Sermone: La parabola del contadino ricco

Il tema di oggi è la nostra ricchezza, i tanti doni che Dio ci dà e il modo in cui noi gestiamo questo patrimonio.

Ci sono mille ragioni per essere grati per tante cose quotidiane che spesso non cogliamo neanche più. Sono grata di poter vivere in pace. Sono grata di poter vivere la mia fede in libertà. Sono grata di avere da mangiare in abbondanza. Potrei andare oltre. L’abbiamo sentito già prima nella preghiera, che ci sono mille doni che Dio ci dà. Vedo la grande ricchezza nella quale vivo senza averlo meritato, senza aver fatto niente per questo.

Vorrei che condividessimo oggi una storia che Gesù raccontò circa 2000 anni fa ai suoi ascoltatori. La storia di un agricoltore, una storia di grande ricchezza e di piani per il futuro. Ma anche la storia di un gravissimo errore fatto da quel contadino.

Leggo dal vangelo di Luca, capitolo 12 a partire dal versetto 16

«La campagna di un uomo ricco fruttò abbondantemente; 17 egli ragionava così, fra sé: “Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?” E disse: 18 “Questo farò: demolirò i miei granai, ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, 19 e dirò all’anima mia: «Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti»”. 20 Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?” 21 Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio».

C’è un uomo che finanziariamente sta bene. Uno che ce l’ha fatta. Uno che non deve più farsi dei grandi pensieri e può vivere bene. Oggi non vedo più tante persone che guardano a loro stesse in questo modo, ma quello che è sicuro è che uno che ha già tanto, con facilità, desidera prendere ancora qualcosa in più. Così questo contadino che ha già avuto un buon raccolto e che ha tutto ciò che gli serve per vivere, riceve talmente tanto che non riesce neanche più a farlo stare in casa.

Fino a questo punto è di per sé un bel racconto, una storia di successo come forse ce la augureremmo anche noi. Il duro lavoro porta al successo e quel successo diventa visibile nel grande raccolto. Questo è di per sé bello e non voglio per nulla screditare il lavoro di quel contadino. È bello che quell’uomo riceva un riconoscimento per il suo lavoro. Il protestantesimo ha sempre sottolineato il valore del lavoro, e la Bibbia interpreta spesso la ricchezza come segno della benedizione di Dio.

Talvolta trovo strano quando qualcuno mi dice di essere contento di far parte di una chiesa povera. Certo, neanche a me piace quando una chiesa tiene la sua ricchezza per sé o investe denaro in progetti che non mi sembrano importanti o che non arrivano alle persone, ma non potrei direi di essere contenta della povertà.

E se per un attimo cercassimo di togliere il concetto di ricchezza dal suo legame con il denaro. Cioè, se potessimo rallegrarci per quella ricchezza particolare che noi abbiamo, costituita da tante persone che sono interessate alla nostra chiesa, che vengono, s’informano, s’impegnano…

Sarei contenta se la nostra chiesa stesse per scoppiare perché vengono troppe persone. È proprio questo che è successo a quel contadino di cui parla Gesù. Lui è contento e riflette su dove potrebbe sistemare tutta la sua ricchezza.

E poi, pian pianino inizia il disastro. Il contadino pensa e ripensa, ma in tutto il suo pensare dimentica completamente colui al quale deve tutta la sua ricchezza. Sicuramente ha lavorato sodo, ma è stato Dio che ha mandato il sole e la pioggia. Senza Dio quel contadino non avrebbe raccolto proprio niente. Senza la benedizione di Dio non sarebbe spuntata neanche una singola spiga di grano sul campo. Ma questo l’ha dimenticato quell’uomo. Non si trova neanche una parola di gratitudine nella sua bocca. Conoscete questa situazione?

Avete anche voi talvolta l’impressione di aver lavorato duramente e per questo di avere il diritto di prendervi anche il merito, dimenticando la parte che Dio ha dato per il vostro successo?

È molto più facile dire un “O mio Dio” quando c’è qualcosa di cui lamentarsi e non nel momento della gratitudine. Dio non è solo colui a cui possiamo rivolgerci quando non ce la facciamo da soli. Dio si rallegra se lo cerchiamo anche nei momenti buoni, nei momenti di gioia, e si augura queste parole di gratitudine che però il contadino del nostro racconto non riesce a esprimere.

Così la storia va oltre, e quell’uomo non dimentica solo il ringraziamento ma decide anche il suo futuro senza rivolgere un unico pensiero a Dio. La domanda: “Signore che vuoi TU che io faccia?” non esiste. E nuovamente possiamo chiederci: come facciamo noi?

Anche a me vengono velocemente delle idee su che cosa potrei fare con ciò che Dio mi ha affidato. Dei desideri ci sono sempre. C’è sempre qualcosa che mi potrebbe ancora servire. E Gesù ci dice: “Non vuoi chiedere una volta al tuo Dio che ti ha dato tutta la tua ricchezza che cosa ne farebbe lui?”

Il fondatore della chiesa metodista, John Wesley sosteneva enfaticamente che non ci venisse in testa di donare a Dio soltanto qualcosa dei nostri beni. Wesley predicava di non pensare di dare a Dio la decima o addirittura la metà di ciò che possediamo. Sottolineava invece che tutto, proprio tutto ciò che abbiamo, appartiene a Dio. Ci è richiesto di amministrare i doni di Dio e possiamo tenerci ciò che ci serve per una vita buona e serena, ma tutto appartiene a Dio.

Torniamo di nuovo alla storia che racconta Gesù. Non sono male i pensieri del contadino. Lui fa dei ragionamenti sensati. Il suo granaio è troppo piccolo, ne costruirà uno più grande. Il pensiero è giusto: si deve depositare il grano da qualche parte. Soltanto che, quando Gesù prosegue con il racconto, si scoprono i motivi più profondi. Lui dice a se stesso:

Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti. Gira tutto attorno a se stesso. Quel contadino commette un triplo errore.

Primo, s’illude che ogni bene sia limitato a delle cose materiali.

Secondo, non pensa ai suoi prossimi che potrebbero voler godere insieme a lui di questi beni. È tutto ridotto e concentrato sull’IO.

Terzo lascia Dio al di fuori dei suoi pensieri. Non sente né gratitudine né responsabilità nei confronti di Dio. C’è solo l’IO.

Quell’uomo cerca riposo. Potrebbe trovarlo in Gesù che ci invita: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Matteo 11,28 Gesù offre del riposo, ma quel contadino si fida più di se stesso. Pensa di poterlo fare meglio da solo.

E poi sentiamo la sentenza, di fatto un giudizio di Dio rispetto a questo modo di pensare sciocco. Dio dice: Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?

Quante persone cercano come quel contadino di produrre da se stessi la felicità, di assicurare da se stessi la propria vita, di trovare riposo in se stessi. Dio distrugge questa illusione con un’unica parola: Stolto! – Quante persone cercano la propria fortuna nel gioco d’azzardo, nell’alcool, nel successo professionale o negli oroscopi; cercano riposo nella natura o nella meditazione e non vedono colui del quale la Bibbia ci dice che è l’unico che può dare vera felicità, riposo, salvezza. Dio ci offre tutto ciò. Dobbiamo solo alzare lo sguardo e servirci.

E Gesù termina la parabola con l’avvertimento: Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio.

Gesù ci invita ad una vita diversa rispetto a quell’uomo. Ci ricorda che non ha senso affidarsi alle sicurezze mondane. Nessuna casa, nessun castello può essere tanto forte da darci un’assoluta sicurezza. Possiamo accumulare delle ricchezze infinite e lavorare e combattere, ma non sarà mai abbastanza.

Direi che conoscete il vecchio inno di Martin Lutero: La forte rocca è il mio Signor. Questo castello del Signore è l’unica casa che ci offre davvero riposo e protezione. La casa del Signore è una casa della gioia dove c’è posto per tutti quelli che lo cercano. Dio costruisce questa casa della quale si dice che ha molti dimore.

Gesù ci direbbe oggi la stessa cosa che avrebbe detto anche 2000 anni fa a quel contadino: alza lo sguardo. Smetti di voler fare tutto da solo, di combattere e costruire solo con la tua forza. Riconosci chi è il tuo Signore. Riconosci di non potercela fare da solo e poi entra nella casa di Dio. La porta è aperta. Anche per te. Entra.

Amen

Ulrike Jourdan