LEGALITA’ E TESTIMONIANZA

Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua.  Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la salverà.

Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina sé stesso?  Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli.

Ora io vi dico in verità che alcuni di quelli che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio». (Luca 9,23-27)

Coloro che hanno ascoltato (o letto) le mie predicazioni sanno che rifiuto vigorosamente una visione doloristica del messaggio evangelico, perché ritengo che lo stesso sia invece un annunzio di gioia, un invito inoltre a non vivere in maniera personalistica ma di apertura verso l’altro, senza rinchiudersi nel proprio sentimento individuale, sia esso lieto o di sofferenza.

Ma allora, come interpretare questo passo dove SEMBRA che Gesù inviti il credente ad immolarsi, dove SEMBRA che al credente venga detto di soffrire per seguire il Signore (rif. “… prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”).

Non ho mai avuto simpatia per quei detti popolari che richiamano la croce come un dolore, una sventura, un simbolo di sofferenza. Li conosciamo: “ogni giorno ha la sua croce” oppure, in caso di eventi negativi che colpiscono la persona, “ha una croce da portare”.

Noi sappiamo bene che non ha significato interpretare la Scrittura in maniera letterale, perché nel corso del tempo la lingua cambia, i termini assumono altri significati, non previsti nel momento in cui chi li ha scritti li ha utilizzati.

Ad esempio, come ben noto nelle nostre chiese, sappiamo che il termine “protestante” che viene spesso interpretato con la connotazione negativa di “essere contro”, in realtà ha il significato di “affermare a favore” (dal latino pro-testare).  Ma perché questo discorso sull’etimologia delle parole?

Perché conoscere il significato “antico” dei termini ci consente di dare interpretazioni diverse anche ai passi biblici. Vediamo allora il passo di oggi.

Gesù dice: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua». E questa affermazione, questo imperioso invito, viene fatto appena dopo essersi palesato come il Cristo, il Figlio di Dio, il Messia che era atteso. E non è un caso che tutti e tre i vangeli sinottici riportino questo passo.

In questa affermazione di Gesù c’è il vigoroso invito a quella che chiamiamo la sequela, il seguirne gli insegnamenti, l’accoglimento senza titubanze della chiamata, della vocazione che ci viene rivolta.

Ma è interessante anche il contesto in cui vengono pronunciate queste parole. Il versetto precedente al passo che abbiamo letto ci riferisce la consapevolezza di Gesù per la sua sorte, predicendo la sua stessa morte, quella morte che avviene poi sulla croce (rif v. 22 «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e risusciti il terzo giorno»). È un lampante riferimento a quello che possiamo chiamare il “martirio” della croce, ma questa visione non è limitata alla sofferenza che si concentra sull’uccisione della persona, ma, se guariamo meno distrattamente noteremo anche le ultime parole del versetto, dove Gesù parla e preannuncia la sua resurrezione.

Se ci concentriamo sulla visione limitata della morte, si concede tutto ad una interpretazione doloristica che possiamo credere venga ribaltata su di noi, noi credenti cristiani.

Ma non è così, o almeno non è solo così.  E qui entra in ballo il significato delle parole che assumono valenze positive o negative in rapporto al contesto in cui vengono usate.

È vero che la croce per i cristiani diventa elemento di “martirio”, ma dobbiamo intendere martire nel senso originario del termine.  Originariamente il termine “martire” era diffuso soprattutto in ambito giuridico e stava a indicare un testimone che garantiva la verità degli avvenimenti e che normalmente prendeva le difese dell’accusato. Col tempo il termine è stato usato anche in ambito filosofico, di testimonianza della verità, e solo successivamente assume il significato di testimonianza di un avvenimento religioso di cui il credente, con la sua vita e la sua predicazione è testimone. E osserviamo che questo termine non è mai stato usato in ambito biblico (né giudaico, né cristiano) nel significato odierno di “testimonianza sino anche alla morte”, se non dopo la nascita del cristianesimo, con l’avvento delle persecuzioni.

La lettura dell’evento annunciato del martirio della croce, quindi non può prescindere dall’annuncio di ciò che accade il terzo giorno. Ecco allora che la croce non assume il significato unico di “patimento”, ma quello più importante di “segno di testimonianza”, appunto di “martirio” nel senso originario del termine.

Ecco allora che l’imperativo che rivolge Gesù sulla sequela è un invito vigoroso alla testimonianza, una testimonianza che deve essere realizzata dal singolo e dalla chiesa tutta, una testimonianza che i credenti in Cristo sono tenuti a dare sull’amore di Dio, fondamento del patto missionario.

Ma a chi è rivolto questo invito?  Per chi sono le parole che i tre evangelisti Marco, Matteo e Luca riferiscono?

Sicuramente a coloro che hanno udito direttamente le parole di Gesù, hanno potuto verificare il suo amore per la gente (per tutta la gente, non solo per i suoi seguaci, ma anche per coloro che non credevano in lui come Messia e che magari si rivolgevano a lui come ultimo appiglio nel dolore di fronte alla malattia o alla morte di un congiunto). Ma l’invito è rivolto anche a coloro che non lo hanno conosciuto se non attraverso le parole e i racconti dei suoi discepoli, di coloro che hanno testimoniato su ciò che egli era e, nel tempo quindi anche a noi, a noi che, come moltissimi altri nei secoli, abbiamo letto oppure abbiamo sentito raccontare le vicende di Gesù di Nazareth, colui che interpretiamo come il figlio di Dio fatto uomo per il riscatto dell’umanità.

Ecco allora che l’invito alla testimonianza arriva dritto dritto fino a noi, impegnandoci a non affermare solo a parole quello in cui diciamo di credere, impegnandoci a non vivere solo per noi stessi, perché “chi vorrà salvare la propria vita (leggi la SOLA propria vita) la perderà”.

Ma cosa c’entra la testimonianza con la domenica della legalità che celebriamo oggi?

Nel momento in cui accettiamo di essere seguaci di Cristo, sappiamo che il suo messaggio non riguarda il singolo, sappiamo che la dimensione di quella salvezza annunciata non è individuale, bensì collettiva e, per ciò stesso, la persona che intenda seguire gli insegnamenti evangelici non può rintanarsi nella propria individualità, ma deve uscire da sé stesso per giudicare con occhi non egoistici gli accadimenti che lo circondano, assumendo un ruolo di testimone non silenzioso di fronte al dilagare dell’ingiustizia, alla privazione dei diritti per coloro che calpestano assieme a noi il suolo di questa terra.

Se credo nella grazia di Dio, nella sua misericordia, nella sua giustizia, debbo essere consapevole che non sono solo io la persona chiamata a salvezza, ma sono anche gli altri. Ed ecco allora che il mio essere (inteso come corpo e spirito, senza alcuna dualità) che credo sia destinatario dell’amore di Dio, non può essere inteso come uno scrigno che contiene le sole mie emozioni ed i soli miei pensieri, ma deve diventare un unicum con gli altri, con coloro che con me sono figli e figlie del medesimo Padre.

In questa prospettiva, quindi, non posso come individuo o come chiesa tacere di fronte alle ingiustizie, girare il capo da un’altra parte per non vedere, non essere testimone che credere nella croce e nella resurrezione richiede l’affermazione che tutti gli esseri umani sono uguali, a prescindere dal colore della pelle, dalla provenienza geografica, dalle abitudini sociali, dai comportamenti sessuali o da chissà cos’altro ancora.

Tutti uguali, tutti con uguale dignità, tutti con i medesimi diritti, tutti degni di uguale rispetto.  E, in questo senso, a nulla valgono le pretese politiche e sociali che anche di recente abbiamo sentito affermare e a nulla valgono le banali idee di “proprietà” del nostro orticello, così come proclamate da coloro che dicono “padroni a casa nostra” o che giustificano mezzi eccessivi di difesa del proprio ambiente o che strumentalizzano e sfruttano illegalmente gli altri.

Nella domenica della legalità siamo tenuti a fare una seria riflessione come singoli e come chiesa sulla nostra vocazione e soprattutto sul nostro impegno affinché tutti gli uomini e le donne siano considerati uguali.

E se noi ci vergogneremo di affermare questo con parole e fatti, se ci vergogneremo di annunziare che il messaggio evangelico non attiene solo alla sfera spirituale e mistica, ma riguarda la vita stessa degli individui, se decideremo di indugiare all’immobilismo, preferendo magari la nostra dorata solitudine, cosa diremo quando Qualcun altro si vergognerà di noi?

A cosa varranno allora i nostri piccoli e grandi poteri dei quali ci inebriamo? A cosa serviranno perfino le nostre depressioni che ci fanno guardare solo al nostro ombelico? A cosa sarà servito girarci dall’altra parte di fronte a chi soffre per l’ingiustizia?

Che il Signore ci aiuti e ci ispiri per camminare sulle sue vie.

AMEN

Liviana Maggiore

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