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Culto della Riforma

Domenica 1 novembre, ore 10.00 – RAIDUE
in diretta eurovisione dalla Chiesa Evangelica Riformata di Lugano
a cura della rubrica Protestantesimo

Presiedono i pastori Daniele Campoli e Angelo Reginato; predicazione a cura della pastora Lidia Maggi
Per la parte musicale partecipano la formazione polifonica lombarda “Gruppo vocale Famiglia Sala” e “Ensemble” di Andrea Jermin

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Sermone: Predicazione di Domenica 14 Ottobre – Giacomo 5, 13-16

La lettura per la predicazione è tratta dalla lettera di Giacomo. Una lettera preziosa proprio perché scomoda, perché mette dinanzi agli occhi del cristiano le esigenze concrete di una vera testimonianza di fede. Una lettera che non fa sconti a nessuno. Una lettera che ha posto in passato e tuttora pone qualche difficoltà al cristiano che si riconosca nella tradizione della Riforma. Perché in questi versetti vengono raccomandate pratiche come l’unzione degli infermi e la confessione privata dei peccati: pratiche, lo sappiamo bene, che sono state e sono per i protestanti oggetto di un secolare contenzioso con i cattolici, i quali hanno elevato entrambe alla dignità di sacramenti operando così una scelta dottrinale inaccettabile per il protestantesimo.

Quando ci si confronta con un passo biblico per farne oggetto di predicazione, la domanda è sempre: qual è il messaggio di salvezza, qual è l’Evangelo contenuto in questi versetti?   Leggiamola con attenzione: vediamo allora, innanzitutto, che il messaggio è qui veicolato da tre esortazioni che hanno un elemento in comune: la preghiera, sia essa preghiera di lode o preghiera di intercessione. Cominciamo allora a lasciarci interrogare dalla prima di queste esortazioni: pregare Dio nella sofferenza e “cantare inni”, cioè lodarlo, nella gioia. Si tratta di una regola da seguire nella propria vita di fede che non ha, in sé, nulla di nuovo: atteggiamenti di questo genere sono raccomandati da tutta la tradizione di spiritualità veterotestamentaria, nella quale Giacomo si inserisce pienamente.

Fermiamoci a riflettere, ponendoci questo solo interrogativo: quanto sarebbe diversa la nostra vita personale, e la vita delle nostre comunità, se ciascuno di noi prendesse sul serio questa prescrizione così ovvia? Se in ogni circostanza della nostra vita, triste o lieta, negativa o positiva, noi facessimo in primo luogo riferimento al Signore? Il fatto che questo comportamento noi dobbiamo presentarlo come ipotetico, che siamo costretti a dire “e se…?”, già la dice lunga sulla nostra condizione di credenti molto poco credenti. Porre sempre Dio al centro della propria vita dovrebbe essere non l’obbedienza a un precetto, ma un modo di essere del tutto naturale, spontaneo come il respiro: avere la certezza che in qualsiasi situazione noi abbiamo un interlocutore con il quale non dobbiamo, ma abbiamo la possibilità, abbiamo il dono, abbiamo il privilegio di condividere o la nostra sofferenza, rivolgendogli richiesta di aiuto e di sostegno, o la nostra gioia, lodandolo e ringraziandolo. Se – se! – fossimo credenti al punto di comportarci così, da avere con il Signore un rapporto tanto immediato, spontaneo, fiducioso, sono certa che la nostra vita individuale e comunitaria cambierebbe. Saremmo meno concentrati su noi stessi, e più pronti a cogliere ciò che Dio vuole comunicarci attraverso le alterne vicende della nostra vita.

Attraverso le vicende di ogni genere: positive o negative. Per chi ha fede, infatti, anche attraverso la malattia il Signore ci parla, ci vuole comunicare qualcosa. E la malattia è al centro della seconda esortazione, che sembra riferirsi a un ministero di assistenza spirituale ai malati svolto dagli anziani della comunità. Non si allude qui a persone dotate di quei “doni di guarigione per mezzo dello Spirito” che Paolo elenca tra i doni spirituali (1 Cor 12: 9); si vuol dire, semplicemente, che ai responsabili della comunità spetta il compito di visitare i malati, intervenendo su di loro e per loro con la preghiera e con l’unzione, unzione che è, in fondo, null’altro che una preghiera espressa in altra forma, una sorta di benedizione. Non credo si possa condividere la dottrina cattolica che attribuisce un carattere di “sacramentalità” a questo gesto. Penso, piuttosto, che venga indicata qui una delle modalità con le quali la comunità cristiana poteva fare sentire al fratello o alla sorella malati la propria solidarietà amorevole. Il motivo per cui Giacomo consiglia proprio l’unzione con olio sta probabilmente nel fatto che questa era una prassi molto usata, in vari contesti e con varie finalità, al tempo in cui veniva scritta questa lettera. Quanto a noi, direi che l’idea dell’unzione dovrebbe essere per le nostre chiese essenzialmente uno stimolo alla creatività, a inventare i modi più opportuni e più indicati – che possono variare a seconda dei luoghi, dei tempi, delle consuetudini – per testimoniare in concreto la nostra vicinanza a chi è malato.

Dobbiamo essere molto decisi, sorelle e fratelli, nell’affermare che la fede del singolo e della comunità si mette alla prova proprio in circostanze di questo genere. La vocazione cristiana non consente di trascurare i malati, o di occuparsene solo a parole. Nelle nostre chiese il pastore è solito visitare gli infermi; ma questo compito non dovrebbe essere riservato al solo pastore, dovrebbe essere esteso al consiglio di chiesa o, meglio, alla comunità nel suo insieme. E, anche se certamente non tutti i membri di chiesa possono aver modo di visitare materialmente il malato, credo che tutti dovrebbero essere coinvolti nella preghiera e anche nella ricerca di qualche equivalente dell’“unzione con olio”: di qualche gesto che riesca a farlo sentire veramente oggetto di amore, da parte di Dio e da parte della chiesa e che lo aiuti al tempo stesso a riflettere, a concentrarsi per cercare di capire che cosa Dio vuole dirgli attraverso questa esperienza.

Perché anche per i più fervidi credenti la reazione più comune, in caso di malattia grave, è quella di abbattersi, di disperarsi o di abbandonarsi al risentimento (“perché capita proprio a me? che cosa ho fatto di tanto male da meritarmelo?”).  È da sperare che chi visita i malati non ricorra a sciocche frasi fatte tipo “Coraggio, vedrai che tutto andrà per il meglio, l’erba cattiva non muore”, e nemmeno alla frase forse ancora peggiore, perché quasi blasfema: “Il Signore vuole metterti alla prova”. No: l’infermo ha bisogno di essere “unto con l’olio” di una fede piena di amore, sincera e umile, che non pretende di cercare di spiegare ciò che è umanamente inspiegabile, ma semplicemente di aiutare chi soffre a capire che Dio non ci manda, ma si serve della malattia per chiederci qualcosa: un’intuizione, un cambiamento; e che una guarigione è anche una guarigione interiore, legata a qualcosa che avviene dentro di noi. Difficile? Sì, certamente è difficile; e chi l’ha mai detto che mettere in pratica la fede sia facile? Ma forse, tanto per cominciare, basterebbe proporre al malato il versetto di Ger 17: 14. Recitarlo con fede insieme a lui o a lei, e lasciare poi la Parola libera di agire.

Che il tempo della malattia possa essere per chi lo attraversa un tempo prezioso di riflessione e di mutamento interiore, in una parola di “conversione”, è confermato dallo stesso Giacomo, allorché afferma che grazie alla preghiera degli anziani della chiesa non solo il Signore ristabilirà in salute il malato, ma ne perdonerà i peccati. Per vie misteriose, dunque, alla guarigione dalla malattia è strettamente associata la guarigione dal peccato. E appunto il tema del perdono è al centro della terza esortazione: l’invito ai membri della comunità di fede a confessarsi reciprocamente i peccati, aiutandosi l’un l’altro con la preghiera. La confessione privata e personale dei peccati è un argomento quanto mai ostico a orecchie protestanti. Eppure tanti esponenti di primissimo piano della Riforma, da Lutero a Calvino fino a Bonhoeffer, pur respingendo il concetto cattolico-romano di confessione come pratica obbligatoria hanno messo in evidenza l’utilità della confessione privata, non necessariamente a un ministro del culto. Questa terza esortazione di Giacomo va presa estremamente sul serio: pensiamo a quanto sarebbe di aiuto per una coscienza tormentata poter prendere le distanze dal proprio peccato enunciandolo a voce alta, poter ricevere da un fratello o da una sorella di chiesa l’annuncio del perdono. Ma questa che chiamerei “reciproca cura d’anime” può verificarsi solo in una comunità che sia, a sua volta, una comunità davvero “guarita”, davvero “convertita”. Esiste all’interno della nostra comunità tanto amore fraterno, tanta fiducia reciproca, tanto disinteressato spirito di servizio, tanta saggezza spirituale da rendere anche solo lontanamente immaginabile la prassi della confessione privata? Lasciamoci con questo interrogativo; ciascuno, nel proprio cuore e in tutta sincerità, dia la risposta. Amen.

Sermone: Predicazione di Domenica 29 Luglio – 1 Pt 3, 8-17, Is 8, 12-13, Lc 6, 20, 22-23, 26


Le indicazioni pastorali offerte da Pietro nella prima parte del passo che il lezionario propone oggi alla nostra riflessione (3: 8-9), come pure nei versetti che questo passo precedono, a cominciare da 2: 11, suggeriscono norme di comportamento che aiutano, al tempo stesso, a edificare la comunità dei cristiani e a offrire, mediante una vita irreprensibile, un’eloquente testimonianza ai “pagani”. Norme che altro non vogliono essere se non un tentativo di tradurre l’Evangelo nella prassi quotidiana dei credenti: si parla di concordia, compassione, amore fraterno, misericordia, umiltà, si parla di sostituire la maledizione con la benedizione… Sembrano orientamenti ovvi, scontati per chi ha scelto di seguire Cristo, ma sono in realtà difficilissimi da attuare, perché richiedono un costante, ostinato, determinato sforzo di superare la nostra natura, che è una natura decaduta, degradata, sfigurata dal peccato. Sì, sorelle e fratelli, sfigurata dal peccato: non ho proprio alcun ritegno a usare questo linguaggio, il linguaggio dell’apostolo Paolo, il linguaggio dei padri della Riforma. […]

La seconda parte dell’esortazione di Pietro ai suoi fratelli di fede riguarda più direttamente il confronto dei cristiani con il mondo esterno alla comunità, un confronto che frequentemente assume piuttosto la fisionomia dello scontro. Quattro sono le regole indicate qui dall’apostolo. La prima, sulla falsariga delle Beatitudini, impone di astenersi in ogni caso dal male, ma non affliggersi, anzi rallegrarsi, se pur facendo il bene ci si troverà a dover soffrire (3: 13-14a, 17). La seconda insegna a non lasciarsi sopraffare dalla paura. I persecutori non vanno temuti, perché – sottintende Pietro – in realtà non sono nulla, sono apparenze vane, come gli idoli; l’unico Signore è Cristo, ed è a Lui solo che il cristiano deve tributare lode e obbedienza (3: 14b-15). La terza raccomanda di essere sempre pronti a rendere conto della propria speranza (3: 15b). La quarta ammonisce: nel fare questo, e più in generale nel testimoniare la propria fede, evitare i toni aggressivi e polemici, essere sempre rispettosi dell’interlocutore, in modo che costui non trovi ragione per calunniare i cristiani.  […]

Ancora una volta vi dico, allora, guardiamoci intorno, sorelle e fratelli, e prima ancora guardiamoci dentro. Guardiamo all’interno delle nostre comunità e all’interno di noi stessi, all’interno dei nostri cuori.  Siamo liberi di professare la nostra fede cristiana evangelica, è vero; ma la libertà di cui ormai da molto tempo godiamo non è e non è stata per noi l’occasione di un rinnovato fervore nel “glorificare Cristo” rendendogli testimonianza. Poco alla volta ci siamo abituati ai benefici di Dio come se ne avessimo diritto, come se fosse naturale e logico avere una vita relativamente tranquilla, dimenticando che la tranquillità per un cristiano non può e non deve essere un fine, ma può soltanto essere un mezzo per facilitare l’annuncio dell’Evangelo. […]

Siamo prigionieri: non di estranei che ci perseguitano, ma di una specie di cerchia che non sappiamo o non vogliamo sfondare né spezzare, una cerchia pesante di inutili o insignificanti ragioni personali, familiari, delle quali si osa accampare un’urgenza inesistente o un’importanza molto discutibile. È di tutto questo, e non del Signore degli eserciti, che noi proviamo “timore e paura”; appunto perché, come ancora dice Isaia, camminiamo “per la via di questo popolo”, per la via più battuta, più consueta. Sembra quasi che il nostro cielo si sia abbassato, si sia ridotto alle nostre miserevoli dimensioni.

Sorelle e fratelli, non spacciamo per cristianesimo un modo di vivere fiacco e abitudinario, nel quale la fede appare solo come elemento tradizionale. Di questo cristianesimo, né Dio né gli uomini sanno che farsene. Sapete in che cosa consiste, a mio modo di vedere, il cuore del problema? Consiste nel fatto che non sappiamo più “render conto della speranza che è in noi”. Siamo diventati muti per quanto riguarda la speranza – e non vorrei che questo fosse dovuto al fatto che in noi non esiste più speranza. A questo non voglio, non posso credere. E allora, coraggio. Perché la speranza, quell’ardore di attesa che il regno di Dio venga, porta con sé anche la volontà di manifestare quei frammenti di regno che già sono presenti in mezzo a noi. Rendiamo conto della speranza che è in noi, dunque. Come? Condividiamo la nostra speranza. Chi ha speranza, cercherà di dare coraggio per il prossimo passo a chi è impaurito; starà vicino a qualche persona abbandonata.

 

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

Sermone: Predicazione di Domenica 29 Aprile – Mt 12, 43-45

Il pericolo che incombe sulla nostra generazione e di cui Gesù oggi ci avverte è che essa sia posseduta da un numero sempre maggiore di diavoli, cosicché la sua condizione diventi sempre peggiore: staremmo quindi andando non di bene in meglio ma, se continuiamo così, di male in peggio.

Che fare, allora, se vogliamo evitare che la nostra condizione, continuando a peggiorare, diventi irrimediabile? In altri termini: che fare contro i diavoli? L’evangelo e Gesù stesso sono espliciti al riguardo: i diavoli bisogna combatterli e cacciarli, relegandoli nei “luoghi aridi” che sono loro propri. Ma per combattere e cacciare i diavoli bisogna prima smascherarli, e questa è un’impresa molto difficile. […]

Non domandiamoci ora se questo “diavolo” sia un’entità personale o se sia, piuttosto, l’espressione simbolica di una tendenza, di un’inclinazione al male insita in tutti gli esseri umani, fin da quando l’umanità ha deciso di seguire la propria strada anziché quella progettata per lei dal Signore. Gesù questo non lo chiarisce, perché non è questo che conta. Il cuore del suo messaggio, così come ce lo tramanda Matteo, è che il diavolo, cioè il male, ha un suo habitat prediletto, che è il vuoto. Nel vuoto il diavolo prospera, si rafforza, si moltiplica. Se ci guardiamo intorno, non è difficile riconoscerlo, questo vuoto: è un vuoto che si manifesta come vuoto di ideali, vuoto di speranze, vuoto di progetti, vuoto spirituale, vuoto culturale, vuoto affettivo. Di questo vuoto, anzi di questa voragine spaventosa che è attualmente, purtroppo, un tratto distintivo della nostra società occidentale, si possono dare molte spiegazioni di natura sociologica e storica. Ma qui, in questa sede, dobbiamo piuttosto interrogarci su come questo vuoto si manifesti là dove meno avrebbe ragione di esistere, cioè tra noi cristiani, nelle nostre chiese. Spetta a noi, in quanto credenti, imparare a decifrare il senso profondo dell’esortazione di Paolo, ancora nella lettera agli Efesini, a essere “ricolmi di Spirito”: perché la casa, se non diventa tempio dello Spirito santo, è vuota, e se è vuota diventa dimora dei diavoli. Ecco qui il nostro problema: noi crediamo che la nostra casa sia piena perché continuiamo a riempirla con ogni sorta di arredi, ma trascuriamo di riempirla con quello che davvero servirebbe a colmare il suo vuoto, cioè con il Signore, con il suo Spirito, con la sua parola. […]

Dio è un Dio nascosto. Ecco che allora noi finiamo per spazientirci di questo nascondimento di Dio, finiamo per stancarci di cercare di decifrare i segni della sua presenza in mezzo a noi, nella nostra storia collettiva e nelle nostre storie personali. Questo Dio così poco evidente ci fa l’effetto di uno spazio vuoto, un vuoto che noi cerchiamo di riempire alla meno peggio, creandoci dei surrogati. Quali sono queste cisterne screpolate, questi arredi inutili che sembrano aprire spazio a Dio e lo aprono invece ai diavoli?  Presso certe confessioni cristiane può trattarsi, per esempio, della sostituzione della Scrittura con tradizioni, dottrine, devozioni prive di fondamenti biblici, o della sostituzione di Dio stesso con una gerarchia di suoi “rappresentanti” che si ritengono in diritto di parlare e di agire nel Suo nome. Si lamenta tanto la mancanza di pastori, ma la chiesa d’oggi manca di profeti ancor più che di pastori. In mancanza di profeti si fanno avanti gli scribi, cioè, più o meno, tutti noi: capaci forse, grazie allo studio, di interpretare e commentare la Scrittura ma non di proferire, sulla scorta di questa Scrittura, parole illuminanti e orientatrici, che servano davvero a scacciare quei démoni che allignano dovunque e, quindi, anche nelle chiese: il démone dell’indifferenza, il démone della menzogna, il démone dell’ostilità reciproca. Invochiamo dunque lo Spirito perché ci renda tutti profeti, capaci di scacciare i diavoli con lo spirito e la parola di Cristo, con la fraternità evangelica e la verità.

 

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

Sermone: Predicazione di Pasqua – 1 Cor 15, 1-5


Credo che in tutte le comunità ecclesiali, in tutte le confessioni, ci siano  persone che ragionano come ragionavano i Corinzi più scettici, cioè, secondo quei criteri di saggezza che sono propri del “mondo” o degli “uomini”, come dice Paolo nel cap. 1 di quella stessa prima lettera ai Corinzi; persone che ragionano dimenticando che la chiesa si fonda non sulla saggezza umana, ma su quella che Paolo stesso chiama lo “scandalo” e la “pazzia” dell’Evangelo. Ma scandali e pazzie sono difficili da assumere come criteri normativi della propria vita, che istintivamente noi vogliamo improntata a razionalità e buon senso. Ecco perché non abbiamo molto da guardarci intorno per scoprire chi sono tra noi i “miscredenti”, gli emuli di quei Corinzi con i quali polemizzava Paolo. Il miscredente – almeno in certe circostanze, in certi momenti – il miscredente è ciascuno di noi, io stessa che vi parlo. Credo che anche a quelli tra noi  più saldi nella fede sia capitato almeno una volta di dubitare, di dubitare proprio di questo evento che oggi celebriamo: la risurrezione. Si tratta di un dubbio molto umano. Perché questo cardine della fede cristiana, la risurrezione, è un evento non dimostrato e non dimostrabile. Mentre la passione e morte di Gesù hanno avuto molti testimoni, la sua risurrezione non ne ha avuto nessuno. Inoltre,  si tratta di un evento che esula completamente dal campo non solo della nostra esperienza, ma anche della nostra immaginazione. Il grande teologo Karl Barth ha definito la risurrezione un evento che tocca il nostro mondo “come la tangente tocca il cerchio, senza toccarlo”: cioè lo sfiora appena e resta esterna al cerchio, al nostro orizzonte umano, pur non potendo più esserne esclusa, pur essendo entrata a farne parte definitivamente. E proprio perché è del tutto fuori dal nostro orizzonte e non riusciamo in alcun modo a concepirlo, la sua forza di convinzione è pressoché nulla. Eppure, ecco il grande paradosso evangelico: proprio questo fatto che è il meno dimostrabile, il più discutibile e contestabile, il meno convincente e il meno proponibile di tutti, è stato posto dai primi cristiani a fondamento della loro fede. […]

Certo, è vero che molti in passato e molti al giorno d’oggi hanno considerato e continuano a considerare Gesù come un maestro di morale, un altissimo modello etico; molti ritengono che si debba accettare e seguire il suo insegnamento, accantonando però la sua risurrezione che è qualcosa di inaccettabile in quanto – lo sanno tutti – i morti non risorgono. Ma dobbiamo sapere che – per quanto strano possa sembrare a prima vista – abbiamo l’insegnamento di Gesù solo perché Gesù è risorto. Quindi l’apostolo Paolo ha ragione quando scrive: “Se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede” (I Cor 15: 17). Perché “vana”? Perché se Cristo non è risuscitato, voi cristiani credereste in un morto, grande finché si vuole, ma morto: dunque un uomo, non il Figlio di Dio; dunque un Maestro, non il Signore. Sì, si può credere nell’insegnamento di Gesù, e non in Gesù Signore. Ma in tal caso, si tratta di un cristianesimo ridotto a morale, un cristianesimo diverso da quello che i primi cristiani hanno confessato, spesso anche con il sacrificio della vita. A chi chiede la “prova” della risurrezione di Gesù, direi che è questa l’unica “prova”: il fatto che, come scrive l’autore della lettera agli Ebrei, siamo “circondati da una così grande schiera di testimoni” (Eb 12:1). Testimoni di che cosa? Testimoni che Gesù è vivo, è anzi il Vivente per eccellenza. Testimoni che lo sanno per averlo sperimentato. Mi sembra già di sentire le obiezioni: “anche queste esperienze sono fatti tutti personali, non verificabili, ai quali può credere solo chi è in qualche modo già disposto a credere; a me una cosa del genere non è mai capitata”.

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

Sermone: Predicazione di Domenica delle Palme – Is 50, 4-9

Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco, Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti come ascoltano i discepoli.

La folla identificava Gesù come “colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”, riconosceva pertanto in lui una figura investita della missione di liberare e governare il popolo di Israele; una missione, dunque, certamente carica di valenze spirituali eppure in primo luogo politica. All’atteso sovrano, che la folla credeva fosse finalmente venuto nella persona di Gesù, spettavano gloria, onori, l’obbedienza del popolo, il dominio su Israele. Si trattava, in altre parole, di un uomo di potere: di un potere concepito secondo criteri umani. Una figura nella quale, indubbiamente, Gesù non poteva riconoscersi. Eppure, Gesù non si sottrae a questo trionfo: anzi, come raccontano le versioni dell’ingresso in Gerusalemme riportate dai vangeli sinottici è Gesù stesso a voler conferire a questo ingresso un carattere pubblico e solenne, è Gesù stesso a  incaricare i suoi discepoli di procurargli a questo scopo una cavalcatura, è Gesù stesso a non sottrarsi all’omaggio della folla. […]  Solo, il suo concetto di regalità era diverso da quello della folla, questo inviato dal Signore non è un re, non è un potente, non è un grande della terra: è un servo, e per giunta un servo sofferente, maltrattato, vittima di ogni sorta di oltraggi. Isaia parla di un servo tutto particolare: il servo del Signore. Sappiamo che gli esegeti hanno molto discusso sull’identità di questo servo del Signore: chi lo ha identificato con l’intero popolo di Israele, chi con un singolo, forse il profeta stesso, o forse una figura messianica; la tradizione cristiana ha riconosciuto in lui la prefigurazione di Cristo. Chiunque sia questo servo del Signore, quello che ci interessa sono le sue caratteristiche. Ricordiamo che nell’antico Israele “servo del Signore” designava il re stesso. Questa qualifica, se ci pensiamo bene, denota una condizione di straordinaria dignità, in quanto – paradossalmente – questo tipo di servitù equivale al massimo grado di libertà. “Servo del Signore” significa, in linguaggio biblico, uomo libero, il più libero che si possa immaginare, in quanto chi è “servo del Signore” non può essere, al tempo stesso, servo degli esseri umani.

La storia umana è impastata di sofferenza; eppure, il servo crede a Dio come al Dio della storia, e sa quindi che la sofferenza non avrà l’ultima parola. Nel frattempo, il servo la sofferenza la assume su di sé senza perdere la speranza, proprio come Giobbe; e con questa sua saldezza, oltre che con la sua “lingua pronta”, è in grado di divenire “luce delle nazioni”, di farsi testimone della potenza creatrice e rinnovatrice di Dio che rianima chi è stanco, chi è sfiduciato. Il servo, sofferente ma non disperato, non sconfitto, ancora in grado di annunciare le cose nuove di Dio, mostra che anche nella tragedia c’è uno spiraglio, che c’è una possibilità aperta anche là dove non è facile riuscire a vederla. E insegna la pazienza, il rispetto del tempo del Signore, che, a differenza del nostro, è spesso un tempo lungo. In questo tempo, però, i persecutori finiranno logorati come un vestito ormai consunto mentre lui, il servo, vedrà la sua apparente sconfitta tramutarsi in vittoria: non la sua vittoria, ma la vittoria del Signore. […]

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

Sermone: Predicazione di Domenica 25 Marzo – Lc 2, 33-35, Is 8, 14-15, 1 Pt 2, 4-8

Egli sarà un santuario, ma anche una pietra d’intoppo, un sasso d’inciampo per le due case d’Israele, un lacco e una rete per gli abitanti di Gerusalemme.

il messaggio che ci viene da Isaia, da Pietro e soprattutto dalle parole di Simeone nel racconto di Luca è un messaggio che non fa sconti a nessuno. Non ha avuto sconti Maria, la madre di Gesù, che con il suo “sì” all’annuncio dell’angelo si è offerta inerme  alla spada che le avrebbe trafitto l’anima. Non ha avuto sconti, non ne ha, non ne avrà mai chiunque si avvicini con serietà al Signore, perché la vicinanza del Signore mette in crisi, sconvolge gli equilibri, pone interrogativi su ciò che sembra ormai definitivamente acquisito. Fa cadere: fa cadere idoli, pregiudizi, preconcetti, abitudini inveterate, egoismi radicati. E rialza: rialza  perché chiama a una vita rinnovata, genera nuove energie, apre all’ascolto, alla generosità, alla condivisione. È segno di contraddizione: perché mette in contraddizione, innanzitutto, ciascuno di noi con sé stesso, obbligando a scelte, a prese di posizione spesso faticose, quando non dolorose. E in questo modo svela la realtà del cuore umano: una realtà che, se diamo ascolto a ciò che dice la Bibbia, è sempre una realtà oscura, torbida, nella migliore delle ipotesi confusa. La presenza del Signore ci interroga, ci mette a nudo, ci rivela chi siamo veramente, ci mostra tutta la nostra incoerenza; fa cadere ogni illusione che noi possiamo nutrire su noi stessi.[…]

La Scrittura ci chiede dunque di lasciare che la presenza di Dio distrugga molte cose dentro di noi. Isaia è particolarmente esplicito: “cadranno, saranno infranti”. Ma che cosa di noi deve cadere e infrangersi? La risposta è: tante cose, tante davvero. Proviamo a elencarne qualcuna? In primo luogo: deve morire Dio. Più precisamente: quell’immagine o quelle immagini di Dio che tutti noi, tutti senza eccezione, tendiamo a costruirci. Tutti noi nella nostra vita tendiamo a farci immagini di Dio. Molte di queste immagini sono abbastanza grossolane e risalgono più o meno direttamente alla nostra infanzia: per alcuni, Dio è un vecchio signore seduto su una nuvola, cioè in un luogo che si trova da qualche parte ma, in ogni caso, non dove si svolge la nostra vita; per altri, Dio è qualcuno che dovrebbe risolvere i problemi, qualcuno che possiamo ignorare tranquillamente nella vita di tutti i giorni ma che pretendiamo si metta immediatamente al nostro servizio nei momenti critici; per altri ancora, è un guastafeste che proibisce tutto ciò che dà piacere. Sono tutte immagini che con Dio hanno ben poco a che fare, perché sono immagini umane; e tutti probabilmente abbiamo anche fatto l’esperienza di come queste immagini a un certo momento vadano in frantumi. Molti, dinanzi a questa esperienza, concludono che Dio non esiste. Non pensano che in questo infrangersi delle vecchie immagini di Dio si manifesti la presenza del Signore, il quale vuol farci capire che Dio è altro. Dunque, Dio vuole che non ci facciamo di Lui alcuna immagine, alcuna rappresentazione mentale? No, non è così, anche se esiste tutto un filone teologico che propende per questa soluzione. Ma esiste un’immagine di Dio che possiamo legittimamente farci, ed è quella appunto rivelata da questo passo del vangelo di Luca: l’unica immagine valida di Dio è la Sua rivelazione in Gesù Cristo.

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)