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Parliamo di… CHIESA

Corso di formazione: mercoledì 19 gennaio, ore 18.00

uno spazio dedicato a tutte e tutti coloro, membri di chiesa e non,
che  vogliono incontrarsi,  conoscere, confrontarsi, discutere… 
su cristianesimo, protestantesimo, teologia, bibbia, spiritualità, storia…

Questa settimana parliamo di CHIESA

L’incontro si svolgerà online. Se interessati chiedere il link a: info@chiesametodistapadova.it

Vi aspettiamo

Parliamo di… BIBBIA

Corso di formazione: mercoledì 15 dicembre, ore 18.00

uno spazio dedicato a tutte e tutti coloro, membri di chiesa e non,
che  vogliono incontrarsi,  conoscere, confrontarsi, discutere… 
su cristianesimo, protestantesimo, teologia, bibbia, spiritualità, storia…

Questa settimana parliamo di BIBBIA

L’incontro si svolgerà in forma mista, in presenza e online. Se interessati chiedere il link a: info@chiesametodistapadova.it

Vi aspettiamo

Parliamo di… BIBBIA

Corso di formazione: mercoledì 1 dicembre, ore 18.00

uno spazio dedicato a tutte e tutti coloro, membri di chiesa e non,
che  vogliono incontrarsi,  conoscere, confrontarsi, discutere… 
su cristianesimo, protestantesimo, teologia, bibbia, spiritualità, storia…

Questa settimana parliamo di BIBBIA

L’incontro si svolgerà in forma mista, in presenza e online. Se interessati chiedere il link a: info@chiesametodistapadova.it

Vi aspettiamo

Parliamo di… anno liturgico e feste cristiane

Corso di formazione – mercoledì 17 novembre, ore 18.00

uno spazio dedicato a tutte e tutti coloro, membri di chiesa e non,
che  vogliono incontrarsi,  conoscere, confrontarsi, discutere… 
su cristianesimo, protestantesimo, teologia, bibbia, spiritualità, storia…

Questa settimana parliamo di ANNO LITURGICO E FESTE CRISTIANE

Vi aspettiamo

Parliamone insieme…

Corso di formazione – mercoledì 10 novembre, ore 18.00

per informazioni:
info@chiesametodistapadova.it

Culto evangelico di Pentecoste

Domenica 23 maggio, ore 10.00 – RAIDUE
in diretta eurovisione dalla Chiesa riformata di Lugano
a cura della rubrica Protestantesimo

Fuoco, vento, voce che sussurra, lo Spirito scuote dal torpore, trasmette nuove forze, dona coraggio, anche in questo nostro tempo inquieto, caratterizzato da crisi sanitarie, sociali e ambientali.
Durante il culto, che comprenderà la celebrazione della Santa Cena, tre giovani catecumeni si presenteranno alla comunità e confermeranno la loro fede.

Il culto sarà presieduto dai pastori Daniele Campoli e Giuseppe La Torre. La parte musicale del culto vedrà l’intervento del Coro Famiglia Sala e di un quartetto di giovani musicisti composto da Annika Rast (flauto), Tea Vitali (violino), Milo Ferrazzini-Hauri, (violoncello), Daniel Moos (pianoforte)

Per rivedere le puntate di Protestantesimo: raiplay – protestantesimo

Protestantesimo su Facebook

“God Bless America again”

Le ultime elezioni negli USA e il percorso di Joe Biden verso la Casa Bianca sono stati complicati e pieni di ostacoli. Ogni comunità di fede ha scelto il suo candidato marcando, anche nelle chiese, la divisione che attraversa tutta la società americana. Come nasce la polarizzazione del protestantesimo americano? E come reagisce il protestantesimo storico all’offensiva della destra religiosa?

Protestantesimo – Rai2

Domenica mattina 24 gennaio dopo le ore 8.00
Repliche: martedì notte 26 gennaio alle ore 2.20
domenica notte 31 gennaio alle ore 1.00

è possibile rivedere le puntate su RAIPLAY – Protestantesimo

Culto della Riforma

Domenica 1 novembre, ore 10.00 – RAIDUE
in diretta eurovisione dalla Chiesa Evangelica Riformata di Lugano
a cura della rubrica Protestantesimo

Presiedono i pastori Daniele Campoli e Angelo Reginato; predicazione a cura della pastora Lidia Maggi
Per la parte musicale partecipano la formazione polifonica lombarda “Gruppo vocale Famiglia Sala” e “Ensemble” di Andrea Jermin

Clicca qui per l’articolo del NEV (Notizie EVangeliche)

Sermone: Predicazione di Domenica 14 Ottobre – Giacomo 5, 13-16

La lettura per la predicazione è tratta dalla lettera di Giacomo. Una lettera preziosa proprio perché scomoda, perché mette dinanzi agli occhi del cristiano le esigenze concrete di una vera testimonianza di fede. Una lettera che non fa sconti a nessuno. Una lettera che ha posto in passato e tuttora pone qualche difficoltà al cristiano che si riconosca nella tradizione della Riforma. Perché in questi versetti vengono raccomandate pratiche come l’unzione degli infermi e la confessione privata dei peccati: pratiche, lo sappiamo bene, che sono state e sono per i protestanti oggetto di un secolare contenzioso con i cattolici, i quali hanno elevato entrambe alla dignità di sacramenti operando così una scelta dottrinale inaccettabile per il protestantesimo.

Quando ci si confronta con un passo biblico per farne oggetto di predicazione, la domanda è sempre: qual è il messaggio di salvezza, qual è l’Evangelo contenuto in questi versetti?   Leggiamola con attenzione: vediamo allora, innanzitutto, che il messaggio è qui veicolato da tre esortazioni che hanno un elemento in comune: la preghiera, sia essa preghiera di lode o preghiera di intercessione. Cominciamo allora a lasciarci interrogare dalla prima di queste esortazioni: pregare Dio nella sofferenza e “cantare inni”, cioè lodarlo, nella gioia. Si tratta di una regola da seguire nella propria vita di fede che non ha, in sé, nulla di nuovo: atteggiamenti di questo genere sono raccomandati da tutta la tradizione di spiritualità veterotestamentaria, nella quale Giacomo si inserisce pienamente.

Fermiamoci a riflettere, ponendoci questo solo interrogativo: quanto sarebbe diversa la nostra vita personale, e la vita delle nostre comunità, se ciascuno di noi prendesse sul serio questa prescrizione così ovvia? Se in ogni circostanza della nostra vita, triste o lieta, negativa o positiva, noi facessimo in primo luogo riferimento al Signore? Il fatto che questo comportamento noi dobbiamo presentarlo come ipotetico, che siamo costretti a dire “e se…?”, già la dice lunga sulla nostra condizione di credenti molto poco credenti. Porre sempre Dio al centro della propria vita dovrebbe essere non l’obbedienza a un precetto, ma un modo di essere del tutto naturale, spontaneo come il respiro: avere la certezza che in qualsiasi situazione noi abbiamo un interlocutore con il quale non dobbiamo, ma abbiamo la possibilità, abbiamo il dono, abbiamo il privilegio di condividere o la nostra sofferenza, rivolgendogli richiesta di aiuto e di sostegno, o la nostra gioia, lodandolo e ringraziandolo. Se – se! – fossimo credenti al punto di comportarci così, da avere con il Signore un rapporto tanto immediato, spontaneo, fiducioso, sono certa che la nostra vita individuale e comunitaria cambierebbe. Saremmo meno concentrati su noi stessi, e più pronti a cogliere ciò che Dio vuole comunicarci attraverso le alterne vicende della nostra vita.

Attraverso le vicende di ogni genere: positive o negative. Per chi ha fede, infatti, anche attraverso la malattia il Signore ci parla, ci vuole comunicare qualcosa. E la malattia è al centro della seconda esortazione, che sembra riferirsi a un ministero di assistenza spirituale ai malati svolto dagli anziani della comunità. Non si allude qui a persone dotate di quei “doni di guarigione per mezzo dello Spirito” che Paolo elenca tra i doni spirituali (1 Cor 12: 9); si vuol dire, semplicemente, che ai responsabili della comunità spetta il compito di visitare i malati, intervenendo su di loro e per loro con la preghiera e con l’unzione, unzione che è, in fondo, null’altro che una preghiera espressa in altra forma, una sorta di benedizione. Non credo si possa condividere la dottrina cattolica che attribuisce un carattere di “sacramentalità” a questo gesto. Penso, piuttosto, che venga indicata qui una delle modalità con le quali la comunità cristiana poteva fare sentire al fratello o alla sorella malati la propria solidarietà amorevole. Il motivo per cui Giacomo consiglia proprio l’unzione con olio sta probabilmente nel fatto che questa era una prassi molto usata, in vari contesti e con varie finalità, al tempo in cui veniva scritta questa lettera. Quanto a noi, direi che l’idea dell’unzione dovrebbe essere per le nostre chiese essenzialmente uno stimolo alla creatività, a inventare i modi più opportuni e più indicati – che possono variare a seconda dei luoghi, dei tempi, delle consuetudini – per testimoniare in concreto la nostra vicinanza a chi è malato.

Dobbiamo essere molto decisi, sorelle e fratelli, nell’affermare che la fede del singolo e della comunità si mette alla prova proprio in circostanze di questo genere. La vocazione cristiana non consente di trascurare i malati, o di occuparsene solo a parole. Nelle nostre chiese il pastore è solito visitare gli infermi; ma questo compito non dovrebbe essere riservato al solo pastore, dovrebbe essere esteso al consiglio di chiesa o, meglio, alla comunità nel suo insieme. E, anche se certamente non tutti i membri di chiesa possono aver modo di visitare materialmente il malato, credo che tutti dovrebbero essere coinvolti nella preghiera e anche nella ricerca di qualche equivalente dell’“unzione con olio”: di qualche gesto che riesca a farlo sentire veramente oggetto di amore, da parte di Dio e da parte della chiesa e che lo aiuti al tempo stesso a riflettere, a concentrarsi per cercare di capire che cosa Dio vuole dirgli attraverso questa esperienza.

Perché anche per i più fervidi credenti la reazione più comune, in caso di malattia grave, è quella di abbattersi, di disperarsi o di abbandonarsi al risentimento (“perché capita proprio a me? che cosa ho fatto di tanto male da meritarmelo?”).  È da sperare che chi visita i malati non ricorra a sciocche frasi fatte tipo “Coraggio, vedrai che tutto andrà per il meglio, l’erba cattiva non muore”, e nemmeno alla frase forse ancora peggiore, perché quasi blasfema: “Il Signore vuole metterti alla prova”. No: l’infermo ha bisogno di essere “unto con l’olio” di una fede piena di amore, sincera e umile, che non pretende di cercare di spiegare ciò che è umanamente inspiegabile, ma semplicemente di aiutare chi soffre a capire che Dio non ci manda, ma si serve della malattia per chiederci qualcosa: un’intuizione, un cambiamento; e che una guarigione è anche una guarigione interiore, legata a qualcosa che avviene dentro di noi. Difficile? Sì, certamente è difficile; e chi l’ha mai detto che mettere in pratica la fede sia facile? Ma forse, tanto per cominciare, basterebbe proporre al malato il versetto di Ger 17: 14. Recitarlo con fede insieme a lui o a lei, e lasciare poi la Parola libera di agire.

Che il tempo della malattia possa essere per chi lo attraversa un tempo prezioso di riflessione e di mutamento interiore, in una parola di “conversione”, è confermato dallo stesso Giacomo, allorché afferma che grazie alla preghiera degli anziani della chiesa non solo il Signore ristabilirà in salute il malato, ma ne perdonerà i peccati. Per vie misteriose, dunque, alla guarigione dalla malattia è strettamente associata la guarigione dal peccato. E appunto il tema del perdono è al centro della terza esortazione: l’invito ai membri della comunità di fede a confessarsi reciprocamente i peccati, aiutandosi l’un l’altro con la preghiera. La confessione privata e personale dei peccati è un argomento quanto mai ostico a orecchie protestanti. Eppure tanti esponenti di primissimo piano della Riforma, da Lutero a Calvino fino a Bonhoeffer, pur respingendo il concetto cattolico-romano di confessione come pratica obbligatoria hanno messo in evidenza l’utilità della confessione privata, non necessariamente a un ministro del culto. Questa terza esortazione di Giacomo va presa estremamente sul serio: pensiamo a quanto sarebbe di aiuto per una coscienza tormentata poter prendere le distanze dal proprio peccato enunciandolo a voce alta, poter ricevere da un fratello o da una sorella di chiesa l’annuncio del perdono. Ma questa che chiamerei “reciproca cura d’anime” può verificarsi solo in una comunità che sia, a sua volta, una comunità davvero “guarita”, davvero “convertita”. Esiste all’interno della nostra comunità tanto amore fraterno, tanta fiducia reciproca, tanto disinteressato spirito di servizio, tanta saggezza spirituale da rendere anche solo lontanamente immaginabile la prassi della confessione privata? Lasciamoci con questo interrogativo; ciascuno, nel proprio cuore e in tutta sincerità, dia la risposta. Amen.

Sermone: Predicazione di Domenica 29 Luglio – 1 Pt 3, 8-17, Is 8, 12-13, Lc 6, 20, 22-23, 26


Le indicazioni pastorali offerte da Pietro nella prima parte del passo che il lezionario propone oggi alla nostra riflessione (3: 8-9), come pure nei versetti che questo passo precedono, a cominciare da 2: 11, suggeriscono norme di comportamento che aiutano, al tempo stesso, a edificare la comunità dei cristiani e a offrire, mediante una vita irreprensibile, un’eloquente testimonianza ai “pagani”. Norme che altro non vogliono essere se non un tentativo di tradurre l’Evangelo nella prassi quotidiana dei credenti: si parla di concordia, compassione, amore fraterno, misericordia, umiltà, si parla di sostituire la maledizione con la benedizione… Sembrano orientamenti ovvi, scontati per chi ha scelto di seguire Cristo, ma sono in realtà difficilissimi da attuare, perché richiedono un costante, ostinato, determinato sforzo di superare la nostra natura, che è una natura decaduta, degradata, sfigurata dal peccato. Sì, sorelle e fratelli, sfigurata dal peccato: non ho proprio alcun ritegno a usare questo linguaggio, il linguaggio dell’apostolo Paolo, il linguaggio dei padri della Riforma. […]

La seconda parte dell’esortazione di Pietro ai suoi fratelli di fede riguarda più direttamente il confronto dei cristiani con il mondo esterno alla comunità, un confronto che frequentemente assume piuttosto la fisionomia dello scontro. Quattro sono le regole indicate qui dall’apostolo. La prima, sulla falsariga delle Beatitudini, impone di astenersi in ogni caso dal male, ma non affliggersi, anzi rallegrarsi, se pur facendo il bene ci si troverà a dover soffrire (3: 13-14a, 17). La seconda insegna a non lasciarsi sopraffare dalla paura. I persecutori non vanno temuti, perché – sottintende Pietro – in realtà non sono nulla, sono apparenze vane, come gli idoli; l’unico Signore è Cristo, ed è a Lui solo che il cristiano deve tributare lode e obbedienza (3: 14b-15). La terza raccomanda di essere sempre pronti a rendere conto della propria speranza (3: 15b). La quarta ammonisce: nel fare questo, e più in generale nel testimoniare la propria fede, evitare i toni aggressivi e polemici, essere sempre rispettosi dell’interlocutore, in modo che costui non trovi ragione per calunniare i cristiani.  […]

Ancora una volta vi dico, allora, guardiamoci intorno, sorelle e fratelli, e prima ancora guardiamoci dentro. Guardiamo all’interno delle nostre comunità e all’interno di noi stessi, all’interno dei nostri cuori.  Siamo liberi di professare la nostra fede cristiana evangelica, è vero; ma la libertà di cui ormai da molto tempo godiamo non è e non è stata per noi l’occasione di un rinnovato fervore nel “glorificare Cristo” rendendogli testimonianza. Poco alla volta ci siamo abituati ai benefici di Dio come se ne avessimo diritto, come se fosse naturale e logico avere una vita relativamente tranquilla, dimenticando che la tranquillità per un cristiano non può e non deve essere un fine, ma può soltanto essere un mezzo per facilitare l’annuncio dell’Evangelo. […]

Siamo prigionieri: non di estranei che ci perseguitano, ma di una specie di cerchia che non sappiamo o non vogliamo sfondare né spezzare, una cerchia pesante di inutili o insignificanti ragioni personali, familiari, delle quali si osa accampare un’urgenza inesistente o un’importanza molto discutibile. È di tutto questo, e non del Signore degli eserciti, che noi proviamo “timore e paura”; appunto perché, come ancora dice Isaia, camminiamo “per la via di questo popolo”, per la via più battuta, più consueta. Sembra quasi che il nostro cielo si sia abbassato, si sia ridotto alle nostre miserevoli dimensioni.

Sorelle e fratelli, non spacciamo per cristianesimo un modo di vivere fiacco e abitudinario, nel quale la fede appare solo come elemento tradizionale. Di questo cristianesimo, né Dio né gli uomini sanno che farsene. Sapete in che cosa consiste, a mio modo di vedere, il cuore del problema? Consiste nel fatto che non sappiamo più “render conto della speranza che è in noi”. Siamo diventati muti per quanto riguarda la speranza – e non vorrei che questo fosse dovuto al fatto che in noi non esiste più speranza. A questo non voglio, non posso credere. E allora, coraggio. Perché la speranza, quell’ardore di attesa che il regno di Dio venga, porta con sé anche la volontà di manifestare quei frammenti di regno che già sono presenti in mezzo a noi. Rendiamo conto della speranza che è in noi, dunque. Come? Condividiamo la nostra speranza. Chi ha speranza, cercherà di dare coraggio per il prossimo passo a chi è impaurito; starà vicino a qualche persona abbandonata.

 

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)