Predicazione di Domenica 12 Febbraio – Matteo 10, 28

Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna.

Questa parola di Gesù è detta a chi sta rischiando, e forse perdendo, la vita. Ma è detta anche a chi sta rischiando, e forse perdendo, l’anima. Ed è anzitutto questo che Gesù ci insegna: che si può perdere la vita senza perdere l’anima, e si può perdere l’anima senza perdere la vita. “Non temete coloro che uccidono il corpo”: Gesù l’ha detto ai suoi discepoli e testimoni, mandati nel mondo “come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10: 16). L’ha detto per incoraggiarli a dare, se necessario, anche la loro vita per l’Evangelo, e tanti l’hanno data: innumerevoli sono stati attraverso i secoli i credenti che per fedeltà e coerenza evangelica hanno perso la vita e perdendola l’hanno trovata (Mt 10: 39) – innumerevoli testimoni che hanno preferito morire confessando Gesù piuttosto che vivere rinnegandolo, hanno preferito morire con Gesù piuttosto che vivere senza di lui. Ma questa parola, destinata ai discepoli e ai testimoni di Gesù, vale certamente anche per tutti coloro che rischiano e perdono la vita per il diritto, la libertà e la giustizia. A tutti costoro viene rivolto da Gesù l’invito a non temere, perché quelli che uccidono il corpo non possono uccidere l’anima, in quanto non ne dispongono, dato che la nostra anima, il nostro io profondo, la nostra verità non appartiene a loro, non appartiene neppure a noi stessi, appartiene soltanto a Dio.  […]

Anzitutto Gesù vuole darci, davanti a coloro che uccidono il corpo, il coraggio della resistenza. Non li temete, dice Gesù, non scappate, non spaventatevi neppure quando siete nelle loro mani e possono farvi tutto quello che vogliono. In realtà non possono far molto: possono uccidere il vostro corpo ma non la vostra speranza; possono spezzare la vostra fibra ma non la vostra volontà; possono fermare la vostra vita ma non la ragione che la anima. Certo, possono uccidervi. Ma uccidere un essere umano non significa vincerlo. Anzi, spesso si uccide un essere umano proprio perché non si riesce a vincerlo. Non li temete! […] Ma Gesù non vuole darci solo il coraggio della resistenza, vuole darci anche il coraggio della fede. “Temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna”: è Dio solo che può far questo, perché lui solo è il Signore dell’essere umano e può disporre pienamente di lui. Gesù dunque ci invita a temere Dio. Il nostro istinto sarebbe di temere gli uomini; Gesù ci dice che è Dio che dobbiamo temere. Il nostro istinto ci porta alla paura; Gesù ci porta alla fede. Temete Dio! Il timore della morte e il timore degli uomini sono superati col timore di Dio. Diceva Dietrich Bonhoeffer: “Chi teme ancora gli uomini, non teme Dio. Chi teme Dio, non teme più gli uomini”. E che cosa significa “temere” Dio, cioè prenderlo sul serio, al cospetto di quelli che uccidono il corpo?

Significa due cose: la prima, che nei confronti del male Dio è il Dio dell’ira del quale ci parlano tanti passi della Bibbia ebraica e del Nuovo Testamento, come i versetti dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato, con quella immagine così suggestiva e potente dell’uva buttata “nel grande tino dell’ira di Dio”. Dell’ira di Dio oggigiorno non capita spesso di sentire parlare nelle predicazioni o negli studi biblici. […]Ma temere Dio davanti a quelli che uccidono il corpo significa qualcosa di ancora più importante, e cioè questo: se Dio è colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna, egli è anche colui che può far risuscitare e l’anima e il corpo dalla geenna. Temere Dio davanti a coloro che uccidono il corpo significa affermare la risurrezione, la sconfitta della morte, che ormai non serve più a distruggere l’essere umano, non raggiunge più il suo scopo. Uccidendo non si ottiene niente; Dio annulla l’opera della morte (Gv 11: 23: “tuo fratello risusciterà”, dice Gesù a Marta alludendo a Lazzaro morto). È questo il coraggio della fede che Gesù, invitandoci a temere Iddio, ci vuol dare. […]

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

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