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Sermone: Gesù Cristo una star?

9 Aprile 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

A Vicenza viviamo abbastanza vicino al Teatro cittadino e talvolta succede che venga lì qualcuno di famoso. Mi ricordo le audizioni di ‘Italia’s got Talent’ e l’agitazione dei ragazzi che venivano a presentarsi o semplicemente a vedere, fotografare, per sentirsi parte di un mondo diverso, un mondo di successo e di gloria.

Ascoltando il racconto dell’entrata di Gesù a Gerusalemme abbiamo detto che la gente accoglie anche lui come una star. Le persone lungo le strade di Gerusalemme avevano in mano dei rami di palma, oggi abbiamo in mano i cellulari per fare le foto. Ciò che è sempre uguale è che in questo modo non si vede veramente la persona. Si vede ciò che si vuole vedere, una star, una stella sulla quale possiamo proiettare le nostre illusioni e i nostri desideri. Succede un po’ come al cinema, dove sulla parete si proiettano illusioni di un mondo bello, voglia di riconoscimento, forza e successo e tutto ciò viene in qualche modo identificato con la persona che sta recitando.

Gesù, una superstar. – È più facile convivere con una star che non con una persona normale. Una star si può mettere sul podio, lì rimane e non mi viene troppo vicino. Questo è il vantaggio delle star, non vogliono nulla di concreto da me.

Vorrei raccontarvi oggi di una star che ci viene descritta nel primo testamento dal profeta Isaia. Questa persona non ha un nome concreto, è conosciuta con lo pseudonimo del servo di Dio e Isaia lo descrive in vari inni. Vi leggo ora il terzo di questi inni del servo di Dio che viene riportato nel libro del profeta Isaia al capitolo 50

4 Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli.  5 Il Signore, DIO, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro.  6 Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi.  7 Ma il Signore, DIO, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò svergognato.  8 Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Compariamo assieme! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino!  9 Il Signore, DIO, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà.

Il servo di Dio è un personaggio sul quale vengono proiettate delle attese. È, in un certo senso, una star dalla quale i suoi fan si aspettano qualcosa. – Che cosa esattamente?

Isaia scrive quest’inno mentre il popolo d’Israele si trova in esilio. Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Così viene descritto l’esilio nel Salmo 137.

Avevano perso una guerra. Gerusalemme è stata assediata per più anni dai babilonesi e quindi è caduta. Gli Israeliti sono stati deportati lontani dalla loro patria. In Babilonia vivevano come in ghetti e dovevano accettare molte disposizioni che andavano contro la loro fede. Uno degli aspetti per loro più difficile da accettare era l’impossibilità di seppellire i loro morti secondo le tradizioni ebraiche. – E se posso dirlo, anche oggi, dopo migliaia di anni, non è ancora cambiato molto. Anche oggi, nella nostra civile Europa, è difficile se si proviene da un Paese straniero che venga concesso di vivere secondo le proprie tradizioni. Pensate alla ragazza alla quale abbiamo fatto il funerale qualche settimana fa; abbiamo visto che neanche da noi è scontato, nel nostro paese cristiano, che venga dato un pezzo di terra per seppellire i propri morti. Ma di questo dovremmo forse parlare in un altro momento.

Gli Israeliti sentivano la mancanza del loro Paese, ma anche del loro cibo, dei loro amici, delle loro abitudini; ma, cosa ancora più grave, sentivano la mancanza di Dio.

Non è facile da cogliere per noi oggi. Noi pensiamo che Dio sia con noi, indipendentemente da dove siamo. Israele la vedeva diversamente. Nel loro pensiero, Dio era legato a un luogo specifico. Quel luogo era l’arca dell’alleanza nella quale si custodivano le due tavole con i dieci comandamenti. Per questo si portava quell’arca anche in guerra per assicurarsi che Dio donasse vittoria.

L’arca dell’alleanza, cioè Dio stesso, era presente per lunghi anni in una tenda, fino a quando il re Salomone costruì il primo tempio dove Dio manifestava la propria presenza nel Santissimo. Gli Israeliti andavano regolarmente a Gerusalemme per portare sacrifici, però non potevano accedere al Santissimo. Solo una volta l’anno il Sommo Sacerdote entrava in quella stanza, dove si manifestava la presenza di Dio.

Forse potete ora cogliere, perché gli Israeliti erano disperati nell’esilio. Non vedevano nessuna possibilità di mettersi in contatto con Dio. Avevano una brama grandissima di libertà, e di Dio.

E accanto a questa brama sorgeva la domanda: come è potuto accadere tutto ciò? Come è stato possibile che il tempio venisse distrutto? Dov’era Dio? Non è stato abbastanza forte? Dov’è Dio ora? Ha abbandonato il suo popolo?

Isaia risponde a queste domande con l’inno del servo di Dio. Un salvatore, una star che metterà fine a tutta questa miseria in Babilonia. Qualcuno che riporterà il popolo a Gerusalemme, qualcuno che è molto vicino a Dio, un uomo che vive in totale comunione con Dio. Qualcuno che dovrebbe superare la divisione da Dio e ricucire la lacerazione.

Chi è quel servo di Dio? – Non lo sappiamo a chi abbia pensato Isaia quando ha scritto questa poesia. Forse aveva una persona concreta davanti agli occhi, forse addirittura se stesso, forse aveva una visione divina e parla di colui che oggi identifichiamo con il servo di Dio, cioè Gesù Cristo. Gesù che ha superato in modo definitivo la separazione da Dio, tramite la sua morte in croce. Gesù non ha solo fatto dimenticare la separazione, ma è andato a fondo del problema. Ha pagato con la sua morte per liberarci dal potere del peccato e della morte. Gesù ha preso il nostro peccato su di sé.

Nel canto di Isaia viene descritto il cammino di questo servo di Dio. È un cammino di stenti e miseria. Possiamo vedere tre fasi in questa via: la prima fase descrive l’ascolto e il parlare.

Il servo di Dio è uno che ogni mattina ascolta, si “sintonizza” con Dio. Questo è un segno di ogni discepolo, non solo del servo di Dio, ma di ogni servo, di ogni discepolo. La preghiera dà alla giornata una base sulla quale può crescere quella fiducia che aiuta a superare anche i giorni meno belli.

La seconda fase della via del servo di Dio viene descritta in termini orribili: sopportare, farsi prendere a pugni e porgere l’altra guancia. Isaia racconta di oltraggi. Sul servo di Dio si sputa, gli strappano i peli della barba. È orrendo, e lui sopporta.

Per non perdere l’equilibrio voglio parlarvi direttamente anche della terza fase, nella quale ci viene descritta una forza che viene da Dio. Se cerco di tradurre questo equilibrio nella nostra vita, direi: la sofferenza nella nostra vita non la possiamo capire e neanche combattere fino in fondo. Non aiuta mettersi la maschera del vincitore, essere sempre sereni e contenti, prendere ogni difficoltà con stoicismo. Non posso sempre stare bene, non posso sempre essere forte, non posso sempre sorridere. Può essere molto liberante ammettere: sì, sono bastonato e mi sento così, e non lo devo nascondere, posso farlo vedere, posso accettare la mia condizione.

Però serve anche l’altro aspetto, altrimenti si cadrebbe nella depressione più nera. Non è giusto accontentarsi di una situazione che non va. Purtroppo è stato predicato così per lunghi anni: questa è la tua condizione, non devi né puoi cambiarla. No, per me è sbagliato pensare così.

Non devo nascondere la mia condizione, forse devo anche accettare che qualcosa non si può cambiare, però devo anche riconoscere che cresce una nuova forza in me. Posso cambiare ciò che è cambiabile e col resto so che Dio è con me. Il servo di Dio lo esprime dicendo: DIO, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Queste sono parole di uno che è sicuro di sé, non di uno che sta bene nella propria miseria. Così parla uno che vive la sua vita in maniera forte, che può combattere l’ingiustizia e cambiare ciò che si può cambiare.

E così si attraversa la sofferenza e lo stento senza frantumarsi. Autentico, forte, forse più forte di prima.

Però io non voglio darvi qui qualche idea per una buona vita. Se parliamo del servo di Dio è importante come noi vediamo Dio e come noi viviamo con Dio.

Se parliamo del «servo» di solito abbiamo associazioni più negative. Uno che deve servire, deve fare ciò che vogliono altri, uno senza una propria volontà. – Se pensiamo ai costumi dell’epoca era diverso. Un servo non stava veramente male. Un lavoratore a giornata sì, lui rimaneva estraneo, ma il servo e la serva facevano in qualche modo parte della famiglia. Se qui Isaia parla del servo di Dio ci troviamo già molto vicino a Dio, siamo già dentro alla casa di Dio. Gesù ha poi fatto un altro passo e ci ha detto: siete figlie e figli di Dio. Potete rivolgervi a Dio come padre, addirittura come Abba, cioè come babbo, un papà amato.

Provo a raccogliere ancora una volta i tanti pensieri attorno a questo testo: vediamo un popolo che cerca libertà e cerca il suo Dio. Questo popolo desidera un salvatore che lo riporti nella comunione con Dio. Questo salvatore è il servo di Dio. Uno che è in contatto strettissimo con Dio, uno che è disposto a soffrire e che è nella sua sofferenza un simbolo per tutto il popolo d’Israele.

Queste star come il servo di Dio, personaggi su cui si proiettano i propri desideri, sono sempre esistite. Forse perché sono sempre servite.

Anche Isaia ha fallito nonostante tutti i suoi sforzi. La sua missione non ha avuto successo. Dopo il ritorno dall’esilio, il popolo ha preso di nuovo le distanze da Dio e finirà poi sotto il potere dei romani.

La chiesa cristiana ha identificato Gesù come il vero servo di Dio. Quando parlava lui, Dio era presente. In tutta la sua vita mostrava la volontà di Dio. Non era una delle solite star, ma ha percorso la via della perdita e della sconfitta fino alla croce. Ha sacrificato se stesso per molti. Egli è il vero servo di Dio e con lui possiamo intraprendere insieme la via che porta dal padre.

Amen

Ulrike Jourdan

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