LA MORTE DEL SEME

Due premesse:

  1. Da un mese a Padova c’è una mostra di fotografie che sta riscuotendo un enorme successo. L’esposizione porta il titolo “Un’Idea di India” e, a corredo della mostra, sono organizzate conferenze su vari aspetti della cultura e della spiritualità indiani.

Poiché faccio gioiosamente parte dello staff organizzativo, da tempo ho avuto l’occasione di confrontarmi non solo con le immagini, ma anche con ciò che vari professori dell’Università Ca’ Foscari presentano nelle loro conferenze.

“Ti stai facendo affascinare dalle religioni di quel Paese?” – potrà chiedermi qualcuno, visto che molti occidentali si sono convertiti al buddismo o all’induismo o ad altre religioni orientali.

La mia risposta è NO. Tuttavia studiare ed esplorare altre realtà spirituali mi permette di fare alcune valutazioni sulla mia, sulla nostra religiosità e su come nelle predicazioni di un mondo cristianizzato spesso si propongano interpretazioni che forse non sono del tutto aderenti al messaggio evangelico e che possono essere origine di una cultura che non risente della gioia, ma è più incentrata sulla mistica della sofferenza e sul peso del peccato.

  • Il titolo dato a questa quarta domenica di passione è “Laetare”, cioè “Essere felici”.  Un titolo che potrebbe apparire paradossale in un tempo ecclesiastico che celebra la passione di Cristo.  Eppure non è così.

Ma c’è di più: il verbo latino “laetare” è un verbo transitivo e non riflessivo, cioè è una formulazione verbale che muove verso l’altro perché significa anche “allietare, portare gioia”. All’inizio del nostro culto abbiamo letto il passo di Isaia 66 che invita a “gioire con Gerusalemme”, un chiaro invito a gioire con l’altro, a partecipare alla sua gioia, magari perfino a recare gioia all’altro.

E tutto questo in un periodo di passione, un periodo che prelude alla morte del nostro Signore e – perché no? – un periodo che ci invita anche a guardare alla nostra vita come un cammino verso la morte certa, quella morte corporale alla quale tutti dobbiamo arrivare.

E, con le riflessioni causate da queste due premesse, mi sono imbattuta nel versetto del giorno, dall’evangelo di Giovanni, che vado a leggere e che è oggetto del sermone.

“Se il seme di frumento, caduto in terra, non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto.” (Giovanni 12,24)

È questo un versetto molto conosciuto, ma credo che, nei secoli, sia stato spesso interpretato secondo una lettura doloristica e non gioiosa, una lettura che tende ad esaltare la sofferenza e la morte come tramiti necessari alla salvezza, alla rinascita.

Certo, è vero che il seme deve morire, deve disintegrarsi per dar luogo alla spiga, ma non credo che Gesù volesse dare una connotazione triste e dolorosa quando ha predetto la sua stessa morte con questa frase.

Credo invece che il suo intento fosse quello di comunicare che la morte è un evento contingente dal quale scaturisce una trasformazione in una vita meno effimera, una nuova vita ben più rigogliosa e sorprendente di quella che stiamo vivendo qui ed ora, proprio come la spiga che matura, si apre al sole e dà frutto che nutre, che sazia, che produce altri semi, destinati a morire per poi riprodurre altre piante e perpetuare così il ciclo della vita.

Insomma: una morte non vista con dolore, paura, pessimismo, ultima tappa, bensì come una fine che possa essere capace di dare un senso alla vita stessa, non solo egoisticamente personale, ma allargata a tutti, proprio come da un solo seme ne possono nascere molti altri.

Una morte quindi che non è termine puro e semplice di una vita, ma è invece preludio di un’altra vita, che non sappiamo certo come sarà, ma che, da credenti, non possiamo pensare altro che sia nelle mani del nostro Signore e, per ciò stesso, inspiegabile e imperscrutabile.

Uno dei professori che ha tenuto le conferenze ha cercato di spiegare che la visione della morte e della vita nella cultura indiana porta l’individuo a credere di essere inserito in una dimensione costante di vita che si ripete sotto varie forme, mentre nella visione cristiana la morte preluderebbe ad una salvezza individuale del singolo che sarebbe chiamato a bearsi per l’eternità nella visione di Dio.

Nel dibattito, con gentilezza, ma altrettanta fermezza, mi sono permessa di contestare questa visione, perché mancante del senso collettivo della visione cristiana, una dimensione plurale che non termina con l’invito alla fratellanza qui in terra, altrimenti significherebbe che il messaggio evangelico richiede una fuga dall’umano, dalla persona che vive qui ed ora nella legittima ricerca della serenità e del piacere e non del dolore che faccia espiare le colpe (le quali peraltro ci sono).

Da credente cristiana sono profondamente convinta che la sequela del Signore non può comportare la mortificazione della mia umanità, relegandomi in un’idea di espiazione che deve avvenire nel corso della vita terrena, ma seguire il mio Signore comporta invece godere delle gioie che Egli mi dona, farle abitare nel mio cuore, cercando nel contempo di perfezionare e mettere a frutto tutti gli altri doni che mi vengono elargiti, tutte le facoltà intellettuali, morali, caratteriali che possono portarmi non solo ad essere lieta, ma a portare gioia e conforto ai miei simili, senza aver paura dei cambiamenti che la vita mi propone.

E, se accolgo questi cambiamenti, se non fuggo da essi, so bene che sarà ogni volta come far morire la vecchia persona per dar luogo ad un uomo, ad una donna nuovi. Questo credo che sia il vero significato di far morire l’uomo vecchio che è in noi per procedere verso una progressiva rinascita dell’individuo.

Insomma, c’è una morte vivificante perché dal seme fa crescere una spiga e questa non deve essere temuta, perché il seme non è più quello di prima, noi non siamo più quelli di prima.

Ma possiamo anche scegliere di non crescere, di non accogliere i cambiamenti in noi, di non affrontare le crisi e le incertezze che ci possono colpire, possiamo scegliere di rimanere ancorati al nostro passato, ai nostri ricordi, alle cose che abbiamo imparato un tempo e che continuiamo ad assolutizzare, ai beni materiali che non vogliamo mettere in gioco. Ma allora sì che la vita diventa un lento morire e noi rischiamo di cadere in una fede tiepida, fatta di risposte già preconfezionate, di precetti che ci rassicurano perché non vengono messi in discussione. Ma questa non è fede! Questa è in realtà la paura del cambiamento. Questa è morte infeconda!

Non è sempre facile, perché di fronte alla vita, al futuro che siamo chiamati a costruire con l’impiego dei nostri talenti, sapendo che comunque la vita terminerà, possiamo assumere due atteggiamenti opposti:

  1. Farci paralizzare dalla paura del cambiamento, scegliendo di non crescere.

E allora la vita stessa diventa un lento morire, in attesa di una morte che non può essere feconda, perché diventa un accadimento al termine di una vita improntata sulla mistica della sofferenza.

2.Accettare la sfida (e anche i rischi) del cambiamento di sé.

E allora questo continuo morire dell’uomo vecchio diventa una morte feconda perché si apre alla vita, ad una vita diversa, ad un nuovo frutto. In altre parole: il cambiamento e la crescita, la piena realizzazione di sé, implicano sempre una forma di “morte” perché non siamo più quelli di prima. Ma il superamento deciso delle nostre paure è l’unica strada per colmare di senso la vita, per mettere a frutto gli anni che il destino ci ha assegnato e per lasciare una traccia duratura del nostro passaggio in questo mondo.

Ecco allora che non si può dire che la prospettiva ultraterrena del credente cristiano è di bearsi al cospetto di Dio in un Regno dei cieli che non riusciamo a immaginarci.

Non sappiamo come sarà il cosiddetto “Regno di Dio”, non sappiamo cosa ci aspetterà dopo la morte e, a costo di dire un’eresia, francamente non mi interessa, perché questa ritengo sia una domanda che può essere alimentata da un’esigenza di prosecuzione, di paura della morte.

Da credente però sono certa di due cose:

  1. veramente le vie del Signore sono imperscrutabili, per cui è inutile ch’io cerchi di darmi risposte logiche o scientificamente provabili;
  2. se ho fede nel mio Signore, non posso fare altro che credere che Egli provvederà a me e ai miei fratelli (tutti i miei fratelli) nel modo migliore, per cui a me resta il compito di AFFIDARMI completamente a Lui e di lodarlo e ringrazialo nel modo migliore possibile, mettendo a frutto i doni che mi ha elargito e rendendomi disponibile al cambiamento nel cuore e nella mente, affinché, come dice Paolo ai Colossesi al capitolo 3, possiamo spogliarci dell’uomo vecchio e rivestirci del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza, a immagine di colui che l’ha creato.

Voglia il Signore donarci la forza per affidarci veramente a lui, non per lenire le nostre paure di morte, ma per fortificarci nel percorso della vita che ci è stata donata. AMEN

Liviana Maggiore

AMATE I VOSTRI NEMICI

Lc 6,27-38

Gesù si rivolge oggi a te che sei venuto qui per ascoltare: comincia a parlare dicendo “A voi che ascoltate”: l’insegnamento è per te che sei alla ricerca di qualcosa, forse non sai bene che cosa, ma vuoi ascoltare parole di vita e verità.

E subito l’insegnamento comincia con la sua forza sconvolgente: amate i vostri nemici, benedite chi vi insulta, prega per chi ti è ostile. Ma perché? C’è una obiezione che in ogni tempo ha sempre risuonato davanti a queste parole: se porgo l’altra guancia il male vince, se mi lascio portare via la tunica oltre al mantello resto nudo e il violento trionfa. Questa obiezione l’ha elaborata in modo molto raffinato un grande intellettuale del secolo scorso, Max Weber, che sosteneva che l’etica del Vangelo è impraticabile nel mondo. Anzi, Weber sostiene che se davvero si praticasse un’etica così il lo Stato finirebbe, il mondo finirebbe, perché la violenza consumerebbe tutto. A chi crediamo? Pensiamo davvero che Gesù esagerasse? Che Gesù quando ha detto queste parole intendesse solo stupire la gente, ma non intendesse veramente le cose che ha detto?

La risposta è sotto i nostri occhi quando pensiamo alla sua vita e alla sua morte: Gesù di Nazareth, il Maestro, non ha soltanto detto e insegnato la non-violenza, ma l’ha praticata concretamente. Non c’è stata una sola parola di odio sulla sua bocca. Non una parola di discriminazione, di disprezzo.

La lezione di Gesù va imparata e praticata ogni giorno, minuto per minuto, incontro per incontro.

E vorrei indicare tre pensieri che ci aiutino a entrare più profondamente nel cuore dell’insegnamento di Gesù, perché è una scuola fondamentale per la nostra vita.

  • Il primo pensiero: seguire l’insegnamento di Gesù di Nazareth significa immergersi completamente nella storia.

Non c’è spazio per l’illusione, non c’è spazio per immaginare di costruire un piccolo mondo separato dove tutti sono giusti e buoni. Questo atteggiamento è tipico di alcuni gruppi, e di alcune sette che immaginano di essere una isola di diversi, di santi e di puri in mezzo al mondo cattivo: ebbene ricordiamoci che Gesù non ha isolato i suoi discepoli dal mondo, non li ha portati a vivere lontano dalle città, dalla gente e dai problemi. L’insegnamento di Gesù di Nazareth ci porta dritto nel centro dei problemi, in mezzo alla gente, senza protezione, siamo esattamente come tutti gli uomini e le donne del mondo, né più né meno, e abbiamo da affrontare tutti gli stessi problemi.

Il primo problema è quello di un mondo costruito sulla violenza: Gesù parla subito di nemici, perché la realtà in cui siamo immersi è quella della violenza, e non insegna a isolarsi per evitarla. È evidente che nel nostro mondo il meccanismo prevalente è quello della forza, sia la forza fisica della violenza brutale, la guerra, sia la violenza della prevaricazione e del ricatto economico, per cui chi ha di più tiene schiavo chi ha di meno, Paesi ricchi possono depredare e tenere politicamente sottoposti paesi più poveri. La violenza si esprime in grande, nelle leggi che opprimono e tolgono libertà alle donne, ai poveri, nelle istituzioni in cui qualcuno viene discriminato, escluso, in tutte le infinite forme di competizione e di esclusione in cui viviamo. Siamo abituati fin da piccoli a competere, a vincere, a cercare di strappare il nostro posto al sole: è proprio costruito così il nostro mondo, e l’insegnamento del rabbi di Nazareth ci porta proprio lì in mezzo e ci dice: guarda bene che la realtà in cui sei immerso non è buona, è violenta e si regge su meccanismi di prevaricazione e di morte, e tu proprio lì in mezzo puoi portare qualcosa di radicalmente nuovo: la vita, l’amore, la libertà della differenza.

Come? C’è un unico modo. Ed è faticoso. Doloroso e pericoloso.

Ma è anche grandioso e parla l’unico linguaggio capace di aprire il cuore malato e indurito degli uomini e delle donne di ogni tempo.

Gesù chiede, come chiedono molte altre voci in altre tradizioni spirituali, di smontare dall’interno la logica della violenza.

Gesù insegna un modo di agire che rompe il meccanismo della sopraffazione.

Quando davanti a un insulto, a una accusa, tu reagisci con un altro insulto, quando davanti a uno sgarbo reagisci con una brutta parola o un gesto di chiusura, tu sei soltanto il burattino del male. Il male ti vince non nello schiaffo che ricevi, ma in quello che restituisci. Il male ti vince non nel mantello rubato, ma nel tuo aggrapparti alla tunica, come se da quella dipendesse la tua vera vita. Se siamo capaci di rispondere all’affetto con affetto in fondo siamo meccanici: quello che arriva restituiamo. Ma la vera libertà è decidere tu, liberamente, indipendentemente da cosa fa l’altro, decidere tu liberamente come comportarti.

Avere in te la libertà di provare ad avere comportamenti buoni anche quando hai ricevuto il male. Non rispondere a chi ti colpisce, non restituire il colpo: questa è libertà.

Credo che Weber facesse una buona analisi dell’etica e della politica, ma in una cosa il suo calcolo non è corretto: se la dinamica cambia, se i rapporti vengono modificati dalla forza dell’amore, non è affatto vero che la società finisce. Finirebbe certamente la realtà così come la conosciamo, ma se ne aprirebbe una nuova, diversa, basata su dinamiche di solidarietà e di cooperazione invece che su quelle di competizione violenta.

  • La seconda osservazione è che per praticare questa strada ci vuole una forza enorme: il comportamento che Gesù chiede a chi vuole ascoltarlo è possibile solo a uomini e donne veramente maturi, veramente forti. Mi viene in mente il lavoro enorme sul sathiagraha portato avanti da Gandhi per la liberazione dell’India, la non violenza attiva, che ha dimostrato storicamente la necessità di una grande forza, determinazione e anche di una forte disciplina: non possiamo immaginare di obbedire all’insegnamento di Gesù senza lavorare duramente su noi stessi, sul nostro cuore, sui nostri istinti. Non possiamo immaginare di farcela senza questa disciplina, che è anche disciplina di preghiera e di meditazione.
  • Il terzo punto su cui soffermarci lo troviamo nelle parole che Gesù pronuncia dicendo: sarete figli dell’Altissimo. Questa è la promessa che Cristo fa a chi vuole ascoltarlo.

Essere figli dell’Altissimo, figli di HaShem, il Nome del Signore che è sorgente di un amore sovrabbondante, che non risponde secondo meccanismi violenti, ma secondo una volontà creativa di bellezza e di amore, di crescita, di sviluppo, di vita.

Il bene più grande nella vita di un essere umano è la ricerca del volto del Signore, è la vicinanza, la presenza di Adonai: e Gesù di Nazareth indica la via perché questa presenza di Adonai nel mondo si renda sensibile. Il Signore stesso accetta di farsi vivamente presente nelle tue mani, nelle tue parole, nelle espressioni del tuo viso rivolto ad altri. Dio intende manifestare il suo amore infinito e assoluto dentro i tuoi gesti umani, limitati nel tempo e nello spazio, ma infiniti nella logica della vita e dell’amore. Questa è la promessa. Agisci da figlio dell’Altissimo e sarai davvero figlio dell’Altissimo.

Il teologo della liberazione Jon Sobrino scriveva che il compito fondamentale di un essere umano è umanizzare la realtà a partire dalla verità e dalla misericordia di fronte alla sofferenza delle vittime. Umanizzare la realtà, che ne ha bisogno perché è disumana: noi siamo qui proprio per questo, perché nel mondo ci sia una luce, una forza capace di resistere alla logica disumanizzate, capace di portare un modello diverso nei nostri rapporti. E quando la forza ci manca ricordiamo che abbiamo un Maestro che ci ha insegnato a chiederla al Signore, e che ci ha mostrato la strada da percorrere splendendo di amore e di bellezza anche nel momento più atroce della sua morte. Quando ti troverai davanti a un gesto, a una parola che fa nascere in te un sentimento di rabbia e di violenza ricorda le parole del tuo Maestro: a voi che ascoltate io dico…. E sarete figli dell’Altissimo. Amen

Past. Ilenya Goss

LA GIUSTIZIA DI DIO

(Geremia 31, 23-28 – Deuteronomio 16, 11-20)

Abbiamo letto in Geremia il passo che parla del rinnovo del Patto che Dio ha fatto con l’uomo e nel passo del Deuteronomio abbiamo sentito un forte invito alla gioia (senza indugiare alla mistica della sofferenza) e, soprattutto, alla giustizia.

Ma cos’hanno in comune questi due concetti: il Patto e la Giustizia? Molto!

Nel linguaggio comune praticare la giustizia significa agire concretamente nei confronti degli altri con rettitudine, operando secondo le varie situazioni con equità e comprensione, senza prevaricazioni, ma nella Bibbia troviamo anche un altro tipo di concetto: la giustizia di Dio.

Ma cos’è, o meglio, com’è la giustizia di Dio?

La giustizia di Dio è la sostanziale e completa fedeltà del Signore al Patto che lui ha stabilito con l’uomo, un patto al quale l’uomo è chiamato ad aderire, senza riserve e senza contrattazione alcuna, perché è un patto di totale misericordia quello che il Signore ci offre, un accordo che termina con le parole: “Poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò del loro peccato” (Ger 31,28).

Questo versetto è pregno d’amore, è manifestazione e promessa di perdono.

Se guardiamo a molti episodi del Nuovo Testamento, possiamo vedere che il comportamento di Gesù può apparire molto “ingiusto”, secondo le categorie mentali e le leggi del tempo (ma non solo del tempo!).

Pensiamo all’adultera, che avrebbe dovuto legittimamente essere lapidata, ma ricordiamo anche come il padre misericordioso accoglie il figlio che aveva sperperato ogni avere, mentre il fratello era rimasto diligentemente a lavorare coi servi.  E cosa dire ancora delle amicizie “ingiuste” per un Messia (pubblicani e prostitute), oppure della guarigione di familiari di persone che esercitavano il potere repressivo di Roma e che si rivolgono a Gesù, probabilmente non sospinti dalla fede in lui, ma per disperazione umana?

Obiettivamente spesso il comportamento del nostro Signore può apparire ingiusto ai nostri occhi (“gli ultimi saranno primi”). Ma Egli è il figlio di Dio e la sua giustizia è la giustizia del Padre, la realizzazione del Patto.

E noi, che ci definiamo credenti, quante volte parliamo o abbiamo parlato di giustizia!

Ma allora cos’è la giustizia per il credente? Certamente non può essere un concetto simile ai principi del diritto civile, dove per giustizia si può intendere l’esercizio dei propri diritti che si fermano dove iniziano i diritti dell’altro. Giustizia per un credente è qualcosa di diverso, di più ampio, perché deve ispirarsi alla giustizia divina.

Come per il Signore, nel suo Patto con l’uomo, la giustizia è la manifestazione totale della misericordia, del perdono, dell’amore incondizionato, anche per il credente la giustizia non esiste senza l’armonia con altri vocaboli: Amore, Perdono, Fratellanza, Libertà.

AMORE non è un generico “volersi bene”, ma comprende l’accettazione dell’altro, anche se molto diverso da me, anche se di tradizioni culturali diverse, anche se di diverso colore della pelle, perfino se magari a me ostile. Amore significa cercare di conoscere l’altro, non accontentarsi di un temporaneo incontro socievole e non conflittuale e poi non occuparsene più.

PERDONO significa cercare di avvicinarsi o riavvicinarsi anche a coloro che ci hanno offeso, che ci hanno fatto del male o ci hanno causato sofferenza; perdono significa operare per allacciare rapporti positivi, essere disposti a convertire noi stessi all’amore verso coloro che incrociano la loro strada con la nostra, senza lasciare posto all’indifferenza, se non addirittura al rancore. Perdono significa anche guardarsi dentro con la consapevolezza di necessitare del perdono anche verso noi stessi, imparare a perdonare a noi stessi. Perdono significa riempire di contenuti quella frase del Padre nostro, dove diciamo “perdona a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (anche se sarebbe molto meglio, ma forse più stimolante di crisi per noi, dire “come noi li abbiamo già rimessi ai nostri debitori”).

FRATELLANZA significa credere nel profondo che ogni uomo e donna è mio fratello/sorella, figlio/figlia del medesimo Padre, per cui io sono tenuto a condividere con lui/lei ciò che ho e quel che sono, non solo a dare quel tanto in più che mi avanza, solo un’elemosina per sgravarmi la coscienza. Sono tenuto a dividere “l’unico mantello che ho”.

LIBERTÀ che non significa poter operare come voglio, ma significa essere consapevoli che Dio ci ha creati liberi e per questo noi, sicuramente più fortunati di altri, dobbiamo rimanere al fianco e adoperarci fattivamente per coloro che liberi non sono, perché io, come figlio/a di Dio, posso essere veramente libero/a solamente se anche il mio prossimo è libero. E il mio prossimo che non è libero è certamente chi vive in situazioni di guerra e prevaricazioni per motivi politici, religiosi, di etnia, ma non è libero nemmeno colui che lascia la sua terra per cercare lavoro, anche se non scappa da situazioni di guerra.

Giustizia, Amore, Perdono, Fratellanza, Libertà. Immaginiamo questi termni come le dita di una grande mano, pronta a cogliere una diversa esistenza per l’essere umano, per TUTTI gli esseri umani, tutti veramente uguali e non certo qualcuno più uguale dell’altro, magari giudice dell’altro.

Voglia il Signore aiutarci per tutto questo ed ispirarci per una reale conversione di vita, per una giustizia che tenti di avvicinarsi a quella che siamo certi Lui pratica con noi, nell’attesa della venuta del Suo Regno.

AMEN

Liviana Maggiore

IL DUBBIO E LA FEDE

Il tema che vorrei affrontare oggi, alla luce del brano biblico che fra poco leggerò, è quello del rapporto tra fede e dubbio.

Nella mentalità comune tra fede e dubbio esiste quanto meno una tensione, per non dire che sono in qualche modo alternative; dove c’è la fede non c’è il dubbio, e dove c’è dubbio non c’è la fede.

La figura biblica emblematica di questa alternativa è naturalmente l’apostolo Tommaso che, per primo, ha messo in discussione il fatto centrale della fede cristiana, cioè la risurrezione di Gesù, e quindi ha dubitato dell’evento costitutivo del cristianesimo. Però proprio lui, che ha incarnato questo dubbio radicale, è anche colui che sfocia nella prima grande confessione di fede, la più grande confessione di fede di tutta la Bibbia, chiamando Gesù non solo “mio Signore”, ma “Dio mio”. Tommaso è quindi l’emblema della transizione dal dubbio radicale alla fede suprema.

Un altro episodio evangelico che ci interroga sul rapporto tra dubbio e fede è quello che leggo adesso dall’evangelo di Marco, al capitolo 9,14-27

“E arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi”.

Qui, abbiamo letto, un ragazzo epilettico ha una crisi della sua malattia proprio davanti agli occhi di Gesù. Ne nasce un dialogo molto serrato tra Gesù e il padre di questo ragazzo, il quale lo incalza dicendo: “Se tu sei in grado di fare qualche cosa in questa situazione, ti prego aiutaci”. Egli non è sicuro che Gesù possa, la cosa, per lui, è dubbia. Gesù risponde in un modo che apre nuove prospettive, perché dicendogli: ”Ogni  cosa è possibile a chi crede” in qualche modo gli rimanda la palla della questione. E’ come se dicesse: “Il problema non è se io posso, il problema è se tu credi!

La risposta del padre è tanto famosa quanto sconvolgente: “Credo, ma vieni in aiuto alla mia incredulità”. Cosa vuol dire se non: credo, ma dubito; credo ma nello stesso tempo non sono sicuro di credere; credo ma … nel “ma” c’è il dubbio, quasi che alla fede dell’uomo sia congenito il dubbio. Io credo ma dubito, ci sono tante buone ragioni per non credere, non mi voglio affidare a una parola, a una promessa, soltanto tu puoi rendere la mia fede vittoriosa sul mio dubbio. L’opera nostra è il dubbio, l’opera di Dio è la fede , alla quale ci possiamo aprire, ma che non ci possiamo dare: possiamo solo riceverla.

E quanti altri innumerevoli testi nella Bibbia evidenziano questa lacerazione tra fede e dubbio, di quanti “perché” è pieno il testo biblico. Persino le ultime parole di Gesù sulla croce, che riprendono l’inizio del Salmo 22, sono un perché, anzi il perché più straziante di tutti i tempi:” Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” E i versetti successivi del Salmo 22 continuano così: “Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito! Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte, senza interruzione”.

Perché c’è questa contraddizione tra quello che credo e quello che sto vivendo? Perché tu sei il Dio che mi ha chiamato e ora anche il Dio che mi ha abbandonato? Perché sei un Dio che si contraddice? Che fai il contrario di quello che prometti?

I Perché della Bibbia lasciano aperta la possibilità che Dio non risponda a queste domande, e anzi l’uomo moderno ha in un certo senso coltivato questo dubbio fino a sfociare nell’incredulità.

Ci sono però anche esperienze opposte, in cui il dubbio può essere invece l’anticamera della fede, nel senso che la ragione, mediante il dubbio, solleva dei quesiti ai quali essa non è in grado di rispondere. La fede SI. Il dubbio pone delle domande a cui la ragione umana non sa rispondere, e solo la fede può dare queste risposte: il dubbio può aprire la strada e preparare alla fede.

Quindi il dubbio ha queste due facce: propedeutico alla incredulità e possibile spazio per la fede.

Io penso che comunque il dubbio vada elogiato e coltivato, e questo perché il dubbio è parente stretto del pensiero. Un pensiero che non dubita è nella migliore delle ipotesi un pensiero infantile, elementare, e nella peggiore un pensiero paralizzato. Invece il dubbio ci permette di distinguere tra realtà ed apparenza, e in un certo senso è il migliore antidoto a tutte le illusioni. Il dubbio ha inoltre una funzione critica non soltanto verso la realtà che ci circonda, ma anche nei confronti di noi stessi: noi possiamo vagliare criticamente la nostra vita, le nostre scelte. Nella Bibbia il personaggio che evidenzia questo dubbio su sé stesso è il fariseo Paolo, il quale aveva impostato la sua vita secondo le rigide regole farisaiche, e a un certo punto, attraverso l’esperienza di Damasco, è stato travolto dal dubbio radicale di avere sbagliato tutto, e trascinato a una revisione radicale della sua esistenza: dal dubbio è nata una conversione.

La capacità, direi anzi la libertà, di dubitare di sé è la radice di ogni conversione.

E’ proprio il principio della Sapienza biblica questo essere capaci di farsi domande, rivedere criticamente la propria vita, le proprie abitudini, le proprie scelte, questo interrogare le scelte del mondo e interrogarsi sulle proprie scelte.

E anche nell’ambito della fede il dubbio, il pensiero critico della fede, ha un proprio valore. L’idea che la fede comincia la dove il pensiero finisce, o che la fede comporti una abdicazione della ragione, o che per credere bisogna rinunciare a pensare, o che per credere bisogna entrare nel territorio dell’assurdo, questa idea è completamente sbagliata. “La fede non è ignoranza ma conoscenza” dice Calvino. L’idea che la fede fiorisce e prospera lì dove prospera l’ignoranza è una idea sbagliata. La fede pensa; credere significa anche pensare. Non che pensare significhi credere – il pensiero può anche non credere – ma la fede non può non pensare. E’ indubbiamente vero che c’è una razionalità, un modo di ragionare, un modo di pensare completamente diverso da quello della fede, anzi addirittura antitetico da quello della fede, così come è vero – come dice l’apostolo Paolo – che c’è una ragione umana che deve diventare pazza per diventare savia, è verissimo che c’è una sapienza di Dio che sembra pazzia all’uomo, che c’è una sapienza del mondo che sembra pazzia davanti a Dio. Ma questo non significa che non ci sia una razionalità della fede, che ha le sue ragioni, che non sono le ragioni della ragione, ma sono ragioni.

È ragionevole il perdono del peccatore? No, sarebbe più ragionevole la sua punizione. È ragionevole che l’innocente Gesù «muoia per gli empi»? No, sarebbe più ragionevole che gli empi muoiano e l’innocente viva. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che c’è una logica di Dio molto diversa da quella degli uomini. C’è una logica del Regno, che capovolge la logica del mondo. Ci sono due logiche, due razionalità, due modi di ragionare. Non è che chi non crede ragioni meglio o sia più intelligente di chi crede, o inversamente che chi crede ragioni meglio di chi non crede. Si tratta di due diverse visioni del mondo, dell’uomo e di Dio che comportano due logiche differenti. Io non penso che la scienza metta in pericolo la fede; ci sono scienziati atei e ci sono scienziati credenti. Non penso che l’intelligenza porti a non credere: né la fede né l’incredulità nascono da un ragionamento, anche se poi entrambe portano le loro ragioni; l’intelligenza entra in gioco dopo, non prima, sia per l’una che per l’altra.

Credere non significa entrare nell’irrazionale. Non solo la fede non ha nessun timore davanti al pensiero, ma volentieri lo incontra, e volentieri ne accetta la sfida. Dio, dice Giovanni, è Logos, e Logo significa Parola, ma significa anche pensiero. Dio è libertà, soprattutto libertà di amare, ma Dio è anche pensiero, Dio pensa, si potrebbe azzardare. Come si dice al salmo 92:” O Signore, come sono profondi i tuoi pensieri!; e al salmo 139: “Oh quanto sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio! Quanto è grande il loro insieme” e in Isaia:” «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il Signore. “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri”.

Ecco perché la fede pensa: la fede pensa perché Dio pensa. La fede pensa e osa affermare una verità ultima, definitiva, e cioè Dio. La fede sa benissimo che questa verità non può essere in alcun modo dimostrata, né che questa verità spieghi tutto, ma è una verità che illumina tutto. Non tutto diventa chiaro, ma tutto diventa illuminato. Al dubbio radicale, di cui comprendiamo le ragioni, noi affianchiamo una certezza radicale, che non è fondata su nessuna evidenza, ma è fondata su una Parola che è diventata storia umana nella vicenda di Gesù di Nazareth.

La fede è infatti figlia della Parola di Dio, non della ragione, ma non è di per sé ostile alla ragione. Fede e ragione possono entrare in conflitto, ma non sono necessariamente nemiche. Esiste, certo, una ragione che non crede, come esiste, purtroppo, una fede che non ragiona. Ma la fede può ampliare l’orizzonte della ragione, e la ragione può aiutare la fede a non diventare credulona, superstiziosa o fanatica.

Il dubbio resta fuori della fede anche se accanto alla fede. La fede è certezza. Il dubbio accanto alla fede serve a tenere vigile la fede, a mantenerla in dialogo con la realtà che la circonda, la obbliga a tenere aperte le questioni vitali. Nella lettera agli Ebrei c’è questa bellissima definizione della fede che è “certezza di cose che si sperano”, cioè le cose che si sperano a un certo punto sono incerte perché devono ancora accadere, è il paradosso della fede che è certezza dell’incerto, cioè attraverso la fede l’incerto diventa certo, questa è la fede. In questo senso il dubbio è più alleato che nemico della fede. E lo è anche in un altro senso: il dubbio preserva la fede dal diventare fondamentalista, cioè dal credere in un dogma, uno qualunque, anziché in Dio, cioè identificare la fede con un oggetto della fede che non è Dio. La fede che crede in sé stessa più che in Dio non è fede, perché la fede è proprio fede in Dio e non in qualcos’altro che non sia lui.

E’ come abbiamo sentito prima risuonare dalla prima lettera di Pietro: “Per mezzo di Gesù credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio”.

Dio lo voglia per tutti noi. AMEN

Fabio Barzon

EPIFANIA: MANIFESTAZIONE DEL SIGNORE

Matteo 2:1-12   –   Luca 3,21-22

Abbiamo ascoltato il racconto della venuta dei Magi a Betlemme, tre sapienti che, ispirati dal Signore, intrapresero un lungo viaggio per conoscere e adorare il vero re, non solo il re dei giudei, ma colui che sarebbe stato il Re dei re. Un evento prodigioso, una stella “speciale”, una manifestazione eclatante, aveva condotto i tre saggi alla stalla di Betlemme. Il Signore si era palesato in modo assai particolare per costoro, tanto da indurli a intraprendere un lungo viaggio, alla ricerca di un bambino.

Dalle testimonianze contenute nella Bibbia vediamo che il Signore si è manifestato moltissime volte e in modi diversi per cercare di ricondurre l’uomo alla fede in lui, per farci comprendere come quel Gesù nato da una famiglia di Nazareth fosse Suo figlio, il Messia tanto atteso e non un semplice profeta. E questo avvenne anche sul fiume Giordano, quando Gesù si fece battezzare, come raccontano i tre vangeli di Marco, Matteo e Luca.

Ma ascoltiamo ora il racconto così come contenuto nell’evangelo di Luca al capitolo 3,21-22.

Ora, mentre tutto il popolo si faceva battezzare, anche Gesù fu battezzato; e, mentre pregava, si aprì il cielo, e lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come una colomba; e venne una voce dal cielo: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».

A Natale e anche oggi abbiamo letto della venuta dei Magi d’Oriente alla stalla di Betlemme. Queste tre persone colte e ricche, che non fanno parte del popolo giudeo e quindi non nutrono l’attesa fideistica del Messia preannunciato dai profeti, affrontano un lungo viaggio per portare preziosi doni a un re, al re di un popolo cui essi non appartengono.

Negli evangeli solo Matteo ci presenta questo racconto e potremmo anche pensare che tutto ciò non sia veramente accaduto, però nella Scrittura nulla è messo per caso, per cui, ancorché questo episodio non si fosse realmente verificato, il suo inserimento nella narrazione di Matteo ci presenta sicuramente un significato simbolico.

Il racconto di Matteo dice che i tre saggi hanno intrapreso il loro viaggio guidati da un segno particolare (la stella) che hanno ritenuto essere la manifestazione di una speciale regalità del nuovo nato. Colui che è venuto al mondo deve essere un re “speciale”, decisamente più importante del re socialmente riconosciuto: Erode.

Trovato il bambino, in una situazione certamente per nulla regale, i Magi si prostrano per adorarlo (atteggiamento non consono a persone di rango superiore) e gli porgono i loro ricchi doni:

  • ORO, simbolo della regalità riconosciuta a questo infante povero;
  • INCENSO, per simboleggiare la sua divinità;
  • MIRRA, una resina ricavata da una pianta tipica dell’oriente, utilizzata per aromatizzare e conservare le mummie, simbolo e preannuncio della morte sacrificale di quel bambino.

Che l’evento sia o meno avvenuto, col suo racconto però Matteo intende affermare che il Signore si è manifestato con un astro a persone che non fanno parte del popolo eletto, al popolo dei credenti del Dio unico, a Israele; e questo astro, questa speciale stella, si è fermata sopra un’umile dimora alla quale anche altre persone (i pastori) andavano per adorare, guidati da un’altra manifestazione: il coro di voci angeliche.

Ma qual è il collegamento fra questo racconto e quello del battesimo di Gesù su fiume Giordano, episodio questo invece raccontato da tre evangelisti?

In realtà, al posto del battesimo di Gesù avremmo potuto leggere altri passi del Nuovo Testamento nei quali ci vengono riferiti episodi di “manifestazione” di Gesù come figlio di Dio, come Messia (es. Natanaele nel primo capitolo dell’evangelo di Giovanni, le inaspettate e cruente manifestazioni atmosferiche al momento della morte di Gesù, e molto altro ancora).

Ecco qual è il collegamento: il popolo tutto ha ricevuto numerosi segni della signoria di Gesù, segni che si sono palesati con simboli celesti (la stella, l’oscuramento del cielo alla morte, la voce dal cielo, i cori angelici) e con i numerosi miracoli raccontati nei vangeli, prodigi troppo numerosi per essere semplici e inventate costruzioni per indurre alla fede nel Messia.

Ecco perché l’Epifania del Signore è una grande festa. È la festa che ci ricorda che il SIGNORE SI È MANIFESTATO e lo ha fatto in molte occasioni, con segni diversi provenienti da Gesù stesso o dal Padre che lo riconosce come suo figlio prediletto, con quella bella immagine che abbiamo letto con la discesa della colomba su quell’uomo uscito dall’acqua del fiume, un uomo al quale Giovanni Battista dice di non essere degno nemmeno di legare i calzari.

Non possiamo dire di non aver ricevuto testimonianze sul fatto che colui in cui diciamo di credere è veramente il Cristo, il figlio di Dio fatto uomo, il Signore della storia che si è abbassato a diventare uomo fra gli uomini per riscattare ognuno dal peccato, per dare una volta di più l’opportunità di cambiare vita.

E questo farsi uomo lo ha fatto per tutti, per i ricchi e per i poveri, per i sapienti e per la gente non acculturata, per i fedeli e per gli increduli, per il popolo di Israele e per tutti gli altri popoli.

E noi, donne e uomini che ci professiamo cristiani, siamo convinti nel profondo del cuore e della mente di tutto ciò? Abbiamo saputo cogliere nella nostra vita l’epifania del Signore, il suo rendersi manifesto?  Oppure ci dichiariamo cristiani per tradizione, per abitudine, ma stentiamo a coltivare la nostra fede in Lui?

Siamo disposti a credere che il nostro Signore è vivente vicino a noi, è presente nella storia dell’umanità per tutti gli uomini e donne, senza distinzione di razza o di lingua, di cultura o abitudini sociali, perché tutti sono chiamati alla salvezza che è offerta gratuitamente a chiunque cerchi autenticamente la verità e consideri ogni essere umano suo fratello o sua sorella.

Certo, una volta di più vediamo che la manifestazione della signoria di Cristo comporta anche delle responsabilità da parte nostra, responsabilità esistenziali che non possono essere soddisfatte con precetti o dettami moralistici, ma con una reale conversione da parte nostra nell’esercizio della pazienza e del perdono, nel superamento dei nostri egoismi, nella condivisione e nella manifestazione d’amore a coloro che incrociano le loro strade con la nostra.

Voglia il Signore aiutarci nel riconoscere la sua manifestazione nella nostra vita.

AMEN

Liviana Maggiore

PREDICAZIONE IN CELEBRAZIONE ECUMENICA PER LA PACE 1.1.2019

Efesini 4:1-6

“Io dunque, il prigioniero del Signore, vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace.

Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. Vi è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti.”

Vanno fatte due premesse importanti sui versetti che abbiamo ascoltato:

  1. le esortazioni contenute non sono solamente per gli Efesini, ma anche per noi, cristiani di oggi. E questo è chiaro fin dal primo versetto dell’epistola, dove troviamo scritto: “Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso e ai fedeli in Cristo Gesù.”
  2. In Gesù Cristo non c’è differenza fra ebrei e pagani, fra circoncisi e incirconcisi, perché, come troviamo al cap. 2,14-16 “Lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia.”

Per questo oggi siamo qui, insieme, in una preghiera ecumenica nella quale certamente portiamo il peso delle nostre differenze, ma soprattutto portiamo la gioia di essere tutti fratelli e sorelle in Dio, tutti uniti in un unico corpo mediante la croce di Cristo, tutti consapevoli che in quest’epoca di muri che si moltiplicano e respingimenti che si inaspriscono, siamo chiamati alla reciproca accoglienza ed alla fraternità, senza distinzioni di razza, religione, sesso, età e quant’altro possa causare divisioni fra gli esseri umani.

Noi, donne e uomini di oggi, siamo chiamati a rispondere alla vocazione ricevuta operando per la pace, mettendo a frutto i doni ricevuti, facendo scelte talvolta difficili, correndo il rischio di essere derisi, ma sempre sostenuti da quel Signore in cui diciamo di credere che è pietra angolare della chiesa universale e che per tutti noi ha patito la croce. E tutto ciò senza delegare ad altri le nostre responsabilità, perché se una goccia d’acqua non può dissetare, un bicchiere d’acqua è pieno di molte gocce che, insieme, possono sollevare dall’arsura.

Ma come possiamo essere degni di questa vocazione, come tradurla in azione, in vita concreta? L’autore ci dà delle indicazioni, tratteggiando, con poche ma efficaci parole, le caratteristiche di un’etica cristiana. Siamo infatti esortate e esortati a comportarci con umiltà, mansuetudine, pazienza, sopportazione reciproca e, superati i nostri condizionamenti, di avviarci sul cammino di una vita nuova, costruttiva e pacifica, vissuta con la consapevolezza di essere radicati nell’appartenenza al corpo di Cristo e illuminati dal soffio dello Spirito, adoperandoci per conservare l’unità nel vincolo della pace, quella pace che è diritto di ogni uomo e donna che calpesti questa terra.

E l’unità nella pace, dono di Dio, può essere nutrita, preservata, rinforzata solo se i credenti vivono nell’amore e nella pace forgiata dall’opera riconciliatrice di Cristo.

Nei versetti da 4 a 6, con enfasi, viene analizzato il significato dell’unità dello Spirito:

  • un solo corpo: la chiesa,
  • un solo Spirito: attraverso il quale si professa Cristo,
  • una sola speranza: la redenzione,
  • un solo Signore: Cristo,
  • una sola fede: Cristo è il Signore,
  • un solo battesimo: in un unico Spirito per formare un unico corpo.

Una vera e propria confessione di fede, suggellata dal versetto 6, UN SOLO DIO:

  • al di sopra di tutti: il Padre,
  • fra tutti: il Figlio,
  • in tutti: lo Spirito Santo.

Ecco perché è importante che, seppure appartenenti a diverse confessioni, oggi abbiamo marciato insieme per la pace, con uno spirito ecumenico per cui incontrarsi non è per ricercare l’unità a tutti i costi, ma sicuramente per riconoscere ciò che ci accomuna.

Che il Signore ci illumini ed ispiri le nostre azioni affinché, individualmente e collettivamente, possiamo essere autentici costruttori di pace.

AMEN

Liviana Maggiore

RINNOVO DEL PATTO

Giovanni 12, 44-50

Ma Gesù ad alta voce esclamò: «Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede colui che mi ha mandato.  Io son venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me, non rimanga nelle tenebre.  Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non son venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo.  Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno.  Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare; e so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

Cari fratelli e sorelle,

Come sappiamo, rinnoviamo oggi il nostro Patto con Dio. E come ogni patto che si rispetti, anche questo si basa sulla fiducia. E fiducia, vuol dire credere, aver fede, con la effe maiuscola. Affidarsi totalmente al volere di Dio, facendoci guidare, senza paura, come se fossimo tornati bambini, da Dio nostro Padre. Come possiamo quindi affidarci a Dio? Leggendo e meditando la Sua Parola anzitutto, pregandolo, nella certezza che quanto gli stiamo per chiedere sicuramente ce lo darà. Sta infatti scritto in Matteo 17,20 “in verità io vi dico: se avete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: “Passa da qui a là”, e passerà; e niente vi sarà impossibile”. E come dice il Salmo 54 che abbiamo ascoltato in apertura a questo Culto: “Dio è il mio aiuto; il Signore è colui che sostiene l’anima mia. Egli farà ricadere il male sui miei nemici”. Seguire quindi ciecamente Gesù, come ci esorta il testo della nostra predicazione di oggi: “Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato”. Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, è quindi l’inviato, il messaggero, il tramite tra Dio e noi, suoi figli, il suo popolo. Dio parla per mezzo suo. Come infatti dice il testo biblico della nostra predicazione odierna: “Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre me le ha dette”. Egli è quindi il mediatore del patto che oggi siamo chiamati, fratelli e sorelle, a rinnovare come ogni anno. Un nuovo patto, che supera e perfeziona la legge dell’Antico Testamento, il vecchio Patto. Sta infatti scritto in Matteo 5,17: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”. Il vecchio Patto Dio lo fece con la nazione d’Israele, non con i cristiani. Alcune leggi dovevano far sapere agli Israeliti come ubbidire e piacere a Dio (ad esempio i Dieci Comandamenti) altre dovevano mostrare loro come adorare Dio (vedi il sistema sacrificale) mentre altre dovevano semplicemente rendere gli Israeliti diversi dalle altre nazioni (vedi le regole sul cibo e sull’abbigliamento). Nessuna legge dell’Antico Testamento, eccettuati i Dieci Comandamenti, si applica a noi, oggi. Possiamo quindi anche lavorare nel giorno del riposo settimanale senza timore di essere messi a morte come comandava Esodo 35, 2 nonché mangiare tranquillamente lepri e maiali nonostante il divieto in Levitico 11, 6-7. Per non parlare delle belle bistecche al sangue espressamente proibite in Levitico 17, 14 mentre i nostri figli possono dormire sonni tranquilli anche se a volte ci contestano e sono ribelli evitandoci il problema di farli lapidare a morte come prescritto in Deuteronomio 21, 18-21. Fratelli e Sorelle, quando morì sulla croce, Gesù, pose fine alla legge dell’Antico Testamento. Sta infatti scritto nella Lettera ai Galati 3, 23-25: “ma prima che venisse la fede eravamo tenuti rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede. Ma ora che la fede è venuta, non siamo più sotto precettore”. Quindi ora Dio, per mezzo di Cristo, fratelli e sorelle, unisce Giudei e stranieri (i “gentili”) in Cristo: “Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia”. Efesini 2, 14-16. Noi quindi siamo ora sotto la legge di Cristo: “‘Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Matteo 22, 37-40). Fratelli e Sorelle, se faremo queste due cose, allora staremo adempiendo a tutto quello che Cristo vuole da noi: “Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi” (1 Giovanni 5, 3). A questo punto, però, visto che non siamo più sotto la Legge dell’Antico Testamento, qualcuno potrebbe dire che anche i Dieci Comandamenti non sono applicabili ai cristiani. In realtà essi sono tutti ripetuti nel Nuovo Testamento (eccettuato il comandamento di osservare il giorno di Sabato). Ovviamente, se staremo amando Dio non staremo adorando altri dei o degli idoli. Se staremo amando il nostro prossimo, non lo uccideremo, non gli mentiremo, non commetteremo adulterio né ne desidereremo ciò che gli appartiene. Perciò, noi non siamo sottoposti ad alcun requisito della legge dell’Antico Testamento. Noi dobbiamo amare Dio e amare il nostro prossimo. Se faremo fedelmente queste due cose, tutto il resto comincerà ad avere un senso. E questo perché è Parola di Dio dataci tramite Gesù Cristo. Come abbiamo sentito in precedenza dalla lettura dell’Evangelo di Matteo: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”». La Parola di Dio quindi come pane spirituale, pane che ci dà la forza per vivere ed andare avanti, pane che crea la vita come abbiamo ascoltato dalla lettura del Prologo del Vangelo di Giovanni: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita e la vita era la luce degli uomini”.

Amen

Daniele Rampazzo

A seguito della predicazione, l’impegno della comunità e del singolo per rispondere al rinnovo del patto con il Signore:

CULTO DI RINNOVAMENTO DEL PATTO

Quanto a me, ecco, stabilisco il mio patto con voi, con i vostri discendenti dopo di voi. (Genesi 9:9)

IL NOSTRO IMPEGNO COMUNITARIO

Signore, per mezzo di Gesù Cristo tu ci hai chiamati a vivere in questo patto di grazia; con gioia rinnoviamo la nostra consacrazione e, per amor tuo, ci impegniamo a ricercare e a compiere la tua perfetta volontà. Non apparteniamo più a noi stessi, ma a te. Amen

IL MIO IMPEGNO PERSONALE

Signore, io non appartengo più a me stesso, ma a te. Impegnami in ciò che vuoi, mettimi a fianco di chi vuoi; che io sia sempre tuo testimone, sia nella pienezza delle forze, sia quando le forze vengono meno, sia che io mi trovi nella gioia, sia che io mi trovi nel dolore. Liberamente e di pieno cuore mi sottopongo alla tua volontà e metto ogni cosa al tuo servizio. Amen

Ma le loro menti furono rese ottuse; infatti, sino al giorno d’oggi, quando leggono l’antico patto, lo stesso velo rimane, senza essere rimosso, perché è in Cristo che esso è abolito. (2 Corinzi 3:14)