LA MORTE DEL SEME

Due premesse:

  1. Da un mese a Padova c’è una mostra di fotografie che sta riscuotendo un enorme successo. L’esposizione porta il titolo “Un’Idea di India” e, a corredo della mostra, sono organizzate conferenze su vari aspetti della cultura e della spiritualità indiani.

Poiché faccio gioiosamente parte dello staff organizzativo, da tempo ho avuto l’occasione di confrontarmi non solo con le immagini, ma anche con ciò che vari professori dell’Università Ca’ Foscari presentano nelle loro conferenze.

“Ti stai facendo affascinare dalle religioni di quel Paese?” – potrà chiedermi qualcuno, visto che molti occidentali si sono convertiti al buddismo o all’induismo o ad altre religioni orientali.

La mia risposta è NO. Tuttavia studiare ed esplorare altre realtà spirituali mi permette di fare alcune valutazioni sulla mia, sulla nostra religiosità e su come nelle predicazioni di un mondo cristianizzato spesso si propongano interpretazioni che forse non sono del tutto aderenti al messaggio evangelico e che possono essere origine di una cultura che non risente della gioia, ma è più incentrata sulla mistica della sofferenza e sul peso del peccato.

  • Il titolo dato a questa quarta domenica di passione è “Laetare”, cioè “Essere felici”.  Un titolo che potrebbe apparire paradossale in un tempo ecclesiastico che celebra la passione di Cristo.  Eppure non è così.

Ma c’è di più: il verbo latino “laetare” è un verbo transitivo e non riflessivo, cioè è una formulazione verbale che muove verso l’altro perché significa anche “allietare, portare gioia”. All’inizio del nostro culto abbiamo letto il passo di Isaia 66 che invita a “gioire con Gerusalemme”, un chiaro invito a gioire con l’altro, a partecipare alla sua gioia, magari perfino a recare gioia all’altro.

E tutto questo in un periodo di passione, un periodo che prelude alla morte del nostro Signore e – perché no? – un periodo che ci invita anche a guardare alla nostra vita come un cammino verso la morte certa, quella morte corporale alla quale tutti dobbiamo arrivare.

E, con le riflessioni causate da queste due premesse, mi sono imbattuta nel versetto del giorno, dall’evangelo di Giovanni, che vado a leggere e che è oggetto del sermone.

“Se il seme di frumento, caduto in terra, non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto.” (Giovanni 12,24)

È questo un versetto molto conosciuto, ma credo che, nei secoli, sia stato spesso interpretato secondo una lettura doloristica e non gioiosa, una lettura che tende ad esaltare la sofferenza e la morte come tramiti necessari alla salvezza, alla rinascita.

Certo, è vero che il seme deve morire, deve disintegrarsi per dar luogo alla spiga, ma non credo che Gesù volesse dare una connotazione triste e dolorosa quando ha predetto la sua stessa morte con questa frase.

Credo invece che il suo intento fosse quello di comunicare che la morte è un evento contingente dal quale scaturisce una trasformazione in una vita meno effimera, una nuova vita ben più rigogliosa e sorprendente di quella che stiamo vivendo qui ed ora, proprio come la spiga che matura, si apre al sole e dà frutto che nutre, che sazia, che produce altri semi, destinati a morire per poi riprodurre altre piante e perpetuare così il ciclo della vita.

Insomma: una morte non vista con dolore, paura, pessimismo, ultima tappa, bensì come una fine che possa essere capace di dare un senso alla vita stessa, non solo egoisticamente personale, ma allargata a tutti, proprio come da un solo seme ne possono nascere molti altri.

Una morte quindi che non è termine puro e semplice di una vita, ma è invece preludio di un’altra vita, che non sappiamo certo come sarà, ma che, da credenti, non possiamo pensare altro che sia nelle mani del nostro Signore e, per ciò stesso, inspiegabile e imperscrutabile.

Uno dei professori che ha tenuto le conferenze ha cercato di spiegare che la visione della morte e della vita nella cultura indiana porta l’individuo a credere di essere inserito in una dimensione costante di vita che si ripete sotto varie forme, mentre nella visione cristiana la morte preluderebbe ad una salvezza individuale del singolo che sarebbe chiamato a bearsi per l’eternità nella visione di Dio.

Nel dibattito, con gentilezza, ma altrettanta fermezza, mi sono permessa di contestare questa visione, perché mancante del senso collettivo della visione cristiana, una dimensione plurale che non termina con l’invito alla fratellanza qui in terra, altrimenti significherebbe che il messaggio evangelico richiede una fuga dall’umano, dalla persona che vive qui ed ora nella legittima ricerca della serenità e del piacere e non del dolore che faccia espiare le colpe (le quali peraltro ci sono).

Da credente cristiana sono profondamente convinta che la sequela del Signore non può comportare la mortificazione della mia umanità, relegandomi in un’idea di espiazione che deve avvenire nel corso della vita terrena, ma seguire il mio Signore comporta invece godere delle gioie che Egli mi dona, farle abitare nel mio cuore, cercando nel contempo di perfezionare e mettere a frutto tutti gli altri doni che mi vengono elargiti, tutte le facoltà intellettuali, morali, caratteriali che possono portarmi non solo ad essere lieta, ma a portare gioia e conforto ai miei simili, senza aver paura dei cambiamenti che la vita mi propone.

E, se accolgo questi cambiamenti, se non fuggo da essi, so bene che sarà ogni volta come far morire la vecchia persona per dar luogo ad un uomo, ad una donna nuovi. Questo credo che sia il vero significato di far morire l’uomo vecchio che è in noi per procedere verso una progressiva rinascita dell’individuo.

Insomma, c’è una morte vivificante perché dal seme fa crescere una spiga e questa non deve essere temuta, perché il seme non è più quello di prima, noi non siamo più quelli di prima.

Ma possiamo anche scegliere di non crescere, di non accogliere i cambiamenti in noi, di non affrontare le crisi e le incertezze che ci possono colpire, possiamo scegliere di rimanere ancorati al nostro passato, ai nostri ricordi, alle cose che abbiamo imparato un tempo e che continuiamo ad assolutizzare, ai beni materiali che non vogliamo mettere in gioco. Ma allora sì che la vita diventa un lento morire e noi rischiamo di cadere in una fede tiepida, fatta di risposte già preconfezionate, di precetti che ci rassicurano perché non vengono messi in discussione. Ma questa non è fede! Questa è in realtà la paura del cambiamento. Questa è morte infeconda!

Non è sempre facile, perché di fronte alla vita, al futuro che siamo chiamati a costruire con l’impiego dei nostri talenti, sapendo che comunque la vita terminerà, possiamo assumere due atteggiamenti opposti:

  1. Farci paralizzare dalla paura del cambiamento, scegliendo di non crescere.

E allora la vita stessa diventa un lento morire, in attesa di una morte che non può essere feconda, perché diventa un accadimento al termine di una vita improntata sulla mistica della sofferenza.

2.Accettare la sfida (e anche i rischi) del cambiamento di sé.

E allora questo continuo morire dell’uomo vecchio diventa una morte feconda perché si apre alla vita, ad una vita diversa, ad un nuovo frutto. In altre parole: il cambiamento e la crescita, la piena realizzazione di sé, implicano sempre una forma di “morte” perché non siamo più quelli di prima. Ma il superamento deciso delle nostre paure è l’unica strada per colmare di senso la vita, per mettere a frutto gli anni che il destino ci ha assegnato e per lasciare una traccia duratura del nostro passaggio in questo mondo.

Ecco allora che non si può dire che la prospettiva ultraterrena del credente cristiano è di bearsi al cospetto di Dio in un Regno dei cieli che non riusciamo a immaginarci.

Non sappiamo come sarà il cosiddetto “Regno di Dio”, non sappiamo cosa ci aspetterà dopo la morte e, a costo di dire un’eresia, francamente non mi interessa, perché questa ritengo sia una domanda che può essere alimentata da un’esigenza di prosecuzione, di paura della morte.

Da credente però sono certa di due cose:

  1. veramente le vie del Signore sono imperscrutabili, per cui è inutile ch’io cerchi di darmi risposte logiche o scientificamente provabili;
  2. se ho fede nel mio Signore, non posso fare altro che credere che Egli provvederà a me e ai miei fratelli (tutti i miei fratelli) nel modo migliore, per cui a me resta il compito di AFFIDARMI completamente a Lui e di lodarlo e ringrazialo nel modo migliore possibile, mettendo a frutto i doni che mi ha elargito e rendendomi disponibile al cambiamento nel cuore e nella mente, affinché, come dice Paolo ai Colossesi al capitolo 3, possiamo spogliarci dell’uomo vecchio e rivestirci del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza, a immagine di colui che l’ha creato.

Voglia il Signore donarci la forza per affidarci veramente a lui, non per lenire le nostre paure di morte, ma per fortificarci nel percorso della vita che ci è stata donata. AMEN

Liviana Maggiore

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