IL SERVO DI DIO

Oggi è la domenica che viene dedicata nelle nostre chiese ogni anno alla CEVAA, un organismo che non tutti i nostri membri conoscono, per cui un piccolo accenno va fatto. La CEVAA è la Comunità di chiese protestanti in missione; raggruppa chiese di 24 Stati in Africa, America Latina, Europa, Oceano Indiano e Pacifico e porta la sua riflessione dentro gli Istituti di formazione teologica. (da Riforma)

Per quest’anno la CEVAA ha suggerito per la predicazione un passo di Isaia che a me è molto piaciuto e che mi ha “costretta” ad un ripasso di questo libro così spesso citato nelle nostre chiese. Ma perché questo suggerimento? Leggiamo il passo di Isaia 42, 1-9).

1 «Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio spirito su di lui, egli manifesterà la giustizia alle nazioni. 2 Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. 3 Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; manifesterà la giustizia secondo verità. 4 Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra; e le isole aspetteranno fiduciose la sua legge». 5 Così parla Dio, il SIGNORE, che ha creato i cieli e li ha spiegati, che ha disteso la terra con tutto quello che essa produce, che dà il respiro al popolo che c’è sopra e lo spirito a quelli che vi camminano. 6 «Io, il SIGNORE, ti ho chiamato secondo giustizia e ti prenderò per la mano; ti custodirò e farò di te l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni, 7 per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre. 8 Io sono il SIGNORE; questo è il mio nome; io non darò la mia gloria a un altro, né la lode che mi spetta agli idoli. 9 Ecco, le cose di prima sono avvenute e io ve ne annuncio delle nuove; prima che germoglino, ve le rendo note».

Il cap. 42 si trova nel deutero-Isaia, anche detto “secondo Isaia” e le fonti ci dicono che venne scritto poco più di 500 anni prima di Cristo, quindi durante l’esilio di Babilonia.

Eppure ancor oggi queste parole sono (almeno per me) di una attualità e di una freschezza incredibili, se cerchiamo di non essere legati a significati negativi di alcuni termini e se cerchiamo di comprendere il perché di alcune espressioni che spero di chiarire.

Il versetto 1 presenta una figura assai particolare: IL SERVO. Nella Bibbia troviamo spesso questo termine, un vocabolo che nell’attuale linguaggio quotidiano è quasi in disuso perché oggi riveste connotazioni negative, di oppressione, di sudditanza. Ma al tempo non era così, perché i plenipotenziari di un sovrano, i ministri, i personaggi di rango di una corte erano SERVI dei loro signori, cioè nell’operare quotidiano erano i suoi portavoce.

Ecco perché grandi personaggi dell’A.T., coloro ai quali Dio dà la sua totale fiducia per incarichi importanti, sono insigniti del titolo di “SERVO”, un titolo che comporta un rapporto di affezione e di fiducia reciproco. Lo stesso Mosè è colui che riceve più spesso questo titolo e non possiamo certo dire che egli, pur riconoscendo la sua sottomissione al Signore, non trattasse con lui senza rinunciare al proprio pensiero e alla propria dignità.

Il SERVO visto in questa accezione non è quindi un essere da sfruttare, da sottomettere, infatti il versetto prosegue con parole di grande rilievo: “ … io lo sosterrò”, “… io ho messo il mio spirito sopra di lui”, “… egli manifesterà la giustizia alle nazioni”.

Insomma, il SERVO è il rappresentante del suo signore, il suo araldo, colui che ha il mandato di parlare ed agire per conto del suo signore.

E se qualcuno può ritenere che questa sia un’interpretazione fasulla, la conferma del fatto che non è così ci deriva dai versetti 2 e 3: “Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; manifesterà la giustizia secondo verità.” per i quali è necessario un riferimento storico.

Nell’ambito del diritto babilonese esisteva un funzionario denominato araldo del gran Re, con il compito, dopo che il re aveva emesso una sentenza capitale, di percorrere la città per renderla pubblica a gran voce nelle piazze, per verificare se qualcuno potesse ancora testimoniare a favore del condannato. L’araldo era munito di un bastone da viaggio e di una lanterna. Al termine del percorso, se non si era presentato nessuno per discolpare il condannato, l’araldo si recava nella casa del condannato e in sua presenza rompeva il bastone e spegneva la lampada, dichiarando così la sentenza inappellabile. A questo è dovuto il riferimento dei due versetti.

Ma il servo di cui ci parla Isaia non è un araldo che deve confermare una condanna, ma ha ben altri incarichi: “Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra” (v. 4) e lo fa in forza di quanto detto ai vv. 6-7: “Io, il SIGNORE, ti ho chiamato secondo giustizia e ti prenderò per la mano; ti custodirò e farò di te l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre.”

Certo che questo è qualcosa di più rispetto alla cieca obbedienza della legge e alla conferma di eventuali condanne, perché, con la forza che deriva dal Signore (questa volta con la S maiuscola) il servo non solo diventa un portavoce, ma opera in prima persona per proclamare la giustizia, per illuminare coloro che sono nelle tenebre, per diventare “luce delle nazioni”.

Purtroppo, se guardiamo alla storia della cristianità, sappiamo bene che una tale vocazione missionaria è stata travisata, dando origine a comportamenti persecutori, a prevaricazioni, a guerre per “portare la verità”, comportamenti che certo hanno avuto ben poco a che fare con la giustizia e con l’annuncio, comportamenti messi in atto da chi riteneva (o ritiene ancor oggi) di essere il depositario di un’unica e certa “verità”, dando per scontato che tutti coloro che non la condividono sono per ciò stesso degni di condanna, se non addirittura di dannazione eterna.  Per fortuna, almeno nelle nostre chiese, credo che non vi sia alcuno che sia convinto di essere il detentore della verità e spero invece che ciascuno, pur animato dalla fede che confessa, sa bene che non per questo l’umanità è divisa fra coloro che sono “eletti” – e quindi depositari della verità e destinati alla salvezza – e coloro che invece non lo sono e quindi “indegni” di una prospettiva salvifica, in qualsiasi modo questa possa un domani realizzarsi.

Vivere coerentemente al servizio della giustizia di Dio significa modellare la propria vita sulla natura stessa di Dio, un Signore che noi crediamo sia animato da profonda misericordia, un Signore che non guarda al colore della pelle, un Signore che vuole che la giustizia si espanda per tutti gli abitanti della terra, anche per coloro che si trovano nelle situazioni più disperate, anche quando la legalità e l’onestà sembrano ormai irrimediabilmente compromesse.

E anche laddove ci siano queste situazioni, il SERVO del Signore è chiamato all’utopia (se volete), è chiamato a comportarsi secondo il messaggio che ha ricevuto e che deve proclamare, perché una fede intimistica, che non si rivolge con parole e fatti agli altri, non serve a nulla.

Essere “eletti” dal Signore non significa avere privilegi rispetto agli altri esseri umani, ma è soprattutto un onere che ci impegna a seguire gli insegnamenti del nostro Dio, uscendo dalle nostre cucce calde fatte dei nostri privilegi, del nostro benessere, delle nostre certezze (che spesso non vogliamo mettere in discussione per paura) e intraprendere invece un cammino di solidarietà, di condivisione, di confronto con gli altri.

Certo, dobbiamo mettere in gioco ciò che abbiamo, quel che siamo e quel che sappiamo, ma questa è ciò che dobbiamo fare, senza timidezze ma anche senza sicumera, perché essere persone di fede non ci rende migliori rispetto a coloro che non lo sono, oppure rispetto a coloro che credono in un altro Dio. Essere “missionari” del messaggio che abbiamo ricevuto e coltivato con lo studio della Bibbia significa non rintanarci nelle nostre chiese e nelle nostre case, coltivando i nostri orticelli, ma significa opporsi alle ingiustizie anche sapendo che esse continueranno ad esserci fino alla fine dei tempi.

Essere “missionari” del messaggio significa credere anche contro ogni speranza, significa prendere coscienza che qualcosa può cambiare in questo mondo così ingiusto, significa credere che l’utopia non è irrealizzabile.

E vorrei chiudere questa meditazione con un bel testo, che mi ha molto colpito, di Eduardo Galeano, giornalista e scrittore uruguaiano morto pochi anni fa:

“L’utopia è all’orizzonte.

Mi avvicino di due passi e lei si allontana di due passi.

Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là.

Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai.

Ma allora a cosa serve l’utopia?

Serve proprio a questo: a camminare.”

Voglia il Signore aiutarci nel nostro cammino di suoi servi.

AMEN

(Liviana Maggiore)

COSA SIGNIFICA “AMORE”

Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge. E questo dobbiamo fare, consci del momento cruciale: è ora ormai che vi svegliate dal sonno; perché adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.  (Romani 13,8-12)

Preparando il culto per questa prima domenica di Avvento il mio pensiero si è concentrato sul fatto che parlare di amore per il prossimo in una chiesa cristiana rischia di essere banale e assodato. Ma è proprio così?

Perché Paolo scrive quello che abbiamo letto?

Il testo si colloca nella seconda parte della lettera ai Romani, dove Paolo cerca di comunicare alcune indicazioni “pratiche” affinché ciò che ha esposto nella prima parte sulla salvezza, il peccato, la speranza, il non ritenere che solo i Giudei siano i detentori della fede, siano concetti che non devono essere solo lasciati nelle elucubrazioni teologiche o filosofiche, ma debbano essere invece parte integrante dell’etica di un credente.

In questo senso, parlare di AMORE verso il prossimo non è poi così scontato, perché è proprio l’etica, cioè il comportamento del credente che testimonia della fede che si afferma di avere, affinché, come Paolo scrive nel cap 2 (riprendendo da Isaia) “il nome di Dio non sia bestemmiato per causa nostra fra gli stranieri”.

“Ama il tuo prossimo come te stesso”. Questo è il comandamento, l’unico che li riassume tutti, l’unico che ci dovrebbe mettere in discussione, che dovrebbe essere al centro delle nostre riflessioni quotidiane sul modo di agire.

“L’amore non fa nessun male al prossimo” dice Paolo e qualche indicazione l’abbiamo avuta anche dai versetti del Salmo 122 a cui si è ispirata la nostra confessione di peccato odierna:

Quelli che ti amano vivano tranquilli. Ci sia pace all’interno delle tue mura e tranquillità nei tuoi palazzi! Per amore dei miei fratelli e dei miei amici, io dirò: «La pace sia dentro di te!» Per amore della casa del SIGNORE, del nostro Dio, io cercherò il tuo bene.

Ecco, appunto: l’amore, il vero amore, è foriero di pace, ci consente di fare in modo che coloro che amiamo vivano tranquilli, ci spinge a cercare il bene di coloro che, in maniera diretta o indiretta, incrociano la loro vita con la nostra.

Ma cos’è questo “amore” del quale parliamo? Un sentimento di affezione che ci trasporta verso l’altro?

Sicuramente sì. Per me è amore l’atteggiamento affettuoso dei miei più cari amici, come è amore quel sentimento che provo nei confronti di mio figlio o del mio compagno anche quando mettono alla prova la mia pazienza. È un segno d’amore il sentirmi dire “ti voglio bene” nel messaggio quotidiano che ricevo da una persona cara, perché so che non lo fa per abitudine, ma per confermarmi il suo sentimento, così come interpreto come segno d’amore il saluto serale di un amico (ateo) che mi apostrofa con un nomignolo affettuoso o il contatto con la mia amica più cara che manifesta il suo sincero interesse per me.

Certo, queste sono manifestazioni d’amore che mi aiutano a vivere più tranquilla, ma …. tutto qui?  Evidentemente no, perché questi diversi sentimenti sono alimento certo per la mia tranquillità e, nella reciprocità, immagino che lo stesso valga per le persone che amo.

Ma credo che l’invito di Paolo non si riferisca a una visione così riduttiva ed egoistica, perché a me, come credente, spetta il compito di dispensare amore; come figlia di Dio sono tenuta a testimoniare con la vita dell’amore immenso che ho ricevuto dal mio Signore, un amore che non si è basato solo su enunciazioni e insegnamenti teorici, ma che si è realizzato con comportamenti fattivi di quel Gesù che ha manifestato con la sua vita e con le sue opere l’amore di Dio.

Ecco allora che il cercare di realizzare l’amore non può limitarsi ad un semplice sentimento di affezione nei confronti di coloro che amiamo, ma deve diventare una reale partecipazione positiva anche nei confronti di coloro che magari non fanno parte della nostra vita o del nostro entourage.

E come cercare quindi di “dispensare” amore?

Nell’evangelo di Matteo, al cap 19 ci viene riferito che Gesù disse al giovane ricco “… ama il prossimo tuo come te stesso” e “… va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri …”

Ecco, direi che queste sono le due chiavi interpretative:

  1. Pensa a come vorresti essere trattato tu e fallo nei confronti degli altri;
    1. Vorresti un atteggiamento positivo e comprensivo nei tuoi confronti? Abbi il medesimo atteggiamento nei confronti degli altri.
    1. Vorresti essere visitato e consolato quando sei nella malattia, nell’angoscia, nel dolore di qualsiasi specie? Abbi il medesimo atteggiamento nei confronti degli altri.
    1. Vorresti che coloro che ti stanno intorno gioiscano se sei gioioso e si rallegrino delle cose belle che ti accadono? Fai anche tu così nei loro confronti.
  2. Dividi con gli altri ciò che hai. Ciò che abbiamo (e ciò che siamo) non è qualcosa che è destinato solo a noi, ma sono doni che abbiamo ricevuto per poterli condividere con gli altri.
    1. Hai la fortuna di poter essere tranquillo/a che sulla tua tavola il cibo non manca, che nel tuo armadio ci sono abiti adeguati a coprirti, che puoi contare sul fatto che, anche se non sei ricco/a, avrai di che vivere per il futuro? Dividi ciò che hai e non accumulare per te, lasciando agli altri le briciole, ciò che avanza, l’elemosina.
    1. Hai avuto l’opportunità di maturare conoscenze professionali che altri non hanno? Mettile a disposizione gratuitamente e non cercare di trarne sempre e solo un beneficio economico.
    1. Hai del tempo libero? Non dedicarlo solo a te stesso/a, ma mettiti a disposizione servendo gli altri.
    1. Hai la capacità di riflettere sui fenomeni sociali? Non buttare il cervello all’ammasso, trincerandoti nel tuo bozzolo, ma esprimi il tuo messaggio di solidarietà ed uguaglianza anche contro i potentati politici ed economici.

Queste sono solo alcune riflessioni su come si possa “dispensare” amore, un amore libero, che non chiede di essere ricambiato, ma che soprattutto non ingenera negli altri sentimenti di riconoscenza, perché il nostro fine non deve essere la riconoscenza altrui, bensì il rispetto dell’imperativo “… ama il prossimo tuo come te stesso” perché, come dice Paolo, “chi ama il prossimo ha adempiuto la legge” e non solo chi non ha ucciso, non ha rubato, non ha offeso.

Ma ancora: chi ama il prossimo come se stesso sa di aver bisogno di perdono per le numerose volte che non ha praticato l’amore e, per reciprocità, deve essere capace di perdonare quel prossimo che magari ci ha recato offesa o ci ha fatto del male.

Voglia il Signore aiutarci a percorrere le vie dell’amore.

AMEN

Liviana Maggiore

LA TESTIMONIANZA

Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato.  Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunzi?  E come annunzieranno se non sono mandati? Com’è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunziano buone notizie!»  Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?»  Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo. (Rom 10,12-17)

I passi che abbiamo ascoltato sono solo tre fra i numerosi che troviamo nella Scrittura che raccomandano, istruiscono, incitano alla testimonianza, il che significa che nella Bibbia non c’è spazio per una fede intimistica, una fede che l’individuo coltivi solo in sé stesso, una fede non condivisa, ma soprattutto non testimoniata.

Se ci pensiamo bene è un bell’impegno quello che viene affidato ai credenti perché da questo vigoroso invito (come nello stile di Paolo) sorge spontanea una domanda: che cosa significa testimoniare la propria fede?

Beh, certamente far parte di una comunità di credenti è già una testimonianza, perché le sorelle e i fratelli coi quali condividiamo i momenti di culto sanno che quei momenti sono di condivisione fra credenti e, similmente, coloro che vincendo le proprie resistenze e timidezze entrano nelle nostre chiese possono legittimamente pensare che siamo un’assemblea di credenti, di persone che hanno accolto il dono della fede e lo dimostrano lodando il Signore insieme.  Indubbiamente questa è testimonianza, com’è testimonianza la predicazione che si può fare dai nostri pulpiti oppure in occasioni di incontri con membri di altre confessioni dove magari veniamo invitati.

Tutto giusto, ma ….. tutto qui?  Abbastanza facile, direi.  Noi siamo un’assemblea di credenti cristiani e, come tali, ci presentiamo nelle nostre chiese oppure in occasioni comunque religiose.  Ma siamo sicuri che testimoniare la nostra fede, che annunziare la buona notizia si limiti a questo?

Ovviamente questa è una domanda retorica, alla quale tutti noi risponderemmo (o dovremmo rispondere) : “No, non è solo questo”.  E allora andiamo a riflettere insieme su che altro sia la testimonianza, questo impegnativo incarico che abbiamo ricevuto ed al quale dobbiamo ottemperare per cercare di seguire gli insegnamenti che troviamo sulla Bibbia.

Nei secoli (e, in verità, ancor oggi) molti cristiani hanno interpretato la testimonianza come il diritto di imporre, con metodi più o meno violenti, la propria fede, costringendo gli altri a riconoscerla come “verità” e a convertirsi ad essa. Basti pensare alle crociate, alle persecuzioni o a certi modi di intendere l’attività missionaria in popolazioni non cristiane.  Ma questa, scusatemi, non è certo “testimonianza”.  E allora?

Premesso che nelle chiese riformate (come la nostra) uno dei principi fondamentali è che non esistono opere meritorie, cioè comportamenti che diano credito all’individuo davanti a Dio, non possiamo sicuramente sottovalutare l’importanza delle opere, cioè delle azioni e dei comportamenti che mettiamo in atto.  D’altro canto è chiarissimo quanto dice Giacomo (2,14-20):

«A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Se un fratello o una sorella non hanno abiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro ciò che è necessario al corpo, a che serve? Allo stesso modo è la fede: se non ha opere, è per sé stessa morta. Anzi uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede». Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano. Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore?»

So bene che dal pulpito di una chiesa metodista sto dicendo cose ovvie, ma è proprio su queste ovvietà che ciascuno di noi ha il dovere di riflettere, senza darle per scontate.

Sappiamo tutti da dove discende il termine “metodisti”: da un vocabolo di derisione che era stato appioppato ai nostri padri e fratelli fondatori, i quali si avvicinavano a coloro che soffrivano o che erano indigenti per status sociale per portare FATTIVO conforto, per aiutare nelle malattie, per condividere il cibo, per ascoltare coloro che erano disperati. E i nostri fratelli e sorelle nell’Inghilterra del ‘700 non chiedevano in cambio la conversione. Certo non nascondevano il motivo di questo loro operare, ma erano ben consapevoli che una testimonianza a parole non è quello che viene chiesto al credente, perché parlare di Dio a un affamato, a un disperato, a un sofferente e non far nulla per cercare di lenire le sue ferite fisiche e psichiche, non far nulla per dargli il cibo o gli abiti che non ha è un atteggiamento manicheo e perbenista che non serve a nulla al sofferente ed è fuorviante per chi lo dà.

Ecco allora che nascevano gruppi di aiuto, scuole, centri di accoglienza e assistenza ai derelitti ed altro ancora. Insomma, era un “metodo” quello che veniva seguito: aiutare le persone nel bisogno, non per convertirle ma per mettere in atto gli insegnamenti ricevuti.

E queste iniziative non venivano solo delegate ai pastori o a pochi membri di chiesa attivi, ma trovavano il coinvolgimento di interi gruppi che poi si sparpagliavano per annunciare la Parola di speranza e di fraternità, di uguaglianza fra gli esseri umani, di salvezza promessa ed elargita a tutti, non solo a pochi eletti “ordinati” o “studiosi”.

E questo stesso metodo, questo modo di operare lo abbiamo avuto anche a Padova più di 150 anni fa, una comunità vivace e solidale, con molte attività sociali, una comunità che non temeva certo di esporsi testimoniando la propria fede come credenti “diversi”.

Ed allora, sia i passi della Scrittura che ci intimano la testimonianza, sia la nostra stessa storia, ci interrogano oggi sulla nostra testimonianza, forse ci mettono di fronte anche alla necessità di un nuovo periodo di “risveglio” nel quale dobbiamo abbandonare le nostre timidezze e i nostri timori di essere fraintesi.

Molti sono i modi che ciascuno di noi ha per testimoniare la propria fede, per rendere palese ciò in cui diciamo di credere; ed oggi vi pongo solo alcune domande, nella speranza che possano servire per una personale riflessione:

  • Quanto spesso mettiamo a disposizione degli altri le nostre risorse personali e finanziarie in una reale condivisione, non donando quindi solo ciò che ci avanza, privilegiando i nostri bisogni non essenziali o accumulando risorse che mettiamo da parte per il futuro, mentre c’è a fianco a noi chi non riesce a sostenere il presente?
  • Quanto spesso mettiamo gratuitamente a disposizione degli altri le nostre capacità, le nostre professionalità, le nostre conoscenze?
  • Quanto spesso ci lamentiamo delle nostre scarse risorse economiche, che magari così scarse non sono se confrontate con chi ha meno, molto meno di noi, e non ci degniamo di buttare lo sguardo a coloro ai quali potremmo OFFRIRE la nostra solidarietà?
  • Quanto spesso ci interessiamo a conoscere gli altri, coloro che hanno fatto una scelta diversa dalla nostra in termini di appartenenza religiosa, oppure con coloro che seriamente hanno fatto una scelta atea o agnostica? Riusciamo a relazionarci con loro in assoluta libertà in un confronto sereno e senza la spocchia di chi ha ricevuto l’illuminazione e ha la verità in tasca, ma con reale disponibilità al confronto?
  • Quanto spesso rendiamo testimonianza agli altri della nostra scelta religiosa, della nostra fede, andando oltre la semplice descrizione delle differenze fra la chiesa di maggioranza e la nostra, facendo intendere che noi siamo nel giusto e loro sono nell’errore?
  • Quanto spesso divulghiamo i contenuti dei documenti di scelta etica, politica (non partitica), comportamentale, emessi dal nostro Sinodo, dalle nostre Commissioni, dalle nostre Assemblee per dichiarare alla collettività chi siamo e cosa diciamo? Solo per fare un esempio in tal senso: il documento sul fine vita o le prese di posizione di fronte alle scelte scelerate dei potenti?
  • Quanto spesso noi stessi, invece di chiuderci tra le rassicuranti mura della chiesa, cogliamo le occasioni per esporci, per dire all’esterno chi siamo, come individui e come comunità, in che cosa crediamo, ma sereni e desiderosi di conoscere gli altri e condividere i doni di ciascuno?
  • Quanto spesso siamo disposti ad entrare in confronto anche con i nostri fratelli e sorelle di chiesa per esprimere serenamente il nostro pensiero, perfino quel pensiero che ci mette in difficoltà e che spesso sottacciamo per evitare conflitti.
  • Quanto spesso diciamo che siamo tutti uguali, a prescindere dal colore della pelle, dai inclinazioni sessuali, dalle scelte politiche, dall’appartenenza religiosa, ma poi tolleriamo chi è diverso da noi, gli riserviamo magari un saluto, un sorriso e una stretta di mano, ma non ci interessiamo alla sua vita così diversa dalla nostra e non vogliamo entrare in autentica relazione con lui/lei?
  • Ed infine, quanto spesso facciamo tutto ciò non solo con coloro che fanno parte del nostro entourage di parentela o di conoscenze, ma ci spingiamo fuori dal nostro mondo?

Queste sono indubbiamente AZIONI come ve ne sono moltissime altre, azioni certamente NON MERITORIE, ma altrettanto certamente doverose per non rintanarci in una sterile fede individualista, che a nulla serve se non a mettere a tacere la nostra coscienza.

Voglia il Signore aiutarci e darci la volontà e la forza per renderci fattivamente testimoni della buona notizia che diciamo di aver ricevuto, affinché la nostra fede non venga vissuta solo in maniera intimistica.

AMEN

Liviana Maggiore

IL SOLE, LA LUNA E LE STELLE

Vorrei raccontarvi una storia, la storia dell’umanità e del sole, della luna e delle stelle. Una storia che inizia nel principio, per usare le parole bibliche, perché gli astri, da sempre, prima di noi, hanno il loro posto sopra di noi.

Sono proprio sole, luna e stelle che permettono e regolano la vita umana: il sorgere e il tramontare del sole e della luna scandiscono il tempo, il passare dei giorni, dei mesi, delle stagioni; ma anche regolano l’alternarsi del buio e della luce, del caldo e del freddo, e quindi della semina e del raccolto; senza dimenticare la possibilità di orientarsi… gli astri, nel principio, non erano solo compagni di viaggio, ma strumenti essenziali del viaggio, erano ciò che faceva la differenza fra carestia e abbondanza, benessere e povertà, salute e malattia.

Ma ecco che un giorno Mosè dice al popolo di Israele:

badate bene a voi stessi, affinché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito celeste, tu non ti senta attratto a prostrarti davanti a quelle cose e a offrire loro un culto, perché quelle sono le cose che il SIGNORE, il tuo Dio, ha lasciato per tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli.           (Deuteronomio 4,15.19)

Badate bene di non cedere alla tentazione di prostrarvi davanti a sole, luna, stelle, pianeti…

Ci fa quasi sorridere l’idea di pregare o offrire sacrifici a sole, luna e stelle per ricevere in cambio un buon raccolto, ricchezza, salute…

Eppure, se ci pensate, noi non siamo molto diversi dal popolo di Israele. Certo, non preghiamo e non ci prostriamo davanti a pianeti e stelle, e non ci lasciamo spaventare dai segni nel cielo, ma non lo facciamo solo perché non ne abbiamo bisogno: infatti noi sappiamo.

Noi possediamo le conoscenze e le tecniche necessarie per spiegare, ma anche sfruttare e costringere alla nostra volontà il tempo, la luce, il calore. Possiamo alzare e abbassare la temperatura a nostro piacimento; possiamo coltivare qualsiasi prodotto in qualsiasi posto e in qualsiasi stagione; possiamo rallentare o accelerare i processi di crescita. Non temiamo più gli astri e non cerchiamo di compiacerli, perché non sono più indispensabili: adesso possiamo appropriarci delle loro funzioni.

Anche per noi, come per il popolo di Israele, la creazione non è solo dono da accogliere con gratitudine e da condividere; la creazione è qualcosa di cui impadronirsi, da sottomettere e controllare; è una ricchezza da sfruttare.

Quasi senza accorgercene anche noi ci siamo costruiti delle divinità che richiedono attenzione, sacrifici, compromessi. Chi possiede acqua, aria, sole, terra, vento ha potere, ricchezza, energia, vita. Non c’è più gioia, né canto, né lode nelle parole della creazione: non siamo più compagni, non viviamo più gli uni per l’altra. Il nostro è diventato sempre più il tempo dello sfruttamento e della violenza.

Ma questo è solo l’inizio della storia, che continua con le parole di un narratore d’eccezione, il profeta Isaia:

Ecco il giorno del Signore giunge: giorno crudele, di indignazione e di ira furente,

che farà della terra un deserto e ne distruggerà i peccatori.

Poiché le stelle e le costellazioni del cielo non faranno più brillare la loro luce;

il sole si oscurerà mentre sorge, la luna non farà più risplendere il suo chiarore.

Io punirò il mondo per la sua malvagità e gli empi per la loro iniquità;

farò cessare l’alterigia dei superbi e abbatterò l’arroganza dei tiranni.    (Isaia 13,9-11)

Sorelle e fratelli, gli astri, le stelle, le costellazioni, il sole, la luna, sono creati per testimoniare il Creatore perché il progetto di Dio per noi comprende e coinvolge ogni elemento del creato. E quando noi ci allontaniamo da questo progetto, un progetto di amore, giustizia, salvezza, benessere, gli astri stessi ci avvertono.

Il giorno del Signore è il giorno in cui ci confrontiamo con la volontà di Dio per noi. E in quel giorno la terra diventa deserto, le stelle e le costellazioni non brillano, il sole che sorge si oscura e la luna non splende più.

Gli effetti della nostra gestione della creazione, li stiamo vedendo già da qualche anno: cambiamenti climatici, ghiacciai che si sciolgono, innalzamento del livello del mare, scomparsa di interi piccoli arcipelaghi, migrazioni di persone ma anche di animali, deforestazione e incendi, coltivazioni intensive che impoveriscono la terra e le popolazioni…  e spesso per contrastare gli effetti delle nostre scelte sbagliate, non facciamo che aggravare la situazione. In nome di uno sviluppo al quale non possiamo assolutamente rinunciare, cerchiamo sempre più di controllare lo scorrere del tempo, l’intensità della luce, le fonti di energia piegando la creazione alle nostre esigenze.

Continua Isaia:

In quel giorno il Signore punirà nei luoghi eccelsi l’esercito di lassù,

e giù sulla terra i re della terra;

La luna sarà coperta di rossore e il sole di vergogna                               (Isaia 24,21.23)

Così aveva detto il Signore:

«Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza;

nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza».

Ma voi non avete voluto!

Avete detto: «No, noi galopperemo sui nostri cavalli!»

E per questo galopperete!

Tuttavia il SIGNORE desidera farvi grazia, per questo sorgerà per concedervi misericordia;

Quando andrete a destra o quando andrete a sinistra,

le tue orecchie udranno dietro a te una voce che dirà: «Questa è la via; camminate per essa!»

Egli ti darà la pioggia per la semenza con cui avrai seminato il suolo,

e il pane, che il suolo produrrà saporito e abbondante.

Sopra ogni alto monte e sopra ogni elevato colle ci saranno ruscelli, acque correnti

La luce della luna sarà come la luce del sole e la luce del sole sarà sette volte più viva,

come la luce di sette giorni assieme                                    (Isaia 30,15-16.18.21.23-26)

Fino a quando? È questa la domanda che con sempre più insistenza ci viene rivolta dai nostri fratelli e sorelle dei Paesi che più subiscono la nostra violenza, o la nostra indifferenza.

Fino a quando ci ostineremo a credere di essere noi a controllare il mondo e le sue risorse?

Fino a quando continueremo ad imporre a tutti e a tutto le nostre priorità, i nostri progetti, il nostro stile di vita?

Fino a quando continueremo ad illuderci di essere i sovrani del creato, invece che gli amministratori della creazione e i servitori delle creature di Dio?

Quel giorno, il giorno in cui il Signore ci ricorda che è lui la fonte della nostra vita, la sorgente della nostra energia, il senso della nostra storia, perfino la luna e il sole arrossiscono per la vergogna e ci sembra che non ci sia più nulla da fare, nessuna speranza.

Eppure le parole di Isaia non sono prive di speranza, perché Dio non smette di suggerirci la strada da percorrere, nonostante le nostre reticenze. Dio conosce la nostra umanità, la nostra fragilità, le nostre paure e ci assicura che, quando torneremo e ci affideremo a lui, collaborando al suo progetto di salvezza, allora l’ordine della creazione sarà ristabilito e il sole e la luna brilleranno di una luce mai vista perché lui stesso sorgerà e donerà la sua luce e il suo calore.

Non più il sole sarà la tua luce, nel giorno;

e non più la luna t’illuminerà con il suo chiarore;

ma il SIGNORE sarà la tua luce perenne.

Il tuo sole non tramonterà più,

la tua luna non si oscurerà più;

poiché il SIGNORE sarà la tua luce perenne,

i giorni del tuo lutto saranno finiti.    (Isaia 60,19-20)

Il sole, la luna, le stelle e noi… e ancora Dio.

È una storia che viene scritta giorno dopo giorno, e ognuno di noi ne scrive una pagina: le nostre scelte, le nostre azioni, la nostra testimonianza non sono indifferenti.

Quale sarà il finale? Nonostante tutto, Isaia è certo che il lieto fine non mancherà. Forse cambieremo mentalità, forse riconosceremo finalmente tra le tante voci che tentano di convincerci, la voce di Dio che ci indica la strada giusta da percorrere, forse riusciremo alla fine a sentirci compagni e compagne del mondo in cui viviamo… quello che è certo è che Dio non ritirerà la sua promessa: la sua luce continuerà ad illuminare il nostro buio, il suo calore continuerà a infondere coraggio, il suo amore accompagnerà sempre il nostro cammino.

Il tuo sole non tramonterà più, la tua luna non si oscurerà più;

poiché il SIGNORE sarà la tua luce perenne,

Amen.

Pastora Daniela Santoro

IL SOGNO DI SALOMONE

Davide si addormentò con i suoi padri, e fu sepolto nella città di Davide. … Salomone sedette sul trono di Davide suo padre, e il suo regno fu saldamente stabilito.

A Gabaon, il SIGNORE apparve di notte, in sogno, a Salomone. Dio gli disse: «Chiedi ciò che vuoi che io ti conceda». Salomone rispose: «Tu hai trattato con gran benevolenza il tuo servo Davide, mio padre, perché egli agiva davanti a te con fedeltà, con giustizia, con rettitudine di cuore a tuo riguardo; tu gli hai conservato questa grande benevolenza e gli hai dato un figlio che siede sul trono di lui, come oggi avviene. Ora, o SIGNORE, mio Dio, tu hai fatto regnare me, tuo servo, al posto di Davide mio padre, e io sono giovane, e non so come comportarmi. Io, tuo servo, sono in mezzo al popolo che tu hai scelto, popolo numeroso, che non può essere contato né calcolato, tanto è grande. Dà dunque al tuo servo un cuore intelligente perché io possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male; perché chi mai potrebbe amministrare la giustizia per questo tuo popolo che è così numeroso?»

Piacque al SIGNORE che Salomone gli avesse fatto una tale richiesta. E Dio gli disse: «Poiché tu hai domandato questo, e non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma hai chiesto intelligenza per poter discernere ciò che è giusto, ecco, io faccio come tu hai detto; e ti do un cuore saggio e intelligente: nessuno è stato simile a te nel passato, e nessuno sarà simile a te in futuro. Oltre a questo io ti do quello che non mi hai domandato: ricchezze e gloria; tanto che non vi sarà durante tutta la tua vita nessun re che possa esserti paragonato. Se cammini nelle mie vie, osservando le mie leggi e i miei comandamenti, come fece Davide tuo padre, io prolungherò i tuoi giorni».

Salomone si svegliò, e capì che era un sogno; tornò a Gerusalemme, si presentò davanti all’arca del patto del SIGNORE e offrì olocausti, sacrifici di riconoscenza e fece un convito a tutti i suoi servitori.   (1 Re 2,10-12; 3,5-15)

Il mondo dei sogni è affascinante e incontrollabile. Basta ripensare ai nostri ultimi sogni: a volte ci capita di vivere le situazioni che più temiamo o che non sappiamo come affrontare; altre volte riviviamo situazioni in cui però personaggi, luoghi, tempi sono completamente differenti; altre volte ancora i nostri sogni sono assolutamente incomprensibili: scene sparse, senza alcun legame logico, sono popolate da persone che forse non sarebbe mai possibile riunire insieme. Nei sogni presente, passato e futuro non contano; la razionalità non è necessaria; le distanze non esistono.

Forse è anche per questo che a volte Dio si serve proprio dei sogni per comunicare con gli esseri umani, perché lì è più facile raggiungerci.

Salomone, alla morte del padre, il grande re Davide, si ritrova a capo del popolo che Dio si è scelto. Un compito difficile, tanto che Dio vuole dargli una mano e, durante il sonno, gli dice: “Chiedi ciò che vuoi che io ti conceda”.

Sembra la frase del genio della lampada: un desiderio, ma solo uno, da esaudire, un desiderio che una volta realizzato cambierà la tua vita e tutto andrà bene.

Quanti desideri affollano la nostra mente, desideri per i quali, a volte, saremmo pronti a tutt; quante cose sembra che ci manchino per poter definire soddisfacente la nostra esistenza…

Basta guardarci attorno: tante persone si lasciano tentare da facili guadagni; tante sprecano l’intero stipendio o la pensione nei giochi d’azzardo… (quante pubblicità arrivano sui nostri telefonini?) In televisione vengono trasmessi programmi che si offrono di realizzare ciò che più si desidera: migliorare l’aspetto fisico, rinnovare la casa, organizzare un matrimonio principesco, trascorrere megavacanza in zone esotiche…; quante pubblicità ci ricordano che è facile e veloce realizzare un sogno: basta chiedere un prestito, basta un giorno…

Se ci trovassimo al posto di Salomone, se avessimo la possibilità di chiedere a Dio ciò che vogliamo, che secondo noi ci permetterebbe di vivere bene, ci sentiremmo addirittura in imbarazzo.

E così Salomone pensa: forza militare eccelsa per vincere tutte le battaglie… fondi illimitati per realizzare qualsiasi progetto nel regno… fedeltà assoluta dei sudditi per evitare sommosse… sottomissione dei popoli vicini… oppure qualcosa per se stesso: vita lunga, serena, senza malattie, con molti figli, vera ricchezza di ogni famiglia del tempo, un periodo di regno tranquillo… che cosa scegliere?

Salomone sogna, e nei sogni, come abbiamo notato prima, passato, presente e futuro sono un’unica cosa, e così, prima di rispondere alla domanda di Dio, prima di scegliere, Salomone ricorda. Ricorda la storia del popolo di Israele, a partire dalle promesse fatte da Dio ai patriarchi e rinnovate nella storia gloriosa di Davide; ricorda la sua storia, il suo essere re, e la sua attenzione si sposta verso il futuro. Solo dopo aver considerato il presente, il passato e il futuro, Salomone risponde: dà al tuo servo un cuore intelligente per amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male.

Se Salomone fosse stato sveglio, probabilmente si sarebbe guardato attorno e si sarebbe lasciato condizionare e limitare dalle tante necessità del presente, ma nel sogno tutto è diverso.

Nel sogno davanti a Dio non c’è il re Salomone, con scettro in mano e corona in testa: Salomone è il servo convocato da Dio, non il potente che pretende, ma l’umile che riceve. Salomone è il giovane a capo del popolo di Dio che può riconoscere di essere inesperto e di aver bisogno di aiuto.

Nel mondo reale Salomone deve difendere il suo ruolo imponendosi agli altri, mostrandosi fermo, coraggioso, deciso… il sogno è il mondo in cui Dio ha scelto di incontrarlo per dargli la possibilità di valutare la sua offerta e decidere senza condizionamenti, liberamente. È un dono quello di poter essere se stessi, e non dover mostrare di essere quello che gli altri si aspettano.

E così nel sogno Salomone si riconosce nel popolo in cammino come uno strumento di Dio, non per realizzare il suo sogno personale di potere, ma per guidare se stesso e il popolo verso la vita che Dio ha da sempre in mente per l’umanità.

E solo adesso, finalmente, Salomone fa la sua scelta, che Dio conferma: Salomone riceve un cuore intelligente per compiere la volontà di Dio, sarà ricordato per la sua saggezza nell’ammi­ni­stra­re la giustizia, saprà distinguere il bene dal male.

Così la promessa del passato diventa presente per Salomone e per chi verrà dopo di lui. Ma Dio fa ancora di più: Oltre a questo io ti do quello che non mi hai domandato: ricchezze e gloriaSe cammini nelle mie vie, osservando le mie leggi e i miei comandamenti come fece Davide tuo padre, io prolungherò i tuoi giorni, ti benedirò, ti sosterrò.

Strana questa fine del dialogo fra Salomone e Dio: sembra che Dio con queste parole ponga una condizione alla realizzazione della promessa (se cammini nelle mie vie, se osservi le mie leggi…).

Ma, in fondo, Dio non chiede altro che quello che Salomone ha proposto: avere la saggezza per fare la sua volontà. E se Salomone ad un certo punto dovesse tentennare, sbagliare, e riporrà in altri la propria fiducia, come in effetti accade, che cosa succederà? La magia si spezzerà e la sua proverbiale saggezza lo abbandonerà?

La risposta è nella stessa frase: Dio propone Davide come modello di fedeltà. Se sfogliassimo i libri di Samuele, ci renderemmo conto che Davide non è stato proprio un credente perfetto, sempre fedele, da imitare in ogni cosa… anzi… Eppure Dio ha continuato ad amarlo e non gli ha rifiutato la promessa fatta.

Dio non torna indietro, non si lascia condizionare dalle risposte e dai comportamenti umani, e come è stato fedele alla sua promessa nel passato, con Davide, lo sarà anche con Salomone. E lo è ancora con noi oggi. Perché Dio forse non ci parlerà così chiaramente come ha fatto con Salomone, ma ogni giorno ci interpella chiedendoci di riflettere sulla nostra vita e sul nostro mondo e, alla fine, ci chiede: cosa vuoi che io ti conceda?

E qui la storia la fa ognuno di noi: sappiamo vincere la tentazione di considerare Dio un genio della lampada? Riusciamo a non lasciarci condizionare e limitare dal presente? Sappiamo chiedere qualcosa per il futuro e per la vita del popolo di cui facciamo parte, o ci limitiamo a inseguire la nostra sopravvivenza giornaliera?

Sappiamo chiedere a Dio di realizzare anche per noi la sua promessa, ricordando il passato e senza temere per il domani, o siamo così spaventati dal presente da non riuscire a fidarci della Parola di   Dio? Vogliamo chiedere a Dio la sua saggezza per fare la sua volontà?

Che Dio non si stanchi di rivolgerci ancora la sua parola, che non si stanchi di ricordarci il suo amore, che non si stanchi di proporci la sua volontà e di donarci la sua saggezza; che continui ad invitarci a partecipare al suo regno, un regno che in Gesù ha inaugurato per tutti coloro che a lui affidano la propria vita.

Che Dio ci accompagni verso il suo regno con la sua benedizione. Amen

Pastora Daniela Santoro

IL SANTO BACIO

“Del resto, fratelli, rallegratevi, ricercate la perfezione, siate consolati, abbiate un medesimo sentimento, vivete in pace; e il Dio d’amore e di pace sarà con voi. Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.  (2 Corinzi 13,11-13)

“Quella domenica i banchi della chiesa rimasero semi vuoti. Noi giovani, reduci dal ballo, cercavamo di soffocare gli sbadigli, mentre gli anziani bisbigliavano tra loro il peccato e la dissolutezza. Il pastore ci ammonì contro le tentazioni del periodo estivo, esortandoci a stare in guardia dai demoni che ci attiravano sulla via più larga. Per l’ennesima volta nominò l’alcol come la più grossa radice del male, e condannò senza pietà tutti i tavernieri clandestini che facevano affari nella zona infischiandosene della devastazione che provocavano”. (Mikael Niemi, Cucinare con l’orso, Iperborea 2018).

Lars Levi Laestadius, il protagonista del libro che vi ho citato, è un esperto botanico e anche un carismatico pastore di origini sami, fondatore del movimento detto Il Risveglio che a partire dalla metà dell’800 si diffonde nell’estremo Nord della Svezia e della Finlandia. L’amore per il ministero pastorale vede Laestadius sporcarsi le mani con le cose più orribili che la vita porta con sé, senza mai perdere la fede, né la voglia di testimoniare l’amore di Dio, nonostante i banchi della chiesa fossero, ogni domenica, per lo più vuoti o pieni di persone addormentate o annoiate.

“I banchi della chiesa domestica sono vuoti”, sembra urlare Paolo poco prima dei versetti che ci accompagnano questa mattina. “Non sono fisicamente con voi, sono in Macedonia, ma lo so che sono vuoti”, dice Paolo. È vero, i banchi sono vuoti! Allora come ora. Sono vuoti a causa del fatto che si manifestano degli apostoli arroganti, che si definiscono super apostoli e che mettono in dubbio le credenziali e l’autorità di Paolo. Qualcuno dice infatti: «Le sue lettere sono severe e forti; ma la sua presenza fisica è debole e la sua parola è cosa da nulla» (10, 10). I banchi sono vuoti!

E Paolo ci tiene a ricordare ai cristiani di Corinto che l’arroganza, manifestata dagli falsi apostoli, è l’opposto della debolezza attraverso cui Dio preferisce lavorare come ha dimostrato attraverso la croce di Cristo. I banchi sono vuoti perché quelli di Corinto non hanno voglia di praticare un discepolato responsabile. Come Laestadius, Paolo, si sporca le mani, si espone, si arrabbia perché quelli di Corinto hanno bisogno, per la seconda volta, che venga fatto il punto su cosa è la fede e su come deve essere vissuta. Ed è per questo che in poche frasi prepara un programma composto da una premessa e da 4 punti, precisi e motivazionali.

La premessa: “Infine, fratelli rallegratevi”. Come è possibile che i banchi siano vuoti! Non avete voglia di rivedere i vostri fratelli e le vostre sorelle? La parola adelphos può significare un fratello con gli stessi genitori fisici, ma anche fratello spirituale, un fratello o una sorella figli dello stesso Dio. I cristiani nel primo secolo si riferivano l’un l’altro come fratelli della stessa fede.

Paolo ha mantenuto uno spirito gioioso nonostante le avversità che ha affrontato (Atti 16:25, Filippesi 1:18, 2:17, 4:10). La sua gioia si basa sulla sua relazione con Cristo. Ora chiama la comunità di Corinto a rallegrarsi per la stessa ragione. È come se dicesse: “Voi non siete soli! Non potete non sentire lo sguardo amorevole di Cristo che si posa su di voi. Ed è quello sguardo che rende lieve la vostra vita nonostante affrontiate difficoltà, dolori, incomprensione. In Cristo, con Cristo, in ogni caso, è impossibile non essere rallegrati”.

Paolo offre poi un programma in quattro punti che può servire anche a noi:

  1. “ricercate la perfezione” (katartizo): la parola katartizo viene usata quando un artigiano fa un restauro di qualcosa di vecchio e danneggiato e ridà forma e valore ad un oggetto. L’idea che vuole qui illustrare Paolo riguarda il fatto che è davvero necessario essere spiritualmente in forma. Bisogna ridare valore alla nostra spiritualità, coltivarla con esercizio e passione. Bisogna andare al culto, occorre la lettura delle Scritture, è necessaria la comunione con la propria comunità. E tutto ciò solo perché non possiamo fare a meno dell’essere rallegrati nel Signore insieme alle altre e agli altri!
  2. “siate consolati” (parakaleo): la parola greca parakaleo combina due parole, para (a lato di) e kaleo (chiamare), e significa “chiamare di lato” o “incoraggiare” o “confortare”. Statevi vicino, coccolatevi, amatevi come per primo vi è vicino, vi coccola, ci ama Cristo. Sì è proprio Cristo che ti chiama, a te, personalmente, da parte, e ti dice le parole di cui hai bisogno al momento giusto.
  3. “abbiate un medesimo sentimento”. Certo Paolo lo sa che ogni comunità ha le sue caratteristiche e che all’interno di esse vi possono essere molte incomprensioni. Però Paolo sa anche, che Cristo, chiede di portare le proprie diversità nelle chiese e che le chiese stesse devono trovare il mondo affinché esse possano dialogare. Non si tratta qui di omologarsi ma di mettere in dialogo le differenze che possono pregare lo stesso Dio, lo stesso Cristo.
  4. “vivete in pace” (eirene): la pace (eirene) è una parola significativa, che è presente quasi cento volte nel Nuovo Testamento. Ha le sue radici nella parola ebraica shalom, che è stata usata frequentemente nell’Antico Testamento. Ma sia l’eirene che lo shalom possono anche riferirsi l’assenza di rancore o violenza tra individui o nazioni.

Paolo chiama i cristiani di Corinto e noi a vivere in armonia e tranquillità l’uno con l’altra. Solo seguendo questo programma di Paolo i banchi non saranno più vuoti ma pieni di gente motivata e alleggerita dal peso della vita grazie alla fede e alla comunità. Ma attenzione Paolo non parla solo dell’attenzione dovuta alla spiritualità. Paolo parla anche dei corpi delle donne e degli uomini e ricorda loro che la perfezione o il sentirsi consolati, che l’avere un medesimo sentimento e il vivere in pace hanno bisogno di esprimersi attraverso i nostri corpi. “Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio” (v. 12).

Nella nostra cultura, i baci sono riservati a persone con le quali si ha un rapporto romantico o di parentela. Se noi però ci riconosciamo come fratelli e sorelle, siamo intimi in Cristo e quindi abbiamo un vincolo gli uni con le altre dato dalla fede! Nel Nuovo Testamento, il santo bacio era un simbolo dell’amore cristiano (l’amore che cerca il benessere dell’altra persona) piuttosto che l’eros (amore romantico). Era anche il simbolo della comunione cristiana. Gesù rimproverò Simone per non averlo salutato con un bacio (Tu non mi hai dato un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi. Luca 7:45). Nella chiesa primitiva, il santo bacio divenne parte della liturgia. Col passare del tempo, a causa di un uso improprio, la pratica si estinse nella chiesa occidentale, anche se è ancora viva nelle chiese ortodosse orientali.

Ma nulla è perduto! Possiamo ricominciare a darci il santo bacio, e vi invito a farlo, ora. Noi attraverso il santo bacio ci siamo riconosciuti in Cristo e ci sentiamo legati l’uno l’altra dalla nostra fede in Cristo.

Alla fine Paolo parla di grazia, associata a Gesù, di amore, associato a Dio, e di amicizia, associata allo Spirito Santo. Basta solo questo per riempire le nostre panche!  Le panche diventeranno piene, non scoraggiamoci!

Che Dio sia con noi nei nostri giorni e ci aiuti a riempire i banchi delle nostre chiese, che sia possibile non cadere nella trappola della tristezza; che sia possibile ripete, ogni giorno, il nostro “sì” convinto alla vita e soprattutto alla fede in colui che ci ha donato un nuovo respiro per stare al mondo con agio e sovranità.  AMEN

Pastora Daniela De Caro (sermone al culto di chiusura Assemblea II Distretto 2019)

SOCIAL e SOCIALE

“Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, dicendo: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa’ questo, e vivrai». Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada, ma quando lo vide, passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, presi due denari, li diede all’oste e gli disse: “Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno”. Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté nei ladroni?» Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa». (Luca 10,25-37)

Ho letto l’altro giorno un articolo scritto da Alessandro Bergonzoni, un attore e scrittore abbastanza noto nel panorama nazionale. È famoso per la sua capacità di sviscerare le parole, di usare una comicità che unisce riso, spesso amaro, e riflessione critica. Molti lo definiscono un “pensattore”. Quando ho letto il suo pezzo, che è stato pubblicato da vari quotidiani nazionali a metà maggio, ho pensato subito al brano che vi ho letto, il famoso brano del cosiddetto “buon samaritano”.

Bergonzoni non so neppure se sia credente; e il suo articolo è una specie di testamento laico, che non nomina mai Dio. Ma questo – se ci pensate – non lo fa neppure la parabola raccontata da Gesù.

Eppure il racconto del buon samaritano ci parla proprio di Dio, dicendoci una cosa decisiva per la nostra vita: la misericordia è l’impronta di Dio nell’uomo. Credere in Dio significa soprattutto credere nella sua misericordia e nel fatto che Egli desideri che l’uomo partecipi a questo infinito amore. “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”, si legge sempre nel Vangelo di Luca. Affermazione che ritroviamo nel vangelo di Matteo, dove al posto della parola “misericordioso” si trova “perfetti”. Misericordia è dunque perfezione di Dio e dell’uomo. Il cammino per giungere a tale vetta dell’amore è proprio l’azione di farsi “prossimo” all’altro, di chi ha più bisogno, come indica proprio la parabola che abbiamo ascoltato.

Anche Bergonzoni ci parla di misericordia, e quindi ci parla di Dio. Ho pensato molto se proporvelo all’interno di questa mia predicazione. Penso che sia utile ascoltare la voce di chi ci sta accanto e che – pur tra mille dubbi – ha ancora fiducia nell’uomo, nella sua capacità di amare e di essere amato, che è proprio della volontà salvifica di Dio per tutti noi.

Ho pensato di intercalarlo però con versetti della Bibbia, proprio per far risuonare nel nostro cuore quale sia il progetto di amore che Dio ha per noi, e che si è rivelato nella vita, nelle opere, nella morte e risurrezione del nostro Signore Gesù.

Così scrive Bergonzoni: odiatori, nella vita come nella Rete. L’ondata di cattivismo che sta infestando il dibattito pubblico rischia di sovvertire millenni di etica, con i samaritani del 2000 disprezzati, accusati di salvare vite e occuparsi dei fragili, come fosse una colpa anziché ciò che ci fa uomini. Rigurgiti odierni di “disgusto verso i poveri”, fenomeno mai visto prima… Ho finito le guance. Ho già esposto anche l’altra, non ne ho più. Ormai è uno stato di isteria, una malattia effettiva e affettiva. Rabbia e paura ci hanno drogato, ci hanno alterato quasi chimicamente, fino alla patologia. L’odio nasce da un cortocircuito, avvenuto per poter scaricare una rabbia che è stata preparata accuratamente.

C’è scritto nel vangelo di Matteo: “io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli”.

Credevamo di avere gli anticorpi contro tutto questo, che gli errori del passato ci avessero resi irrimediabilmente migliori. Invece assistiamo al trionfo della ci/viltà, l’anonimato è la forza con cui si esprime oggi chi odia: ti insulto tanto io non so chi sei e tu non sai chi sono io. È la ci/viltà dei social, dei media, la viltà da dietro un vetro. Il potere ha paura dei solidali, colpevoli di trovare soluzioni che toglierebbero il dominio alla nuova economia. Allora avalla questo delirio di impotenza, questa fame di diffamare… Mi dai l’inimicizia su Facebook?

Così ci si assuefà a tutto e può anche accadere, a Manduria per esempio, che un anziano debole sia seviziato per mesi da baby bulli, fino alla morte, nel silenzio osceno di tutti. L’anonimo è vile perché è forte della debolezza altrui, macchia la tela bianca e sa che la tela non potrà rispondere. La povertà è invisibilità, se la si vede la nascondiamo, inchiodiamo i ferri sulle panchine per non far sedere i mendicanti, per non farli ri/posare.

Dice la lettera di Giacomo, al capitolo 2: “Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della gloria, sia immune da favoritismi. … Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri secondo il mondo perché siano ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero!”.

I Comuni dicono ci pensi lo Stato, ma lo Stato è confusionale e allora chi ci pensa è il terzo settore, il volontariato, quello odiato, che però è all’elemosina, perché il potere non si può permettere un’economia sociale… E allora tocca per esempio all’Elemosiniere ridare non solo quella luce (una vera Illuminazione) che non nasconde più nel buio il bisogno, il disagio e la vita, ridando altra energia a quelli a cui l’abbiamo tolta da troppo tempo e che dobbiamo difendere con ogni costo a tutti i costi per non continuare a vergognarci.

Chi esprime tenerezza diventa quasi un nemico, mai nel passato la Croce Rossa o Medici senza Frontiere o la Caritas erano stati insultati in quanto umanitari…

C’è scritto nella lettera di Paolo ai Filippesi: “Se dunque v’è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d’amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento”.

Ci vuole un cambio di frequenza che muova da dentro, da dove parte la tua idea di vergogna: quando parlo di diritti non regge più la sola Costituzione, manca una sana costituzione interiore. I partiti hanno creato questo momento storico, hanno acceso il fuoco perché potesse bruciare, perché si calpestasse il pane purché non andasse ai rom: quando arrivi a questo è già tardi, bisogna agire nelle scuole, raccontare lì il tema della paura che nasce da una mancanza d’amore, e raccontare il mistero degli Interni, il mistero della Giustizia, il mistero della Salute, il mistero dell’Istruzione. La libertà di parola quali condizionamenti può avere? Davvero ognuno può scrivere tutto? Ognuno può offendere? C’è una sproporzione umana che chiede una condizione di sovrumanità, altro che sovranismo! E poi perché vogliono depotenziare la storia a scuola? Questo è lavorare sull’annientamento della memoria, renderci poveri, sì, ma di idee, il potere è malato, teme gli spiriti liberi della solidarietà, perché dimostrano che la povertà può diventare ricchezza. In questo momento c’è un Dna del buio.

Cosa possiamo fare, allora? Cambiare il linguaggio, gridare la tenerezza e la compassione, urlare nei teatri, sui libri, ovunque, contro questa cultura in vitro – il vetro della tivù e dei computer – che non la tocchi e non la annusi, che non ha sensi. Ma c’è una nuda verità che viene prima: essere o essere? Questo mi interessa. Attenzione, il volontariato verso i bisognosi esiste, anche a Bologna (lui è di Bologna) ne vedo tanto, ma oggi occorre indossare questa povertà, abitarla, sentirla con un settimo senso, ecco il cambio di frequenza che tocca a noi, non ci sta più solo la denuncia e la manifestazione. C’è un fare l’impossibile e un fare l’impassibile, io devo fare il mio volontariato quotidiano che è lo sguardo, il non avere paura d’avvicinarmi. Il mercato ci ha detto cosa dobbiamo avere per mantenere il nostro benessere e il suo benestare, senza cadere mai sotto la famosa soglia della povertà… Invece no, dobbiamo attraversarla avanti e indietro questa soglia, ognuno come può, lavorare sulla nostra santità, altra parola che fa tanta paura. Invertiamo la rotta, mettiamocela addosso questa santità, per combattere il morbo del “disgusto verso i poveri” c’è bisogno di uno scatto, un moto a luogo, altrimenti poveri… noi.

C’è scritto al Salmo 41: “Beato chi ha cura del povero! Nel giorno della sventura il Signore lo libererà”.

Di che cosa si accusa il povero? Mai visto nella storia un accanimento come oggi. Il povero… non ti ha fatto assolutamente nulla. Semplicemente ti accanisci contro questa condizione inerme e sai che non reagirà. E siamo pure arrabbiati perché stiamo male, a differenza di chi sta male: quello che vive sotto i ponti dà fastidio a noi. Penso ai cartoni animati, quelli dei clochard, con dentro degli uomini… Bisognerebbe aprire l’era del risarcimento per togliere l’in/fame nel mondo e restituire il maltolto, invece su questa gente si consuma la fame di fama che ci vede potenti sui social, dove li disprezziamo e così siamo forti. Pensare che social con una “e” in più diventa sociale, cioè terzo settore, pietà, condivisione. Invece il social è vedo e colpisco. I nativi digitali moriranno tra atroci divertimenti, dipendenti dalla Rete non conoscono la concezione tattile, olfattiva, umana dell’altro, è questo il sacrilegio che vedo. Io auspico il cambio di frequenza dal basso all’altro, e non lo lascio solo alle religioni, tutti noi abbiamo una parte divina che non ci è permesso esercitare: siamo stati lavorati sulla stanchezza, sottomessi a spauracchi con mezzi di distrazione di massa. Liberiamo i nostri figli dalla paura! Diciamogli che la persona disagiata è chi guarda, non chi è nel disagio. Che il cibo è spazzatura, ma per molti la spazzatura è il cibo. Liberiamoci dal conflitto di disinteresse. Il cambio dev’essere esistenziale, non di partito: portiamolo nelle scuole, è lì il vero Parlamento.

E aggiungo io, sommessamente: viviamo tutti i giorni nelle nostre vite, nelle nostre relazioni, nella nostra esperienza di fede, questo desiderio per l’altro Abbiamo ascoltato all’inizio nel vangelo di Luca: “Un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui”. Dio lo voglia per tutti noi.   AMEN

Fabio Barzon

UNA FEDE ATTIVA, ANZI PRATICA

In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa. Vi ho detto queste cose in similitudini; l’ora viene che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi farò conoscere il Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio. Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo, e vado al Padre». I suoi discepoli gli dissero: «Ecco, adesso tu parli apertamente, e non usi similitudini. Ora sappiamo che sai ogni cosa e non hai bisogno che nessuno ti interroghi; perciò crediamo che sei proceduto da Dio». Gesù rispose loro: «Adesso credete? L’ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo».  (Giovanni 16, 23b-33)

Cari fratelli e care sorelle, nel testo dell’Evangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato, è detto chiaramente “qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà”. Ad una lettura superficiale e letterale ci può quindi sorgere dinanzi l’immagine o comunque l’idea di un Dio con il quale stabilire una relazione puramente strumentale, ovvero io ti prego affinché tu mi dia. Qualcosa di simile al rapporto che gli antichi avevano con gli dei dell’antichità classica, sia greca che latina. Senza parlare poi di altre religioni dell’Oriente antico. Faccio un sacrificio o mi reco al tempio per partecipare ad una celebrazione in cambio di qualcosa, per ottenere, in cambio del mio dono o del tempo che ho dedicato al dio, un favore, un beneficio di varia natura.

Ecco, fratelli e sorelle, noi non siamo pagani, non abbiamo un Dio al quale chiedere qualcosa e se non ce la dà allora cambiarlo con un altro a cui rivolgere le nostre attenzioni nella speranza che sia migliore del precedente e più attento ad esaudire i nostri desideri. Noi siamo altro, radicalmente altro. “Signore, insegnaci a pregare” chiedono i discepoli a Gesù nel Vangelo di Luca letto in precedenza. E Gesù risponde con la preghiera che ben conosciamo e che spesso recitiamo in maniera automatica, non consapevoli appieno del suo messaggio. Sto parlando, chiaramente, del Padre Nostro. L’unica e sola preghiera che Gesù ci ha insegnato.

Il nocciolo della questione, pertanto, cari fratelli e sorelle, la soluzione a questo problema, sta negli ultimi passi di questa lettura evangelica di Luca: “chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto”. Mai stancarsi di chiedere o di cercare, dice Gesù. Mai.

Ma il punto, che ci distacca decisamente dal rapporto strumentale di cui parlavo all’inizio, che ci distingue da una religiosità pagana o comunque fasulla, infantile, superficiale è la frase evangelica successiva: “Se voi … che siete malvagi …” (perché noi esseri mortali e perfettibili siamo sempre esposti al male e vi cadiamo spesso per nostra natura, che lo vogliamo ammettere o no) dicevo: “Se voi che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più (ovvero tanto più) il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”. Ecco allora la soluzione tanto cercata, la chiave di volta del nostro problema. La fede che porta alle opere, una fede attiva e non solo contemplativa. Una fede che mi porta a compiere, quale ringraziamento a Dio per avermi salvato, le buone opere verso i fratelli e quindi ecco che Dio Padre ascolterà ed esaudirà le mie preghiere.

Non basta quindi dire Signore, Signore. Ma fare, fare attivamente nei confronti dei nostri fratelli, degli altri. Chiunque essi siano. Gesù ci chiede di operare concretamente nel mondo, di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Egli non vuole che noi facciamo semplici esercizi mentali, sfoggio di chissà quale cultura teologica o filosofica. Vuoi che io, il tuo Signore, esaudisca le tue preghiere? Vuoi che ascolti i tuoi lamenti e le tue sofferenze? Ebbene sii coerente con te stesso e applica concretamente i miei insegnamenti. Non basta dire “Io sono cristiano”. Non basta andare in chiesa la domenica o farsi vedere a qualche celebrazione o dare segni di una religiosità puramente esteriore. Bisogna applicare concretamente quanto nostro Signore ci ha comandato di fare. Prima comportati verso gli altri così come ti ho insegnato e poi, poi ti ascolterò.

E anche, quando chiedi, chiedi con fede. Credi fermamente in quello che chiedi. Credi che lo avrai sicuramente nel momento stesso in cui lo chiedi. “Se avete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: “Passa da qui a là”, e passerà; e niente vi sarà impossibile”. Questo è quanto dice Gesù, attestato nell’Evangelo di Marco 17,20. Quindi, è parola di nostro Signore.

Fratelli e sorelle, prima la Fede e poi le opere. Credi fermamente che sarai esaudito e datti da fare. Gesù ci chiama quindi ad una “etica della reciprocità”. Ovvero, non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Sii coerente, dice il Signore. Se ti dichiari cristiano, comportati come tale. E io ti esaudirò. Anzi, solo allora ti ascolterò. Come è scritto nella Lettera dell’apostolo Paolo a Timoteo che abbiamo ascoltato oggi, il Signore “vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Sì, noi verremo salvati se però crederemo, prima di tutto, e poi, come conseguenza, opereremo, metteremo in pratica la nostra fede. Quella fede che sola ci salva, “Sola Fide”, uno dei pilastri della nostra Riforma. Una fede che produce poi, come conseguenza, le opere. Le buone opere. Se vuoi essere esaudito fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. “Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo” dice Gesù nell’ultima parte del testo dell’odierno Evangelo di Giovanni. È chiaro e lampante, sotto gli occhi di tutti, che il mondo e la vita di tutti i giorni non siano facili e che i tormenti e le tribolazioni siano all’ordine del giorno ma, dice il Signore, fatti coraggio, abbi pace in me. Credi in me con tutte le tue forze e io ti salverò. Ti ascolterò e ti esaudirò. Non aver paura, non farti prendere dalle angosce quotidiane. Riponile in me. Fammene carico. Abbi fiducia in me, una fiducia convinta, e poi mettila in pratica. È infatti scritto “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” dice l’Evangelo di Marco 7,21. “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia” dice il successivo versetto 24. Più chiaro e lampante di così!

Chiunque ascolti le mie parole e le mette in pratica. Le mette in pratica. Pratica. Poniamoci quindi delle domande: ho fatto veramente la volontà di Dio? Ho messo in pratica quello che predico con la mia bocca o dico con la mia mente? Sono bravo a parlare ma poi non agisco di conseguenza? Beh, allora non posso pretendere che Dio mi ascolti seriamente. È difficile, lo sappiamo bene. La vita è difficile ed essere cristiani coerenti lo è ancora di più. Ma, fratelli e sorelle, abbiamo sempre la promessa di Dio davanti agli occhi: “Credi e sarai salvato”. “Credi e sarai salvato”. AMEN

Daniele Rampazzo

TABITA LA GAZZELLA

A Ioppe c’era una discepola, di nome Tabita, che, tradotto, vuol dire Gazzella: ella faceva molte opere buone ed elemosine. Proprio in quei giorni si ammalò e morì. E, dopo averla lavata, la deposero in una stanza di sopra. Poiché Lidda era vicina a Ioppe, i discepoli, udito che Pietro era là, mandarono due uomini per pregarlo che senza indugio andasse da loro. Pietro allora si alzò e partì con loro. Appena arrivato, lo condussero nella stanza di sopra; e tutte le vedove si presentarono a lui piangendo, mostrandogli tutte le tuniche e i vestiti che Gazzella faceva, mentre era con loro. Ma Pietro, fatti uscire tutti, si mise in ginocchio, e pregò; e, voltatosi verso il corpo, disse: «Tabita, àlzati». Ella aprì gli occhi; e, visto Pietro, si mise seduta. Egli le diede la mano e la fece alzare; e, chiamati i santi e le vedove, la presentò loro in vita. Ciò fu risaputo in tutta Ioppe, e molti credettero nel Signore. Pietro rimase molti giorni a Ioppe, presso un certo Simone conciatore di pelli.  (Atti 9, 36-43)

Care sorelle e cari fratelli,

dopo averci parlato della conversione di Paolo, Luca ci racconta due miracoli di Pietro: la guarigione di Enea e quello che abbiamo ascoltato, la resurrezione di Tabita.

Tabita è appena morta; dopo essere stata preparata viene deposta nella stanza di sopra. La stanza di sopra: quante memorie evoca questo luogo!

Ci ricorda il luogo dove Gesù e suoi discepoli hanno celebrato la Pasqua, l’ultima Pasqua di Gesù. Anche allora la disperazione e lo sconforto erano palpabili.

Tabita è una discepola. È l’unica volta che la parola discepola viene usata nel Nuovo Testamento. Non è quindi una discepola qualsiasi: il testo ci dice che faceva molte opere buone ed elemosine; ci racconta anche di una disperazione tale, tra i fratelli e le sorelle della sua comunità, da spingerli a raggiungere Pietro e a pregarlo di correre da Tabita: essi avevano fede che Pietro avrebbe potuto, con la sua parola, riportare alla vita Tabita. Questa donna che non sta al suo posto, che fa “molte opere buone ed elemosine”, secondo la società del tempo avrebbe dovuto starsene a casa, e lasciare che gli uomini progettassero un sistema di assistenza. Invece era probabilmente proprio lei a capo di un programma di aiuto tra i poveri di Ioppe. Nella sua azione, Tabita s’impegnava a gettare semi del Regno e, nel farlo, a costruire anche una nuova configurazione del potere … in cui Dio usa ciò che è umile e disprezzato nel mondo per ridurre a niente le cose che sono.

Con il suo servizio, Tabita ha messo in pratica il messaggio d’amore di Gesù. Ha annunciato una fede che rimette in piedi quanti sono piegati, schiacciati dalla vita. Ha mostrato alle vedove che le donne, quando solidarizzano e mettono in rete le proprie risorse, le proprie competenze, il loro sapere, possono acquistare autonomia e uscire dalla dipendenza sociale che le rende vulnerabili, ricattabili. Quante tuniche e quanti mantelli avrà tessuto Tabita, per offrire alle più deboli della comunità una via concreta di sostentamento!

Tabita nella sua vita ha aiutato a risorgere tante vedove: ora si alzano le preghiere delle sue sorelle e dei suoi fratelli perché questa risurrezione riguardi anche Tabita. E così è stato. Tabita, la mite e veloce gazzella, viene strappata dai lacci della morte e riconsegnata vivente fra la sua gente. Per le loro preghiere, per la loro audacia, e per la solidarietà di Pietro Tabita viene restituita alla vita. Nel nome di Gesù, che ha il potere di dare la vita. Il nome di Gesù che, come ci dice questo racconto, appartiene alle vedove e a coloro che non hanno nessuna speranza all’infuori di esso.

Ogni comunità, ogni famiglia, ogni chiesa, ognuno ed ognuna di noi esiste all’interno di ben definite strutture di potere o di debolezza, di vita e di morte. Ci sono esperienze di morte che avvengono prima di morire: gente piegata, umiliata, schiavizzata. Ci sono piccole risurrezioni che possono anticipare, quale caparra e primizia, la risurrezione finale. Ogni volta che l’evangelo è annunciato come esperienza di liberazione, ogni volta che chi è abbattuto viene risollevato, ogni volta che viene ridata ad un essere umano la dignità di figlia o di figlia di Dio … ogni volta che tendiamo la mano verso il fratello o la sorella: lì avviene una risurrezione!

Tabita, la Gazzella, è un’icona, una testimone dell’amore e della promessa di Dio; con la sua comunità sta a fianco di coloro che non hanno nessuno, così come il Signore sta loro a fianco. Non ha il potere del mondo, ma ha una risorsa: la parola, il nome di Gesù che trasforma le strutture di morte in strutture di vita. AMEN

Maria Paola Gonano

IL BUON PASTORE

“Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore.Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde.  Il mercenario [si dà alla fuga perché è mercenario e] non si cura delle pecore.  Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.  Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.” (Giovanni 10,11-16)

Sicuramente è capitato a tutti noi di vedere un gregge e, se ci pensiamo, avremo potuto notare che il pastore, nel governare le sue pecore, si muove lentamente, guarda spesso il gregge, sosta a lungo assieme a loro quando trova un campo dove farle pascolare. Spesso manda segnali sonori rivolti a quelle che magari cercano di allontanarsi, affinché non si perdano, affinché rimangano nel gruppo e non cadano nei pericoli di eventuali dirupi.

Fin da piccola, lungo l’argine vicino a casa oppure in montagna, ero affascinata quando mi perdevo a guardare le pecore e ricordo che, conoscendo un pastore in Cadore, ero sempre molto colpita dalla sua calma, dai suoi movimenti lenti, dal fatto che io non riuscivo mai a capire a che cosa gli servisse il bastone che aveva, perché quando qualcuna delle pecore si allontanava un po’ dal gregge, chiamava semplicemente (sempre con calma, ma con autorevolezza) uno dei cani affinché provvedesse a riportarla nel gruppo.  Non so a voi, ma a me guardare un gregge al pascolo ha sempre dato un’impressione di grande calma.

Forse per questo senso di quiete (che non credo sia cambiato col trascorrere dei secoli) Gesù ha preso spunto per questa parabola, dove lui afferma di essere Dio (tutt’uno col Padre), ma dice chiaramente che è come un pastore, un proprietario del gregge e non un mercenario, e, per ciò stesso, passa la sua vita a porre attenzione alle sue bestie, le conosce una ad una, vive con loro ed è disposto a correre rischi se solo una è in pericolo.

E le pecore vanno con fiducia appresso a lui, riconoscono la sua autorità e lo seguono senza bisogno di manifestazioni violente (bastonate), ma semplicemente perché riconoscono in lui il capo di tutto il gregge e conoscono la sua voce.

Perché mi soffermo sulla quiete?  Dobbiamo vedere il contesto in cui si sviluppa questa parabola: siamo a Gerusalemme e i farisei sono molto agitati per la venuta di questo tizio, con un seguito, che opera perfino prodigi e che predica di essere colui che il popolo attende: il Messia, il figlio di Dio.  Bestemmia!  Stravolgimento dell’ordine costituito per i farisei che, ligi alla legge, non possono tollerare un simile atteggiamento proprio a Gerusalemme, la città fulcro di coloro che credono.  E di fronte a tanta agitazione, ecco la parabola che richiama la calma, perché i grandi annunci non necessitano di grandi urla.

Il passo che abbiamo letto è titolato “il buon pastore” e Giovanni riferisce chiaramente che le pecore siamo noi e Gesù è il pastore, non uno che “fa” il pastore, bensì uno che “è” pastore, non un mercenario che svolge un lavoro e che, di fronte al pericolo, privilegia la propria vita rispetto a quella della pecora, ma uno che è disposto a rischiare, a donare la propria vita per salvare anche una sola pecora, perché quella pecora è conosciuta ed amata come ciascuna delle altre.

In questo senso il gregge non viene interpretato come un insieme omogeneo di creature “allineate e coperte”, senza individualità, senza caratteristiche peculiari, ma come un gruppo di individui diversi, alcuni più miti, altri più trasgressivi. E il pastore lo sa, perché conosce le sue pecore una a una, perché lui “è” il pastore, non “fa” il pastore.

E fin qui l’interpretazione direi che è chiara. Ma c’è di più in questo racconto; almeno due aspetti sui quali dobbiamo porre la nostra attenzione:

1.“Io conosco le mie pecore e loro conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre”.

Accettato il fatto che il pastore conosce le sue pecore, il fulcro di questa frase però sta nella similitudine che segue, parlando di conoscenza. Gesù ci dice chiaramente che lui conosce il Padre, conosce quel Signore che, anche in quell’epoca, appariva forse distante, come spesso appare distante a noi.  È una conoscenza intima quella che ci viene detta: io conosco Lui e Lui conosce me, con una totale similitudine alla conoscenza che il pastore ha con le sue pecore.

Con questa affermazione Gesù dice che lui non ha solo sentito parlare del Padre, ma LO CONOSCE.  E chi può conoscere Dio, quell’Altissimo così lontano, così evanescente, direi quasi irreale, se non Dio stesso? Certo, la Scrittura ci racconta di altri che lo hanno conosciuto, ma lo hanno visto sotto altre sembianze (un roveto ardente, una presenza testimoniata da eventi prodigiosi come un forte vento, come una voce nel sonno, ecc.), ma qui Gesù ci dice “io conosco il Padre e lui conosce me”, dichiarando quindi uno stretto rapporto fra i due, fra le due manifestazioni del medesimo Dio: Gesù, uomo fra gli uomini, Dio incarnato per tentare una volta di più di prendere contatto con gli esseri umani, visto che i profeti non erano stati sufficienti perché gli uomini capissero.

In questa riflessione, però, c’è qualcosa di più: una sorta di triangolazione fra Dio Padre, Gesù e il gregge che segue Gesù. Come io conosco il Padre e sono da Lui conosciuto, così conosco le mie pecore (una ad una) e sono da loro conosciuto, quindi, come riportato in altri passi dell’evangelo di Giovanni, chi conosce me conosce anche il Padre che mi ha mandato e come Lui ha mandato me, così io mando voi, perché siamo un tutt’uno.  Non so voi, ma spesso mi è capitato di sentirmi lusingata o addirittura, talvolta, atterrita, di far parte di questo triangolo con due figure così grandi: il Padre e il Figlio.  Eppure è così, noi siamo parte di questo rapporto intimo con Dio, sempre che accettiamo di farne parte.

2. Secondo aspetto su cui riflettere: Gesù dice: “Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore”.

Ma chi sono le altre pecore che non sono dello stesso ovile? Dove sono le altre greggi?

Direi che a noi non è dato di sapere, possiamo solo fare delle supposizioni.

Altri ovili possono essere intesi come altri gruppi, appartenenti ad altre culture lontane dal cristianesimo, ma mi piace pensare che possano essere anche altri insiemi di persone che, pur avendo conosciuto il messaggio cristiano, non lo riconoscono come vero oppure ritengono che gli insegnamenti di fratellanza annunciati nella Scrittura e vivacemente confermati da Gesù nella sua vita possano essere ridotti ad una pura visione orizzontale di solidarietà umana, senza scomodare Dio.

Non lo sappiamo e, in fin dei conti, vale la pena che indaghiamo su chi possano essere?

Talvolta parlo con un mio amico che fa parte delle Assemblee di Dio e spesso percepisco il suo disagio perché, per l’amore che mi porta e per la fede in Dio che mi riconosce, mi dice che lui è certo di essere salvato perché crede in ciò che la sua chiesa gli dice, cioè che chi crede in Gesù e rispetta i dettami della “vera” chiesa (ovviamente per lui le ADI) sarà SICURAMENTE salvo, mentre gli altri credenti dovranno affidarsi alla misericordia del Signore, sperando che gli vada bene, quindi con un certo margine di incertezza.  Sappiamo che una visione del genere è presente anche nei testimoni di Jeova e in altri movimenti fondamentalisti che pur si ispirano alla medesima Scrittura.

Personalmente mi sento molto più vicina ad altri miei due amici, di fede islamica, con i quali spesso mi sono confrontata e dai quali mi sono sovente sentita dire che “Dio è uno solo ed è uno per tutti, comunque lo si chiami”.

Ma, per parlare di altri ovili, cosa dire di coloro che cristiani non sono o addirittura non sono monoteisti?

Nell’ultimo anno, per lavoro, mi sono avvicinata allo studio della devozione e della religiosità indiane, dove, in varie religioni, si contano innumerevoli figure divine e sono quasi certa che se io fossi nata e cresciuta in quel paese, non sarei cristiana, ma buddista, induista, altre forme religiose.

Allora mi chiedo: se vi sono altri ovili, se vi sarà un unico pastore per tutte le pecore, significa che il gregge al quale appartengo è quello giusto per me, ma non è giusto in assoluto, perché, quantomeno per rispetto, la stessa verità può essere interpretata diversamente, nella limitatezza della conoscenza e delle esperienze umane. Quindi: nessuno può dire di avere la verità in tasca, nessuno può dire “io sarò salvato perché sono di questo gregge, mentre gli altri ….. boh?”

Concludendo, noi possiamo dire che abbiamo ricevuto una chiamata, una vocazione, un messaggio di vita e di speranza, ma questo non ci rende migliori degli altri, né che noi siamo nel pieno della verità e gli altri sono fra coloro che saranno dannati, perché un simile ragionamento sarebbe basato unicamente sul timore di cosa avviene dopo e non sulla fiducia che un unico pastore provvederà a tutte le sue pecore, a qualsiasi ovile appartengano, perché non siamo noi coloro che devono giudicare la bontà e la veridicità di un ovile. Noi non siamo Dio!  Siamo certamente in cuore a Dio e, proprio per questo, dovremmo avere Dio nel cuore e rispondere alla sua chiamata improntando la nostra vita ai suoi insegnamenti, cercando di conoscerli per quanto ci sono stati annunciati, ben sapendo che ad altri possono essere stati annunciati in modo diverso, in una sorta di fratellanza universale che va ben oltre le barriere di tradizioni e culture differenti.

Per la vocazione che abbiamo ricevuto e nel rispetto della Bibbia e di coloro che ben prima di noi ci hanno dato le loro interpretazioni, noi crediamo nel Signore della misericordia, del perdono e della salvezza gratuiti. A questo siamo chiamati a credere e ai suoi insegnamenti dobbiamo improntare la nostra vita, perché è questo il gregge al quale apparteniamo.

Quel che accadrà negli altri ovili non è affare nostro. AMEN

Liviana Maggiore