IL BUON PASTORE

“Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore.Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde.  Il mercenario [si dà alla fuga perché è mercenario e] non si cura delle pecore.  Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.  Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.” (Giovanni 10,11-16)

Sicuramente è capitato a tutti noi di vedere un gregge e, se ci pensiamo, avremo potuto notare che il pastore, nel governare le sue pecore, si muove lentamente, guarda spesso il gregge, sosta a lungo assieme a loro quando trova un campo dove farle pascolare. Spesso manda segnali sonori rivolti a quelle che magari cercano di allontanarsi, affinché non si perdano, affinché rimangano nel gruppo e non cadano nei pericoli di eventuali dirupi.

Fin da piccola, lungo l’argine vicino a casa oppure in montagna, ero affascinata quando mi perdevo a guardare le pecore e ricordo che, conoscendo un pastore in Cadore, ero sempre molto colpita dalla sua calma, dai suoi movimenti lenti, dal fatto che io non riuscivo mai a capire a che cosa gli servisse il bastone che aveva, perché quando qualcuna delle pecore si allontanava un po’ dal gregge, chiamava semplicemente (sempre con calma, ma con autorevolezza) uno dei cani affinché provvedesse a riportarla nel gruppo.  Non so a voi, ma a me guardare un gregge al pascolo ha sempre dato un’impressione di grande calma.

Forse per questo senso di quiete (che non credo sia cambiato col trascorrere dei secoli) Gesù ha preso spunto per questa parabola, dove lui afferma di essere Dio (tutt’uno col Padre), ma dice chiaramente che è come un pastore, un proprietario del gregge e non un mercenario, e, per ciò stesso, passa la sua vita a porre attenzione alle sue bestie, le conosce una ad una, vive con loro ed è disposto a correre rischi se solo una è in pericolo.

E le pecore vanno con fiducia appresso a lui, riconoscono la sua autorità e lo seguono senza bisogno di manifestazioni violente (bastonate), ma semplicemente perché riconoscono in lui il capo di tutto il gregge e conoscono la sua voce.

Perché mi soffermo sulla quiete?  Dobbiamo vedere il contesto in cui si sviluppa questa parabola: siamo a Gerusalemme e i farisei sono molto agitati per la venuta di questo tizio, con un seguito, che opera perfino prodigi e che predica di essere colui che il popolo attende: il Messia, il figlio di Dio.  Bestemmia!  Stravolgimento dell’ordine costituito per i farisei che, ligi alla legge, non possono tollerare un simile atteggiamento proprio a Gerusalemme, la città fulcro di coloro che credono.  E di fronte a tanta agitazione, ecco la parabola che richiama la calma, perché i grandi annunci non necessitano di grandi urla.

Il passo che abbiamo letto è titolato “il buon pastore” e Giovanni riferisce chiaramente che le pecore siamo noi e Gesù è il pastore, non uno che “fa” il pastore, bensì uno che “è” pastore, non un mercenario che svolge un lavoro e che, di fronte al pericolo, privilegia la propria vita rispetto a quella della pecora, ma uno che è disposto a rischiare, a donare la propria vita per salvare anche una sola pecora, perché quella pecora è conosciuta ed amata come ciascuna delle altre.

In questo senso il gregge non viene interpretato come un insieme omogeneo di creature “allineate e coperte”, senza individualità, senza caratteristiche peculiari, ma come un gruppo di individui diversi, alcuni più miti, altri più trasgressivi. E il pastore lo sa, perché conosce le sue pecore una a una, perché lui “è” il pastore, non “fa” il pastore.

E fin qui l’interpretazione direi che è chiara. Ma c’è di più in questo racconto; almeno due aspetti sui quali dobbiamo porre la nostra attenzione:

1.“Io conosco le mie pecore e loro conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre”.

Accettato il fatto che il pastore conosce le sue pecore, il fulcro di questa frase però sta nella similitudine che segue, parlando di conoscenza. Gesù ci dice chiaramente che lui conosce il Padre, conosce quel Signore che, anche in quell’epoca, appariva forse distante, come spesso appare distante a noi.  È una conoscenza intima quella che ci viene detta: io conosco Lui e Lui conosce me, con una totale similitudine alla conoscenza che il pastore ha con le sue pecore.

Con questa affermazione Gesù dice che lui non ha solo sentito parlare del Padre, ma LO CONOSCE.  E chi può conoscere Dio, quell’Altissimo così lontano, così evanescente, direi quasi irreale, se non Dio stesso? Certo, la Scrittura ci racconta di altri che lo hanno conosciuto, ma lo hanno visto sotto altre sembianze (un roveto ardente, una presenza testimoniata da eventi prodigiosi come un forte vento, come una voce nel sonno, ecc.), ma qui Gesù ci dice “io conosco il Padre e lui conosce me”, dichiarando quindi uno stretto rapporto fra i due, fra le due manifestazioni del medesimo Dio: Gesù, uomo fra gli uomini, Dio incarnato per tentare una volta di più di prendere contatto con gli esseri umani, visto che i profeti non erano stati sufficienti perché gli uomini capissero.

In questa riflessione, però, c’è qualcosa di più: una sorta di triangolazione fra Dio Padre, Gesù e il gregge che segue Gesù. Come io conosco il Padre e sono da Lui conosciuto, così conosco le mie pecore (una ad una) e sono da loro conosciuto, quindi, come riportato in altri passi dell’evangelo di Giovanni, chi conosce me conosce anche il Padre che mi ha mandato e come Lui ha mandato me, così io mando voi, perché siamo un tutt’uno.  Non so voi, ma spesso mi è capitato di sentirmi lusingata o addirittura, talvolta, atterrita, di far parte di questo triangolo con due figure così grandi: il Padre e il Figlio.  Eppure è così, noi siamo parte di questo rapporto intimo con Dio, sempre che accettiamo di farne parte.

2. Secondo aspetto su cui riflettere: Gesù dice: “Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore”.

Ma chi sono le altre pecore che non sono dello stesso ovile? Dove sono le altre greggi?

Direi che a noi non è dato di sapere, possiamo solo fare delle supposizioni.

Altri ovili possono essere intesi come altri gruppi, appartenenti ad altre culture lontane dal cristianesimo, ma mi piace pensare che possano essere anche altri insiemi di persone che, pur avendo conosciuto il messaggio cristiano, non lo riconoscono come vero oppure ritengono che gli insegnamenti di fratellanza annunciati nella Scrittura e vivacemente confermati da Gesù nella sua vita possano essere ridotti ad una pura visione orizzontale di solidarietà umana, senza scomodare Dio.

Non lo sappiamo e, in fin dei conti, vale la pena che indaghiamo su chi possano essere?

Talvolta parlo con un mio amico che fa parte delle Assemblee di Dio e spesso percepisco il suo disagio perché, per l’amore che mi porta e per la fede in Dio che mi riconosce, mi dice che lui è certo di essere salvato perché crede in ciò che la sua chiesa gli dice, cioè che chi crede in Gesù e rispetta i dettami della “vera” chiesa (ovviamente per lui le ADI) sarà SICURAMENTE salvo, mentre gli altri credenti dovranno affidarsi alla misericordia del Signore, sperando che gli vada bene, quindi con un certo margine di incertezza.  Sappiamo che una visione del genere è presente anche nei testimoni di Jeova e in altri movimenti fondamentalisti che pur si ispirano alla medesima Scrittura.

Personalmente mi sento molto più vicina ad altri miei due amici, di fede islamica, con i quali spesso mi sono confrontata e dai quali mi sono sovente sentita dire che “Dio è uno solo ed è uno per tutti, comunque lo si chiami”.

Ma, per parlare di altri ovili, cosa dire di coloro che cristiani non sono o addirittura non sono monoteisti?

Nell’ultimo anno, per lavoro, mi sono avvicinata allo studio della devozione e della religiosità indiane, dove, in varie religioni, si contano innumerevoli figure divine e sono quasi certa che se io fossi nata e cresciuta in quel paese, non sarei cristiana, ma buddista, induista, altre forme religiose.

Allora mi chiedo: se vi sono altri ovili, se vi sarà un unico pastore per tutte le pecore, significa che il gregge al quale appartengo è quello giusto per me, ma non è giusto in assoluto, perché, quantomeno per rispetto, la stessa verità può essere interpretata diversamente, nella limitatezza della conoscenza e delle esperienze umane. Quindi: nessuno può dire di avere la verità in tasca, nessuno può dire “io sarò salvato perché sono di questo gregge, mentre gli altri ….. boh?”

Concludendo, noi possiamo dire che abbiamo ricevuto una chiamata, una vocazione, un messaggio di vita e di speranza, ma questo non ci rende migliori degli altri, né che noi siamo nel pieno della verità e gli altri sono fra coloro che saranno dannati, perché un simile ragionamento sarebbe basato unicamente sul timore di cosa avviene dopo e non sulla fiducia che un unico pastore provvederà a tutte le sue pecore, a qualsiasi ovile appartengano, perché non siamo noi coloro che devono giudicare la bontà e la veridicità di un ovile. Noi non siamo Dio!  Siamo certamente in cuore a Dio e, proprio per questo, dovremmo avere Dio nel cuore e rispondere alla sua chiamata improntando la nostra vita ai suoi insegnamenti, cercando di conoscerli per quanto ci sono stati annunciati, ben sapendo che ad altri possono essere stati annunciati in modo diverso, in una sorta di fratellanza universale che va ben oltre le barriere di tradizioni e culture differenti.

Per la vocazione che abbiamo ricevuto e nel rispetto della Bibbia e di coloro che ben prima di noi ci hanno dato le loro interpretazioni, noi crediamo nel Signore della misericordia, del perdono e della salvezza gratuiti. A questo siamo chiamati a credere e ai suoi insegnamenti dobbiamo improntare la nostra vita, perché è questo il gregge al quale apparteniamo.

Quel che accadrà negli altri ovili non è affare nostro. AMEN

Liviana Maggiore

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