IL SERVO DI DIO

Oggi è la domenica che viene dedicata nelle nostre chiese ogni anno alla CEVAA, un organismo che non tutti i nostri membri conoscono, per cui un piccolo accenno va fatto. La CEVAA è la Comunità di chiese protestanti in missione; raggruppa chiese di 24 Stati in Africa, America Latina, Europa, Oceano Indiano e Pacifico e porta la sua riflessione dentro gli Istituti di formazione teologica. (da Riforma)

Per quest’anno la CEVAA ha suggerito per la predicazione un passo di Isaia che a me è molto piaciuto e che mi ha “costretta” ad un ripasso di questo libro così spesso citato nelle nostre chiese. Ma perché questo suggerimento? Leggiamo il passo di Isaia 42, 1-9).

1 «Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio spirito su di lui, egli manifesterà la giustizia alle nazioni. 2 Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. 3 Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; manifesterà la giustizia secondo verità. 4 Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra; e le isole aspetteranno fiduciose la sua legge». 5 Così parla Dio, il SIGNORE, che ha creato i cieli e li ha spiegati, che ha disteso la terra con tutto quello che essa produce, che dà il respiro al popolo che c’è sopra e lo spirito a quelli che vi camminano. 6 «Io, il SIGNORE, ti ho chiamato secondo giustizia e ti prenderò per la mano; ti custodirò e farò di te l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni, 7 per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre. 8 Io sono il SIGNORE; questo è il mio nome; io non darò la mia gloria a un altro, né la lode che mi spetta agli idoli. 9 Ecco, le cose di prima sono avvenute e io ve ne annuncio delle nuove; prima che germoglino, ve le rendo note».

Il cap. 42 si trova nel deutero-Isaia, anche detto “secondo Isaia” e le fonti ci dicono che venne scritto poco più di 500 anni prima di Cristo, quindi durante l’esilio di Babilonia.

Eppure ancor oggi queste parole sono (almeno per me) di una attualità e di una freschezza incredibili, se cerchiamo di non essere legati a significati negativi di alcuni termini e se cerchiamo di comprendere il perché di alcune espressioni che spero di chiarire.

Il versetto 1 presenta una figura assai particolare: IL SERVO. Nella Bibbia troviamo spesso questo termine, un vocabolo che nell’attuale linguaggio quotidiano è quasi in disuso perché oggi riveste connotazioni negative, di oppressione, di sudditanza. Ma al tempo non era così, perché i plenipotenziari di un sovrano, i ministri, i personaggi di rango di una corte erano SERVI dei loro signori, cioè nell’operare quotidiano erano i suoi portavoce.

Ecco perché grandi personaggi dell’A.T., coloro ai quali Dio dà la sua totale fiducia per incarichi importanti, sono insigniti del titolo di “SERVO”, un titolo che comporta un rapporto di affezione e di fiducia reciproco. Lo stesso Mosè è colui che riceve più spesso questo titolo e non possiamo certo dire che egli, pur riconoscendo la sua sottomissione al Signore, non trattasse con lui senza rinunciare al proprio pensiero e alla propria dignità.

Il SERVO visto in questa accezione non è quindi un essere da sfruttare, da sottomettere, infatti il versetto prosegue con parole di grande rilievo: “ … io lo sosterrò”, “… io ho messo il mio spirito sopra di lui”, “… egli manifesterà la giustizia alle nazioni”.

Insomma, il SERVO è il rappresentante del suo signore, il suo araldo, colui che ha il mandato di parlare ed agire per conto del suo signore.

E se qualcuno può ritenere che questa sia un’interpretazione fasulla, la conferma del fatto che non è così ci deriva dai versetti 2 e 3: “Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; manifesterà la giustizia secondo verità.” per i quali è necessario un riferimento storico.

Nell’ambito del diritto babilonese esisteva un funzionario denominato araldo del gran Re, con il compito, dopo che il re aveva emesso una sentenza capitale, di percorrere la città per renderla pubblica a gran voce nelle piazze, per verificare se qualcuno potesse ancora testimoniare a favore del condannato. L’araldo era munito di un bastone da viaggio e di una lanterna. Al termine del percorso, se non si era presentato nessuno per discolpare il condannato, l’araldo si recava nella casa del condannato e in sua presenza rompeva il bastone e spegneva la lampada, dichiarando così la sentenza inappellabile. A questo è dovuto il riferimento dei due versetti.

Ma il servo di cui ci parla Isaia non è un araldo che deve confermare una condanna, ma ha ben altri incarichi: “Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra” (v. 4) e lo fa in forza di quanto detto ai vv. 6-7: “Io, il SIGNORE, ti ho chiamato secondo giustizia e ti prenderò per la mano; ti custodirò e farò di te l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre.”

Certo che questo è qualcosa di più rispetto alla cieca obbedienza della legge e alla conferma di eventuali condanne, perché, con la forza che deriva dal Signore (questa volta con la S maiuscola) il servo non solo diventa un portavoce, ma opera in prima persona per proclamare la giustizia, per illuminare coloro che sono nelle tenebre, per diventare “luce delle nazioni”.

Purtroppo, se guardiamo alla storia della cristianità, sappiamo bene che una tale vocazione missionaria è stata travisata, dando origine a comportamenti persecutori, a prevaricazioni, a guerre per “portare la verità”, comportamenti che certo hanno avuto ben poco a che fare con la giustizia e con l’annuncio, comportamenti messi in atto da chi riteneva (o ritiene ancor oggi) di essere il depositario di un’unica e certa “verità”, dando per scontato che tutti coloro che non la condividono sono per ciò stesso degni di condanna, se non addirittura di dannazione eterna.  Per fortuna, almeno nelle nostre chiese, credo che non vi sia alcuno che sia convinto di essere il detentore della verità e spero invece che ciascuno, pur animato dalla fede che confessa, sa bene che non per questo l’umanità è divisa fra coloro che sono “eletti” – e quindi depositari della verità e destinati alla salvezza – e coloro che invece non lo sono e quindi “indegni” di una prospettiva salvifica, in qualsiasi modo questa possa un domani realizzarsi.

Vivere coerentemente al servizio della giustizia di Dio significa modellare la propria vita sulla natura stessa di Dio, un Signore che noi crediamo sia animato da profonda misericordia, un Signore che non guarda al colore della pelle, un Signore che vuole che la giustizia si espanda per tutti gli abitanti della terra, anche per coloro che si trovano nelle situazioni più disperate, anche quando la legalità e l’onestà sembrano ormai irrimediabilmente compromesse.

E anche laddove ci siano queste situazioni, il SERVO del Signore è chiamato all’utopia (se volete), è chiamato a comportarsi secondo il messaggio che ha ricevuto e che deve proclamare, perché una fede intimistica, che non si rivolge con parole e fatti agli altri, non serve a nulla.

Essere “eletti” dal Signore non significa avere privilegi rispetto agli altri esseri umani, ma è soprattutto un onere che ci impegna a seguire gli insegnamenti del nostro Dio, uscendo dalle nostre cucce calde fatte dei nostri privilegi, del nostro benessere, delle nostre certezze (che spesso non vogliamo mettere in discussione per paura) e intraprendere invece un cammino di solidarietà, di condivisione, di confronto con gli altri.

Certo, dobbiamo mettere in gioco ciò che abbiamo, quel che siamo e quel che sappiamo, ma questa è ciò che dobbiamo fare, senza timidezze ma anche senza sicumera, perché essere persone di fede non ci rende migliori rispetto a coloro che non lo sono, oppure rispetto a coloro che credono in un altro Dio. Essere “missionari” del messaggio che abbiamo ricevuto e coltivato con lo studio della Bibbia significa non rintanarci nelle nostre chiese e nelle nostre case, coltivando i nostri orticelli, ma significa opporsi alle ingiustizie anche sapendo che esse continueranno ad esserci fino alla fine dei tempi.

Essere “missionari” del messaggio significa credere anche contro ogni speranza, significa prendere coscienza che qualcosa può cambiare in questo mondo così ingiusto, significa credere che l’utopia non è irrealizzabile.

E vorrei chiudere questa meditazione con un bel testo, che mi ha molto colpito, di Eduardo Galeano, giornalista e scrittore uruguaiano morto pochi anni fa:

“L’utopia è all’orizzonte.

Mi avvicino di due passi e lei si allontana di due passi.

Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là.

Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai.

Ma allora a cosa serve l’utopia?

Serve proprio a questo: a camminare.”

Voglia il Signore aiutarci nel nostro cammino di suoi servi.

AMEN

(Liviana Maggiore)

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