Chiesa Evangelica Metodista di Padova
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Sermone: Chi è il capo?

25 Settembre 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Oggi dopo il culto si riunisce l’assemblea di chiesa. Per questo è forse opportuno domandarsi chi sia a prendere le decisioni in questa chiesa. Chi decida qui da noi? Chi definisce la linea generale?

Alcuni direbbero forse: non siamo noi, è la Tavola o l’OPCEMI a decidere. A noi qui, comunque, nessuno chiede niente. Qualcun altro direbbe che è il consiglio di chiesa che prende tutte le decisioni o la pastora che decide. Qualcun altro insiste sulla democrazia di base e ricorda che tutti i membri di chiesa prendono insieme le decisioni. – Chi decide alla fine? Chi è il capo di quel gruppo chiamato chiesa?

Dio ricorda al suo popolo: Io sono il SIGNORE, e non ce n’è alcun altro; fuori di me non c’è altro Dio! (Isaia 45,5a). E Gesù chiede ai suoi discepoli: «Perché mi chiamate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? (Luca 6,46) – Chi è il capo? Chi decide?

Dio lo dice chiaramente: sono io! Chi mi chiama Signore, faccia anche ciò che dico.

Gesù ha la pretesa di essere il capo in quella casa che è la sua chiesa. Lui vuol essere il capo anche della nostra chiesa qui a Padova.

Nella lingua italiana è difficile fare distinzioni quando usiamo la parola ‘Signore’. Parliamo del Signor Guargena o del Signor Anziani e quasi quasi sembra che sia un po’ come se dicessimo il Signor Gesù. Non è così!

In inglese è più facile distinguere. Si parla di Mister e di Lord. Eppure anche il paragone con i vecchi Lord inglesi non ci avvicina molto all’idea della signoria di Dio.

Ciò che noi oggi traduciamo con la parola ‘Signore’ aveva ai tempi di Gesù un suono completamente diverso. Gli evangelisti davano a Gesù il titolo di kurios. Si può tradurre questa parola con Signore, ma anche con proprietario o padrone. Vedete che ciò che noi intendiamo quando parliamo del Signore Dio ha poco a che fare con ciò che sentivano le persone ai tempi di Gesù. Il kurios era la massima autorità, non c’era nessuno sopra di lui. Era chi poteva dare ordini agli schiavi.

Anche l’imperatore romano era chiamato kurios. E quando la gente s’incontrava per strada, si salutava dicendo: ’Cesare è Signore’ e l’altro rispondeva ‘Sì, il Signore è Cesare’.

Cogliete il problema che i cristiani avevano. Anche a loro la gente si rivolgeva dicendo: ‘Cesare è il Signore’. Che rispondere? – Sicuramente qualcuno taceva, qualcuno avrà mormorato qualcosa, altri hanno risposto ‘No, Gesù Cristo è il Signore’. – Potete immaginarvi che questo atteggiamento determinasse dei problemi a lungo andare e dagli scritti che raccontano dalle persecuzioni cristiane sappiamo che i vari imperatori non hanno accettato un comportamento del genere.

Il problema non era che i cristiani non volessero utilizzare una determinata parola. Anche un imperatore romano è in grado di chiudere le orecchie. Il problema sostanziale era il fatto di accettare che i cristiani non vedessero nell’imperatore l’autorità assoluta. Loro dicevano: l’imperatore si può fidare di noi, siamo cittadini onesti e cerchiamo il bene della nostra città, però se dobbiamo scegliere tra Cesare e il kurios, tra l’imperatore terrestre e il re del cielo e della terra, sappiamo chi scegliere. Abbiamo consacrato la nostra vita a Cristo, lui ha il primo posto, lui è il kurios, il nostro Signore.

Questo è il messaggio che possiamo leggere anche nei vangeli. Gesù Cristo ha il potere, lui sta al centro e la buona novella del regno di Dio è riferita alla sua persona.

Il grande peccato di questo mondo, col quale combattiamo anche noi, è quando cerchiamo di mettere Gesù accanto per prendere noi il posto centrale. Siamo fatti così. Siamo egoisti se non ci lasciamo cambiare da Dio. Quante volte siamo caduti nella trappola e abbiamo cercato di mettere noi stessi in quel centro. Noi con i nostri bisogni – dimenticando ciò che vuole Dio.

L’altra settimana ho terminato ricordandovi l’importanza della preghiera, se non vogliamo cedere alla tentazione di testimoniare noi stessi. Ora vi leggo una preghiera che viene formulata dalla chiesa di Gerusalemme in un momento di confusione e paura, perché le autorità del tempio avevano messo Giovanni e Pietro in prigione.

Leggo dal libro degli Atti, 4,24-31

Essi alzarono concordi la voce a Dio, e dissero: «Signore, tu sei colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi;  25 colui che mediante lo Spirito Santo ha detto per bocca del tuo servo Davide, nostro padre: “Perché questo tumulto fra le nazioni, e i popoli meditano cose vane?  26 I re della terra si sono sollevati, i principi si sono riuniti insieme contro il Signore e contro il suo Cristo”.  27 Proprio in questa città, contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo d’Israele,  28 per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero.  29 Adesso, Signore, considera le loro minacce, e concedi ai tuoi servi di annunziare la tua Parola in tutta franchezza,  30 stendendo la tua mano per guarire, perché si facciano segni e prodigi mediante il nome del tuo santo servitore Gesù».  31 Dopo che ebbero pregato, il luogo dove erano riuniti, tremò; e tutti furono riempiti dello Spirito Santo, e annunziavano la Parola di Dio con franchezza.

Vi sembra una preghiera da esprimere in un momento tragico, quando i leader della chiesa sono stati messi in carcere? Uno non se lo aspetterebbe. Non sentiamo le grandi lamentele. Non cadono nella tentazione di mettere se stessi al centro dell’attenzione. Loro lasciano il centro a Cristo. Lodano Dio e chiedono, nelle minacce, di concedere loro che si definiscono come servi, di annunziare la Parola in tutta franchezza.

Questa preghiera dice: Gesù è il Signore. Lo è anche in questo momento di scombussolamento, lo è nelle nostre paure, lo è quando non sappiamo bene come proseguirà il tutto. Gesù è il capo della chiesa.

Noi oggi qui a Padova non viviamo né la persecuzione, né le grandi paure – ma anche per noi vale: Gesù è il Signore. Penso che sia importante ricordarci questo, oggi prima dell’assemblea ma in generale in questo periodo poco prima dei festeggiamenti per il 150enario. Gesù è il Signore. Lo è stato 150 anni fa quando ha dato vita a questa chiesa. Lo è stato nei momenti molto difficili della storia e lo sarà in futuro.

Noi non dobbiamo fare i piccoli capi, non dobbiamo trovare le soluzioni per tutti i problemi che ci verranno incontro. Non dipende da noi con le nostre piccole forze, di salvare la chiesa. Gesù è il Signore e salvatore.

Noi siamo esortati a fare ciò che facevano già i primi cristiani. Hanno pregato. Hanno lodato Dio anche e soprattutto nei momenti difficili. Hanno cercato di dare vita a ciò che hanno letto nelle Sacre scritture. Hanno cercato di vivere la loro fede con gioia e serenità, fidandosi di quel Dio che afferma: Sono io il Signore!

Questa atteggiamento sereno, gioioso e pieno di fiducia lo auguro anche a noi. Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-09-25 18:48:082020-11-09 16:02:16Sermone: Chi è il capo?

Sermone: Prima di partire: fermarsi davanti a Dio

18 Settembre 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

L’altra settimana abbiamo parlato di quello che è un fondamento stabile per una comunità e per la fede personale. Oggi vi propongo un testo nel quale l’apostolo Paolo parla del fondamento della sua fede. Racconta alla chiesa di Gerusalemme, e oggi anche a noi, la sua famosa conversione e con essa i suoi primi passi nella fede.

Leggo dal libro degli Atti dei Apostoli 22,12-16

12 Un certo Anania, uomo pio secondo la legge, al quale tutti i Giudei che abitavano là rendevano buona testimonianza, 13 venne da me, e, accostatosi, mi disse: “Fratello Saulo, ricupera la vista”. E in quell’istante riebbi la vista e lo guardai.  14 Egli soggiunse: “Il Dio dei nostri padri ti ha destinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua bocca.  15 Perché tu gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai viste e udite.  16 E ora, perché indugi? Alzati, sii battezzato e lavato dei tuoi peccati, invocando il suo nome”.

Un proverbio cinese dice: “Anche il viaggio più lungo inizia col primo passo”. E per tutti i cinesi che s’incamminano da qualche parte, segue logicamente il secondo e terzo passo e tutti i passi che saranno necessari. Il viaggio di Paolo lo porterà in lungo e largo su tutta la terra allora conosciuta per annunciare la buona novella. Anche questo viaggio dell’apostolo inizia col primo passo – però prima di fare quel primo passo, Paolo si ferma già e per un po’ di tempo non si muove più. Verrebbe quasi da chiedersi: che succede? Perché sei fermo prima che il viaggio abbia avuto inizio?

Anania lo chiede a Paolo: perché indugi? Che cosa aspetti. – Davanti a dei compiti così grandi mi aspetterei che lui dicesse: Incamminati! Inizia il tuo camino, la strada sarà lunga, hai un compito grande. Forse potrebbe dire anche qualcosa sul tempo che stringe, sull’importanza dell’incarico affidato.

Invece, Anania non dice: «Perché indugi? Inizia a lavorare!» bensì: «Perché indugi? Alzati e fermati davanti a Dio». – I viaggi cinesi inizieranno anche col primo passo; i viaggi verso il regno di Dio iniziano, invece, fermandosi. Fermandosi davanti a Dio. Alzati per fermarti.

Abbiamo parlato l’altra settimana del fondamento della chiesa di Gerusalemme. Forse vi ricordate i tre grandi pilastri che erano l’insegnamento biblico, la comunione fraterna e la comunione con Dio che si manifestano nella preghiera e nella Santa Cena. Abbiamo anche detto che è importante individuare un fondamento stabile su quale si possa costruire. Questo ha fatto la prima chiesa a Gerusalemme prima di partire per tutto il mondo, questo hanno fatto i padri della nostra chiesa quando hanno dato inizio alla comunità di Padova e al metodismo in Italia, questo fa Paolo nel momento in cui si ferma invece di partire svelto.

È giusto fermarsi prima della grande avventura e trovare un legame a Dio. È giusto pregare che sia Dio a dirci che cosa lui si attenda. Questo vale per Paolo e la chiesa di Gerusalemme; questo vale per ognuno di noi e per la nostra chiesa. Poiché come Paolo, anche noi siamo esortati ad essere testimoni della nostra fede. Così come lui andava nel mondo per raccontare ciò che aveva vissuto con Cristo, anche noi siamo sollecitati a vivere la nostra fede nel mondo. Però per poter raccontare al mondo qualcosa della propria fede è importante vivere la fede, vivere la comunione con altri credenti, ma soprattutto la comunione con Dio.

La vita di Paolo ha assunto una piega totalmente diversa in quel famoso giorno sulla via verso Damasco. Lui era partito come accusatore e giudice ed è finito come testimone della controparte. Paolo era partito verso Damasco per stanare e perseguitare i cristiani. Si era fatto dare delle lettere con le quali poter esercitare a Damasco la ‘licence to kill’, il diritto di perseguitare, e aveva già fatto vedere a Gerusalemme che era disposto a sfruttare fino in fondo quel diritto. Aveva già pronto con sé l’atto di accusa, doveva solo interpretare il suo ruolo di giudice per sterminare quei cristiani che facevano tanta paura e problemi alle autorità del tempio. – In realtà, tutto è andato diversamente. Il giudice maggiore, quello in cielo, ha scombussolato le parti e così l’accusatore Palo è sceso dal seggio del giudice per prendere posto sulla sedia del testimone. La vita di Paolo ha preso una nuova direzione e Anania lo descrive dicendo: Tu gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai viste e udite.

Per noi qui nelle nostre vite personali e anche nella vita della nostra comunità, non mi aspetto un cambiamento radicale come è stato per Paolo. Però anche per noi vale: siamo chiamati a essere testimoni. Testimoni di ciò che abbiamo visto e udito da parte di Dio. Siamo chiamati a testimoniare le nostre esperienze con Dio e ciò che abbiamo imparato studiando la sua Parola. Siamo chiamati a testimoniare. Talvolta sarà una testimonianza in parole, talvolta sarà una testimonianza vissuta perché si vede se qualcuno fa delle scelte diverse nella propria vita.

Per Paolo questa nuova direzione è stato un cambiamento radicale. In primo luogo, è cambiato lo sguardo, e poi è cambiato anche il passo. E questo è sensato se ci pensate bene: chi vuole camminare in una nuova direzione deve prima di tutto girare la testa e guardare che cosa incontra sulla nuova via. Deve orientare gli occhi e il cuore verso questa nuova meta. Paolo doveva per primo staccare lo sguardo dalle sue vecchie abitudini e convinzioni, doveva indirizzarsi verso Dio.

Questo cambiamento dello sguardo, non più su me stesso ma verso Dio, deve avvenire una volta in modo fondante, ma poi sempre di nuovo. – Quando sono in giro per Padova con la macchina uso il navigatore. È un aggeggio molto utile per me. L’ho impostato una volta all’inizio, e per le prime settimane lavora sempre da favola, ma dopo un po’ non trova più bene il satellite e ti dice di girare quando sei già passato oltre rispetto alla strada che volevi prendere. Questo è il momento in cui è necessario riprogrammare il tutto. Devi fermarti con la macchina e dare al navigatore il tempo per trovare per bene il satellite e, quindi, la sua meta. – È uguale per la nostra vita. Di volta in volta uno si deve fermare e ricollegarsi con calma alla meta, cioè a Dio.

E questo vuol dire smettere un attimo di pensare a se stessi, smettere con le piccole e grandi preoccupazioni di questa vita, dimenticare per qualche istante le offese che dobbiamo subire e dimenticare i nostri piccoli obiettivi: insomma, smettere di essere intrappolati nel nostro piccolo mondo. Perché solo così abbiamo la possibilità di vedere e di riconoscere di nuovo la meta di Dio nella nostra vita e di capire che cosa ci impedisce di avvicinarci a questa meta.

Dio ci dà una meta che sta oltre la nostra vita e vuole che iniziamo già ora a dirigerci in quella direzione. Vuole che noi singoli credenti e tutti insieme come chiesa siamo testimoni di ciò che abbiamo vissuto con Dio e di ciò che abbiamo imparato da lui. Si testimonia con tutta la vita, non solo con le parole ma soprattutto con ciò che siamo e ciò che facciamo e per come stiamo con gli altri.

Qual è il compito di un testimone? Deve soprattutto testimoniare ciò che ha visto e udito. E questo è il punto. Un testimone deve voler sentire. Come si può sentire Dio? Nella sua parola e nella preghiera.

I testimoni sono persone di preghiera. I testimoni sono persone che sanno mantenere un legame con Dio, che gli raccontano ciò che hanno vissuto e cercano di vedere il mondo sullo sfondo della fede. I testimoni sono persone che adorano Dio, persone che cercano di mettersi alla sua presenza così come i fiori si dirigono verso il sole. Vi ricordo le parole dell’inno che abbiamo cantato prima: Da Te vita abbiamo: fa’ su noi brillare la tua bella e dolce luce. Fa’ che come i fiori si aprono felici a ricevere il tuo sole, io così lieto in me i tuoi raggi accolga sempre a Te mi volga. – I testimoni si mettono nella luce di Dio.

E tutti i veri testimoni devono prima fermarsi in questa luce di Dio, devono ascoltare, cogliere un messaggio valido da testimoniare. Così sono anche i testimoni di Gesù. Non sono prima di tutto gente che fa, ma gente che prega.

Questo è importante perché nel momento in cui non ascoltiamo più diventiamo facilmente falsi testimoni. Testimoniamo le nostre idee, le nostre tradizioni e abitudini ma non più quel Dio che parla fino ad oggi alla sua creazione. Dobbiamo sempre di nuovo ascoltare e vedere, concentrarci pienamente su Dio e cogliere ciò che ha da dire a noi oggi.

Questo è il punto fondamentale che ci preserva dal diventare testimoni di noi stessi. La preghiera ci tira fuori da quel ciclo chiuso e lo fa prima che ci manchino le forze. Nella preghiera riusciamo a cogliere i piccoli e grandi miracoli nella nostra vita e percepiamo qualcosa di quel grande piano di Dio, anche se dovesse essere solo il prossimo passo. Ricordatevi: Anania dice a Paolo: Alzati e mettiti nella presenza di Dio, invocando il suo nome.

Se noi pensiamo alla nostra vocazione come singoli credenti e come chiesa metodista di Padova è un buon consiglio di iniziare dalla preghiera. Alzarci, metterci alla presenza di Dio e invocare il suo nome. Solo dopo Anania dice anche a noi: E ora, perché indugi?

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-09-18 14:54:322020-11-09 16:02:26Sermone: Prima di partire: fermarsi davanti a Dio

Sermone: L’albero della chiesa

11 Settembre 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Nelle ultime settimane mi sono preparata ai nostri studi biblici sul libro degli Atti. Ho riflettuto tanto su questa prima chiesa a Gerusalemme che ci viene descritta in quel libro. Poi ho pensato alla nostra chiesa qui. Noi siamo entrati nel periodo in cui ci prepariamo a festeggiare i 150anni della nostra chiesa a Padova e mi chiedo la stessa cosa. Abbiamo un grande passato, dove ci porterà il futuro? O meglio, dove vogliamo noi dirigerci? Su quale meta puntiamo? Che cosa vediamo come il nostro mandato?

Forse, posta così, la domanda sembra strana, ma sono convinta che tanti di voi hanno un’idea di come si immaginano la nostra chiesa fra qualche anno; forse non fra 150 ma fra 5 o 10 anni sì. Ho però anche l’impressione che non parliamo tanto di questi visioni personali, che non le condividiamo spesso, che ognuno va un po’ nella direzione che gli pare giusta, ma non c’è veramente un piano.

Vorrei riflettere oggi con voi su un racconto relativo alla prima comunità cristiana a Gerusalemme. L’evangelista Luca ci descrive quella chiesa negli Atti degli apostoli e vorrei vedere insieme con voi quali erano le basi di quella chiesa per cercare delle basi solide anche per la nostra chiesa oggi qui a Padova.

Leggo dagli Atti 2,41-47

41 Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.  42 Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere.  43 Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli.  44 Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune;  45 vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.  46 E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore,  47 lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

Di quella prima chiesa a Gerusalemme ci viene raccontato da un lato qualcosa di molto speciale che si vede raramente: cioè 3000 persone si fanno battezzare in un giorno e si aggiungono alla chiesa. Può essere una conversione di massa dopo la predica a Pentecoste di Pietro. Un momento straordinario che vedono senz’altro poche chiese.

D’altro canto, si verificano in quella chiesa cose normali, quotidiane. Loro erano perseveranti. Non è che ogni settimana lì qualcuno portava un’altra idea e una volta si seguiva l’una e l’altra volta la successiva. No, loro erano certi delle loro fondamenta. Erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere.

Insegnamento, Comunione, Santa Cena e Preghiera. Queste sono i pilastri della chiesa di Gerusalemme.

Quella comunità è cresciuta tanto, intendo numericamente ma soprattutto (e questo mi sembra tanto più importante dei numeri) sono cresciuti nella fede. Però immaginatevelo una volta come dev’essere stato dopo la prima Pentecoste. 3000 persone vogliono farsi battezzare, 3000 vogliono fare i primi passi di una vita cristiana. Avranno avuto parecchio da fare se volevano seguire almeno una parte di queste persone. Forse qualcuno di voi pensa: meno male che da noi predica Ulrike e non Pietro – così non c’è il rischio di una conversione in massa.

No, non credo che dobbiamo avere timore che troppe persone potrebbero convertirsi durante i nostri culti; però se almeno una o due conversioni ci farebbero piacere, dobbiamo essere in chiaro che crescita significa cambiamento. Chi vuole crescere sia nei numeri sia nella profondità della fede, deve rendersi conto che questo porta automaticamente dei cambiamenti con sé. E chi vuole crescere deve fare sì che qualcosa possa crescere. Purtroppo esistono tante chiese che dicono a parole di voler crescere ma i fatti sono ben diversi. Ciò è triste perché Dio ci ha proprio creati per la crescita, così che possiamo diventare grandi e portare frutti.

Pensate a un albero. Cresce semplicemente. Non pensa, non fa programmi, cresce. Gli serve della terra, luce e acqua ma poi non fa più nient’altro che crescere. Per noi è simile. Sì, dobbiamo assicurarci che vadano bene le condizioni generali, ma della crescita si occupa Dio.

Guardiamo ancora una volta nel testo: che cosa favorisce la crescita nella chiesa di Gerusalemme? Loro erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli. Ciò che è la buona terra per un albero è l’insegnamento per noi cristiani. La terra da stabilità e nutrimento alla pianta. E se pensiamo a una vigna, sappiamo che la terra influenza addirittura il sapore dell’uva e con questo del vino. – All’albero serve la terra, a noi serve l’insegnamento biblico per poter sviluppare una fede stabile e saporita. È il nostro lavoro di radicarci nelle parole bibliche e di tirare fuori dalla Bibbia tutto il nutrimento che serve per sviluppare il frutto. Le persone che si convertivano a Cristo in quella prima chiesa di Gerusalemme non sapevano tanto di Gesù o dello Spirito Santo. Serviva a loro dell’insegnamento per potersi radicare nella fede cristiana. Dovevano imparare che cosa vuol dire vivere da cristiani.

Questo è rimasto così fino a oggi. Chi non radica la propria fede nell’insegnamento biblico cadrà durante la prima tempesta. Chi vuole rimanere in piede deve per forza radicarsi nell’unico fondamento stabile, cioè nella Bibbia. Un albero può solo crescere fino al punto che permettono le sue radici. Anche noi potremmo crescere nella fede solo nella misura in cui ci siamo radicati nella parola di Dio. Se noi come chiesa vogliamo crescere dev’essere il nostro primo pensiero questo radicamento biblico. Perché Dio dovrebbe fare crescere una pianta sapendo che le radici non la reggono? Non lo fa. Così Dio fa crescere anche noi come chiesa solo in modo adeguato al nostro fondamento.

L’insegnamento da stabilità alla nostra vita di fede, ma solo questo non basta. Esistono alberi che sono giustamente radicati, ma le foglie sono comunque gialle e i frutti grinzosi. Solo l’insegnamento non può dare vita alla nostra fede. Ad una pianta serve anche la luce per poter vivere. Solo così funziona la fotosintesi che cambia l’anidride carbonica in ossigeno. È un dare e prendere tra la luce, l’aria e la pianta. E questo corrisponde al secondo pilastro della chiesa di Gerusalemme, cioè la comunione. Il cambio, l’esserci gli uni per gli altri, l’ascoltarsi, tutto ciò porta freschezza e nuovi pensieri nella vita. Quella chiesa a Gerusalemme ha vissuto la comunione. Hanno condiviso i loro bene per il bene di tutti. Hanno aperto le loro case. Hanno condiviso la propria vita e festeggiato insieme.

Possiamo imparare a memoria la bibbia e trovare una risposta a tutte le domande della fede, ma se non si fa vedere l’amore fraterno nella vita di una cristiano c’è qualcosa che non va. Sarebbe come un’albero ben radicato in terra, ma morto, solo più un ceppo. Chi vuole veramente crescere nella fede deve consentire l’amore nella propria vita, deve consentire la comunione. E automaticamente inizierà a servire gli altri e a mettere in secondo piano i propri bisogni.

L’ultimo pilastro della chiesa di Gerusalemme è il contatto con Dio. Luca scrive: erano perseveranti (…) nel rompere il pane e nelle preghiere. Cerchiamo di fare nuovamente il paragone con la pianta. Un albero si può radicare bene se la terra è buona; ha le foglie verdi se riceve abbastanza luce, però gli serve ancora l’acqua senno si seccherà. Quell’acqua deve venire da sopra. E la chiesa di Gerusalemme sapeva: chi non ha quel contatto in su, chi non cerca un contatto diretto con Dio non sopravvivrà a lungo nella fede. Loro hanno descritto il contatto con Dio nella preghiera e la Santa Cena. Però ci sono tanti canali per mettersi in contatto con Dio. Uno si sente vicino a Dio nel silenzio, un altro nel canto, un altro nel lavoro. Uno loda Dio guardando la bellezza della natura, un altro vendendo delle persone, un altro studiando dei testi. Ci sono tanti canali per mettersi in contatto con Dio, l’importante è che almeno uno viene utilizzato. Ad un albero serve la pioggia senno seccherà. Ad un cristiano serve il contatto regolare con Dio, se no la vita di fede si seccherà. E non possiamo produrre quell’acqua così come non se lo può produrre l’albero. L’acqua ci dev’essere donata e Dio vuole annaffiare la nostra fede.

Ancora una volta: un albero ha bisogno di tre cose per crescere: terra, sole e acqua. – Noi credenti abbiamo della buona terra, cioè la nostra Bibbia, la parola di Dio. Abbiamo anche la luce, cioè la comunione nella chiesa. E abbiamo accesso all’acqua, al contatto con Dio nella preghiera, nella Santa Cena, in tanti modi diversi ma sempre indirizzato a Dio.

Se un albero ha terra buona, sole e pioggia crescerà. Se anche da noi le condizioni sono giuste non dobbiamo preoccuparci della crescita.

Io mi auguro che la nostra chiesa si un luogo dove si può crescere e portare frutto. Mi auguro che anche delle persone nuove possano trovare qui un luogo che permette loro di crescere nella loro fede. E mi auguro che possiamo qui gioire insieme dei frutti che porta quella crescita. Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-09-11 18:19:042020-11-09 15:54:35Sermone: L’albero della chiesa

Sermone: Il cambiamento è possibile

14 Agosto 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

La settimana scorsa abbiamo parlato dell’apostolo Paolo e del suo allievo che cercava di esprimere i concetti di fede che aveva imparato dal suo maestro, in parole adatte e comprensibili per le nuove generazioni. Abbiamo detto che la chiesa è come la società: in uno stato di costante cambiamento e per questo è necessario che ogni generazione trovi il suo approccio verso la fede, le risposte alle proprie domande, le parole per esprimere la propria fede.

Oggi vorrei fare con voi un passo indietro, un passo verso le origini dell’apostolo Paolo guardando quale cambiamento ha portato la sua entrata nel mondo cristiano.

Leggo dal libro degli Atti, 9,1-20

Saulo, sempre spirante minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote,  2 e gli chiese delle lettere per le sinagoghe di Damasco affinché, se avesse trovato dei seguaci della Via, uomini e donne, li potesse condurre legati a Gerusalemme.  3 E durante il viaggio, mentre si avvicinava a Damasco, avvenne che, d’improvviso, sfolgorò intorno a lui una luce dal cielo  4 e, caduto in terra, udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?»  5 Egli domandò: «Chi sei, Signore?» E il Signore: «Io sono Gesù, che tu perseguiti. Ti è duro recalcitrare contro il pungolo.  6 Egli, tutto tremante e spaventato, disse: Signore, che vuoi che io faccia? Il Signore gli disse: Alzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».  7 Gli uomini che facevano il viaggio con lui rimasero stupiti, perché udivano la voce, ma non vedevano nessuno.  8 Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla; e quelli, conducendolo per mano, lo portarono a Damasco,  9 dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.  10 Or a Damasco c’era un discepolo di nome Anania; e il Signore gli disse in visione: «Anania!» Egli rispose: «Eccomi, Signore».  11 E il Signore a lui: «Alzati, va’nella strada chiamata Diritta, e cerca in casa di Giuda uno di Tarso chiamato Saulo; poiché ecco, egli è in preghiera,  12 e ha visto in visione un uomo, chiamato Anania, entrare e imporgli le mani perché ricuperi la vista».  13 Ma Anania rispose: «Signore, ho sentito dire da molti di quest’uomo quanto male abbia fatto ai tuoi santi in Gerusalemme.  14 E qui ha ricevuto autorità dai capi dei sacerdoti per incatenare tutti coloro che invocano il tuo nome».  15 Ma il Signore gli disse: «Va’, perché egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re, e ai figli d’Israele;  16 perché io gli mostrerò quanto debba soffrire per il mio nome».  17 Allora Anania andò, entrò in quella casa, gli impose le mani e disse: «Fratello Saulo, il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada per la quale venivi, mi ha mandato perché tu riacquisti la vista e sia riempito di Spirito Santo».  18 In quell’istante gli caddero dagli occhi come delle squame, e ricuperò la vista; poi, alzatosi, fu battezzato.  19 E, dopo aver preso cibo, gli ritornarono le forze. Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco,  20 e si mise subito a predicare nelle sinagoghe che Gesù è il Figlio di Dio.

Una prima considerazione: ci troviamo con questo racconto in una zona che praticamente ogni sera vediamo al telegiornale. La famosa conversione di Saulo/Paolo ha luogo sulla strada verso Damasco, capitale della Siria. Una città bellissima, oggi quasi totalmente distrutta. Da lì vengono le persone che cercano rifugio in Europa. Fa tutto parte della nostra storia. Sono i nostri fratelli, le nostre sorelle che devono subire la guerra in questo momento. Non illudiamoci che quella guerra sia lontana da noi.

Anche il nostro testo parla di aggressioni per motivi religiosi. È proprio Saulo, sempre spirante minacce e stragi contro i discepoli del Signore. Saulo è uno di quelli che vuole combattere per la sua fede ebraica, che si sente minacciato da questa nuova religione, in cui non si capisce bene che cosa facciano. Per lui era chiaro che esiste un solo Dio e che la nuova fede in Gesù Cristo potesse solo essere bestemmia contro quel Dio. – Ricordiamoci di Saulo quando noi ci sentiamo minacciati nel nostro modo di vivere e nelle nostre tradizioni.

La paura non è mai un buon consigliere, né l’ira. Ma proprio queste due “sorelle” portano avanti Paolo nella sua guerra religiosa. L’ho detto l’altra settimana che del cavallo che dipinge Caravaggio non si parla in questo racconto; invece è Saulo stesso che spira minacce come se fosse un cavallo in corsa. La rabbia di Saulo viene espressa da Caravaggio nello sbuffare del cavallo. E poi deve cadere, dal suo cavallo, dalla sua rabbia.

A me interessa guardare oggi con voi la reazione della piccola comunità di Damasco a questa conversione. Provate ad immaginarvelo. Come sarebbe se un noto jihaddista che spira minacce e stragi contro di noi arrivasse a Padova chiedendo sostengo spirituale? Lo so che il paragone non è senza problemi, ma più o meno così mi immagino il momento in cui Anania sente dirsi in preghiera: «Alzati, va’ nella strada chiamata Diritta, e cerca in casa di Giuda uno di Tarso chiamato Saulo; poiché ecco, egli è in preghiera, e ha visto in visione un uomo, chiamato Anania, entrare e imporgli le mani perché ricuperi la vista»

Che cosa sarebbe successo se Anania si fosse rifiutato di andare? È pura fantasia, chiaro. Paolo sarebbe rimasto cieco, non avrebbe mai trovato la nuova via, la nuova fede. Non avrebbe mai portato la fede in Europa. Non avrebbe mai scritto delle lettere che danno forza ancora a noi oggi. – Tutto ciò poteva succedere solo perché Anania aveva fede. Primo punto: Anania pregava e pregava in una maniera tale da non fare un monologo verso Dio, ma capace anche di ascoltare. Secondo punto: Anania era anche disposto a mettere in atto ciò che Dio gli suggeriva. Terzo punto: Anania aveva la fiducia e la speranza che Dio potesse veramente cambiare le situazioni e le persone in una maniera che, a viste umane, pareva impossibile.

Però Anania pensa prima di agire ed esprime i suoi dubbi davanti a Dio: «Signore, ho sentito dire da molti di quest’uomo quanto male abbia fatto ai tuoi santi in Gerusalemme. E qui ha ricevuto autorità dai capi dei sacerdoti per incatenare tutti coloro che invocano il tuo nome».  Provo a tradurre. Penso che Anania volesse dire: Signore, solo per capirci, non è una buona idea. Quello è un terrorista, da questa gente uno si deve tenere lontano, quello ci vuole ammazzare. Io da quello non ci vado neanche per sogno.

Ma il Signore gli disse: «Va’, perché egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re, e ai figli d’Israele; – Vai, perché quel terrorista l’ho scelto io come mio strumento. – Dio afferma di avere tutto nelle sue mani, anche il più feroce guerriero è solo uno strumento nelle sue mani.

Allora Anania andò. – Questo è il momento della storia che più mi colpisce. Lui va. Lui fa la volontà di Dio anche se è convinto che questo sia pericoloso e sbagliato e anche se non vede come potrebbe davvero finire bene. Anania conosce Saulo solo come uomo malvagio. Non sa ancora niente di tutto ciò che verrà dopo. Anania va per fede.

Quando oggi qualcuno di voi mi chiedesse: ho sentito che Dio mi ha detto di fare questa o quella cosa pericolosa, devo andare? Chiaramente avrei timore nel dire: vai! – Però senza la fedeltà di Anania tutta la storia cristiana si sarebbe inchiodata. Questo mi fa riflettere e mi dice qualcosa sull’importanza di ascoltare ciò che Dio vorrebbe da me. Spero tanto che non avrà subito un compito tanto grande e pericoloso come quello di Anania, ma sono sicura che abbia tanti piccoli compiti da dare, ogni giorno di nuovo. Dio ha bisogno di credenti che siano disposti a mettere in atto la sua volontà. Noi siamo le braccia e i piedi di Dio. Senza queste braccia, senza questi piedi la fede non muove più niente.

Allora Anania andò, entrò in quella casa, gli impose le mani e disse: «Fratello Saulo, il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada per la quale venivi, mi ha mandato perché tu riacquisti la vista e sia riempito di Spirito Santo». In quell’istante gli caddero dagli occhi come delle squame, e ricuperò la vista; poi, alzatosi, fu battezzato.  Dopo che Anania si mette in movimento, tutto va quasi da sé. Ora è Dio che agisce, che riempie Saulo con lo Spirito Santo e lo fa diventare totalmente suo strumento. Finalmente Saulo vede con chiarezza e tutto ciò viene sigillato con il segno del battesimo. Una nuova vita ha inizio.

E, dopo aver preso cibo, gli ritornarono le forze. Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e si mise subito a predicare nelle sinagoghe che Gesù è il Figlio di Dio.

Il racconto finisce di nuovo con maggior chiarezza. Serve del cibo. Cibo per il corpo cibo per l’anima e la testa. Serve l’istruzione di Paolo, servono persone che si prendano cura di questo neonato nella fede. La chiesa di Damasco era pronto ad accogliere e cibare il suo nuovo fratello. – Nuovamente mi chiedo se noi, se io sono pronta a compiere la volontà di Dio. Siamo pronti ad accogliere? Siamo pronti a condividere cibo per il corpo e per l’anima con quanti ne fanno richiesta? Spero tanto che sia così. Perché solo così può succedere che Paolo si metta a predicare e ad annunciare il Figlio di Dio.

Questo testo ci parla di una speranza. Una speranza alla quale si affidavano gli israeliti al tempo del profeta Isaia, una speranza che ha avuto un viso nella persona di Gesù, una speranza che vale fino ad oggi. Dio può cambiare persone e situazioni. Per lui niente è impossibile, però ha bisogno di persone come Anania. Spero tanto che trovi anche tra di noi un Anania.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-08-14 13:53:082020-11-09 15:54:56Sermone: Il cambiamento è possibile

Sermone: Parole diverse, stessa fede

7 Agosto 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Ultimamente abbiamo affrontato nelle predicazioni tanti testi di Paolo. A qualcuno piace, altri hanno problemi con quell’apostolo un po’ severo. Sento dire che il suo pensiero sarebbe troppo complicato, troppo lontano da noi oggi, non più proponibile nel 21esimo secolo.

Forse vi stupisce se vi dico che già ai tempi biblici esistevano persone che la pensavano in questo modo. E la Bibbia ha la grandezza per dare spazio e voce a uno come Paolo così come ad altri che cercano di spiegare la fede in altri termini: non per togliere qualcosa al grande Paolo ma per dare alle nuove generazioni che ascoltano con una mente diversa, la possibilità di cogliere lo stesso messaggio.

Si è fatto carico di questo compito anche un allievo di Paolo che scrive sotto il nome del maestro la lettera alla chiesa di Efeso, sviluppando lo stesso pensiero di fondo. Le chiese e i singoli credenti ai tempi di Paolo avevano determinate domande e convinzioni, ma nella generazione successiva tutto era già diverso. Loro non avevano più l’apostolo che poteva venire nella loro città per risolvere delle questioni, dovevano imparare a vivere la loro fede in autonomia legandosi non all’apostolo ma solo a Gesù Cristo.

Rispetto alle lettere paoline non troviamo nella lettera agli Efesini il racconto di conflitti e neanche una parola polemica. Mentre Paolo affrontava nelle sue lettere gli avversari con l’insegnamento e anche con delle dichiarazioni personali sulla fede – la lettera agli Efesini prende un’altra strada ed esprime in un grande inno di lode il centro della fede. È un canto di speranza alla quale la comunità è chiamata. Un inno di fede che risuona in quella chiesa, in quella lettera e anche nel nostro testo di oggi. In tedesco potremmo cantare le parole che purtroppo in italiano non esistono in forma musicata. Così vi leggo dalla lettera agli Efesini capitolo 2,4-10

4 Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati,  5 anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati),  6 e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù,  7 per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù.  8 Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio.  9 Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti;  10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

Le chiese in e attorno a Efeso avevano avuto un grande inizio per quanto riguarda la fede, ma questo fa parte del loro passato. – Mi è venuto spontaneo pensare alla nostra chiesa. Quest’anno festeggeremmo i 150 anni della chiesa metodista a Padova. Abbiamo un glorioso passato, con tante diverse e grandi opere diaconali e culturali. Penso alle scuole che la nostra chiesa avevo fatto nascere o anche al circolo Diodati che si occupava dell’istruzione della cittadinanza, soprattutto degli operai. Il fondatore della nostra chiesa locale, Henry James Piggott predicava qui davanti a 250 persone. Talvolta non riesco a immaginarmelo come dev’essere stato vivere e lavorare in una chiesa del genere. Una chiesa in partenza che pensava di poter cambiare una nazione intera e di poter portare l’istruzione e una fede senza superstizioni nella nostra Italia. – Se ci guardiamo intorno sappiamo bene che le nostre aspettative oggi sono ben diverse. Noi non contiamo più di avere 250 persone al culto ma con 25 in estate siamo più che contenti. Le scuole evangeliche sono tutte chiuse, del circolo Diodati sono rimasti i libri che però nessuno legge più. Uno potrebbe dire: è tutto finito non è rimasto quasi nulla. Ma questo non è vero. È cambiato l’approccio. Abbiamo altre domande, altre speranze, altri progetti oggi. Non ha nessun’senso rimpiangere il passato perché l’Oggi ci chiede un modo diverso di agire. Se tutto va come previsto avremmo a fine settembre 14 profughi negli appartamenti sopra la nostra chiesa. Per una chiesa piccola come la nostra è un impegno grandissimo. L’impronta che diamo alla nostra società non è cambiata ma il metodo e i temi sì.

Perché vi racconto tutto questo? Perché anche quell’allievo di Paolo aveva colto che le domande della fede cambiano con ogni generazione. Non il contenuto, ma il modo di esprimere la fede sì. Mentre i padri vivevano nell’euforia della nuova fede e in quella grande liberazione, i figli facevano fatica ad esprimere gli stessi sentimenti. I padri vivevano nella convinzione che Gesù sarebbe tornato ancora durante la loro vita. I figli avevano messo quell’attesa in secondo piano (e noi oggi al terzo o quarto piano!). La risurrezione di Gesù era diventata per loro più un evento storico che non il centro della loro fede.

Ma a quel punto interviene la lettera agli Efesini e afferma: la risurrezione è un evento non storico, non del passato ma del presente. La risurrezione è un evento che coinvolge i credenti e li porta nel futuro. Chi crede in Cristo e nella sua risurrezione è già risorto con lui e siede già alla sua destra nei luoghi celesti (Efesini 1,20) Per tutti quelli che credono in Cristo il pensiero della risurrezione è ugualmente lontano o vicino. Non importa se uno vive nell’anno 30 quando si poteva ancora incontrare Gesù di persona, o nel 70 o nel 2016. La risurrezione è sempre una questione di fede. Non importa la distanza temporale. Importa solo la potenza di Dio che non si ferma davanti al tempo.

E per questo il nostro testo, che vuole portare la fede alla nuova generazione di credenti a Efeso, non inizia parlando di persone ma di Dio. Lui è il soggetto. L’agire di Dio verso i credenti fa parte del suo essere e il suo agire è pieno di misericordia, amore e grazia. Vi leggo ancora una volta quella unica lunga frase: Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù.

Dio non può essere altro se non misericordioso, amorevole e pieno di grazia verso i suoi figli. Questo vale per tutti, per i padri nella fede, per i figli e per noi oggi. Questo rimane anche quando il modo di vivere la fede cambia.

E adesso chiediamoci: che cos’è lo scopo della misericordia, dell’amore e della grazia di Dio? Paolo direbbe: lo scopo è la giustificazione. Ma la generazione dei figli aveva qualche difficoltà nel cogliere il significato profondo di quel termine. Per questo la lettera agli Efesini parla di salvezza.

Pensando ai tanti morti di cui leggiamo e sentiamo quotidianamente è forse diventata di nuovo un’immagine che ci dice qualcosa. L’amore di Dio salva. Chi crede è salvo senza dover pagare nessuno, senza avere delle competenze specifiche, senza portare dei certificati. Chi crede è salvo, solo così, per amore. Solo la fede salva. Chi crede è salvo.

Ciò che Paolo descrive ancora come speranza futura ci viene presentato nella lettera agli Efesini come realtà presente. La salvezza non è una speranza futura, ma è presente, già ora i credenti possono sentirsi salvi.

Un messaggio d’amore. Tante parole, tanti modi per esprimerlo. Vorrei incoraggiarci a trovare le nostre parole per la generazione di oggi che cerca la giustificazione, che cerca la salvezza, ma forse in altri termini.

Uno rimane: l’amore di Dio vuole raggiungere proprio loro. Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-08-07 18:16:302020-11-09 15:55:20Sermone: Parole diverse, stessa fede

Sermone: L’investimento di Dio

31 Luglio 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Potremmo chiamare questa domenica la domenica degli investimenti. Questo almeno sembra essere il suggerimento della lettura dal vangelo di Matteo. – Qualcuno che si intenda di cose bancarie direbbe: chi vuole fare soldi deve investire e non deve investire solo poco e con poco rischio, ma deve investire tanto e deve anche rischiare abbastanza per aumentare i propri profitti. Altrimenti rimarrà sempre povero.

Io personalmente odio dover andare in banca e dover parlare lì con delle persone che sanno come investire i miei quattro soldi. Odio stare allo sportello a discutere con loro perché per loro è tutto chiaro, per me invece non lo è. Loro vogliono investire, in azioni, in fondi in che ne so io. – Io no. Voglio solo un posto sicuro per le mie “monete” e possibilmente l’anno successivo avere ancora quello che ho portato. Chi si occupa davvero di faccende bancarie ride di me. E quando leggo la parabola del servo malvagio, mi chiedo ancora una volta se sono proprio io quella che non capisce niente di investimenti.

Solo quando guardiamo a chi ci racconta questa parabola, cioè a Gesù, solo così possiamo trovare il senso più profondo del racconto. Qui Gesù ci vuole dire: solo chi investe tutta la sua vita, solo chi mette in gioco tutto se stesso potrà anche ricevere il regno di Dio. In questo ci vuole il coraggio di rischiare qualcosa, non qualcuno che sta solo fermo e aspetta che cosa succede. Non qualcuno che protegge angosciato lo status quo, come faccio io in banca. Nella parabola non viene neanche premiato il successo, ma la voglia di mettersi in gioco. Così è ovvio che la poca fede e l’incredulità vengano punite. Nella fede c’è una promessa o, per dirla nel linguaggio dei banchieri: la fede porta profitto, rende.

Forse pensate: è ovvio che lei lo dica, fa parte del suo mestiere. In banca mi dicono che i miei soldi renderanno, qui la pastora deve fare pubblicità per la fede, è il suo lavoro. Ma forse rimane la domanda: è davvero un buon investimento quello nella fede? Guadagniamo se investiamo in Gesù Cristo? – Uno che ha investito tutto nella fede in Cristo è l’apostolo Paolo. E nella lettera ai filippesi descrive gli investimenti della sua vita. Leggo nel terzo capitolo i versetti da sette a quattordici:

7 Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo.  8 Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo  9 e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.  10 Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte,  11 per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.  12 Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù.  13 Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti,  14 corro verso la meta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù.

Paolo ha investito nella sua vita. In primo luogo, l’ha fatto con diversi anni di studi da uno dei più grandi insegnanti dell’epoca. Ha investito in una carriera ecclesiastica che sembrava portare successo. Quando lavorava a Gerusalemme, faceva carriera velocemente, perché era uno che dava tutto se stesso, si impegnava totalmente per la purezza della fede – all’epoca ancora la fede ebraica. Ogni mezzo gli andava bene per perseguitare, giudicare e condannare i discepoli di Gesù di Nazaret. Egli era uno dei più temuti persecutori dei primi cristiani. Paolo viveva quindi come oggi ogni persona che vuole fare carriera lo farebbe. Ma nel bel mezzo di una giornata che cominciava normalissima, preso dal suo lavoro quotidiano, accade quello che è noto come ’l’evento di Damascò’. Paolo, o meglio Saulo come si chiamava prima della suo conversione, sente la domanda: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Atti 9,4 E conosciamo la storia: la luce che risplende, la caduta a terra (ma non dal cavallo come vuole farci credere Caravaggio), e oltre. Gesù Cristo stesso gli fa capire che stava seguendo una via sbagliata, che investiva in una direzione falsa. Mette tutta la sua vita e la scala dei suoi valori sotto sopra. Ma Gesù non si ferma ad una domanda che accusa. Piuttosto Paolo impara, che il senso della vita non sta in ciò che io porto o che posso mostrare e neanche in ciò che gli altri dicono di me. Tutto quello Paolo lo considera dopo l’incontro con Gesù come danno, come spazzatura, si potrebbe anche tradurre: come fango, addirittura, come letame. Tutto ciò in cui lui aveva investito nella sua vita lo lascia da un momento all’altro dietro di sé, perché vede che il senso della vita si ritrova solo in Dio e nella sua misericordia. – La fede in Gesù Cristo non va d’accordo con l’atteggiamento farisaico secondo il quale l’uomo ha la legge in suo potere e si procura così salvezza. Gesù richiede a Paolo un cambiamento totale del suo pensiero. Richiede di non affidarsi più alla ‘carne’ vuol dire alle sue forze, alla sua capacità di agire, ma solo alla grazia di Dio.

Mi sono chiesta che cosa ho lasciato io dietro di me per rendere salda la mia relazione con Dio. Intendo, a quale pensiero, a quale modo di vivere ho rinunciato per essere più vicina a Dio? E chiaro che le due realtà della vita di Paolo e la mia, la nostra vita, non sono proprio paragonabili, ma comunque vorrei lasciarmi, lasciarci interrogare da questo cambiamento di vita. Io sono nata in una famiglia cristiana come penso anche la maggiore parte di voi. Ed io personalmente non ho mai vissuto un unico momento di conversione, come l’ha avuto Saulo, Paolo, che addirittura ha cambiato il suo nome. Questo perché ho avuto tante piccole conversioni nella mia vita. E tra parentesi devo anche dire che questo non mi dispiace. Qualcuno mi ha detto una volta: ho paura di fronte a quei cristiani che una volta nella loro vita si convertono e dopo rimangono fermi nella loro fede, non solo nel senso positivo ma anche in quello negativo del termine. In queste vite non cambia più niente. Sono immobili. Ma la vita cristiana non è ferma, cerca i cambiamenti, cerca sempre di nuovo la conversione.

Ma ritorniamo alla domanda: Che cosa è cambiato nella mia vita conoscendo Gesù? Che cosa ho lasciato indietro? Forse delle abitudini cattive, o dei pensieri che non quadrano con la volontà di Dio. Vi viene in mente qualcosa? E a cosa invece ho fatto spazio nella mia vita? Forse ho dato spazio alla lettura della bibbia, o alla preghiera di intercessione per fratelli e sorelle nella fede, o ho aperto il mio cuore per i poveri che anche Gesù guardava sempre con occhi misericordiosi. Cosa è cambiato per voi? Mi piacerebbe ascoltare una volta da voi la vostra storia personale. E prendetevi anche un attimo di tempo per riflettere, se c’è anche qualcosa rispetto a cui Dio vi dice: questo mi piacerebbe tanto che lo cambiassi ancora. Non perché lo devi fare, non perché non ti voglio più bene se non lo fai. Guai a questi pensieri. Dio ci dice: ti amo, di tutto cuore e per questo non devi rimanere come sei, ma hai adesso la possibilità di diventare così come io me lo immaginavo quado ti ho creato.

È questa la grade scoperta di Paolo: Dio ci ama. Lo ama. Mi ama. Non sono io l’investitore della mia vita, ma è Dio che investe la sua grazia, il suo amore in me, senza condizioni. Nella vita di Paolo questo vuol dire non la legge porta salvezza e vita, ma solo Gesù.

Al tempo della Riforma sono stati preparati molti scritti che avevano come scopo l’istruzione dei credenti. Era la prima volta dopo secoli. Uno di questi, forse il più famoso, era il Catechismo di Heidelberg. La prima domanda che troviamo in questo catechismo è: ‘In che consiste la tua unica consolazione In vita e in morte?’ E la risposta: ‘Nel fatto che col corpo e con l’anima, in vita e in morte, non sono più mio, ma appartengo al mio fedele Salvatore Gesù Cristo, il quale col suo prezioso sangue ha pienamente pagato il prezzo di tutti i miei peccati e mi ha redento da ogni potere del diavolo; e mi preserva cosi che neppure un capello può cadermi dal capo senza la volontà del Padre mio che è nel cielo; ed anzi ogni cosa deve cooperare alla mia salvezza. Pertanto per mezzo del suo santo Spirito egli mi assicura anche la vita eterna e mi rende di tutto cuore volenteroso e pronto a vivere d’ora innanzi per lui.’

Dell’investimento di Dio, dalla sua immeritata grazia vive l’apostolo e apprende, che con questo investimento, non ha solo gioia. Adesso ha nemici e concorrenti ovunque e lui cerca di incontrare questi individui – in un modo nuovo. Gli racconta dell’amore e della misericordia di questo Dio. Gli racconta, di come gli individui possono comportarsi gli uni con gli altri, quando sentono e vivono l’annuncio: ‘Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione.  20 Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio.’ 2.Kor 5,19f Nella fede in Gesù Cristo lui trova la forza di non tacere, ma anzi di investire sempre e di nuovo nella riconciliazione. E lo fa con la stessa passione di prima, ma non più guidato dall’ira. Non è più il furioso persecutore, ma il missionario che vive in preghiera. Ha cambiato la sua vita, non perché doveva farlo, ma perché ha percepito l’amore di Dio e così non poteva più rimanere nelle sue vecchie abitudini. Nella fede in Cristo lui trova la forza di protendersi verso la meta dell’investimento della sua vita, cioè Gesù. Questo protendersi, questo perseguire, questa dinamica è stata descritta da Martin Lutero così: La vita cristiana non è essere pio, ma diventare pio. Non è essere sano, ma diventare sano. Non essere, ma diventare, non tranquillità ma esercizio. Noi non siamo ancora, ma saremo. Non è ancora successo, ma è nell’avvenire. Non è la fine, ma è il cammino.’

Mi auguro e ci auguro, che la nostra vita sia anche così in cammino. Ci auguro, che troviamo ogni giorno di nuovo la forza nella fede di non dover rimanere così come siamo, ma di poter diventare le persone che Dio vede in noi. Di diventare le persone nelle quali Dio ha investito il suo amore, la sua grazia, la sua passione. E di rendergli grazia ogni giorno per il suo grande amore. – Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-07-31 15:43:122020-11-09 15:55:09Sermone: L’investimento di Dio

Sermone: A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto

30 Luglio 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

2^ Samuele 12, 1-13

Il Signore mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse:

«C’erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l’altro povero.

Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata;

gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia.

Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell’uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l’agnellina dell’uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa».

Davide si adirò moltissimo contro quell’uomo e disse a Natan: «Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte; e pagherà quattro volte il valore dell’agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà».

Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, il Dio d’Israele: “Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell’altro.

Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l’Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon.

Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l’Ittita”.

Così dice il Signore: “Ecco, io farò venire addosso a te delle sciagure dall’interno della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che si unirà a loro alla luce di questo sole; poiché tu lo hai fatto in segreto; ma io farò questo davanti a tutto Israele e in faccia al sole”».

Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore ».

Natan rispose a Davide: «Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai.

Luca 17, 3-4

Gesù disse (……):State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: “Mi pento”, perdonalo.

 

I due passi della meditazione odierna possono non apparire immediatamente correlati, tuttavia vedremo come, sia nel libro di Samuele come nell’evangelo di Luca, troviamo un messaggio forte per la nostra vita di credenti.

Analizzeremo la figura di re Davide, la figura del profeta Natan e l’incitamento di Gesù in Luca.

DAVIDE

Grande figura nella Bibbia, credente fin da giovane, umile personaggio diventato re per richiesta del popolo e volere di Dio.

Grande re, eroico re, ma anche ….. grandissimo peccatore, macchiatosi di un terribile delitto!

Durante la guerra delle sue truppe contro gli Ammoniti, Davide rimane nel suo palazzo in Gerusalemme, da dove un giorno, passeggiando sulla terrazza, vede Betsabea che fa il bagno.

Rimane incantato dalla sua bellezza ed è preso dal desiderio di lei, nonostante sappia che ella è la moglie di Uria, uno dei suoi più valorosi comandanti.

Davide la manda a prendere e fa l’amore con lei.

Davide è totalmente invaghito di Betsabea, la vuole per sé, così trama una serie di azioni che porteranno all’assassinio di Uria.

Peccato terribile agli occhi di Dio, che manda Natan da Davide per fargli capire l’errore.

Natan, figura coraggiosa per svolgere un simile incarico (accusare il re!), va da Davide e gli racconta la parabola che abbiamo letto.

Davide lo ascolta, si adira per il comportamento di quell’ipotetico uomo ricco che, pur avendo molto bestiame proprio, per far onore a un suo ospite, uccide l’unica, amata agnellina dell’uomo povero.

Vuol sapere chi sia questo essere ignobile, così da poterlo punire.

Non ha ancora capito. Non ha compreso che quel perverso peccatore è proprio lui.

Non lo capisce fino a quando Natan non glielo urla in faccia.

Lui, benedetto dal Signore con ogni benedizione, per il proprio tornaconto ha abusato del suo potere, fino a diventare il mandante dell’omicidio del marito di Betsabea, preso dalla passione per costei.

Davide viene violentemente messo davanti alla propria colpa, comprende e chiede perdono al Signore e …. lo ottiene!

Solo per nota: il salmo 51 che abbiamo letto prima, è relazionato a questo episodio.

 

NATAN

Su di lui possiamo dire che, nonostante conosca il rischio della sua missione, ha il coraggio di elevare la sua voce contro il re.

La colpa di Davide è gravissima, ma vediamo che Natan non lo aggredisce buttandogli in faccia il peccato, ma lo conduce nella riflessione affinché Davide stesso faccia ammenda per la propria trasgressione.

In psicologia diremmo che Natan vuole che Davide interiorizzi la propria colpa e trovi in se stesso la motivazione per chiedere perdono all’Eterno.

Già in questo vediamo che l’approccio di Natan, pur fermo nella condanna del comportamento del re, è finalizzato al fatto che Davide prenda coscienza del proprio peccato.

Potremmo dire in termini moderni che, visto che Davide, personalmente coinvolto dalla propria passione, non si è ancora reso conto della gravità del proprio operato, gli serve qualcuno che glielo faccia comprendere, che lo aiuti ad analizzare le proprie azioni.

Per inciso, badiamo bene che (con buona pace dei moralisti) il peccato attribuito a Davide non è quello sessuale, non certo quello di essersi appassionato, bensì l’omicidio perpetrato per il proprio interesse personale.

Natan è assai severo nell’approccio con Davide, tuttavia dobbiamo notare che è anche colui che, visto il reale pentimento, assicura Davide del perdono del Signore.

Cosa ci insegnano queste due figure?

Beh, ciascuno di noi è certamente Davide. Magari senza arrivare all’omicidio, però chiediamoci: quante volte per il nostro tornaconto, per le nostre idee, passiamo disinvoltamente sopra la testa degli altri, offendendoli, umiliandoli, sottovalutandoli, recando loro dolore, giudicandoli, ignorando le loro ambasce, ritenendoci a loro superiori in dignità?

Quante volte ci soffermiamo a valutare il nostro operato nei confronti del prossimo, non limitandoci all’autogiustificazione?

Però dobbiamo anche chiederci: noi, di fronte a un fratello che pecca, che magari pecca proprio contro di noi, riusciamo a svolgere il ruolo di Natan, cercando un modo di comunicare che metta l’altro nella circostanza di comprendere il proprio errore e di ravvedersene?

Oppure preferiamo ignorare il suo comportamento, o magari preferiamo aggredirlo se gli offesi siamo stati noi?

Riflettiamo, fratelli: l’ira, anche se a volte appare giustificata, non produce frutti, ma porta solo a fratture di rapporti e lacerazioni interiori, talvolta difficilmente ricucibili.

Natan fa da “specchio” a Davide, affinché lui si guardi e comprenda.

Vedete, uno dei fondamenti della psicoterapia, sul quale il mio vecchio e amato maestro continuamente batteva, è che il cambiamento reale può avvenire solo all’interno dell’individuo, passando attraverso situazioni di grande conflitto interiore, di ricerca nel proprio intimo fino magari ad arrivare a quello che io definisco “cuore spellato”.

Ora è provato che l’aggressione dall’esterno, la percezione di non venire accettati per quel che si è, porta la persona ad irrigidirsi e a cercare ogni motivo per non cambiare, mentre la sensazione di essere accettati, anche con scelte non condivise, può far sorgere nell’individuo qualche autocritica.

Pensiamoci, nelle nostre relazioni con gli altri!

Pensiamo a quante volte avremmo potuto essere Natan e non l’abbiamo fatto, delegando ad altri questo compito, lavandocene le mani per ignavia, comodità, pigrizia, scarsa disponibilità, o altro.

Pensiamo che Natan è stato l’occasione affinché Davide comprenda e chieda perdono per il proprio peccato e pensiamo soprattutto che, anche a fronte di un gravissimo peccato,  tornando a Dio sotto il peso della colpa, IL PERDONO È ASSICURATO.

E veniamo al passo di Luca.

E proprio di PERDONO si parla qui. Badate bene che non si parla di perdonare genericamente, di far pace, bensì di dare credito al pentimento dell’altro e perdonarlo, non una ma sette volte! Sette volte in un giorno!

Ovviamente abbiamo abbastanza considerazione per la Scrittura per non intendere che il reiterato pentimento è una banalizzazione di scuse vuote.

Come si concilia l’atteggiamento suggerito da Gesù con una frase che sentiamo spesso (magari riferita a rapporti conflittuali in famiglia, nella nostra cerchia di amicizie, oppure nelle comunità) “Io perdono, ma non dimentico!”.  Non nasconde forse questa frase un falso perdono, frutto di perbenismo religioso?

Ora, considerando che noi siamo certamente, in situazioni diverse, coloro che offendono, ma anche coloro che sono offesi, cioè coloro che devono pentirsi, ma anche coloro che hanno bisogno di essere perdonati, teniamo ben conto di quanto dice Gesù: “State attenti a voi stessi!”.

Traduzione: fate attenzione e valutate qual è veramente la vostra propensione a guardarvi dentro per riconoscere il vostro peccato e quale sia in realtà la vostra disponibilità al perdono.

E non facciamoci tentare dal dire che non abbiamo i mezzi intellettuali per condurre queste riflessioni, perché, come recita il versetto di questa settimana preso dal cap. 12 dell’evangelo di Luca:

“A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà”.

Quindi, fratelli e sorelle, con molta umiltà, ma senza alcuna modestia, guardiamoci dentro, analizziamo i nostri comportamenti, proviamo a riconoscere il nostro peccato, senza sensi di colpa, ma con la chiarezza del pensiero di fede che possiamo solo chiedere a Dio che ci illumini e ci perdoni, consentendoci di comprendere e di ravvederci.

AMEN

Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-07-30 11:06:182020-11-09 15:55:31Sermone: A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto

Sermone: Il conforto del battesimo

10 Luglio 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Nel bel mezzo del continente africano si trova un Paese straordinario. Questo Paese ha una tradizione cristiana molto più antica di tutti i Paesi d’Europa. Simbolo di questo stato è il leone. Tanti Paesi hanno scelto il re degli animali come simbolo, ma il leone di questa nazione è il leone di Giuda. Nel bel mezzo dell’Africa si trova questo Paese che ha le sue radici nella storia ebraica. Camminando su sentieri prodigiosi il leone di Giuda ha raggiunto all’epoca del re Salomone questo paese, l’Etiopia, come vorrebbe un antico racconto leggendario. Comunque, uno dei primi cristiani convertiti viene da questo paese al confine del mondo, come si diceva in quei tempi. Vi vorrei raccontare oggi di quest’uomo speciale. È una storia particolare che ci mostra come l’evangelo superi anche le barriere e le frontiere.

Leggo dagli Atti degli Apostoli, capitolo 8 a partire dal versetto 26

26 Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Alzati, e va’ verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta».  27 Egli si alzò e partì. Ed ecco un etiope, eunuco e ministro di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare,  28 e ora stava tornandosene, seduto sul suo carro, leggendo il profeta Isaia.  29 Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati, e raggiungi quel carro».  30 Filippo accorse, udì che quell’uomo leggeva il profeta Isaia, e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?»  31 Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui.  32 Or il passo della Scrittura che egli leggeva era questo: «Egli è stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa, così egli non ha aperto la bocca.  33 Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio. Chi potrà descrivere la sua generazione? Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra».  34 L’eunuco, rivolto a Filippo, gli disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di sé stesso, oppure di un altro?»  35 Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù.  36 Strada facendo, giunsero a un luogo dove c’era dell’acqua. E l’eunuco disse: «Ecco dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?»  37 Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L’eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».  38 Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò.  39 Quando uscirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l’eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più.

Da questo Paese straniero e così lontano veniva il ministro delle finanze a Gerusalemme. Perché, che cosa voleva lì? Era venuto a Gerusalemme per adorare, così sta scritto. Mi chiedo: perché proprio lì? Che cosa ha cercato al tempio di Gerusalemme? È stato forse in ricerca delle sue origini di fede? O è forse stato mandato con un incarico specifico dalla sua regina verso Gerusalemme? Non lo sappiamo. Una cosa è invece chiara: quest’uomo si doveva sentire uno straniero a Gerusalemme; straniero non solo per il colore della sua pelle, ma anche per il suo stato. Non era solo ministro, ma anche eunuco. Quest’uomo è stato castrato com’erano tutti i ministri dello stato all’epoca. La castrazione evitava che loro potessero assumere il potere a favore delle loro famiglie. Per di più, a capo dello stato d’Etiopia, vi era una regina. Chi voleva essere uno dei suoi consiglieri doveva per forza essere una donna o eunuco. Così si evitavano dei figli non legittimi nella famiglia regale.

Ma questo ministro aveva un grande problema a Gerusalemme, perché nessun uomo castrato può diventare ebreo. E pongo ancora una volta la domanda: Che cosa voleva quest’uomo a Gerusalemme? Aveva soldi, aveva in mano una parte del potere di un paese ricco. Adesso è stato a Gerusalemme, nella città santa, nel centro della fede. Ha visto la casa di Dio ma non poteva entrarci, poteva accedere solo al cortile delle donne. A Gerusalemme doveva aver capito che lui non avrebbe mai fatto parte di questa religione.

Quest’uomo, sicuramente ricco, si era comprato un manoscritto del profeta Isaia. Doveva essere costato un piccolo patrimonio. Poteva leggere la scrittura ebraica, vuol dire che era molto intelligente, ma comunque ciò che leggeva rimaneva estraneo e incomprensibile, come tante cose durante il suo viaggio. In questo stato ritornava nella sua patria. Mi posso immaginare che durante questo ritorno si è posto la domanda dove sia la sua patria, in quale luogo lui sia davvero a casa. Così prendeva la strada da Gerusalemme verso Gaza. E l’unica cosa che la Bibbia ci dice di questa strada è che essa è una strada deserta.

Questo ministro etiope è una figura scintillante, ma anche Filippo, l’uomo che lo incontra adesso non è una persona qualsiasi.  – Ci possiamo chiedere: che cosa fa Filippo su questa strada verso sud? Che cosa cerca lì? Filippo non cerca niente. Non c’è niente lì. È una strada nel bel mezzo del niente. Non c’è un tempio, né una città, né un paese, solo strada.

La Bibbia ci dice che lo Spirito di Dio ha portato Filippo su questa strada. Trovo questo un pensiero affascinante. Perché ci dice che Filippo è stato disposto a sentire quello che Dio gli diceva e ad andare nel deserto.

Per noi questo significa riflettere sul fatto che, se ci vogliamo lasciare usare da Dio come Filippo, dobbiamo prima di tutto tacere e sentire quello che egli ci dice, e poi mettere ciò che sentiamo davvero in pratica, anche un ordine così assurdo come andare nel deserto. Filippo ha sentito la voce dell’angelo: Alzati, e va’ verso mezzogiorno. Non conosce neanche la meta, ma ha ricevuto un ordine e lo segue.

Poi ci viene raccontato l’incontro di questi due uomini.

Filippo entra nel carro dell’etiope. S’incontrano su uno stesso livello. Sarebbe stato facile per Filippo mettersi al di sopra di questo principiante nella fede, ma non lo fa. Filippo sa bene che nelle questioni della vita eterna siamo tutti in qualche modo dei principianti. Non esistono degli specialisti.

E Filippo non inizia a parlare e a spiegare, ma inizia ascoltando, si lascia porre delle domande. Il ministro gli legge il passo del profeta Isaia, dove sta scritto: «Egli è stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa, così egli non ha aperto la bocca.  33 Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio. Chi potrà descrivere la sua generazione? Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra». E poi chiede l’etiope: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di sé stesso, oppure di un altro?» È una bellissima domanda. Già questo fa vedere che il ministro si è confrontato tanto con la parola di Dio.

A questo punto Filippo inizia a parlare e spiega il vangelo di Gesù Cristo. Ma come? Sarebbe bello sapere esattamente le parole usate da Filippo, così che anche noi potessimo usarle, ma queste parole non sono riportate. Direi che dev’essere proprio così. Se vogliamo dire l’evangelo così che venga proprio sentito dobbiamo usare le nostre parole, dobbiamo per forza raccontare la nostra storia, non possiamo prendere le parole di qualcun altro. – Filippo ha spiegato che cosa lui stesso ha vissuto con Gesù Cristo. Certo questo ministro legge la Bibbia, ma le parole della Scrittura parlano tramite Filippo. E il vangelo diventa così vivo che il ministro chiede di essere battezzato, vuole veramente essere parte della famiglia di Dio. Filippo lo battezza subito lì, dove sono. E in teoria potremo terminare a questo punto il racconto.

Ma non finisce così. Lo Spirito di Dio agisce ancora una volta. Prima ha riunito due estranei, adesso divide due persone che sono diventati fratelli in Cristo. Con molta probabilità loro due non si vedranno mai più nella loro vita. Ci possiamo chiedere se questo fa bene, o se sarebbe stato meglio per quest’etiope avere qualcuno al suo fianco che lo poteva seguire, almeno ancora per un po’ di tempo. Non per niente noi oggi facciamo prima di un battesimo due anni di catechismo nei quali si possono chiarire tante domande. Il ministro aveva forse due ore di catechesi prima di essere battezzato. Basta questo?

Ovviamente sì. Filippo ha avuto fiducia che il buon seme che ha messo in questa persona si potesse sviluppare. Aveva fiducia che la benedizione di Dio e il potere del battesimo potessero agire in quest’uomo, senza che nessuno da fuori potesse fare qualcosa di più.

Una piccola frase ci dice come va oltre: l’eunuco, continuava il suo viaggio tutto allegro. Doveva affrontare un lungo viaggio, qualcosa tra due e tremila chilometri doveva fare. Ma indipendentemente da ciò che poteva incontrare su questa strada, aveva una nuova stabilità. Quest’uomo non ha preso la strada verso la sua patria, forse non è mai stata una vera patria per lui, ma aveva trovato un vero padre che gli ha dato patria nel regno di Gesù Cristo.

Questo è qualcosa che auguro a tutti noi oggi, che possiamo dire di aver trovato patria da Gesù e che possiamo intraprendere il cammino della nostra vita con allegria insieme con lui.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-07-10 13:17:482020-11-09 15:55:42Sermone: Il conforto del battesimo

Sermone: Il pane

5 Luglio 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Vorrei oggi iniziare con la lettura di un testo che tutti i ragazzi tedeschi devono affrontare a scuola. Un racconto breve di Wolfgang Borchert che si intitola ‘Il pane’. Mi ha sempre affascinato questo testo, forse perché parla di una realtà che io non ho mai sperimentato. È una storia ambientata nel 1946 quando in Germania era tutto distrutto e si soffriva la fame.

Il pane:

Improvvisamente si svegliò. Erano le due e mezza. Rifletté sul perché si fosse svegliata. Ah sì! Qualcuno in cucina aveva sbattuto contro una sedia. Tese l’orecchio verso la cucina. C’era silenzio. Troppo silenzio, e quando tastò con la mano accanto a sé, trovò il letto vuoto. Ecco cos’era che rendeva tutto così silenzioso: mancava il suo respiro. Si alzò e andò a tastoni nell’appartamento buio fino alla cucina. In cucina si incontrarono. L’orologio segnava le due e mezza. Vide qualcosa di bianco in piedi vicino alla credenza. Accese la luce. Stavano uno di fronte all’altra in camicia da notte. Di notte. Alle due e mezza. In cucina.

Sul tavolo c’era il piatto del pane. Vide che lui si era tagliato del pane. Il coltello era ancora vicino al piatto. E sulla tovaglia c’erano delle briciole. Quando di sera andavano a letto, lei puliva sempre la tovaglia. Ogni sera. Ma ora sulla tovaglia c’erano delle briciole. E c’era il coltello. Sentì il freddo delle piastrelle salire lentamente in lei. E distolse lo sguardo dal piatto.

“Pensavo che qui stesse succedendo qualcosa” disse lui e vagò con lo sguardo per la cucina.

“Anch’io ho sentito qualcosa” rispose lei, e in quel momento si accorse che lui sembrava già ben vecchio in camicia da notte. Vecchio quant’era. Sessantatré. Di giorno a volte sembrava più giovane. Sembra già ben vecchia, pensò lui, in camicia da notte sembra già proprio vecchia. Ma forse dipende dai capelli. Nelle donne dipende sempre dai capelli di notte. All’improvviso fanno così vecchia.

“Avresti dovuto mettere le pantofole. Così a piedi nudi sulle piastrelle fredde. Ti prendi ancora un raffreddore.”

Lei non lo guardava perché non poteva sopportare che lui mentisse. Che lui mentisse dopo trentanove anni che erano sposati.

“Pensavo che qui stesse succedendo qualcosa” disse lui ancora e prese nuovamente a vagare con sguardo vuoto da un angolo all’altro, “ho sentito qualcosa. Allora ho pensato che qui stesse succedendo qualcosa.”

“Anch’io ho sentito qualcosa. Ma non era niente.” Tolse il piatto dal tavolo e pulì la tovaglia dalle briciole.

“No, non era niente.” fece eco lui incerto.

Lei gli venne in aiuto: “Su, vieni. Era fuori. Vieni a letto, su. Ti prendi ancora un raffreddore. Sulle piastrelle fredde.”

Lui guardò verso la finestra. “Sì, dev’essere stato fuori. Pensavo fosse qui.”

Lei alzò la mano verso l’interruttore. Adesso devo spegnere la luce, altrimenti non posso fare a meno di guardare il piatto, pensò lei. Non devo guardare quel piatto. “Vieni”, disse, e spense la luce, “era fuori. Con il vento la grondaia sbatte sempre contro il muro. Era sicuramente la grondaia. Col vento sbatte sempre.”

Camminarono entrambi a tastoni nel corridoio buio fino alla camera da letto.

I loro piedi nudi sciaguattavano sul pavimento.

“Sì, c’è vento” disse lui. “C’è stato vento tutta la notte.”

Quando furono a letto, lei disse: “Già, c’è stato vento tutta la notte. Era sicuramente la grondaia.”

“Già, io pensavo fosse in cucina. Ma era la grondaia.” Lo disse come se fosse già mezzo addormentato.

Ma lei notò come suonava falsa la sua voce quando mentiva. “Fa freddo” disse lei e sbadigliò piano, “mi infilo sotto le coperte. Buona notte.”

“Notte” rispose lui e ancora: “Sì, è proprio bello freddo.”

Poi ci fu silenzio. Dopo molti minuti lei sentì che lui masticava piano e cautamente. Respirò di proposito profondamente e con regolarità perché lui non notasse che era ancora sveglia. Ma il suo masticare era così regolare che lei piano piano si addormentò.

Quando lui la sera dopo tornò a casa, gli mise davanti quattro fette di pane. Fino ad allora aveva sempre potuto mangiarne solo tre.

“Puoi mangiarne tranquillamente quattro” disse lei e si allontanò dalla luce.

“Non riesco a digerire bene questo pane. Mangiane tu una fetta in più. Non lo digerisco tanto bene.”

Vide come lui si piegava profondamente sul piatto. Non alzò lo sguardo. In quel momento le fece pena.

“Ma tu non puoi mangiarne solo due fette” disse lui piegato sul piatto.

“Invece sì. Di sera non digerisco bene il pane. mangia tu. Mangia.”

Solo dopo un po’ lei si sedette a tavola sotto la lampada.

Questo è un racconto che mi ha sempre toccato fino a farmi commuovere. Questi due anziani e la fame.

Oggi viviamo l’opposto. Le diete ci dicono di non mangiare più pane la sera perché ci fa ingrassare. Infatti non abbiamo più il problema di avere troppo poco pane, ne abbiamo troppo. Non abbiamo più fame ma siamo ingrassati fino a stare male.

E comunque in questa società così sazia c’è fame. Non più fame di pane fatto di farina, ma fame di vedere un senso nella vita, fame di una speranza, fame di una fede che risponda alle domande. C’è grande fame nel nostro paese.

Abbiamo ascoltato prima il racconto della moltiplicazione dei pani e pesci. Anche le persone ai tempi di Gesù non erano venute da lui perché si aspettavano una cena abbondante. Volevano saziare le loro domande. Volevano sentire parole che le aiutassero nella loro vita. Volevano vedere in quale direzione potesse andare il loro cammino.

Anche oggi ci sono tante persone che hanno fame e cercano del pane che possa saziarle. E come ai tempi biblici non è facile accettare ciò che Gesù ha da offrire.

Dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani ci viene raccontato che la gente non era ancora convinta. Volevano vedere ancora di più. Ascoltiamo Giovanni 6, 30-35

30 Allora essi gli dissero: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi?  31 I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto: “Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”».  32 Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo.  33 Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo».  34 Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di codesto pane».  35 Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.

Non era facile per loro, non è facile per noi cogliere il significato quando Gesù dice: Io sono il pane della vita. Credo che non sia facile per noi cogliere questa parola perché non solo siamo sazi di pane reale ma abbiamo anche accesso al pane spirituale e forse succede che non ci rendiamo più conto che cosa voglia dire viverne senza.

Forse per questo mi piace così tanto il racconto di Borchert perché mi fa vivere una fame che non conosco.

Così come non ho mai conosciuto la fame dello stomaco, così non ho mai sperimentato la fame spirituale. Ho sempre sentito parlare di un Dio che mi ama. Ho sempre sentito parlare del perdono, della grazia, della redenzione e salvezza. Non ho mai avuto l’impressione di pregare un idolo muto, ma ho sempre sentito vita in Dio. Non ho mai avuto paura di fronte a Dio. Non ho mai incontrato delle persone che volevano farmi credere che Dio mio vuole solo bene se faccio e sono in un certo modo.

Dobbiamo renderci conto che questo non è la normalità nel nostro paese. Anche se in teoria questo dovrebbe essere un paese cristianissimo sono in pochi a conoscere Cristo. Sono pochi quelli che hanno sperimentato l’amore di Dio. Sono pochi quelli che conoscono la voce di Dio.

Invece vedo tante persone affamate di relazioni, affamate di speranza, affamate di senso nella vita. Vedo tante persone che non si aspettano più niente della chiesa e con la chiesa hanno abbandonato anche Dio. Incontro tante persone che pensano che ci sarebbe solo un modo per vivere la fede e visto che non trovano risposte nella chiesa cercano di sfamare i loro desideri nell’esoterismo o anche nel combattimento contro tutto ciò che sembra ecclesiale.

Per loro che cercano. Per loro che hanno fame è venuto Cristo. Da loro vuole arrivare. Ha pane per tutti, non solo per noi, per tutti quelli che sono affamati.

Da giovane mi è stato detto: Chi vive nel deserto sapendo dov’è l’oasi e non lo dice agli altri è responsabile per la loro morte. – Potremmo riformularlo: Chi vive nel paese della fame e sa dove si riceve pane in abbondanza, deve dirlo agli altri, altrimenti è responsabile per la loro morte per inedia.

Gli israeliti nel deserto hanno fatto un grande sbaglio nel pensare che avrebbero dovuto tenere più manna per sé. Non ha funzionato. È andata a male e Dio gli ha insegnato la fiducia per la quale ogni giorno si riceve il pane quotidiano.

Anche per noi vale che Dio ci alimenterà ogni giorno con tutto ciò che ci serve per nutrire la nostra fede. Non dobbiamo tenere Gesù per noi, anzi. Gesù stesso ha cercato la compagnia della gente più strana e emarginata.

Egli vuole sfamare loro, vuole sfamare noi con il pane della vita. Amen

Ulrike Jourdanpane

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-07-05 08:32:362020-11-09 15:55:53Sermone: Il pane

Sermone: La pazzia della croce

26 Giugno 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

L’estate con il solito caldo in chiesa è decisamente arrivata. L’estate è la stagione per i viaggi e di un viaggio vorrei parlarvi oggi. Un lungo viaggio non solo di qualche settimana ma di vari mesi e anni che ha intrapreso l’apostolo Paolo. Lui ha fatto tanti viaggi missionari in tutto il Mediterraneo e nel corso del suo secondo viaggio ha incontrato la giovane comunità di Corinto. Ci troviamo in Grecia; Corinto è una città di mare o meglio è situata sul canale che collega il golfo di Corinto con il golfo Saronico. All’epoca Paolo alloggiava dai coniugi Prisca e Aquila e lavorava come fabbricante di tende mentre predicava a Corinto. Il piccolo gruppo di cristiani diventava pian pianino una comunità più stabile nell’anno e mezzo in cui Paolo stava a Corinto. – Ve lo immaginate di ospitare per un anno e mezzo un predicatore straniero a casa vostra? Se qualcuno esita: ricordatevi sempre che potrebbe capitarvi come ospite anche uno come Paolo. – Comunque Paolo viveva lì a Corinto in quella bella città di mare e predicava. La chiese locale cresceva nonostante problemi e resistenze. Paolo battezzava delle persone, soprattutto delle classi sociale più basse e portava tante persone verso la fede. Però l’apostolo non voleva fermarsi in una singola città. Per questo affidava la guida della chiesa di Corinto ad Apollo e proseguiva sulla sua strada.

Dopo un po’ di tempo scrive la sua prima lettera alla chiesa che l’aveva ospitato per tanto tempo e non è una lettera di ringraziamento. Dopo le prime gentilezze arriva subito al ‘dunque’. Scrive che la forte crescita della chiesa ha dato loro alla testa e che hanno dimenticato l’essenziale. Iniziano a litigare, si formavano vari gruppi all’interno della chiesa che si appellano alla persona che li ha battezzati. C’era il gruppo di Apollo e quello di Paolo, il gruppo di Cefa e addirittura il gruppo di Cristo. Questo era troppo per Paolo e quindi scrive quella lettera nella quale richiama tutta la chiesa al vero centro dell’annuncio.

Scrive nella prima lettera ai Corinzi 1,18-25

18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 19 infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti».  20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?  21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.  22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza,  23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia;  24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio;  25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Paolo parla qui del centro della nostra fede. Solo lì si possono superare le separazioni: sotto la croce di Gesù. La predicazione della croce è il messaggio di Gesù Cristo, il figlio di Dio che è andato liberamente in croce per noi; per pagare il salario del peccato che è la morte. Non è stata una morte eroica. La croce era il simbolo della maledizione e fino ad oggi è questa l’accusa che in molti rivolgono: la morte di Cristo in croce è il suo fallimento.

Paolo non sviluppa nella sua lettera alla chiesa di Corinto una teologia che si spiega da sola, come un sistema logico. Il messaggio di Paolo non è logico, però è il messaggio che Gesù stesso ha voluto che Paolo portasse in tutto il mondo. Paolo racconta di quella croce. La sua teologia consiste nell’annuncio che Gesù Cristo è reale e che questa morte reale non era uno sbaglio ma la liberazione dell’umanità. Questo non è un messaggio che si possa cogliere col pensiero. Paolo stesso afferma che la sua teologia è pazzia davanti alla saggezza umana. Vuol dire che noi oggi non riusciamo a spiegare con parole “scientifiche” che cosa sia successo sulla croce del Golgota. È un messaggio folle che Dio Padre faccia morire il suo unico e amato figlio di una simile morte e che tutto ciò alla fine sia la vittoria e il simbolo per la nostra salvezza. La predicazione della croce è stata sempre e rimane una predicazione folle che non si riesce a cogliere con la propria saggezza.

E proprio questo incontriamo sempre di nuovo quando cerchiamo di parlare con qualcun altro del fondamento della nostra fede. La croce divide. Fino alla croce ci sono tante persone che ci seguono volentieri. Vedono Gesù come un grande maestro, un uomo buono ed ispirato. Ci vedono come una chiesa moderna e sensata e ci danno volentieri l’8×100 perché siamo visti come gente onesta. Diciamo che non è male come punto d’inizio ma quando si arriva alla croce ognuno deve prendere una decisione. Posso credere che Gesù sia morto per me? Posso credere che solo attraverso la sua morte si sia aperta per me la via verso il Padre? Sono io pronta a dare la mia vita per lui? Sono pronta a fare morire la mia saggezza e affidarmi solo a lui?

Mi rendo benissimo conto che anche noi, anch’io, ci fermiamo un attimo davanti a queste domande; ed è giusto che sia così. Sono dure, radicali, ma è proprio questo il messaggio della croce che per tante persone è troppo forte, quasi fondamentalista, Paolo direbbe pazzo.

La predicazione della croce dev’essere radicale perché parliamo di vita e di morte. Non discutiamo di una buona vita in generale. Non discutiamo di vari modi di intendere e vivere la nostra vita. Paolo ci dice: chi si accosta sotto la croce di Gesù si troverà quel Gesù al suo fianco quando sarà una volta davanti dal giudizio di Dio. Chi riconosce oggi Gesù come il suo salvatore, chi accetta quel sacrificio della croce, anche se non lo può cogliere con la saggezza umana, sarà salvato. Paolo scrive: per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio.

La croce è per i credenti la potenza di Dio. Dynamis sta scritto nel testo greco. Lo sentiamo anche in italiano che c’è dinamica in questa parola e anche dinamite. La potenza di Dio cambia il mondo. Lì dove secondo la saggezza umana è tutto finito, cioè nella morte, proprio lì si fa vedere la potenza divina. Dio ci lascia la croce, il segno della morte come simbolo della vita eterna.

E Paolo lo sa benissimo: non si riesce a capire e spiegare questo concetto con parole umane. Ogni persona deve fallire nel tentativo di cogliere il messaggio della croce con le proprie capacità, prima di riconoscere veramente la potenza di Dio sulla croce.

Paolo fa rifermento all’Antico Testamento e al profeta Isaia quando scrive: Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti. Questo è un giudizio verso Israele e verso una fede morta e legalista. E Paolo prosegue scrivendo: Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?

Ricordiamoci di tutte le persone pie e sagge con le quali Gesù ha discusso della fede e che hanno in continuazione cercato di metterlo in trappola. C’erano quelli che gli hanno chiesto come devono rapportarsi alle tasse e Gesù gli ha risposto: Date a Dio quello che è di Dio. Mt 22,12b

E poi venivano i sadducei che lo interrogavano sulla risurrezione dei morti. Gesù gli rispondeva: Voi errate, perché non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio. Mt 22,29

E venivano quelli che chiedevano quale sia il comandamento più grande e anche a loro Gesù rispondevo solo con ciò che sta già scritto nelle Sacre Scritture, e che gli ebrei pregano ogni mattina, cioè: Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Dtn 6,5

Tante persone credenti, intelligenti chiedono qualcosa a Gesù e sembra quasi che si stupiscano di una risposta che dovrebbero in teoria conoscere però la risposta va contro la sapienza umana. Proprio i Greci nella chiesa di Corinto, che erano fieri della loro educazione e filosofia, avevano i maggiori problemi con questa predicazione della croce che scardina ogni sapienza umana.

E Paolo continua a scrivere: Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. Solo per capirci: la sapienza del mondo non è di per sé male. Proprio Paolo è un teologo molto fine. Non ha nessun’interesse a farci smettere di pensare e di ripetere poi solo versetti biblici senza senso. Sicuramente no! Ma Paolo sottolinea che la saggezza del mondo arriverà prima o poi in un vicolo cieco dove si ferma. Però Dio apre la via della fede e fiducia; senza segni che chiedono gli ebrei, senza saggezza che chiedono i greci, pura fede.

E Paolo scrive: Noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

La pazzia di Dio è Gesù Cristo in croce. Sulla croce succede ciò che un essere umano non può fare. Lì accade redenzione, salvezza. – Dio diventa debole sulla croce. La potenza umana fallisce perché non riesce ad avvicinarsi a Dio. Per questo Dio costruisce nella sua debolezza un ponte – Un ponte di salvezza verso la vita eterna.

Paolo richiama la chiesa di Corinto verso l’essenziale. Dice loro: smettete di litigare per delle sciocchezze e tornate verso il centro. E il centro è Gesù Cristo e il miracolo che è successo in croce. Predicate la croce anche se gli altri vi sorridono, anche se vi considerano pazzi. Non si tratta qui dei vostri pensieri e della vostra saggezza ma della salvezza eterna.

Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-06-26 13:23:262020-11-09 15:58:49Sermone: La pazzia della croce
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