Il termine delle vergogna

Quando vi siete vergognati l’ultima volta? Intendo dire con le guance rosse, lo sguardo abbassato e con quella stranissima sensazione nello stomaco? Esistono delle persone che se vengono guardate anche una sola volta un po’ più intensamente, diventano subito rosse ma, ovviamente, questo fatto non piace loro e così diventano ancora più rosse in volto e non riescono neanche più a rispondere. Esistono, mi sembra, anche le persone che non si vergognano di niente. Quando torno la notte in macchina da Padova a Vicenza, c’è un programma in cui le persone chiamano per raccontare le proprie disavventure amorose. È incredibile che cosa raccontano pubblicamente senza vergognarsi nemmeno di dire il loro nome e la città in cui vivono. – Da una parte mi diverto ad ascoltare questi racconti frivoli, dall’altra mi vergogno io per loro.

Direi che la maggior parte di noi qui oggi, almeno ogni tanto si vergogna. Io personalmente provo facilmente vergona e sono anche una di quelle che diventano rosse, un fatto che ha sempre fatto divertire i miei amici.

Qualcuno si vergogna per la propria famiglia, altri per il lavoro che fanno o non fanno, per i soldi che hanno a disposizione, altri per il proprio fisico. Ci vergogniamo quando facciamo degli errori, quando abbiamo delle reazioni sbagliate, quando altri possono vedere i nostri punti deboli. Ci vergogniamo quando diventiamo troppo emotivi, quando perdiamo il controllo.

La vergogna ha a che fare con l’intimità – ci vergogniamo se ci ritroviamo “nudi” e ognuno può vedere ciò che vorremmo tenere nascosto. Ognuno di noi ha delle “porzioni” della propria vita che vuole tenere in ombra, ambiti che altri non devono conoscere e ai quali non devono neanche avvicinarsi.

Anche nel testo della predicazione di oggi si parla di vergogna. Leggo dalla lettera di Paolo ai Romani 1,16+17

16 Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Paolo inizia dicendo: non mi vergogno! Non dice “professo”, ma usa la forma negativa. Non mi vergogno. – Ci saranno state parecchie persone che pensavano che avrebbe avuto di che vergognarsi. Paolo avrà sentito da diverse parti battute, disprezzo, ironia. – La chiesa di Roma alla quale scrive la sua lettera era un bel misto di ebrei convertiti al cristianesimo, greci convertiti al cristianesimo e persone del posto cioè romani, anche loro convertiti cristiani. Persone provenienti da classi sociali molto diverse e con un background culturale totalmente diverso.

Oggi nella nostra chiesa – forse non qui a Padova, ma a livello nazionale sì –  siamo italiani e ghanesi, coreani, filippini, ivoriani… con qualche tedesca in mezzo, lì c’erano greci, romani ed ebrei. Alla fine i problemi sono sempre gli stessi. Gli ebrei tenevano tanto alla Torah e cercavano di vivere secondo le leggi divine, ma i pagani non entravano nella logica di queste tradizioni che per loro erano estranee; i greci poi avevano come misura personale la filosofia e la loro visione del mondo. Ve lo dico: per un pastore c’è da disperarsi con una chiesa del genere. A tutti loro Paolo dice: voi siete uguali davanti a Dio. Siete ugualmente peccatori. E Paolo dice a voce alta: Non mi vergogno!

Hanno contestato Paolo. Gli dicevano che non conosceva neanche Gesù di persona e adesso pareva che volesse predicarlo. Gli dicevano che non si atteneva alle regole giudaiche per il cibo. Gli dicevano che portava scompiglio e che viveva sulle spalle degli altri; addirittura una sua malattia, che lui descrive come una spina nella carne, era tema d’accusa. – Paolo cerca in tante delle sue lettere di giustificarsi, sembra toccato dalle accuse. Una persona meno sensibile, qualcuno che non provasse vergogna forse non avrebbe neanche cercato di giustificarsi. Posso immaginare bene che Paolo abbia sofferto per questi rimproveri, che abbia avuto delle giornate in cui voleva buttare tutto a mare o delle notti in bianco in cui si chiedeva se valeva proprio la pena continuare.

L’accusa principale con cui Paolo doveva confrontarsi non era però contro di lui e la sua persona, ma contro quella parola della croce che lui predicava. Il messaggio che lui portava era troppo ridicolo per poterlo prendere sul serio. Gli ebrei s’immaginavano il Messia come un uomo potente, volevano vedere un re non un povero predicatore ambulante. Con i greci, Paolo doveva discutere di filosofia. Avevano delle idee personali su che cosa fosse una buona vita e il pensiero che la salvezza fosse legata a Gesù Cristo il crocifisso non convinceva. E alla fine c’erano i pagani, cioè i romani, che giudicavano i loro leader sulla base delle loro vittorie militari e Gesù non brillava in questo campo. Il messaggio che Paolo portava era tutt’al più degno di vergogna, cioè ci si poteva vergognare o sentire in imbarazzo. – Anche oggi tante persone, pur reagendo con altre parole, hanno esattamente lo stesso pensiero quando sentono parlare del Cristo crocifisso, morto e risorto.

Conosco parecchie persone che non vogliono accettare che Dio si sia manifestato proprio nella persona di Gesù. Perché in lui? Perché in Israele e non in una delle metropoli del mondo? Perché 2000 anni fa e non oggi? Perché in un essere umano se possiamo vedere Dio anche nella natura? Perché serve la croce? C’è qualcosa che non va nel piano di Dio? Perché il sangue, non è poco estetico? Non si potrebbe toglierlo o almeno tacere di questi fatti disgustosi? Non sono tutti questi pensieri dei residui anticotestamentari che oggi non valgono più per noi? – Le domande sono oggi molto simili a quelle di una volta e sono sicura che anche voi vi siete già posti almeno una volta una di queste domande.

A fronte di tutte le altre concezioni di salvezza, a fronte di tutte le offerte del nostro mondo Paolo predicava e noi oggi predichiamo l’evangelo di Gesù Cristo; questo vangelo che gli uni considerano folle e scandaloso e per gli altri apre una nuova vita– perché esso è potenza di Dio. Nel testo originale sta scritto dynamis. Dinamite, materiale esplosivo è questo vangelo. Questa potenza è potenza di azione, una potenza che cambia, che crea. Dove si predica la parola di Dio succede qualcosa. Come nel momento della creazione quando Dio ha chiamato all’esistenza con una parola, così anche oggi questa parola ha il potere di cambiare l’essere di una persona. Questo potere, questa dinamite è data nelle mani di Paolo e di tutte le persone della chiesa che portano il vangelo nel mondo.

Questa buona novella ha un unico scopo che è quello di salvare chiunque crede. Per questo dev’essere predicata. Forse conoscete l’espressione di John Wesley che diceva: “Salvare anime è il mio mestiere.” – Non lo diremmo così oggi, forse non si diceva neanche così ai tempi di Wesley o di Paolo. Forse fa parte di questo vangelo, di questo messaggio esplosivo che qualcuno guarda anche stranito. Forse è necessario che qualcuno si senta offeso prima di accettare che anche a lui serve questa salvezza, una salvezza che noi non possiamo procurarci con la nostra intelligenza, con il nostro potere, con i nostri soldi e contatti. Per tutti quelli che credono in se stessi e nella potenza personale dev’essere per forza offensiva la parola della croce.

C’è salvezza per tutti quelli che credono. Non esiste una costrizione salvifica, non esiste un obbligo alla fede, non c’è lo schiacciasassi della grazia che sfracella tutto quello che trova sulla sua strada. Dio ci prende sul serio e si aspetta una risposta alla proposta che fa. Il vangelo viene predicato, la risposta – se la vogliamo dare – è credere.

Questo vangelo viene rivelato, così ci dice Paolo. Cioè non arriviamo con tutta la nostra saggezza a ciò che Dio ha da dirci. Sta scritto: poiché in esso (cioè nel vangelo) la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà. – Giustizia è la parola centrale della lettera ai romani. La giustizia di Dio della quale scrive Paolo è quella che affascinerà Lutero che dirà che alla luce di questo versetto si aprono per lui le porte del paradiso. Poteva vivere un’altra vita, senza paura, in libertà – sicuro della giustizia di Dio.

La giustizia di Dio ci dice qualcosa di Dio. Egli è il giusto. Tutta la giustizia si misura sul suo metro, e questa giustizia viene dalla fede dice Paolo. Noi non possiamo fare niente che ci renda giusti davanti a Dio. Non abbiamo in nessun modo il potere di toglierci la colpa e la vergogna, possiamo solo affidarci alla giustizia di Dio. Noi che sappiamo come uno si sente quando è pieno di vergogna, sappiamo che davanti a Dio possiamo solo stare con le mani vuote e senza la possibilità di nascondere alcuna cosa. Lui vede tutto e dovremmo vergognarci da morire davanti a lui se…

E adesso dipende se per noi è una realtà ciò che si predica ogni domenica: il vangelo, la buona novella di un Dio che ci ama. Questo ha qualcosa a che fare con noi. Questa è la buona novella per noi che dovremmo vergognarci da morire. A noi Paolo dice: non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede. Vale per noi questo vangelo che capovolge il mondo. Ciò che per il nostro mondo è così importante, i soldi, il potere, il prestigio – non valgono niente davanti a Dio. Il vangelo è il potere che ci porta via dalla vergogna. Il vangelo, l’amore di Dio, è il potere che vede ciò che non va e lo esprime, ma dice contemporaneamente: ti amo, così come sei, con tutte le tue macchie scure, ti voglio bene, non devi vergognarti.

Per Paolo è importante che questo vangelo non sia nuovo. È sostenuto dalle Sacre Scritture dall’Antico Testamento. Sta scritto. E così Paolo cita il profeta Abacuc che dice: Il giusto per fede vivrà.

Il vangelo è la base di una gioia senza vergogna. Gesù dice: Non devi vergognarti. Non puoi e non devi nascondere niente davanti a me. Alza gli occhi, ti amo.

Amen

Ulrike Jourdan

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