Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio! (Isaia 43,1)

Infatti tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio.
Il Signore, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Il Signore si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il Signore vi ama: il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d’Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri.
Riconosci dunque che il Signore, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, ma a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge; non rinvia, ma rende immediatamente a chi lo odia ciò che si merita.
Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica.
Se darete ascolto a queste prescrizioni, se le osserverete e le metterete in pratica, il Signore, il vostro Dio, manterrà con voi il patto e la bontà che promise con giuramento ai vostri padri.

(Deuteronomio 7,6-12)

Sorelle e fratelli, siamo il tesoro particolare di Dio. Prima il popolo di Israele, e poi noi con loro.
Certo, Dio con il popolo di Israele non ha avuto certo una bella esperienza: tradimenti, trasgressioni, idolatria, egoismo, sfiducia, dubbio… il rapporto tra Dio e il popolo che si è scelto, è stato veramente difficile.
Eppure, nonostante tutto, Dio, fedele al uso patto, non si lascia demoralizzare dalle risposte del popolo: il suo amore è più forte e vince ogni delusione. Per salvare questo popolo spesso ingrato e presuntuoso, manda addirittura suo figlio sulla terra per vivere con lui, perché lo conosca meglio e si fidi… ed è proprio la testimonianza di Gesù che fa riconoscere anche noi parte noi parte del popolo di Dio.
Certo, dopo la prima esperienza avrebbe potuto fare un po’ più di attenzione: poteva darsi un po’ di tempo in più per la scelta, poteva fare un test d’ammissione, una prova di fedeltà… E invece no, sembra che non aver imparato niente in migliaia di anni… almeno dal nostro punto di vista.
Dio viene ad abitare con noi, e si innamora di noi, proprio come si è innamorato di Israele, un vero colpo di fulmine che fa diventare anche noi parte del suo tesoro.

Ma cosa significa essere un tesoro?

Il tesoro è una cosa preziosissima: i pirati lo nascondono, i re costruiscono una stanza apposita per conservarlo, nell’antichità il tesoro di alcuni popoli era protetto da labirinti, trappole, custodi, cosa che, se ci pensate, accade anche oggi, in modi diversi.
Ma perché il tesoro deve essere difeso, protetto, riparato?
Perché appartiene a qualcuno, e qualcun altro non ce l’ha. Se un tesoro fosse alla portata di tutti, in mezzo alla strada, non sarebbe più un tesoro perché tutti potrebbero averlo.

È questa la sua prima caratteristica: appartenere a qualcuno.
Il versetto di questa domenica ce lo ricorda, Dio dice: Non temere, io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome, tu sei mio (Isaia 43,1).
Tu sei mio”. Non ci piace molto questa affermazione, anzi, più che rassicurarci fa paura. Basta pensare alle tante donne, figlie, fidanzate, compagne, mogli che subiscono violenze e soprusi perché considerate proprietà di mariti, fidanzati, padri, a volte dell’intera famiglia. Eppure questa frase, pronunciata da Dio, assume un significato completamente diverso. Sembra che Dio per trovarci reclamando la sua proprietà, abbia veramente seguito le indicazioni di una mappa del tesoro superando ostacoli, labirinti e trappole: Dio ci ha creato, ci ha ascoltato, ci ha liberato, ci ha dato un nome per entrare in relazione con lui… Per questo siamo suoi, non per aggiungere un oggetto alla sua collezione, ma perché come sua proprietà, ora lui può proteggerci, può nasconderci, può difenderci, proprio come si fa con un tesoro, un tesoro che si ama e a cui si tiene.

Noi siamo preziosi, anche se il nostro valore è difficile da quantificare.
Ognuno di noi avrà una scatola dei ricordi, un insieme di fotografie, oggetti, messaggi… che ci ricordano persone, esperienze, piccole conquiste di autonomia, periodi che, belli o brutti, sono stati importanti per la nostra vita e che proprio per questo per noi valgono, sono preziosi. Eppure, se qualcuno vedesse questo nostro “tesoro”, probabilmente lo considererebbe solo un mucchietto di spazzatura.
Forse possiamo spiegare così il nostro valore per Dio: noi siamo il tesoro di Dio perché Dio ama ognuno di noi, non perché siamo più belli, più forti, più intelligenti, più buoni degli altri; ma perché con ognuno di noi Dio condivide un po’ del suo essere.
Ma se noi siamo il tesoro di Dio, perché Dio non ci tiene chiusi in una cassaforte, lontani da ogni minaccia di male?
La risposta la conosciamo: l’amore non costringe; amore non è rinchiudere ma, al contrario, è liberare, dalla paura, dall’in­si­curezza, dall’isolamento, dal male. Se amare è dar vita ad una storia condivisa, Dio non può che rendere stabile la nostra libertà… pur rimanendoci accanto; pur proponendosi come nostro punto di riferimento; pur chiedendoci di riconoscere il suo amore e rispondere con le nostre parole e le nostre scelte al suo giuramento d’amore.
Siamo salvati per grazia e in nessun modo potremo mai ripagare l’amore di Dio, ma questo amore lo possiamo, anzi, lo dobbiamo testimoniare; lo possiamo e dobbiamo condividere, perché Dio non ha scelto un popolo rifiutando tutti gli altri: ha scelto un popolo per avvicinare tutti gli altri, affinché possa essere conosciuto da tutti.

Ed ecco un’altra caratteristica del nostro essere tesoro: siamo un tesoro consacrato a Dio.
Certo, non siamo noi ad aver scelto di esserlo, ci ha scelti Dio, ma con la sua scelta Dio non ci costringe, anzi, ci rende liberi. Ecco perché Mosè invita il popolo a riconoscere nel Dio che lo ha amato, avvicinato, liberato, e che ha condiviso la sua storia, l’unico Dio; ed ecco perché Mosè insiste così tanto sulla fedeltà e su quello che Dio si aspetta dal popolo che si è scelto. Mettere in pratica la legge e i comandamenti è il modo in cui noi condividiamo e facciamo nostro il suo patto, il modo in cui riconosciamo il suo amore e ci riconosciamo preziosi ai suoi occhi, ma è anche un esercizio della libertà che ci viene donata: liberamente testimoniamo la nostra consacrazione. Dio ci ama, ci ha scelto come suo tesoro particolare, ma se ci avesse rinchiuso in una cassaforte avremmo subito il suo amore e non avremmo avuto la possibilità di viverlo, di condividerlo e farlo conoscere agli altri.

Accogliamo il dono di Dio, riconosciamoci suo tesoro, lasciamoci liberare dal suo amore e con gioia consacriamoci insieme come suo popolo.
Amen.

(Past. Daniela Santoro)

…però, secondo la tua parola, getterò le reti

Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla. Com’ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le reti per pescare».
Simone gli rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le reti si rompevano. Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca, di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutt’e due le barche, tanto che affondavano. Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Perché spavento aveva colto lui, e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.

(Luca 5,1-11)

Un bel racconto con il lieto fine. Ci piace ricordare la folla che ascolta gli insegnamenti di Gesù, la richiesta di Gesù di salire sulla barca per poter parlare ed essere ascoltato meglio, ammiriamo la decisione dei pescatori di seguire le indicazioni di Gesù, prendere il largo e pescare e, dopo il miracolo, il coraggio di lasciare tutto e seguire Gesù.
In effetti gli insegnamenti di Gesù non sono solo delle belle o interessanti storie. Gesù è ascoltato perché ricorda a chi è disorientato, preoccupato, in ricerca, che esiste un punto di riferimento stabile,  Dio, che fa conoscere agli esseri umani la sua volontà in modo che essi possano valutarla e scegliere. Gesù, infatti, parla, ma, alla fine dei suoi discorsi, esige sempre una risposta, bisogna fare una scelta.
E sappiamo che scegliere non è mai facile. Gran parte delle nostre paure è determinata dal dover scegliere senza avere sicurezze sulle conseguenze delle nostre scelte. Ogni nostra decisione ha delle conseguenze, e alcune delle nostre scelte determineranno non solo la nostra vita e i nostri rapporti, ma anche i rapporti e la vita di altre persone.
La Parola di Dio può in qualche modo esserci accanto, sostenerci nelle nostre scelte, ricordandoci il fine verso cui tendere. Certo, non sempre questa Parola ci invita a fare cose che noi approviamo. Anzi, alcune volte le indicazioni che riceviamo ci sembrano completamente sbagliate, e preferiremmo cercare altre soluzioni… e in questo nei pescatori ritroviamo noi stessi.
I pescatori sono sulla riva, con la folla, e mentre riparano e puliscono le reti, ascoltano quella Parola che potrebbe confortarli, incoraggiarli, dopo una nottata di lavoro infruttuosa. E la Parola per Simone e i suoi compagni è: Prendi il largo e gettate le reti per pescare.
Alla fine di un insegnamento, di una predicazione, ci saremmo aspettati un appello alla conversione, una richiesta di impegno, un invito a fare la volontà di Dio… E invece Gesù dice ai pescatori di prendere il largo e a pescare, li invita a tornare al loro lavoro quotidiano.
È una richiesta che non ha niente a che vedere con l’annuncio del­l’a­mo­re di Dio, del suo Regno; ed è un invito che sicuramente Simone e gli altri rifiuterebbero senza esitazioni se a parlare fosse stata qualsiasi altra persona. Anche noi sappiamo che il tempo migliore per la pesca è la notte; intuiamo anche noi che, non avendo pescato niente durante la notte, è assurdo sperare di pescare qualcosa di giorno. E al posto di Simone, avremmo protestato con fermezza: perché rimettere in acqua la barca? Sarebbe una perdita di tempo. Perché Gesù non si limita a fare il maestro senza avere la presunzione di insegnare ai pescatori come pescare?
Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla”. A che serve allontanarci nuovamente, ributtare le reti dopo che le abbiamo già pulite? Ciò che otterremo sarà dolo la derisione della gente che ci ha visti tornare dopo una nottata senza pesce e ora ci vede uscire nuovamente, di giorno. È da quando siamo piccoli che peschiamo, la pesca è il nostro lavoro… sappiamo come si fa, quando bisogna uscire, quando bisogna riposarsi, quando bisogna buttare le reti.

Noi difficilmente saremmo andati al largo e avremmo gettato le reti. Quante volte ci siamo demoralizzati, scoraggiati, e abbiamo pensato che insistere non sarebbe servito a niente; quante volte ci ritiriamo, perché razionalmente, non c’è più niente da fare; quante volte ci convinciamo che Dio ha sbagliato, non ci ha indicato la strada giusta, non ha considerato bene la situazione? Quante volte abbiamo pensato che la nostra sapienza valeva più della pazzia di Dio?
Ma Simone prende una decisione importante: rinuncia, o meglio, mette da parte le sue conoscenze, le certezze che si era costruito durante anni e anni di lavoro sul mare, e getta le reti. “Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti”.

E contrariamente alle sue regole, quelle seguite e accettate da tutti come vere, le reti si riempiono di pesci, anzi, ci sono così tanti pesci che c’è bisogno dell’aiuto di altre barche per portarli a riva, e le barche quasi affondano per il peso.
Certo Gesù lo aveva annunciato, ma è difficile credere contro l’evi­denza della razionalità, è difficile sperare contro speranza. È difficile ed è anche umano.
Ma è proprio in questi opposti che si inserisce la fede, perché avere fede significa credere non basandosi sulle proprie forze, sulla propria esperienza, sulla propria razionalità; fede è riconoscere la distanza che esiste tra gli esseri umani e Dio, tra i nostri bisogni di sicurezze, di protezione, di conoscenza e il modo di fare di Dio, che dona, offre, si rende presente quando meno ce lo aspettiamo, quando pensiamo che tutto sia finito, quando avremmo solo voglia di sederci e riposare.

Quando Simone riconosce questa distanza, la gioia e lo stupore per la grande pesca, si trasformano in timore e in vergogna, perché pur avendo ascoltato, non ha avuto fede.
Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”. Cosa altro avrebbe potuto dire Simone? Anzi, Simon Pietro? Si, perché da questo momento Simone sarà chiamato con il nome di Pietro, un cambiamento che rispecchia il cambiamento della sua vita, l’i­ni­zio di un rapporto nuovo fra lui, Dio, e gli altri. Simone diventa Pietro nel momento in cui riconosce i suoi limiti, le sue aspettative, le sue paure, e si abbandona a Dio. Si riconosce peccatore, incapace di credere e di accettare con gioia e riconoscenza quello che Dio gli offre. E Gesù non lo allontana, non lo rimprovera, né lo trasforma in modo da renderlo perfetto. Gesù accetta Pietro così com’è, ed è lui, così com’è, che diventerà pescatore di uomini. O, meglio, che da ora in poi pescherà per la vita.

Pietro è consapevole che il suo rapporto con Dio è cambiato e qualcosa cambierà inevitabilmente anche nel suo rapporto con gli altri. Pietro e i suoi amici, prima, pescavano per se stessi, per la loro sopravvivenza prendendo nelle loro reti pesci destinati a morire. Da ora in poi pescheranno uomini e donne ai quali offriranno la vita, la speranza, la gioia del cambiamento, quello stesso cambiamento che loro stanno vivendo con Gesù. Un cambiamento che li lascia apparentemente tali e quali, li lascia nel loro lavoro abituale, li lascia con i lo­ro dubbi, con le loro paure, con le loro incomprensioni, ma anche con la certezza che Dio è con loro. E incomprensioni ce ne saranno veramente tante fra Gesù e i suoi discepoli: abbandono, tradimento, delusione. Eppure Gesù ha chiamato proprio quegli uomini e quelle donne, nella loro umanità, con i loro difetti, con i loro limiti, per testimoniare ed offrire la vita così come loro sapevano fare.
Quale altro Dio sceglierebbe fra le sue creature i suoi collaboratori? Quale altro Dio inviterebbe le sue creature a seguirlo, senza schiavizzarle, senza cambiarle, senza porre delle condizioni?
Come Pietro, Giacomo e Giovanni, così anche noi siamo invitati a riconoscere e vivere la vita che Dio ci offre e a portarla agli altri e alle altre, ad essere pescatori per la vita. Non in azioni grandiose, non in seguito a trasformazioni eccezionali, non con discorsi perfettamente costruiti, ma nella nostra vita e nei nostri rapporti di ogni giorno, ma illuminati, sostenuti e guidati da Dio.

Che il nostro agire possa veramente essere per la vita; che le nostre azioni possano testimoniare la nostra gioia nel partecipare alla vita di Dio come peccatori e peccatrici da lui accolti e accolte, scelti e scelte come suoi collaboratori per diffondere il suo amore, la sua grazia, la sua speranza. Amen.

(Past. Daniela Santoro)

Lettera ai Romani 12,17-21

Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini.
Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini.
Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio;
poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore.
Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere;
poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo».
Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.
(Romani 12,17-21)

Male, bene, vendetta, ira, pace…
Per quanto ognuno di noi ricerchi una vita tranquilla, in pace con tutti e tutte, ci sono momenti in cui, anche per banalità, ci ritroviamo in disaccordo, litighiamo, siamo costretti a subire dei torti, o dobbiamo lottare per evitare di essere oggetto di violenza, di abuso, di prevaricazione.
Quante volte ci siamo detti: lascia perdere, perdona, fa’ finta di niente… e quante altre volte non ce l’abbiamo fatta e abbiamo reagito, anche solo chiedendo spiegazioni ed esigendo delle scuse… non ci piace essere presi in giro, non ci piace essere considerati degli ingenui e soprattutto non ci piace che il nostro perdonare o evitare lo scontro sia considerato debolezza.

Le parole di Paolo ci interrogano su un aspetto molto concreto della nostra fede: in che modo la nostra fede determina il nostro rapporto con gli altri e le altre, e il nostro comportamento? In che cosa ci differenziamo dagli altri?
In effetti Paolo inizia questa parte della sua lettera sottolineando che siamo in tutto e per tutto uguali agli altri umani: tutti e tutte sperimentiamo il male. Un male che a livelli diversi invade le nostre vite senza distinzioni. Un male che mette in dubbio la bontà del genere umano e a volte anche dell’amore che Dio ci dona e a cui ci chiama. Ci sentiamo minacciati, e non solo dagli estranei, ma anche da chi conosciamo e da chi ci conosce; abbiamo paura, paura di essere ingannati, sfruttati, danneggiati, delusi… E così per lo più stiamo sulla difensiva, pronti a reagire al minimo accenno di prevaricazione, attenti a non oltrepassare la soglia di sicurezza.

Paolo ci conosce bene. Non a caso sottolinea: “Per quanto dipende da voi”. Perché è vero, a volte noi vorremmo, avremmo le migliori intenzioni di vivere in pace, ma sono gli altri che ci frenano o ci ostacolano. E questa sottolineatura, per quanto dipende da voi, scritta per incoraggiarci, diventa la nostra scusa ideale: io vorrei, ma gli altri me lo impediscono.
Ma è proprio vero che facciamo tutto il possibile per vivere in pace? Per costruire situazioni e rapporti giusti? Ci impegniamo a non rendere male per male e, anzi, a mettere in pratica le indicazioni di Gesù ad amare chi ci fa del male e pregare per chi ci perseguita? O mettere in pratica le indicazioni dell’Antico Testamento, citate da Paolo, mettendoci al servizio dei nostri nemici?
Umanamente non ce la possiamo fare. È praticamente impossibile, è una lotta contro noi stessi e contro la razionalità dare fiducia a chi ci ha più volte traditi e ha approfittato della nostra buona fede; o fare il primo passo per aiutare chi non esiterebbe a metterci i bastoni fra le ruote; o rispondere amichevolmente a chi non perde occasione di metterci in ridicolo e parlare male di noi mentendo, facendo insinuazioni, minacciando… Testimoniare diventa allora una lotta. E anche Paolo ne è convinto. La fede per quanto sia consolazione, speranza, sostegno, è anche un andare contro: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.

È una lotta vera, non simbolica. E Gesù ce lo ha dimostrato. Il proposito di vivere in pace, di amare i nemici, di testimoniare la speranza certa di una nuova vita e di nuovi rapporti, lo ha portato alla morte. Eppure, nonostante non si sia ribellato e non abbia risposto al male ricevuto, Gesù non è mai apparso passivo o rassegnato, anzi, ha sempre reagito spiazzando i suoi interlocutori, testimoniando fino in fondo la volontà di Dio, e spingendo alla riflessione; non ha evitato le persone indesiderabili, ma le ha accolte, indistintamente; è stato tradito e abbandonato non solo da coloro che ce l’avevano con lui, ma anche da chi gli era stato più vicino… eppure proprio a queste persone si è rivolto dopo la resurrezione; le sue ultime parole sono state di perdono e intercessione per chi non aveva saputo scorgere nella sua testimonianza la presenza di Dio. Fino alla fine ha mostrato che è possibile un mondo in cui i rapporti fra le persone siano improntati non al tornaconto personale, ma alla pace; siano guidati dall’amore. Gesù ha vinto il male con il bene. Ha vinto il male proprio dell’umanità, testimoniando il bene che Dio dona all’umanità.
È questa la nostra carta vincente, la nostra arma segreta. Per qualsiasi male dobbiamo affrontare, Dio ci fornisce una riserva di amore e speranza. Ci invita a demolire, pezzettino per pezzettino, il male che ci circonda; e a costruire, pezzettino per pezzettino, un bene universale che oltrepassa il tempo e lo spazio, per raggiungere il regno di Dio già adesso.

Eppure queste parole, le parole di Paolo, e prima ancora di Gesù, e prima ancora di Dio nell’Antico Testamento, continuano a lasciarci incerti, potrebbero sembrare un invito a subire il male e a perdonare nella speranza che non reagendo, amando e perdonando, chi ci ferisce possa pentirsi e cambiare atteggiamento… Ma sappiamo per esperienza che se lasciamo correre, la prossima volta la batosta sarà più grande.
E ancora una volta Paolo sembra prevedere le nostre obiezioni: “miei cari, non fate le vostre vendette, ma cedete il posto all’ira di Dio”.
Testimoniare la volontà di Dio, non significa far finta di niente, dimenticare, prestarsi come bersaglio. Noi non rendiamo male per male, viviamo in pace, rinunciamo alla vendetta, per lasciare posto all’ira di Dio. Perché se è vero che Dio è misericordioso, è anche vero che Dio è un Dio geloso, è un Dio che non dimentica il male che chi crede in lui subisce a causa della giustizia. E questo male lui lo annienta, come ha annientato il potere della sofferenza, del tradimento, della paura, della morte nella resurrezione di Gesù. Noi siamo chiamati a testimoniare nuovi rapporti sapendo che Dio vendicherà smascherando e distruggendo quello che si oppone al suo progetto di pace e amore. D’altra parte è l’amore che rende evidente l’odio; è la lealtà che rende evidente la slealtà; è la fiducia che rende evidente la sfiducia; è la mano tesa che rende evidente la mano tenuta in tasca. Ed è a questo che noi siamo chiamati: rendere visibile il male per poterlo insieme combattere.
Non demoralizziamoci. Non rassegniamoci. Non temiamo di testimoniare l’amore e la pace che Dio ci dona. Mostriamo al mondo i tanti aspetti del male che ci circonda e agiamo con speranza confidando nella promessa di Dio. Amen.

Past. Daniela Santoro

Il Dio della pazienza e della consolazione
vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù,
affinché di un solo animo e d’una stessa bocca
glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo.
Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede,
affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo.

(Lettera ai Romani 15,5-6.15)

Domenica della Trinità

La grazia del Signore Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. (2 lettera ai Corinzi 13,13)

Gesù Cristo: grazia                    Dio: amore                    Spirito Santo: comunione                   … e noi

L’apostolo Paolo conclude la lettera alla comunità di Corinto ricordando la relazione tra Dio e la chiesa, tra Dio e ognuno di noi.
Un rapporto a due: ci piace come protestanti ricordare che Dio si rivolge ad ognuno di noi personalmente e ad ognuno di noi chiede responsabilmente di rispondere alla sua voce. Ma è anche un rapporto multiplo: il Dio trino entra in relazione con una comunità di credenti.

Dire che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo significa che Dio si manifesta e si fa conoscere nella relazione. Noi siamo singoli ma, nel momento stesso in cui incontriamo Dio, scopriamo di essere sì singoli, ma in relazione tra di noi e con Dio.

Il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo non è un Dio isolato e solitario, ma un Dio che si confronta, che si mette in gioco e agisce in prima persona.
È il Dio che per essere se stesso ha bisogno di un “altro”. È il Dio che crea per poter amare le sue creature; che limita se stesso diventando umano per raggiungerle; che offre la sua proposta di vita condividendola con tutti e tutte.
Ognuno e ognuna di noi ha una propria identità fatta di esperienze, capacità, competenze, sensibilità di-verse; ma ognuno e ognuna di noi è parte dell’unica umanità creata da Dio. È in questa umanità che nel confronto (non sempre facile) con gli altri e le altre conosciamo noi stessi, operiamo delle scelte, elaboriamo progetti… Ed è sempre come singoli che fanno parte dell’umanità creata che entriamo in contatto con Dio: Dio ci viene testimoniato, ci viene raccontato, impariamo a conoscerlo e a dialogare, discutere, camminare con lui, come singoli e come comunità di credenti.
Dio è relazione e noi, come sue creature, siamo esseri in relazione.

La domenica della Trinità ricordiamo proprio la volontà di relazione di Dio e il versetto scelto per questo giorno la esprime bene.
L’apostolo Paolo benedice i suoi lettori: “la grazia di Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito siano con tutti voi”.
E in effetti è una benedizione riuscire a sentire la presenza di Dio nelle nostre giornate.
Spesso l’immagine di Dio che ci viene in mente è quella di un anziano signore burbero seduto tra le nuvole che accigliato guarda cosa accade sulla terra… e a volte ci sembra di sentire tutta la pesantezza di questo sguardo indagatore;
a volte abbiamo la sensazione di essere stati abbandonati, soprattutto nei momenti di difficoltà, quando avremmo più bisogno di sostegno;
altre volte ci chiediamo che ruolo abbia Dio nella vita non solo nostra, ma del mondo intero, perché ci sembra veramente che sia lassù, lontano.

L’apostolo in poche parole ci ricorda il fondamento della nostra fede e intercede affinché la benedizione di Dio rimanga con noi, affinché ogni giorno, in ogni situazione, possiamo essere in relazione con lui:
con Dio il Padre, che dona la vita;
con Gesù il Figlio, che condivide la vita che ci è stata donata e la redime senza chiedere niente in cambio, per sola grazia;
con lo Spirito che a Pentecoste afferma di voler restare in comunione con ognuno e ognuna di noi, con l’umanità intera, affinché viviamo insieme la vita che Dio vuole condividere con noi.

È questa la benedizione di cui abbiamo bisogno e che ci viene concessa: il progetto di Dio per noi è una proposta di vita, non solo una teoria, non solo una possibilità, ma una realtà di amore, di condivisione, di speranza; una presenza amorevole e operante, che rende possibile la speranza.

Che la grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano tutti noi.
Amen.

(Past. Daniela Santoro)

Abbiamo un disperato bisogno di te, Dio (J. Laar)
Quando più poteri lottano per il dominio,
e guerra, oppressione e abusi sono il risultato;
quando gruppi di persone si oppongono gli uni agli altri
a causa di ideologia, religione o cultura diverse;
noi abbiamo bisogno di un Dio che sia più grande di noi
e dei nostri interessi personali.

Quando le persone vengono ignorate e svalutate
a causa della situazione economica, della provenienza geografica
o dello stato di salute;
quando compassione e giustizia sono negate ad alcuni e alcune
a causa del genere, dell’orientamento sessuale, di pregiudizi infondati;
abbiamo bisogno di un Salvatore che sia più compassionevole di noi
e che raggiunga e inviti tutti e tutte,
anche le persone che noi escluderemmo.

Quando le risorse sono mal gestite e abusate;
quando la terra e le sue creature vengono distrutti;
quando non riusciamo ad affrontare le sfide che ci si pongono davanti
perché non siamo motivati e manchiamo di creatività;
abbiamo bisogno di uno Spirito più potente e più creativo
di quanto potremo mai essere noi.

Dio,
Padre e Signore della nostra vita e del nostro mondo,
Gesù Cristo, Salvatore compassionevole,
Spirito Santo, che doni forza e coraggio,
abbiamo disperatamente bisogno di te.
Chiamaci, avvicinaci e rimani con noi,
affinché possiamo essere testimoni della vita che offri all’intera umanità,
affinché sappiamo agire con speranza nel mondo che ami così tanto.
Amen.

Ascensione

Non vi lascerò orfani

Nel mio primo libro, o Teofilo, ho parlato di tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare, fino al giorno che fu elevato in cielo, dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti. Ai quali anche, dopo che ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio. Trovandosi con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre, «la quale», egli disse, «avete udita da me. Perché Giovanni battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni». Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» Egli rispose loro: «Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra».
Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo».
(Atti 1,1-11)

«Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi. Non vi lascerò orfani; tornerò da voi. Ancora un po’, e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi. Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui».    (Vangelo di Giovanni 14,15-21)

Non vi lascerò orfani.

Potrebbe suonare falsa questa promessa: poco dopo Gesù sarà arrestato e i discepoli si sentiranno orfani, abbandonati, privati della presenza e della guida del Maestro. È vero che dopo solo tre giorni scopriranno con gioia e stupore che Gesù non li ha lasciati, che la morte non è riuscita a fermarlo, e saranno di nuovo insieme… ma anche questo periodo è destinato a finire presto. Dopo 40 giorni Gesù, il Risorto, ascende al cielo: non è più presente accanto all’umanità, non è più con noi come uno di noi, come uno che vive la nostra stessa vita e prova le nostre stesse emozioni per testimoniarci la realtà della speranza.
Non c’è contraddizione tra il non vi lascerò orfani e l’ascensione?
Sì, se consideriamo l’ascensione come una fuga di Gesù dal nostro mondo, un lasciarci qui per raggiungere un mondo migliore, il Suo mondo, il Cielo.
Tante persone credono, infatti, che il mondo in cui viviamo, con la sua materialità, i suoi problemi, la sua imperfezione, non sia quello che Dio ha creato per noi: il Suo mondo sarebbe un altro, un regno spirituale che non ha niente a che fare con la corporeità e con i limiti dell’essere umani.
Per questo capita che siamo invitati a elevarci dalla nostra condizione umana, a non lasciarci condizionare dal nostro corpo e dai nostri limiti, a rifugiarci in una dimensione spirituale in cui essere più vicini a Lui; a volte siamo invitati a riconoscere e coltivare la scintilla divina che avremmo dentro di noi per ricongiungerci più facilmente a Dio alla fine del nostro periodo terreno, quando ci libereremo del fardello del nostro corpo…
Per alcuni l’ascensione è solo un passaggio di stato: Gesù prima era carne, poi diventa puro spirito e raggiunge la gloria divina come pura essenza.
Eppure non c’è niente di tutto questo nelle parole di Gesù o nel racconto dell’ascensione. Anzi, quanto ci viene detto, ci porta proprio nella direzione contraria: se noi già pensiamo di poter spiccare il volo, se fissiamo il nostro sguardo verso il cielo, ecco che Dio ci riporta con i piedi per terra.
Noi come i discepoli, non siamo chiamati a cercare un altro mondo, diverso da quello che conosciamo, sul quale Dio sia signore; siamo invece chiamati a riconoscere la sua presenza e la sua signoria in questo mondo.
La sfida dell’ascensione è proprio quella di non vederla come un abbandono da parte di Gesù, ma come una conferma della sua signoria sulla nostra vita qui, su questa terra.
Gesù sale al cielo e fisicamente non è più con i suoi discepoli, con noi, ma non ci lascia orfani: continua ad essere presente nella nostra vita, continua a determinare e custodire la storia e il creato, una storia e un’umanità assolutamente concrete, legate a questo mondo imperfetto, parziale, sofferente, limitato. Un mondo che solo apparentemente resta così com’è, perché prima di andare via, Gesù fa tutto ciò che è necessario per riscattarlo e riconciliarlo con Dio. Con la croce e poi con il sepolcro vuoto, Gesù ci libera dai limiti della condizione umana vincendo ciò che più temiamo e segna la nostra vita.
Allontanandosi e confermando contemporaneamente la sua presenza, Gesù ci dimostra che non esiste una terra imperfetta, rifiutata da Dio, e un cielo perfetto, regno incontrastato in cui si sperimenta il suo potere. Gesù mostra che qui è il regno di Dio, qui lo conosciamo e qui sperimentiamo il suo amore, qui siamo chiamati a testimoniare la sua volontà, qui siamo già salvi.
Allora Gesù il giorno dell’ascensione non fa altro che tornare al Padre dopo averci mostrato l’amore del Padre: i testimoni parlano non di uno spirito etereo e svolazzante, ma di un corpo, in carne e ossa, un corpo materiale, quello del Risorto, che si innalza verso Dio.
L’ascensione non è la vittoria dello spirituale sul materiale; dello spirito sulla carne, del divino sull’umano, perché se così fosse, noi saremmo esclusi da questa vittoria, da questa promessa che ci coinvolge nella fede in Cristo.
L’ascensione è la dimostrazione che la nostra vita, la vita di adesso, riconciliata da Cristo con Dio, è aperta già ora a nuovi orizzonti, che superano i nostri confini e che addirittura ci portano fino al cielo.
Come Dio si è avvicinato a noi nell’uomo Gesù, così noi, in Gesù, possiamo avvicinarci a Dio, perché lui ci ha riconciliati e rinnovati.
L’ascensione non è allora il momento della tristezza per l’abbandono del maestro, ma la possibilità di essere vicini a Dio oltre i confini spaziali e temporali che sembrano limitare i nostri rapporti con lui.
Per questo alla fine del testo di Giovanni che abbiamo letto, Gesù insiste nel ricordare che è importante vivere nel mondo amando come lui ha amato, come Dio ci ama.
È nell’amore che Gesù manifesterà ancora a noi la sua presenza, e il dono dello Spirito realizzerà questa promessa: aiuterà i discepoli, e noi ancora oggi, a ricordare, vivere e testimoniare il grande amore di Dio per noi. Amen.

(Past. Daniela Santoro)

Venite a fare colazione

Inizio questo giorno con gioia 
certo che sei con me in ogni passo del cammino,
certo che c’è uno scopo per ogni mio respiro,
certo che c’è una speranza, verso cui cammino.

Inizio questo giorno con fede:
Tu sei la forza da cui dipendo,
Tu sei l’amore che mi abbraccia e custodisce,
è la tua pace che calma la mia anima.

Inizio questo giorno lodando:
sono certo che il tuo Spirito
illumina il mio pensiero, ispira le mie parole, guida le mie azioni.
Spero che il mio pensiero, le mie parole e le mie azioni
possano essere testimonianza del tuo amore per l’umanità;
spero che la tua grazia, attraverso la mia testimonianza,
possa raggiungere altri cuori.
(J. Birch)

Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli era-no insieme. Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla. Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che era Gesù. Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No». Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci. Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare. Ma gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano molto distanti da terra (circa duecento cubiti), trascinando la rete con i pesci.
Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane. Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora». Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. Gesù disse loro: «Venite a fare colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore. Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce. Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti.
(Giovanni 21,2-14)

Vado a pescare… Veniamo anche noi con te.
Questa volta i discepoli sono tutti concordi: torniamo a lavorare.
E perché no? I discepoli devono lavorare, provvedere al loro mantenimento; non possono continuare a girovagare in attesa che qualcuno si occupi di loro: devono darsi da fare. Gesù è morto e risorto, ma non è con loro, non è più come prima, la loro vita deve continuare.
Lo capiamo bene noi che dopo due mesi cerchiamo di ritrovare quelle occupazioni, quei gesti, quella routine che bruscamente ci è stata tolta. È un modo per scacciare la paura, per incoraggiarsi e guardare al futuro con ottimismo; è un modo per mettere nella scatola dei brutti ricordi un periodo difficile, in cui ci siamo inaspettatamente sentiti impotenti, deboli, vittime. E quindi, sì, perché no? Torniamo a lavorare e riprendiamoci la nostra vita.
Eppure questa loro decisione ci mette a disagio. Mentre Pietro parla, sentiamo chiaramente in sottofondo il rammarico, la rassegnazione, la tristezza; e nelle parole dei suoi compagni traspaiono la stanchezza e lo smarrimento, il bisogno di recuperare un punto di riferimento, qualcuno che proponga e diriga il lavoro.
… e questo non lo capiamo! Com’è possibile che dopo gli eventi degli ultimi giorni, dopo aver vissuto l’emozione della Pasqua e aver visto il Cristo risorto, i discepoli tornino, come se niente fosse accaduto, alla loro vita di prima? Come possono farlo?
Forse come facciamo anche noi, anno dopo anno, ogni volta in cui, dopo aver ricordato la Pasqua, lasciamo che la nostra vita proceda nel solito modo; quando nonostante tutte le nostre riflessioni e convinzioni, lasciamo che la Parola di Dio resti solo parola e non le permettiamo di agire, non ci lasciamo coinvolgere e guidare dalla sua forza.
Dopo aver ricordato le tappe più importanti della salvezza operata da Dio per il suo popolo, vorremmo fare qualcosa in più provando a condividere con gli altri e le altre la gioia, la fiducia, la serenità che riceviamo dall’Evangelo… ma è difficile, non ci riusciamo, e allora come Pietro, ci accontentiamo del prima. Gesù è nato, ha condiviso la nostra esistenza, ci ha testimoniato l’amore di Dio morendo e risuscitando, possiamo sentire la sua presenza … ma tutto questo spesso rimane un’emozione, una disposizione spirituale, una consolazione interiore che non ha sbocco nella quotidianità. Nulla cambia.
Anzi, tutto sembra tornare indietro, al tempo in cui i discepoli erano semplici pescatori di pesci.
Li possiamo vedere mentre preparano la barca, la mettono in acqua e vi salgono cercando di recuperare quei gesti conosciuti, quei pensieri familiari, quelle attenzioni che da tempo avevano messo da parte.
Ma proprio nella ricerca del conosciuto, si accorgono che c’è qualcosa di diverso.
In loro? Nel mare? Nella barca? Forse non lo sanno neanche loro! Eppure quello che sapevano fare meglio, ciò a cui si erano dedicati per tutta la vita, quello in cui si rifugiano quando sono disorientati e bisognosi di sicurezza, proprio quello non funziona. Provano a pescare tutta la notte, ma non ne ricavano niente. La soddisfazione che si aspettavano di ricevere non arriva e con la delusione, lo sappiamo per esperienza, arrivano invece la rabbia e la tristezza.
Figlioli, avete del pesce?        Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete.
Quanto può essere fastidioso che gli altri si accorgano di ciò che non riusciamo a fare… e lo è ancora di più se pretendono di correggerci, di insegnarci come farlo!
La frase di Gesù sembra quasi una presa in giro: destra o sinistra, cosa vuoi che cambi? Pesce non ce n’è!
Eppure le reti vengono buttate, forse più per sfida che per convinzione. E quando si riempiono di pesce, allora i discepoli riconoscono Gesù.
Non lo riconoscono dall’aspetto, nonostante fosse la terza volta che Gesù si presentava loro; non lo riconoscono dalla parola, una parola che voleva essere d’aiuto e invece viene compresa come una messa in discussione della loro competenza; non lo riconoscono dall’intenzione, dal voler condividere con loro un’esperienza negativa per redimerla… i discepoli lo riconoscono dal miracolo. Forse sono così chiusi nella delusione, nella frustrazione, nella poca fiducia nel futuro che li aspetta, che non riescono a vedere Dio se non in ciò che è fuori dalla loro esperienza, fuori da ciò che riguarda il loro mondo.
Venite a fare colazione.
Il Signore risorto non solo entra di nuovo e in modo deciso nella loro vita, ma li invita a condividerla nelle azioni più banali della quotidianità: prima pescare, ora fare colazione.
I discepoli non sono soli nel lavoro, non sono soli nel mangiare… non devono lavorare da soli e non devono neanche preparare loro la colazione.
Il Dio della creazione, dell’incarnazione, della resurrezione è anche il Dio della quotidianità. Quel mattino, quando i discepoli scendono dalla barca, si accorgono che Gesù ha già preparato la brace, il pesce sta cuocendo e il pane è già pronto.
Eppure Gesù chiede ai discepoli di portare un po’ del pesce che hanno pescato.
Dio potrebbe offrire tutta la colazione, ma preferisce condividere. Nel rapporto con Dio non esiste il mio e il tuo, ma il nostro: lui condivide ciò che possiede con noi, ma anche ci chiede di mettere a disposizione sua e degli altri ciò che noi possediamo, perché ogni cosa ci è donata da lui, dal suo amore… i discepoli hanno il pesce solo grazie all’intervento di Gesù.
La Pasqua è passata. Le nostre solite attività a poco a poco ricominceranno e anche noi cercheremo di ritrovare la nostra vita di prima. Ma oggi ci viene ricordato che Gesù ci si avvicina per condividere la nostra vita in ogni situazione, nell’emergenza come nella routine della quotidianità che tanto ci manca. Ci avvicina non per metterci in difficoltà, ma per accompagnarci nei successi, come nelle delusioni; ci indica i segni della sua presenza e del suo amore. E alla fine, per ognuno di noi, c’è l’invito: Venite a fare colazione: il pesce è sulla brace, il pane è pronto… mancate solo voi.
Avviciniamoci a Dio e gli uni e le une agli altri e alle altre, così come siamo, pronti a condividere ciò che abbiamo e ad accogliere ciò che ci viene offerto, per vivere insieme, con lui, la nostra vita. Amen.
(Past. Daniela Santoro)

Signore, salvaci da noi stessi.
Continuiamo a fare sempre le stesse cose,
aspettandoci risultati diversi:
abbiamo paura del nuovo e ci rifugiamo nel passato.
Signore, salvaci dal fare troppo.
Andiamo a pescare ogni giorno
e non ci accorgiamo che tu ci aspetti sulla spiaggia
e hai già preparato la colazione per noi.

Signore, salvaci dal fare troppo poco.
Ti diciamo che ti amiamo,
eppure spesso trascuriamo le tue pecore.
Signore, salvaci da noi stessi.
Aiutaci ad ascoltarti e a risponderti con gioia
quando ci dici: “Vieni e seguimi”.

(N. Decker, Preghiera sul cap.21 di Giovanni)

Tommaso

“Se non vedo e non tocco, non credo”

Per me è stato diverso, forse doveva esserlo.
Tutta la mia vita è stata la stessa,
la stessa di mio fratello gemello:
gli stessi vestiti, lo stesso primo giorno di scuola – in sinagoga,
lo stesso compleanno – spesso gli stessi regali…
anche lo stesso nome, se la gente ci confondeva.
Gesù è stata la prima persona che mi ha veramente trattato come un individuo.
Sapeva che cosa fosse importante per me. Sapeva che cosa mi rendeva me stesso.
Così forse, riflettendoci,
Gesù aveva le sue ragioni per incontrare gli altri discepoli quando io non c’ero.
Fu una settimana strana per me:
tutti parlavano di angeli e fantasmi, di corpi rubati, di viaggi e di pane spezzato…
non sapevo a cosa credere.
Avevo bisogno di vedere Gesù con i miei occhi e una settimana dopo lo feci.
Lui stava davanti a me e si rivolgeva proprio a me, a Tommaso,
invitandomi a toccarlo per assicurarmi che fosse in carne e ossa.
Per me è stato diverso, ma forse è diverso per tutti.
Gesù chiama ognuno di noi in modo diverso e ci invita nella sua vita risorta.
(R. Burgess)

Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» (Giovanni 20,24-28)

Se non vedo e non tocco, non credo”… e così Tommaso è diventato il diffidente per antonomasia, il credente imperfetto. Eppure, che cosa ha fatto Tommaso di diverso rispetto agli altri discepoli?
Alla notizia che il corpo di Gesù era sparito, Pietro e un altro discepolo corrono al sepolcro per verificare le parole di Maria: cercavano una prova!
Quando Gesù si mostra agli altri discepoli, non solo parla, ma fa vedere loro le mani e il costato: dà loro una prova!
Perché Tommaso dovrebbe credere senza condizioni ad un annuncio irrazionale, incredibile, solo per la parola di presunti testimoni? Perché noi dovremmo credere all’annuncio che da migliaia di anni ci raggiunge invitandoci a riporre la nostra fiducia nel Risorto?
Noi come Tommaso sperimentiamo tutta la difficoltà di comprendere e di vivere l’annuncio che ci è rivolto, quella Parola che non vuole solo essere presa in considerazione e ritenuta vera, ma pretende di rivoluzionare il nostro modo di pensare, di scegliere, di agire; una Parola che ci vuole cambiare mentre la ascoltiamo, che vuole formare la nostra identità ed esserne parte. Per questo non basta solo ascoltarla, abbiamo bisogno di incontrarla, di sperimentarla nel nostro mondo personale… ed è questo, in fondo, che chiede Tommaso.
Credere nella resurrezione di Gesù, significa dover reinterpretare tutta la sua esperienza con il Maestro, significa dover rivedere le sue convinzioni, rielaborare i suoi progetti…
“Se non vedo e se non tocco”… e quando Gesù si presenta di nuovo a tutti i discepoli riuniti, ci aspetteremmo, come si vede spesso nelle opere d’arte ispirate a questo racconto, che Tommaso metta il ditino nelle ferite. Ma questo non accade.
Tommaso vede e ascolta il Risorto, esattamente come hanno fatto gli altri discepoli una settimana prima, e dopo… si, c’è un dopo, Tommaso fa qualcosa che gli altri discepoli non hanno fatto, Tommaso adesso confessa la sua fede: “Signor mio e Dio mio!”. E con questo ha compiuto il suo personale cammino di fede. Il Risorto non è solo il maestro Gesù risuscitato, non è un Signore e un Dio qualsiasi; non è il Signore e il Dio delle persone che glielo hanno fatto conoscere. Il Risorto è il Signore e il Dio della sua vita, il Dio che lo ha raggiunto nel momento del dubbio, dell’incredulità, dell’inquietudine, donandogli la risposta di cui aveva bisogno; il Risorto è il Signore e il Dio di Tommaso.
Una sorella nella fede con cui pochi giorni fa ho scambiato alcune mail proprio su Tommaso (questo scritto nasce da questo dialogo), mi ha fatto riflettere sul nome di questo discepolo: Tommaso in aramaico, Didimo in greco, Gemello in italiano. Lei scrive: “anch’io sono gemella e per esperienza so che si ha a che fare con la ricerca continua della propria identità, con la ricerca dei particolari che ai più sfuggono, con tutto ciò che questa situazione comporta”.
Più che dubitare, Tommaso è in ricerca: l’aver conosciuto Gesù ha messo in questione la sua vita, le sue scelte, e sente che sta cambiando. Tommaso è pronto a seguire Gesù fino alla morte (Gv 11,16), ma ammette anche di non sapere dove Gesù vada e quale sia la via da seguire (Gv 14,5); sa che Gesù è risuscitato, ma che conseguenza ha questa informazione sulla sua vita, in che direzione lo porta?
Gesù sembra ascoltarlo, lo conosce e sa di che cosa lui abbia bisogno: eccolo lì, davanti a lui. E le sue parole, in questo contesto, non sono un rimprovero, sembrano più un incoraggiamento: Non essere incredulo, ma credente.
Come Filippo, quando proviamo a vivere la nuova realtà della fede nella concretezza della quotidianità, ci scopriamo sì credenti, ma anche in ricerca, con tutte le nostre domande, i nostri vorrei, potrei, non so, mi piacerebbe… perché la fede non è solo una bella e confortante frase da ricordare all’occorrenza, ma un invito a vivere in modo rinnovato la propria esistenza, ad essere persone nuove, che trovano nell’incontro con Dio la loro vera e profonda identità.
Per questo l’incredulità di Tommaso è una richiesta: poter incontrare anche lui il Risorto. In fondo, anche quando noi parliamo agli altri e alle altre del conforto, della consolazione, dell’accompagnamento, del perdono, dell’amore che riceviamo da Dio, lo diciamo sperando che la nostra esperienza possa diventare concretamente l’esperienza di chi ci ascolta, e quando questo accade, significa che Dio si è reso visibile e si è fatto incontrare, ha risposto personalmente… proprio come ha fatto con Tommaso.

(Past. Daniela Santoro)

Dio, ci troviamo in uno spazio liminale,
il caos e il disordine hanno confuso le nostre vite,
i nostri tempi, i nostri pensieri, le nostre abitudini.
Ma in questo spazio ci offri ancora un tempo
per incontrarti e ricevere la tua pace.
Ci sediamo con i discepoli sul divano, attorno al tavolo,
con le porte chiuse a chiave e aspettiamo,
intimoriti, sperduti.
Ma quando ti rendi presente,
il tuo spirito di pace riempie i nostri spazi angusti.
Raggiungici e incontraci oggi,
donaci la stessa parola di speranza che hai dato ai discepoli spaventati
quella sera di Pasqua di tanti anni fa,
rasserenaci e rallegraci.
Te lo chiediamo nel nome di tuo Figlio,
il nostro Salvatore risorto, Gesù Cristo. Amen.

(L. Grammer)

Maria!

Giovanni 20,1.11-18

Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo»…
Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.

Maria!
In quanti modi possiamo pronunciare un nome? Provateci: possiamo chiamare Maria per sapere se è in casa, per rimproverarla o perché abbiamo bisogno di aiuto e la invitiamo a precipitarsi da noi, o al contrario le intimiamo di fermarsi e fare attenzione, possiamo pronunciare il nome in modo canzonatorio, per giocare, spaventati o contenti nel vederla…

Rabbunì!
Come avrà pronunciato Maria questa parola? Con stupore, paura, incredulità, gioia…
Sicuramente questa donna non pensava che la sua giornata comprendesse l’incontro con un morto… con il Risorto.
Al mattino presto, nella penombra che precede l’alba, Maria si reca da sola al sepolcro.
Quante volte anche noi non riusciamo a dormire: pensieri, preoccupazioni, ansia, dolore… arrivati ad un certo punto, meglio alzarsi e fare qualcosa piuttosto che continuare a girarsi e rigirarsi nel letto. E spesso ci decidiamo anche noi ad “andare al sepolcro” ad affrontare quello che non ci fa dormire.
Maria ha molto a cui pensare: venerdì ha assistito alla crocifissione di Gesù e una volta morto, ha visto Giuseppe e Nicodemo occuparsi del suo cadavere, avvolgerlo nelle bende con aloe e mirra e poi deporlo nel sepolcro del giardino lì vicino. Probabilmente non era così che voleva separarsi da Gesù: troppa gente, troppi curiosi, troppo dolore… ma adesso può avvicinarsi al sepolcro nella calma della notte, nel silenzio che accompagna il risveglio. Ha bisogno di vedere la pietra che chiude il sepolcro e che separa definitivamente Gesù dalla vita; ha bisogno di “mettere una pietra sopra”, seppellire anche lei un’esperienza, un’amicizia, un capitolo della sua vita, in un misto di ricordi, sensazioni, emozioni, parole e gesti. Vuole chiudere definitivamente la notte per poter, all’alba, iniziare un nuovo giorno.
Ma arrivata al sepolcro, lo trova aperto: la pietra è stata tolta.
Non era preparata a questo: come aprirsi a qualcosa di nuovo, se il passato non è chiuso? E poi la paura, l’incomprensione, il non sapere cosa fare… probabilmente anche noi al suo posto ci saremmo seduti su una pietra a piangere guardando il sepolcro vuoto, e sentendoci anche noi svuotati delle nostre certezze.
Ma il sepolcro non è vuoto, anzi, è fin troppo affollato: al posto del cadavere ci sono due angeli vestiti di bianco che le chiedono tranquillamente: “Donna, perché piangi?”.
Come avranno pronunciato questa frase gli angeli? Con simpatia e affetto, con severa fermezza, con stupore… quel che sappiamo è che Maria dopo aver risposto, si volta immediatamente verso il giardino e la sua attenzione è attratta da quello che lei pensa essere l’ortolano.
Stessa domanda: “Donna, perché piangi?”.
E questa volta Maria parla, non si limita a rispondere educatamente come ha fatto con i due angeli dentro al sepolcro: con l’uomo comune, che è fuori, nel giardino, come lei, Maria osa esprimere i suoi pensieri. D’altra parte, Maria avrà pregato tanto negli ultimi giorni, ma la risposta che si aspettava non era arrivata: Gesù è morto. Cosa poteva dirle Dio adesso, e cosa poteva chiedere ancora lei a Dio o ai suoi messaggeri? Invece l’ortolano conosce il giardino, può aver visto cosa è successo… se qualcuno può dar-le una risposta, è lui!

Maria!
Solo un nome, e tutto cambia. Un nome in cui sembrano concentrarsi tutte le risposte e tutte le aspettative. Un nome che invita Maria a riconoscere lo straordinario nell’ordinarietà di quella notte. Maria ha visto una pietra rotolata, un sepolcro vuoto, degli angeli al posto di un cadavere, ha sentito la loro voce chiedere il motivo del suo pianto, ha odorato l’aloe e la mirra che impregnavano le bende che ora sono per terra…
Anche noi a volte valutiamo la realtà solo basandoci sulle nostre aspettative: a volte vediamo, sentiamo, tocchiamo, incontriamo… ma non sappiamo riconoscere i messaggeri di Dio accanto a noi, non riusciamo a vedere la luce che si insinua nel buio e ci permette di vedere, prima dell’alba, il sepolcro vuoto e le bende a terra. E come Maria restiamo nel giardino a piangere e riponiamo la nostra fiducia nell’ortolano, non in Dio.
Ma basta essere chiamati per nome perché tutto cambi.
Il Risorto chiama Maria per nome portandola nel suo presente, ricollegandola a quel passato su cui avrebbe voluto “mettere una pietra sopra”. L’esperienza di nuova vita, dignità, giustizia, amore, verità vissuta con Gesù, non si conclude con la sua morte, anzi, costituisce quel passato che permette di vivere il presente nella speranza, riconoscendo i segni della presenza di Dio che illuminano il buio prima dell’alba, aprono i sepolcri nella nostra vita, ci sostengono e accompagnano nelle nostre notti insonni, nei nostri dubbi e nelle nostre paure.
Ogni volta che le nostre preghiere sembrano non trovare risposta, ogni volta che i nostri progetti svaniscono nonostante i nostri sforzi, ogni volta che la violenza ci scandalizza, che la malattia ci fa soffrire, che la paura ci assale, tutte le volte in cui non riusciamo a sentire la presenza, l’amore, la consolazione, la pace promesse da Dio, possiamo sentir chiamare il nostro nome e guardando verso il sepolcro, ci accorgeremo che la pietra non è più al suo posto, la speranza non è sconfitta e noi siamo ancora in cammino.
Il Risorto invita Maria a non trattenerlo: è un invito a vivere il presente senza aggrapparsi e rinchiudersi nel passato. E forse per questo il compito che le dà è veramente senza precedenti: Maria deve testimoniare agli altri discepoli che Gesù è risorto; che il sepolcro non è più un luogo di morte: Dio è presente anche lì con i suoi messaggeri; che le promesse di Dio si adempiono.
È lei che deve parlare, una donna comune. Siamo noi, a dover parlare, uomini e donne comuni… che si disperano, dubitano, si arrabbiano, si spaventano, indietreggiano e ci mettono un po’ a capire che cosa sta succedendo… ma quando veniamo chiamati, possiamo riconoscere e indicare la luce attorno a noi, prima dell’alba. Amen.

(Past. Daniela Santoro)

Signore Gesù Cristo,
risorto all’alba del nuovo giorno.
Nel giardino ancora umido della rugiada del primo mattino
troviamo una tomba vuota: non sei qui!
Tu sei al nostro fianco, risorto e glorificato.
Hai distrutto la morte.
Hai spezzato le catene dell’oppressione.
Ci hai preceduto nei luoghi più oscuri e spaventosi
e li hai resi inoffensivi.
Gesù Cristo,
tu che sei in eterno,
ieri, oggi e per sempre,
tua è la vittoria.
La terra ora comincia a svegliarsi,
sii con noi in questo giorno e per sempre
Amen
(D. Broom)

Domenica 19 aprile

Egli è risuscitato!

(Matteo 28,6)

Quali sono le reazioni a questa notizia?

NON E’ VERO
Alcuni della guardia vennero in città e riferirono ai capi dei sacerdoti tutte le cose che erano avvenute. Ed essi, radunatisi con gli anziani e tenuto consiglio, diedero una forte somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo”.  (Matteo 28,11-13)

E perché non dovrebbe essere andata così? Perché i discepoli di Gesù non avrebbero dovuto, dopo la sua morte, recuperare il cadavere e far credere che fosse risorto? In questo modo avrebbero evitato di dover ammettere, almeno di fronte agli altri, di aver riposto la propria speranza in un impostore…
No, non impostore, perché gli insegnamenti, le guarigioni, l’inclusione sociale e religiosa, il dono della dignità, non sono stati illusioni, erano reali: la vita di chi ha incontrato Gesù è veramente cambiata. Gesù non ha mai agito per se stesso e se ha parlato di sé, lo ha fatto per far conoscere Dio. La crocifissione e la morte di Gesù non cancellano la sua testimonianza.
La resurrezione però porta qualcosa in più: compie il messaggio evangelico e coinvolge tutti e tutte. L’annuncio della resurrezione infatti non raggiunge solo i contemporanei di Gesù, ma chiunque ascolti la sua storia, la storia di Dio con l’umanità. E quando la ascoltiamo ci rendiamo conto di farne parte, non come semplici comparse, ma come protagonisti. Questa scoperta, se la facciamo nostra, ci rende liberi e libere. Liberi dalla morte, dalla disperazione, dalla rassegnazione, dalla solitudine, dai giochi di potere, dalla paura, dalla vergogna, dai pregiudizi… liberi di ammettere tutti i limiti nostri e dell’umanità sapendo di essere accolti e rinnovati dall’amore di Dio, sicuri di essere stati creati non per la morte, ma per la vita, convinti che siamo chiamati a testimoniare la certa speranza del nuovo mondo di Dio.

VI SIETE SBAGLIATI
Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. I discepoli dunque se ne tornarono a casa. (Giovanni 20,1-11)

Si, qualcosa è successo: il cadavere non è più nella tomba… ma non tutto quello che vediamo, sappiamo spiegarcelo; non a tutto quello che vediamo, crediamo.
I discepoli vorrebbero credere e per questo corrono al sepolcro per verificare, loro stessi, l’informazione. Corrono, vedono, uno crede e l’altro registra l’informazione ed entrambi, non capendo, la mettono da parte. Niente cambia: erano a casa e ora tornano a casa.
Anche a noi viene annunciata la resurrezione e anche noi corriamo, ci rechiamo nei tanti sepolcri del nostro mondo, della nostra società, della nostra vita. E i sepolcri sono ancora là, la pietra è tolta, il sepolcro è aperto, guardiamo… e torniamo a casa. Crediamo che qualcosa sia successo, che qualcosa di nuovo sia possibile… ma torniamo a casa.
È troppo poco vedere uno spiraglio di luce di vita inondare il buio della morte? È troppo poco constatare che il macigno che chiudeva il sepolcro è stato spostato eliminando la barriera che separava la vita e la morte? È troppo poco rendersi conto che Dio è signore della vita e il suo amore ha l’ultima parola anche sulla morte? È troppo poco accorgersi che possiamo oltrepassare il confine del sepolcro e collegare quei mondi che ci sembrano a volte così distanti, la vita e la morte, ma anche la gioia e il dolore, la serenità e la sofferenza, la giustizia e il pregiudizio, l’amore e l’egoismo, il cielo e la terra? La pietra è tolta, il cadavere non c’è più, Gesù è resuscitato: tutto cambia…
Eppure con i discepoli corriamo, vediamo, crediamo, non riusciamo a capire e torniamo a casa aspettando, insieme a loro, che accada qualche altra cosa.

DAVVERO?
Or Gesù, essendo risuscitato la mattina del primo giorno della settimana, apparve prima a Maria Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a coloro che erano stati con lui, i quali facevano cordoglio e piangevano. Essi, udito che egli viveva ed era stato visto da lei, non lo credettero. Dopo questo, apparve in modo diverso a due di loro che erano in cammino verso i campi; e questi andarono ad annunciarlo agli altri; ma neppure a quelli credettero. (Marco 16,9-13)

È sicuramente facile credere a quello che vediamo e possiamo verificare, mentre, spesso, non osiamo credere quello che speriamo. E quanto è difficile parlare di quello che crediamo se non possiamo dimostrarlo.
Maria e i due discepoli ci provano, ma invano. I discepoli non credono alla parola della donna, ma neanche a quella più autorevole di due di loro, due del gruppo.
La resurrezione non è un’esperienza del nostro mondo. Un uomo torturato, morto su una croce, deposto in un sepolcro, non può essere vivo: dopo la morte e la sepoltura non ci può essere altro che cordoglio e pianto, anche se il sepolcro è aperto, anche se il corpo non c’è più… perché se invece fosse tutto vero… che cosa dovremmo fare? Non dovremmo cambiare il nostro modo di pensare, di agire, di relazionarci?

SI, E’ RISORTO!
Poi Gesù apparve agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che l’avevano visto risuscitato. (Marco 16,14)

Incredulità e durezza di cuore.
Gesù è risorto? L’amore di Dio vince sulla morte? Sono creata per la vita? Dio è signore della storia?
Non ci credo finché non ne vedo le prove. O meglio, credo, perché come ai discepoli, anche a me è stato annunciato, ma finché non ne vedo chiaramente gli effetti nella mia vita, rimango in attesa, a casa, a piangere e fare cordoglio, a lamentarmi e prendermela con Dio che non fa abbastanza per me e per il mio mondo.
Incredulità e durezza di cuore sono strettamente collegate.
Credere la buona notizia della resurrezione di Gesù significa abbattere i muri della nostra cameretta allargando il nostro mondo e collegandolo a quello degli altri e delle altre, entrare nella comunione che Dio crea con noi e fra di noi.
Credere che Gesù è risorto significa riconoscere la presenza di Dio nel nostro mondo, non solo nel mio;
significa distinguere la luce che entra nei sepolcri attorno a noi perché le pietre sono state spostate, e avere il coraggio di entrare per farli diventare luoghi di vita, di amore, di condivisione, di dignità, di speranza;
significa lasciarsi consolare e incoraggiare, perché la testimonianza che abbiamo ricevuto dalle parole e dalle opere di Gesù, adesso è compiuta: Dio ci ha rivelato il suo progetto per l’umanità, un progetto di vita, e non di morte, di speranza e non di rassegnazione, un progetto per tutti e tutte, non solo per qualcuno.
Nei sepolcri si entra, o si viene portati, ma dai sepolcri si esce, si viene portati fuori.
La resurrezione di Gesù non è una notizia da conoscere, ma da vivere e condividere. Dio ha rotolato la pietra del sepolcro perché noi potessimo oltrepassare tutti i confini che ci impauriscono, che ci minacciano, che ci impediscono di vivere bene, di vivere con lui. Questa è la nostra fede e la nostra certa speranza, da vivere e condividere.

E Gesù disse loro: Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. (Marco 16,15)

Gesù è risuscitato.

Amen.

 

INNO 110 – Gloria al Signor in terra e in ciel!

Ivan Furlanis, organista della Chiesa Metodista di Padova

Past. Daniela Santoro

Pasqua

Culto di Pasqua

Culto di Pasqua a cura delle pastore e dei pastori del VII Circuito

Saluto: Sovrintendente Maria Paola Gonano
Liturgia a cura delle/i pastore/i:
Marco Casci, Dieter Kampen,
Daniela Santoro, Laura Testa
Predicazioni: past. George Ennin, past. Davide Ollearo

LINK: https://youtu.be/R6xLCPLiFis