, perché piangi?”.
E questa volta Maria parla, non si limita a rispondere educatamente come ha fatto con i due angeli dentro al sepolcro: con l’uomo comune, che è fuori, nel giardino, come lei, Maria osa esprimere i suoi pensieri. D’altra parte, Maria avrà pregato tanto negli ultimi giorni, ma la risposta che si aspettava non era arrivata: Gesù è morto. Cosa poteva dirle Dio adesso, e cosa poteva chiedere ancora lei a Dio o ai suoi messaggeri? Invece l’ortolano conosce il giardino, può aver visto cosa è successo… se qualcuno può dar-le una risposta, è lui!

Maria!
Solo un nome, e tutto cambia. Un nome in cui sembrano concentrarsi tutte le risposte e tutte le aspettative. Un nome che invita Maria a riconoscere lo straordinario nell’ordinarietà di quella notte. Maria ha visto una pietra rotolata, un sepolcro vuoto, degli angeli al posto di un cadavere, ha sentito la loro voce chiedere il motivo del suo pianto, ha odorato l’aloe e la mirra che impregnavano le bende che ora sono per terra…
Anche noi a volte valutiamo la realtà solo basandoci sulle nostre aspettative: a volte vediamo, sentiamo, tocchiamo, incontriamo… ma non sappiamo riconoscere i messaggeri di Dio accanto a noi, non riusciamo a vedere la luce che si insinua nel buio e ci permette di vedere, prima dell’alba, il sepolcro vuoto e le bende a terra. E come Maria restiamo nel giardino a piangere e riponiamo la nostra fiducia nell’ortolano, non in Dio.
Ma basta essere chiamati per nome perché tutto cambi.
Il Risorto chiama Maria per nome portandola nel suo presente, ricollegandola a quel passato su cui avrebbe voluto “mettere una pietra sopra”. L’esperienza di nuova vita, dignità, giustizia, amore, verità vissuta con Gesù, non si conclude con la sua morte, anzi, costituisce quel passato che permette di vivere il presente nella speranza, riconoscendo i segni della presenza di Dio che illuminano il buio prima dell’alba, aprono i sepolcri nella nostra vita, ci sostengono e accompagnano nelle nostre notti insonni, nei nostri dubbi e nelle nostre paure.
Ogni volta che le nostre preghiere sembrano non trovare risposta, ogni volta che i nostri progetti svaniscono nonostante i nostri sforzi, ogni volta che la violenza ci scandalizza, che la malattia ci fa soffrire, che la paura ci assale, tutte le volte in cui non riusciamo a sentire la presenza, l’amore, la consolazione, la pace promesse da Dio, possiamo sentir chiamare il nostro nome e guardando verso il sepolcro, ci accorgeremo che la pietra non è più al suo posto, la speranza non è sconfitta e noi siamo ancora in cammino.
Il Risorto invita Maria a non trattenerlo: è un invito a vivere il presente senza aggrapparsi e rinchiudersi nel passato. E forse per questo il compito che le dà è veramente senza precedenti: Maria deve testimoniare agli altri discepoli che Gesù è risorto; che il sepolcro non è più un luogo di morte: Dio è presente anche lì con i suoi messaggeri; che le promesse di Dio si adempiono.
È lei che deve parlare, una donna comune. Siamo noi, a dover parlare, uomini e donne comuni… che si disperano, dubitano, si arrabbiano, si spaventano, indietreggiano e ci mettono un po’ a capire che cosa sta succedendo… ma quando veniamo chiamati, possiamo riconoscere e indicare la luce attorno a noi, prima dell’alba. Amen.

(Past. Daniela Santoro)

Signore Gesù Cristo,
risorto all’alba del nuovo giorno.
Nel giardino ancora umido della rugiada del primo mattino
troviamo una tomba vuota: non sei qui!
Tu sei al nostro fianco, risorto e glorificato.
Hai distrutto la morte.
Hai spezzato le catene dell’oppressione.
Ci hai preceduto nei luoghi più oscuri e spaventosi
e li hai resi inoffensivi.
Gesù Cristo,
tu che sei in eterno,
ieri, oggi e per sempre,
tua è la vittoria.
La terra ora comincia a svegliarsi,
sii con noi in questo giorno e per sempre
Amen
(D. Broom)

Domenica 19 aprile

Egli è risuscitato!

(Matteo 28,6)

Quali sono le reazioni a questa notizia?

NON E’ VERO
Alcuni della guardia vennero in città e riferirono ai capi dei sacerdoti tutte le cose che erano avvenute. Ed essi, radunatisi con gli anziani e tenuto consiglio, diedero una forte somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo”.  (Matteo 28,11-13)

E perché non dovrebbe essere andata così? Perché i discepoli di Gesù non avrebbero dovuto, dopo la sua morte, recuperare il cadavere e far credere che fosse risorto? In questo modo avrebbero evitato di dover ammettere, almeno di fronte agli altri, di aver riposto la propria speranza in un impostore…
No, non impostore, perché gli insegnamenti, le guarigioni, l’inclusione sociale e religiosa, il dono della dignità, non sono stati illusioni, erano reali: la vita di chi ha incontrato Gesù è veramente cambiata. Gesù non ha mai agito per se stesso e se ha parlato di sé, lo ha fatto per far conoscere Dio. La crocifissione e la morte di Gesù non cancellano la sua testimonianza.
La resurrezione però porta qualcosa in più: compie il messaggio evangelico e coinvolge tutti e tutte. L’annuncio della resurrezione infatti non raggiunge solo i contemporanei di Gesù, ma chiunque ascolti la sua storia, la storia di Dio con l’umanità. E quando la ascoltiamo ci rendiamo conto di farne parte, non come semplici comparse, ma come protagonisti. Questa scoperta, se la facciamo nostra, ci rende liberi e libere. Liberi dalla morte, dalla disperazione, dalla rassegnazione, dalla solitudine, dai giochi di potere, dalla paura, dalla vergogna, dai pregiudizi… liberi di ammettere tutti i limiti nostri e dell’umanità sapendo di essere accolti e rinnovati dall’amore di Dio, sicuri di essere stati creati non per la morte, ma per la vita, convinti che siamo chiamati a testimoniare la certa speranza del nuovo mondo di Dio.

VI SIETE SBAGLIATI
Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. I discepoli dunque se ne tornarono a casa. (Giovanni 20,1-11)

Si, qualcosa è successo: il cadavere non è più nella tomba… ma non tutto quello che vediamo, sappiamo spiegarcelo; non a tutto quello che vediamo, crediamo.
I discepoli vorrebbero credere e per questo corrono al sepolcro per verificare, loro stessi, l’informazione. Corrono, vedono, uno crede e l’altro registra l’informazione ed entrambi, non capendo, la mettono da parte. Niente cambia: erano a casa e ora tornano a casa.
Anche a noi viene annunciata la resurrezione e anche noi corriamo, ci rechiamo nei tanti sepolcri del nostro mondo, della nostra società, della nostra vita. E i sepolcri sono ancora là, la pietra è tolta, il sepolcro è aperto, guardiamo… e torniamo a casa. Crediamo che qualcosa sia successo, che qualcosa di nuovo sia possibile… ma torniamo a casa.
È troppo poco vedere uno spiraglio di luce di vita inondare il buio della morte? È troppo poco constatare che il macigno che chiudeva il sepolcro è stato spostato eliminando la barriera che separava la vita e la morte? È troppo poco rendersi conto che Dio è signore della vita e il suo amore ha l’ultima parola anche sulla morte? È troppo poco accorgersi che possiamo oltrepassare il confine del sepolcro e collegare quei mondi che ci sembrano a volte così distanti, la vita e la morte, ma anche la gioia e il dolore, la serenità e la sofferenza, la giustizia e il pregiudizio, l’amore e l’egoismo, il cielo e la terra? La pietra è tolta, il cadavere non c’è più, Gesù è resuscitato: tutto cambia…
Eppure con i discepoli corriamo, vediamo, crediamo, non riusciamo a capire e torniamo a casa aspettando, insieme a loro, che accada qualche altra cosa.

DAVVERO?
Or Gesù, essendo risuscitato la mattina del primo giorno della settimana, apparve prima a Maria Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a coloro che erano stati con lui, i quali facevano cordoglio e piangevano. Essi, udito che egli viveva ed era stato visto da lei, non lo credettero. Dopo questo, apparve in modo diverso a due di loro che erano in cammino verso i campi; e questi andarono ad annunciarlo agli altri; ma neppure a quelli credettero. (Marco 16,9-13)

È sicuramente facile credere a quello che vediamo e possiamo verificare, mentre, spesso, non osiamo credere quello che speriamo. E quanto è difficile parlare di quello che crediamo se non possiamo dimostrarlo.
Maria e i due discepoli ci provano, ma invano. I discepoli non credono alla parola della donna, ma neanche a quella più autorevole di due di loro, due del gruppo.
La resurrezione non è un’esperienza del nostro mondo. Un uomo torturato, morto su una croce, deposto in un sepolcro, non può essere vivo: dopo la morte e la sepoltura non ci può essere altro che cordoglio e pianto, anche se il sepolcro è aperto, anche se il corpo non c’è più… perché se invece fosse tutto vero… che cosa dovremmo fare? Non dovremmo cambiare il nostro modo di pensare, di agire, di relazionarci?

SI, E’ RISORTO!
Poi Gesù apparve agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che l’avevano visto risuscitato. (Marco 16,14)

Incredulità e durezza di cuore.
Gesù è risorto? L’amore di Dio vince sulla morte? Sono creata per la vita? Dio è signore della storia?
Non ci credo finché non ne vedo le prove. O meglio, credo, perché come ai discepoli, anche a me è stato annunciato, ma finché non ne vedo chiaramente gli effetti nella mia vita, rimango in attesa, a casa, a piangere e fare cordoglio, a lamentarmi e prendermela con Dio che non fa abbastanza per me e per il mio mondo.
Incredulità e durezza di cuore sono strettamente collegate.
Credere la buona notizia della resurrezione di Gesù significa abbattere i muri della nostra cameretta allargando il nostro mondo e collegandolo a quello degli altri e delle altre, entrare nella comunione che Dio crea con noi e fra di noi.
Credere che Gesù è risorto significa riconoscere la presenza di Dio nel nostro mondo, non solo nel mio;
significa distinguere la luce che entra nei sepolcri attorno a noi perché le pietre sono state spostate, e avere il coraggio di entrare per farli diventare luoghi di vita, di amore, di condivisione, di dignità, di speranza;
significa lasciarsi consolare e incoraggiare, perché la testimonianza che abbiamo ricevuto dalle parole e dalle opere di Gesù, adesso è compiuta: Dio ci ha rivelato il suo progetto per l’umanità, un progetto di vita, e non di morte, di speranza e non di rassegnazione, un progetto per tutti e tutte, non solo per qualcuno.
Nei sepolcri si entra, o si viene portati, ma dai sepolcri si esce, si viene portati fuori.
La resurrezione di Gesù non è una notizia da conoscere, ma da vivere e condividere. Dio ha rotolato la pietra del sepolcro perché noi potessimo oltrepassare tutti i confini che ci impauriscono, che ci minacciano, che ci impediscono di vivere bene, di vivere con lui. Questa è la nostra fede e la nostra certa speranza, da vivere e condividere.

E Gesù disse loro: Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. (Marco 16,15)

Gesù è risuscitato.

Amen.

 

INNO 110 – Gloria al Signor in terra e in ciel!

Ivan Furlanis, organista della Chiesa Metodista di Padova

Past. Daniela Santoro

Pasqua

Culto di Pasqua

Culto di Pasqua a cura delle pastore e dei pastori del VII Circuito

Saluto: Sovrintendente Maria Paola Gonano
Liturgia a cura delle/i pastore/i:
Marco Casci, Dieter Kampen,
Daniela Santoro, Laura Testa
Predicazioni: past. George Ennin, past. Davide Ollearo

LINK: https://youtu.be/R6xLCPLiFis

Venerdì santo

In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio:
che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo.
In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi,
e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.

(1 Giovanni 4,9s)

Matteo 27,27-44 (testo)

Tutto quello che precede la morte di Gesù, è scherno, beffa, derisione.
I pellegrini che si erano recati a Gerusalemme per festeggiare la Pasqua, i discepoli che, nonostante gli avvertimenti, non sono stati in grado di capire il progetto di Dio, la folla che conosceva Gesù per fama, forse gli stessi farisei e dottori della legge: tutti si aspettavano qualcosa da Gesù… ma in soli tre giorni, dal lunedì al mercoledì, tutte le speranze riposte in lui vengono disilluse.
I mantelli che erano stati spiegati per accogliere il passaggio di Colui che viene nel nome del Signore, non sono sulla strada che porta Gesù al Golgota: chi lo aveva accompagnato con lodi e canti, ora lo accusa e tortura.

Vorremmo dire che non capiamo… e invece capiamo benissimo: capita anche a noi. Quando veniamo delusi nelle nostre aspettative, quando le nostre certezze e poi le nostre speranze svaniscono, si alternano in noi rassegnazione e rabbia.

Sei tu il re dei giudei? Sei tu il messia che ci era stato annunciato?
Perché, dopo essere entrato a Gerusalemme non hai chiamato a raccolta il popolo e non lo hai guidato verso la libertà?
Se non ci hai preso in giro, scendi da quella croce: chiedi a Dio di liberarti. Cogli l’attimo: dopo aver fatto credere di essere debole, innocuo, un agnello in mano ai tuoi aguzzini, ora è il momento giusto per rivelarti come figlio di Dio.
Se scenderai dalla croce, come potremmo non credere in te, non seguirti, non adorarti?
Scendi, e saremo con te. Fa’ quello che noi ci aspettiamo, e noi ti seguiremo.

Ma Gesù non risponde. E la provocazione diventa scherno, insulto, rabbia. Più la gente non capisce, più diventa violenta; più Gesù non risponde e non fa quello che gli chiedono, più viene considerato falso e lasciato solo.

Come siamo simili, noi e la folla! Sappiamo esattamente che cosa Dio dovrebbe fare per noi, ma Lui sembra non ascoltarci; gli offriamo anche delle alternative, ma lui non risponde; ci proponiamo di aiutarlo se farà ciò che ci aspettiamo da lui, ma niente, non si muove… e il dubbio si insinua nei nostri pensieri: ma, allora, le sue promesse sono false? i suoi progetti inconsistenti? le sue parole illusioni? abbiamo mal riposto la nostra fede? A volte anche noi arriviamo a supplicare, fino a quando rassegnati, delusi, arrabbiati, siamo pronti a voltare le spalle…

MATTEO 27,45-50 (testo)

Per tre ore il buio avvolge Gerusalemme e preannuncia la morte di Gesù.
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Chissà che cosa voleva esprimere Gesù con queste parole: abbandono, sofferenza, forse anche paura all’avvi­cinarsi della morte…
Ma anche questo grido di Gesù viene frainteso dalla folla: “Ecco, chiama Elia”.
E forse la speranza si riaccende: se Gesù non può scendere dalla croce, allora verrà Elia in suo aiuto; Dio non ci deluderà!

Ma Elia non arriva: Gesù muore, e con lui svaniscono anche le ultime piccole speranze ancora segretamente riposte negli animi dei suoi seguaci. Tutti e tutte tornano a casa, alcuni delusi, altri arrabbiati o increduli o rassegnati…

E noi? Dove siamo? Davanti alla croce, sulla via per casa o già impegnati in altre attività?
Davanti alla croce prevalgono la compassione, la rassegnazione, il dispiacere che normalmente si provano nei confronti di chi muore ingiustamente, vittima innocente.
Rassegnazione e pietà: Giuseppe d’Arimatea si preoccuperà di trovare un posto in cui posare il corpo di Gesù, mentre le donne pensano già agli oli e ai profumi per la sepoltura: che altro si può fare? Quella di Gesù è stata una bella parentesi, ma la vita è altro. La liberazione, la salvezza, il compimento delle promesse di Dio, avverranno in un altro modo… in un altro tempo.

Ma… se invece questo fosse proprio il momento giusto per rivolgerci a Dio? Il momento giusto non per dargli consigli o mostrargli la nostra contrarietà per il suo silenzio, ma per esprimere i nostri dubbi, le nostre paure, il nostro bisogno di consolazione?
Gesù, anche in questo ultimo atto della sua vita, ci un’indicazione: le sue parole sono: Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ricordate?
È con questa frase che si apre il salmo 22 (testo).

La storia del salmista, sembra rivivere e compiersi in quella di Gesù. Una storia di dolore, sofferenza, tradimento, solitudine, che viene narrata a Dio per viverla insieme a lui; la storia del presente di un uomo che confida nel futuro promesso da Dio… ma anche la storia di un Dio che non rinuncia a condividere l’esistenza umana per poterla redimere e salvare, non dall’alto dei cieli, ma nel profondo della terra; non nella pace dei cieli, ma nel trambusto della nostra vita.

E così una storia senza lieto fine, si prepara a diventare la storia della speranza; una storia di solitudine e abbandono, si rivela la storia dell’Emmanuele, del Dio con noi.

Inno 102 (clicca per ascoltare) Innario Cristiano – Claudiana
Ivan Furlanis, organista della chiesa metodista di Padova

Signore,
in questi giorni sono tante le domande e i dubbi che si affollano nella nostra mente,
sul nostro presente, ma anche sul nostro futuro;
sui nostri progetti, ma anche sul tuo progetto per noi.

Abbiamo la tentazione di considerarci semplici spettatori della settimana santa,
invece ci scopriamo parte della folla,
quella folla che pur avendoti vicino, è lontana da te.

Siamo lontani ogni volta che ci consideriamo unici artefici della nostra esistenza;
ogni volta che tristi, sconsolati, delusi,
ti accusiamo di non fare abbastanza, di deluderci, di averci abbandonato;

ogni volta che ti sfidiamo a mostrare il tuo potere, il tuo amore, la tua misericordia;
ogni volta che stendiamo i nostri mantelli al tuo passaggio, ma evitiamo di accompagnarti,
aspettando che tu compia il tuo volere per noi e non insieme a noi.
Ma ai piedi della croce ti riscopriamo nostro fratello, nostro Padre, nostra speranza, nostro Dio,
colui che “non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del sofferente,
non gli ha nascosto il suo volto;
ma quando quello ha gridato a lui, Egli l’ha esaudito”. (Salmo 22,24)

Ascoltaci ed esaudiscici. Te lo chiediamo nel nome di Gesù, Amen.

Past. Daniela Santoro

Domenica delle Palme

Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell’asina.
(Zaccaria 9,9)

Marco 10,46-11,11  (testo)

Una storia di mantelli!

Si, mantelli. Sono loro i protagonisti nascosti del viaggio di Gesù da Gerico a Gerusalemme. L’evangelista Marco sottolinea che Bartimeo ha un mantello, che i discepoli mettono i propri mantelli sul puledro che poi daranno a Gesù, che la folla dei pellegrini stende i mantelli al passaggio di Gesù.
Il mantello è una delle poche cose che un mendicante cieco come Bartimeo possedeva ed era una grande ricchezza: lo poteva usare come cuscino, stare seduti tutto il giorno a terra non è comodo; lo poteva usare come coperta o per nascondersi alla vista degli altri, lui che per tutto il giorno era costretto ad esporsi sulla strada per sopravvivere.
Quando Bartimeo sente che sta passando Gesù, lo chiama e Gesù, a sua volta, lo fa chiamare: non si vedono, ma è come se già si conoscessero e riconoscendosi si chiamano a vicenda.
E a questo punto, dopo essere stato chiamato da Gesù, il mantello di Bartimeo prende letteralmente il volo. Bartimeo sa che andando da Gesù troverà ciò di cui ha veramente bisogno. E infatti, dopo l’incontro e la guarigione, Bartimeo non torna indietro per recuperare il suo mantello: lui segue Gesù.

Anche i discepoli rinunciano, anche se momentaneamente, ai propri mantelli quando li usano come sella sul puledro, e anche la folla vedendo arrivare Gesù stende i propri mantelli al suo passaggio  riconoscendolo come Colui che viene nel nome del Signore per portare a compimento le profezie. Tutti lodano Gesù, gli mostrano rispetto, lo acclamano… ma tutti, subito dopo, riprendono i mantelli in mano, nessuno lo segue.
E Gesù, forse perché non viene chiamato e non gli viene fatta alcuna richiesta, non parla, si limita a guardarsi attorno.

Ogni anno, ricordando la domenica delle palme, Gesù ci passa accanto. E ogni anno dobbiamo decidere cosa fare del nostro mantello.

Possiamo tenerlo strettamente in mano per paura di perdere quel po’ di sicurezza che abbiamo e limitarci a dire di credere in Gesù, quel Dio un po’ strano che vuole sconfiggere la morte morendo e che ci rende signori sul mondo invitandoci a servire il nostro prossimo.
Possiamo stendere il nostro mantello ai piedi di Gesù, confessando la nostra fede nel re che viene ad instaurare un nuovo regno… e aspettare che lui realizzi quello che noi abbiamo in mente per la nostra vita.
Possiamo gettare via il nostro mantello, perché riconosciamo come Bartimeo che dopo Pasqua qualsiasi mantello, qualunque sicurezza abbiamo in mano, non serve più a niente. E vedendolo passare, possiamo chiamarlo, attirare la sua attenzione, sapendo che lui risponderà al nostro richiamo e ci chiamerà a sua volta donandoci ciò di cui abbiamo bisogno.

Sono tre scelte diverse che per quanto abbiano le stesse parole, “credo in Gesù Cristo Salvatore”, hanno conseguenze molto diverse.

Dire “io credo” con il mantello in mano significa non aspettarci niente da Dio adesso; questa è la fede del poi, del “qui sulla terra ognuno si deve arrangiare come può, quindi si, credo, ma ne riparliamo nel regno che verrà”. Penso che questa sia una posizione molto diffusa, anche se è l’espressione di una fede senza speranza, una fede triste e solitaria.

Se dico “io credo” e stendo il mio mantello davanti a Gesù, riconosco la sua regalità, l’onore che gli spetta: penso di sapere tutto di lui, di averlo riconosciuto, come la folla che accoglie Gesù a Gerusalemme. Ma a volte Dio non è come noi vorremmo che fosse: i suoi piani non sono i nostri, e rischiamo di non accoglierlo quando i nostri pensieri e i suoi pensieri divergono, esattamente come accade alla folla nei giorni successivi; rischiamo di non riuscire a comprendere le sue parole, proprio come accade ai discepoli prima della resurrezione.

E poi c’è la fede di Bartimeo, una fede senza pretese, che non ha bisogno di vedere, ma si fida e contro ogni ragionevolezza si affida a Dio gettando via il mantello per seguire Gesù. È la fede che si esprime nel condividere con gli altri e le altre la gioia della salvezza: una fede non solitaria, ma lieta nella comunione con Dio e con gli altri.

Sorelle e fratelli, dove mettiamo quest’anno il nostro mantello?
In questo periodo stiamo sperimentando la fragilità del nostro essere umani e l’instabilità delle nostre sicurezze… ma riusciamo ad affidarci a Dio, a chiamarlo, a esprimergli il nostro dolore, la nostra sofferenza, i nostri dubbi e, come Bartimeo, a gettare il nostro mantello certi di ricevere da lui ciò di cui abbiamo bisogno? Sappiamo rinunciare alle nostre idee e alle nostre aspettative su Dio per dialogare con lui chiedendogli le risposte che non riusciamo a trovare da soli e chiedendogli il conforto che ci può consolare, quella Parola di vita capace di rinnovare la nostra speranza?

Io credo. Diciamolo con le mani libere, alzate insieme verso il nostro Salvatore.
Amen.

Inno 96 (clicca per ascoltare)
“A Gerusalemme il Signor giungeva” – Innario Cristiano, Claudiana
Ivan Furlanis, organista della Chiesa Metodista di Padova

La benedizione di Dio,
che guida le nostre speranze e i nostri sogni, ci conceda la pace;
la benedizione di Gesù Cristo,
che entra nelle nostre città per portare la salvezza, ci conceda la pace;
la benedizione dello Spirito Santo,
che ci sostiene nelle nostre paure e nelle nostre difficoltà, ci conceda la pace;
in questa domenica delle Palme,
durante il ricordo degli eventi della settimana santa, fino alla croce del venerdì santo e oltre,
per accogliere con gratitudine la speranza certa e i sogni realizzati della nuova vita
nell’alba del mattino di Pasqua. Amen.

Past. Daniela Santoro

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Fammi giustizia, o Dio!

Salmo 42
Come la cerva desidera i corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.
L’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente;

quando verrò e comparirò in presenza di Dio?
Ricordo con profonda commozione il tempo in cui

camminavo con la folla verso la casa di Dio,
tra i canti di gioia e di lode d’una moltitudine in festa.

Salmo 43
Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa.
Tu sei il Dio che mi dà forza; perché mi hai abbandonato?
Perché devo andare vestito a lutto per l’oppressione del nemico?
Manda la tua luce e la tua verità, perché mi guidino,
mi conducano al tuo santo monte e alle tue dimore.
Allora mi avvicinerò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia e della mia esultanza;
e ti celebrerò con la cetra, o Dio, Dio mio!
Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;
egli è il mio salvatore e il mio Dio.

I salmi 42-43 esprimono bene i nostri sentimenti, i nostri dubbi, le nostre domande in questi giorni.
Quando potremo incontrarci nuovamente alla presenza di Dio, cantare e gioire insieme?
Perché dobbiamo vivere nel lutto? Per quanto ancora dovremo sentirci trafitti e sconfitti?
E se Dio ci avesse davvero abbandonato? Se si fosse dimenticato di noi?

Stiamo vivendo anche noi come il salmista un periodo buio, un periodo in cui lottiamo contro un nemico più grande e più forte di noi, che intacca il nostro corpo, ma anche ciò che possediamo, i nostri pensieri, la nostra speranza, la nostra fede. Un nemico che ci fa sentire impotenti perché svela tutte le nostre fragilità e le nostre paure. Un nemico davanti al quale si può solo indietreggiare e barricarsi in casa.
È facile rassegnarsi, considerarsi in balìa del destino, preda del caos e spesso ci si limita a ripetere che alla fine andrà tutto bene.
Ma il salmista ci invita a fare qualcosa in più.
Ci invita a ricordare che le nostre vite, per quanto fragili, non sono lasciate a loro stesse;
che il nostro cammino, per quando in salita, è segnato e accompagnato;
che la nostra salvezza non è in forse;
che qualunque cosa accada, abbiamo una promessa che non verrà mai meno.

La preghiera del salmista è: “Signore, fammi giustizia!”.
Fammi giustizia. È la richiesta che rivolgiamo al giudice quando qualcosa che ci appartiene ci viene sottratto, quando un diritto ci viene negato.
Fammi giustizia. È la richiesta che rivolgiamo a Dio perché quello che ci ha fatto conoscere e ci ha donato, ci sembra che, poco a poco, lo stiamo perdendo, non ci appartiene più: la vita, il benessere, la gioia, la serenità, la comunione, l’amore, la speranza…
Ci possiamo rivolgere a Dio con fiducia perché sappiamo che lui non si limita a giudicare dall’alto dei cieli, ma agisce, lui stesso, sulla terra per ripristinare la sua giustizia. Ed è questo che gli chiediamo, di rendersi presente, di mettersi al nostro fianco, fedele alla sua Parola.
Lo chiediamo senza paura perché se il giudice-Dio accusa, lo fa per poterci difendere; e quando ci convoca non lo fa per imprigionarci, ma per liberarci. Proprio in queste settimane in cui ricordiamo la morte e la resurrezione di Gesù, corriamo il rischio di dimenticare la realtà della sua promessa, la certezza della speranza che ci appartiene e non può esserci tolta. Il Dio che si è fatto conoscere da noi, è il Dio che ci ama e che in Gesù Cristo ha fatto tutto per noi. Per questo possiamo dire con il salmista: “Signore, fammi giustizia! Riporta la mia vita e il mondo alla tua giustizia”.
Quella che stiamo vivendo non è la volontà di Dio per noi e il periodo che stiamo attraversando non è una prova per verificare la nostra fede, la nostra forza, il nostro coraggio.
Il periodo che viviamo è una galleria, buia, lunga, insidiosa… ma con una corsia d’emergenza a lato, con piazzole di sosta e telefoni per segnalare le difficoltà. Non dobbiamo attraversarla da soli: anche se sia-mo isolati, se procediamo distanziati gli uni e le une dagli altri e dalle altre, il Signore ci sostiene e vuole essere la nostra luce, vuole ancora offrirci la sua speranza e donarci la sua salvezza… qualunque cosa accada. E nel caso in cui non riuscissimo ad andare avanti e ad uscire dalla galleria, Dio assicura che ci resterà comunque accanto e il suo abbraccio ci accoglierà: tutti e tutte saremo sempre con Lui, come ha promesso. È questa la buona notizia che ci viene nuovamente annunciata oggi.

Signore, fammi giustizia! Dammi forza quando mi sento abbandonato.
Nell’oscurità della malattia, del lutto, della paura,
manda la tua luce e la tua verità perché mi guidino:
corro il rischio di perdermi, di arrendermi, di dimenticarti.
Fa’ che non mi fermi nel cammino che conduce a Te,
ma sostieni ogni mio passo, per quanto piccolo e timoroso sia.
E quando io non riuscirò più ad andare avanti, portami tu: mi affido a Te.
Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me?
Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora;
egli è il mio salvatore e il mio Dio.

Amen.

Past. Daniela Santoro