Sermone: La saggezza dell’ecclesiaste

Il tema della domenica di oggi è il pastore, il buon pastore, ma anche altre figure che in qualche maniera conducono il popolo o la chiesa. Vorrei oggi parlarvi di una figura speciale nella Bibbia. Una persona che ci viene presentata senza nome proprio. Viene chiamato l’Ecclesiaste, o Qoèlet o semplicemente il predicatore. Anche lui conduce il popolo d’Israele con le sue parole.

Egli dice di essere figlio del re Davide di Gerusalemme. Spesso veniva identificato nel passato con Salomone che era noto per la sua saggezza. È un personaggio che cerca di capire, di non accettare le risposte facili e di trovare e riporre fiducia in Dio. E proprio con le sue domande, questa figura antica diventa molto moderna. Egli pone domande che anche oggi potremmo sentire e dà delle risposte che anche a noi possono dire qualcosa.

Questo predicatore saggio, viveva 200 anni prima di Cristo ed era un uomo nutrito di pietà ebraica, educato nella saggezza greca, figlio dei suoi tempi – che erano pieni di catastrofi; un insegnante di saggezza, un filosofo. Si potrebbe definire uno degli autori più pessimisti nella storia mondiale della letteratura. Tutto è vanità, è un correre dietro al vento, questo lo ripete diverse volte. È vano, addirittura, essere re Salomone, esempio della saggezza. Anche un tale uomo deve dire alla fine: Tutto è vanità! – che messaggio triste.

Non voglio parlarvi oggi di un testo specifico dell’Ecclesiaste. Vorrei piuttosto farvi venir voglia di prendere oggi pomeriggio la vostra Bibbia e di leggere tutto quel libricino, sono solo poche pagine. Ma ora vi leggo il passo che forse è la più famosa poesia dell’Ecclesiaste 3,1-8

Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: 

un tempo per nascere e un tempo per morire;

un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato; 

un tempo per uccidere e un tempo per guarire;

un tempo per demolire e un tempo per costruire; 

un tempo per piangere e un tempo per ridere;

un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare; 

un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle;

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; 

un tempo per cercare e un tempo per perdere;

un tempo per conservare e un tempo per buttar via; 

un tempo per strappare e un tempo per cucire;

un tempo per tacere e un tempo per parlare; 

un tempo per amare e un tempo per odiare;

un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

 

È quasi strano che questo testo dell’Ecclesiaste si trovi nella Bibbia. E si sa per certo che ci sono state delle lotte e degli scontri per lungo tempo tra le persone che dovevano definire il canone biblico; ma alla fine anche il libro di Qoèlet è stato accettato dalla Sinagoga e dalla Chiesa e oggi lo troviamo accanto a Isaia, Matteo, Paolo e Giovanni. Trovo questo fatto interessante e importante. C’erano in ogni periodo della storia persone che volevano andare a fondo delle cose, che non erano disposte ad accettare le risposte facili, persone che talvolta danno fastidio a quelli che preferiscono le risposte preconfezionate; eppure alla fine ci fa bene avere qualcuno che approfondisce, qualcuno con uno spirito filosofico. Ci fa bene nel canone della Bibbia, ci fa bene in questa comunità.

L’Ecclesiaste si è confrontato con le contraddizioni della vita. Aveva dei dubbi sulla fede che non ha messo da parte, ma li ha accettati ed espressi. Ha visto le incongruenze della tradizione religiosa del suo popolo e si è confrontato con esse. – Questo è un compito che spetta a noi anche oggi, serve anche a noi nella nostra chiesa, nella nostra comunità: mettere in discussione la nostra tradizione, i nostri riti e le abitudini. Le tradizioni fanno bene, ma devono sempre essere riformate per non incatenarci ma piuttosto per darci un fondamento in ciò che facciamo.

L’ho già detto che Qoèlet viene considerato da tanti l’autore più pessimista della storia. Vede la vanità della nostra vita e il correre dietro il vento. Ciò che lo preserva in tutta quest’assurdità, dal non vedere alla fine tutta la vita come un’assurdità, è la fede in un Dio Creatore. L’Ecclesiaste crede, come sta scritto nelle prime pagine della Bibbia, che la creazione è buona, anche se vediamo delle contraddizioni in questo mondo che ci danno del filo da torcere. Non possiamo, come essere umani limitati, intuire l’illimitata realtà di Dio, questo lo sa l’Ecclesiaste. Egli vuole fare mostrare che Dio è onnipotente e che noi uomini dipendiamo totalmente da lui nella nostra ricerca di felicità. – Avete colto, che questo ridimensionamento dell’essere umano è un pensiero profondamente evangelico. Qoelet esprime un’accettazione della potenza di Dio, e con questo anche della nostra dipendenza. Forse è una lezione che dovremmo tutti imparare di nuovo.

Il concetto della dipendenza e del timore davanti a Dio è centrale per l’ecclesiaste. Così scrive: io ho riconosciuto che tutto quel che Dio fa è per sempre; niente c’è da aggiungervi, niente da togliervi; e che Dio fa così perché gli uomini lo temano.(3,14)  e esorta addirittura i suoi lettori scrivendo: infatti, se vi sono vanità nei molti sogni, ve ne sono anche nelle molte parole; perciò temi Dio! (5,6) Questo timore di Dio non dobbiamo comprenderlo come un seguire certi comandamenti o una religiosità che si esprima in certi comportamenti. Qoèlet pensa piuttosto a un fondamento religioso, un atteggiamento fondamentale che accetta Dio come creatore di tutto e tutti. Così il timore di Dio ci mette come esseri umani di nuovo al nostro posto. Ci butta giù dal trono che ci siamo fatti. E così il timore di Dio diventa come una bussola che ci aiuta trovare la strada giusta nella nostra vita.

Nella filosofia ellenistica si può notare al tempo dell’ecclesiaste una forte ‘secolarizzazione’. Gli uomini non credevano più negli Dei e tanti filosofi sostenevano: invece di credere nelle divinità o di pensarsi dipendenti da loro sarebbe meglio credere nella propria forza e prendere il proprio destino nelle proprie mani. Mi sembra un pensiero tanto moderno o per dirlo con le parole dell’ecclesiaste: non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Troviamo oggi tantissima gente che pensa di non avere più bisogno di Dio, di cavarsela meglio senza qualcuno che ha delle idee su come la vita umana dovrebbe essere. È diventato quasi il credo dei nostri giorni che ognuno debba guardare a se stesso e preoccuparsi per la sua vita e per il suo destino.

L’Ecclesiaste prende un’altra via. Per lui come ebreo credente è chiaro: la felicità non si può creare. È un regalo di Dio. Qoèlet conosce bene l’esperienza dell’insensatezza e la esprime, senza provare a mascherarla. Ma comunque rimane in lui la convinzione che noi uomini possiamo trovare un senso in questa vita solo sul fondamento della fede rimanendo fermi in Dio contro tutte le esperienze contrarie. Una vita umana felice è per l’ecclesiaste un dono di Dio. Così ci dice: Non c’è nulla di meglio per l’uomo del mangiare, del bere e del godersi il benessere in mezzo alla fatica che egli sostiene; ma anche questo ho visto che viene dalla mano di Dio.(2,24).

È Dio stesso che ci fa godere la piccola felicità nella vita con gratitudine. Proprio nello sperimentare gioia e successo si può incontrare Dio. Ma Qoèlet pensa in avanti. Sa che non esistono solo i giorni di gioia ma anche quelli di disgrazia. Per questo ci può dire: Nel giorno della prosperità godi del bene, e nel giorno dell’avversità rifletti. Dio ha fatto l’uno come l’altro (7,14) Così l’ecclesiaste ci vuole stimolare a cercare Dio non solo alle frontiere della nostra vita, quando ci sentiamo deboli e dipendenti da lui. Invece è convinto che si possa trovare Dio soprattutto nelle esperienze felici, nel bel mezzo della vita, nell’amore, nel successo e nella piccola felicità della quotidianità. È questa gioia che accompagna l’uomo nella sua fatica di ogni giorno; rende la vita umana degna di vivere e le dà un senso. Scrive l’ecclesiaste: così io ho lodato la gioia, perché non c’è per l’uomo altro bene sotto il sole, fuori del mangiare, del bere e del gioire; questo è quello che lo accompagnerà in mezzo al suo lavoro, durante i giorni di vita che Dio gli dà sotto il sole. (8,15)

L’ecclesiaste è interessato a questa vita. Ci invita a goderci la vita, e non intende solo un edonismo superfluo come oggi viene spesso proposto. Godersi la vita non ha niente a che fare con delle feste esagerate o con dei comportamenti esuberanti. L’esortazione di Qoèlet è piuttosto radicata nella fede in un Dio Creatore. Chi crede che questo mondo sia la creazione di Dio, può godersi le sue meraviglie con gratitudine come dono di Dio. L’ecclesiaste mette tutto il peso sul presente. La vita attuale è un tempo donato da Dio con possibilità e compiti. Nella poesia finale esorta a riappropriarsi di questa gioia – guardando il creatore.

E di nuovo, mi sembra un pensiero molto attuale, forse proprio per il periodo che viviamo noi con poche sicurezze. Da un lato lasciare che Dio sia creatore e non volersi mettere al suo posto, non voler fare la parte del creatore, e dall’altro lato non rattristarsi di fronte a queste situazioni nelle quali tutto sembra inutile, vano e un correre dietro il vento.

È una benedizione che il libro dell’ecclesiaste abbia trovato il suo ingresso e il suo spazio nella Bibbia.

Il libro dell’ecclesiaste ci fa vedere come un uomo pio può lottare con la sua fede, ci fa vedere come pone le sue domande, coraggiose e senza tabu, anche se non ha sempre delle risposte. Questo ci mostra: dove gli uomini chiedono e cercano, apertamente e con passione, sono sulla strada verso Dio, anche se non hanno ancora tutte le risposte in mano.

Vorrei finire con un versetto che mi sembra tipico per il pensiero contradditorio di Qoèlet. Rallègrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza; cammina pure nelle vie dove ti conduce il cuore e seguendo gli sguardi dei tuoi occhi; ma sappi che, per tutte queste cose, Dio ti chiamerà in giudizio! (11,9) Tutte e due i lati servono, godersi la vita e pensare a Dio. Da tutti e due i lati si può cadere da cavallo. Cerchiamo di vivere la nostra vita con gioia e timore davanti a Dio. Amen

 

Ulrike Jourdan