IL DUBBIO E LA FEDE

Il tema che vorrei affrontare oggi, alla luce del brano biblico che fra poco leggerò, è quello del rapporto tra fede e dubbio.

Nella mentalità comune tra fede e dubbio esiste quanto meno una tensione, per non dire che sono in qualche modo alternative; dove c’è la fede non c’è il dubbio, e dove c’è dubbio non c’è la fede.

La figura biblica emblematica di questa alternativa è naturalmente l’apostolo Tommaso che, per primo, ha messo in discussione il fatto centrale della fede cristiana, cioè la risurrezione di Gesù, e quindi ha dubitato dell’evento costitutivo del cristianesimo. Però proprio lui, che ha incarnato questo dubbio radicale, è anche colui che sfocia nella prima grande confessione di fede, la più grande confessione di fede di tutta la Bibbia, chiamando Gesù non solo “mio Signore”, ma “Dio mio”. Tommaso è quindi l’emblema della transizione dal dubbio radicale alla fede suprema.

Un altro episodio evangelico che ci interroga sul rapporto tra dubbio e fede è quello che leggo adesso dall’evangelo di Marco, al capitolo 9,14-27

“E arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi”.

Qui, abbiamo letto, un ragazzo epilettico ha una crisi della sua malattia proprio davanti agli occhi di Gesù. Ne nasce un dialogo molto serrato tra Gesù e il padre di questo ragazzo, il quale lo incalza dicendo: “Se tu sei in grado di fare qualche cosa in questa situazione, ti prego aiutaci”. Egli non è sicuro che Gesù possa, la cosa, per lui, è dubbia. Gesù risponde in un modo che apre nuove prospettive, perché dicendogli: ”Ogni  cosa è possibile a chi crede” in qualche modo gli rimanda la palla della questione. E’ come se dicesse: “Il problema non è se io posso, il problema è se tu credi!

La risposta del padre è tanto famosa quanto sconvolgente: “Credo, ma vieni in aiuto alla mia incredulità”. Cosa vuol dire se non: credo, ma dubito; credo ma nello stesso tempo non sono sicuro di credere; credo ma … nel “ma” c’è il dubbio, quasi che alla fede dell’uomo sia congenito il dubbio. Io credo ma dubito, ci sono tante buone ragioni per non credere, non mi voglio affidare a una parola, a una promessa, soltanto tu puoi rendere la mia fede vittoriosa sul mio dubbio. L’opera nostra è il dubbio, l’opera di Dio è la fede , alla quale ci possiamo aprire, ma che non ci possiamo dare: possiamo solo riceverla.

E quanti altri innumerevoli testi nella Bibbia evidenziano questa lacerazione tra fede e dubbio, di quanti “perché” è pieno il testo biblico. Persino le ultime parole di Gesù sulla croce, che riprendono l’inizio del Salmo 22, sono un perché, anzi il perché più straziante di tutti i tempi:” Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” E i versetti successivi del Salmo 22 continuano così: “Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito! Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte, senza interruzione”.

Perché c’è questa contraddizione tra quello che credo e quello che sto vivendo? Perché tu sei il Dio che mi ha chiamato e ora anche il Dio che mi ha abbandonato? Perché sei un Dio che si contraddice? Che fai il contrario di quello che prometti?

I Perché della Bibbia lasciano aperta la possibilità che Dio non risponda a queste domande, e anzi l’uomo moderno ha in un certo senso coltivato questo dubbio fino a sfociare nell’incredulità.

Ci sono però anche esperienze opposte, in cui il dubbio può essere invece l’anticamera della fede, nel senso che la ragione, mediante il dubbio, solleva dei quesiti ai quali essa non è in grado di rispondere. La fede SI. Il dubbio pone delle domande a cui la ragione umana non sa rispondere, e solo la fede può dare queste risposte: il dubbio può aprire la strada e preparare alla fede.

Quindi il dubbio ha queste due facce: propedeutico alla incredulità e possibile spazio per la fede.

Io penso che comunque il dubbio vada elogiato e coltivato, e questo perché il dubbio è parente stretto del pensiero. Un pensiero che non dubita è nella migliore delle ipotesi un pensiero infantile, elementare, e nella peggiore un pensiero paralizzato. Invece il dubbio ci permette di distinguere tra realtà ed apparenza, e in un certo senso è il migliore antidoto a tutte le illusioni. Il dubbio ha inoltre una funzione critica non soltanto verso la realtà che ci circonda, ma anche nei confronti di noi stessi: noi possiamo vagliare criticamente la nostra vita, le nostre scelte. Nella Bibbia il personaggio che evidenzia questo dubbio su sé stesso è il fariseo Paolo, il quale aveva impostato la sua vita secondo le rigide regole farisaiche, e a un certo punto, attraverso l’esperienza di Damasco, è stato travolto dal dubbio radicale di avere sbagliato tutto, e trascinato a una revisione radicale della sua esistenza: dal dubbio è nata una conversione.

La capacità, direi anzi la libertà, di dubitare di sé è la radice di ogni conversione.

E’ proprio il principio della Sapienza biblica questo essere capaci di farsi domande, rivedere criticamente la propria vita, le proprie abitudini, le proprie scelte, questo interrogare le scelte del mondo e interrogarsi sulle proprie scelte.

E anche nell’ambito della fede il dubbio, il pensiero critico della fede, ha un proprio valore. L’idea che la fede comincia la dove il pensiero finisce, o che la fede comporti una abdicazione della ragione, o che per credere bisogna rinunciare a pensare, o che per credere bisogna entrare nel territorio dell’assurdo, questa idea è completamente sbagliata. “La fede non è ignoranza ma conoscenza” dice Calvino. L’idea che la fede fiorisce e prospera lì dove prospera l’ignoranza è una idea sbagliata. La fede pensa; credere significa anche pensare. Non che pensare significhi credere – il pensiero può anche non credere – ma la fede non può non pensare. E’ indubbiamente vero che c’è una razionalità, un modo di ragionare, un modo di pensare completamente diverso da quello della fede, anzi addirittura antitetico da quello della fede, così come è vero – come dice l’apostolo Paolo – che c’è una ragione umana che deve diventare pazza per diventare savia, è verissimo che c’è una sapienza di Dio che sembra pazzia all’uomo, che c’è una sapienza del mondo che sembra pazzia davanti a Dio. Ma questo non significa che non ci sia una razionalità della fede, che ha le sue ragioni, che non sono le ragioni della ragione, ma sono ragioni.

È ragionevole il perdono del peccatore? No, sarebbe più ragionevole la sua punizione. È ragionevole che l’innocente Gesù «muoia per gli empi»? No, sarebbe più ragionevole che gli empi muoiano e l’innocente viva. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che c’è una logica di Dio molto diversa da quella degli uomini. C’è una logica del Regno, che capovolge la logica del mondo. Ci sono due logiche, due razionalità, due modi di ragionare. Non è che chi non crede ragioni meglio o sia più intelligente di chi crede, o inversamente che chi crede ragioni meglio di chi non crede. Si tratta di due diverse visioni del mondo, dell’uomo e di Dio che comportano due logiche differenti. Io non penso che la scienza metta in pericolo la fede; ci sono scienziati atei e ci sono scienziati credenti. Non penso che l’intelligenza porti a non credere: né la fede né l’incredulità nascono da un ragionamento, anche se poi entrambe portano le loro ragioni; l’intelligenza entra in gioco dopo, non prima, sia per l’una che per l’altra.

Credere non significa entrare nell’irrazionale. Non solo la fede non ha nessun timore davanti al pensiero, ma volentieri lo incontra, e volentieri ne accetta la sfida. Dio, dice Giovanni, è Logos, e Logo significa Parola, ma significa anche pensiero. Dio è libertà, soprattutto libertà di amare, ma Dio è anche pensiero, Dio pensa, si potrebbe azzardare. Come si dice al salmo 92:” O Signore, come sono profondi i tuoi pensieri!; e al salmo 139: “Oh quanto sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio! Quanto è grande il loro insieme” e in Isaia:” «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il Signore. “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri”.

Ecco perché la fede pensa: la fede pensa perché Dio pensa. La fede pensa e osa affermare una verità ultima, definitiva, e cioè Dio. La fede sa benissimo che questa verità non può essere in alcun modo dimostrata, né che questa verità spieghi tutto, ma è una verità che illumina tutto. Non tutto diventa chiaro, ma tutto diventa illuminato. Al dubbio radicale, di cui comprendiamo le ragioni, noi affianchiamo una certezza radicale, che non è fondata su nessuna evidenza, ma è fondata su una Parola che è diventata storia umana nella vicenda di Gesù di Nazareth.

La fede è infatti figlia della Parola di Dio, non della ragione, ma non è di per sé ostile alla ragione. Fede e ragione possono entrare in conflitto, ma non sono necessariamente nemiche. Esiste, certo, una ragione che non crede, come esiste, purtroppo, una fede che non ragiona. Ma la fede può ampliare l’orizzonte della ragione, e la ragione può aiutare la fede a non diventare credulona, superstiziosa o fanatica.

Il dubbio resta fuori della fede anche se accanto alla fede. La fede è certezza. Il dubbio accanto alla fede serve a tenere vigile la fede, a mantenerla in dialogo con la realtà che la circonda, la obbliga a tenere aperte le questioni vitali. Nella lettera agli Ebrei c’è questa bellissima definizione della fede che è “certezza di cose che si sperano”, cioè le cose che si sperano a un certo punto sono incerte perché devono ancora accadere, è il paradosso della fede che è certezza dell’incerto, cioè attraverso la fede l’incerto diventa certo, questa è la fede. In questo senso il dubbio è più alleato che nemico della fede. E lo è anche in un altro senso: il dubbio preserva la fede dal diventare fondamentalista, cioè dal credere in un dogma, uno qualunque, anziché in Dio, cioè identificare la fede con un oggetto della fede che non è Dio. La fede che crede in sé stessa più che in Dio non è fede, perché la fede è proprio fede in Dio e non in qualcos’altro che non sia lui.

E’ come abbiamo sentito prima risuonare dalla prima lettera di Pietro: “Per mezzo di Gesù credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio”.

Dio lo voglia per tutti noi. AMEN

Fabio Barzon

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