Chiesa Evangelica Metodista di Padova
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Sermone: Il padre con i due figli

12 Giugno 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

La settimana scorsa abbiamo parlato di che cosa sia la chiesa e una delle immagini che proponeva Paolo era quella della famiglia. Una famiglia nella quale si vive insieme come fratelli e sorelle, maggiori, minori e tutti intorno a quel Dio che per loro è come madre e padre.
Però lo sappiamo bene che non è sempre facile convivere in famiglia e anche nelle famiglie migliori si litiga talvolta o ci sono delle incomprensioni. Di una famiglia del genere voglio raccontarvi oggi. Una famiglia che forse può dire qualcosa anche a noi come chiesa. Leggo dal vangelo di Luca nel 15 capitolo a partire dal versetto 11
11 (Gesù disse): «Un uomo aveva due figli. Quest’uomo può essere visto come Dio. Egli è un padre che ha però tante caratteristiche che forse definiremmo più femminili. Non penso che qualcuno si stupirebbe del suo comportamento se questo padre fosse una madre. È un padre che non deve far vedere chi comanda in casa. È un padre che non pretende che gli vengano tributati degli onori particolari. È un padre che non si lascia supplicare ma è veloce a perdonare. – Penso che non sia giusto “incastrare” Dio nei nostri schemi di maschile e femminile. E diciamocela tutto: questi schemi non funzionano più, neanche con le madri e i padri di oggi. Non so se hanno mai funzionato veramente, con Dio sicuramente non funzionano.
Questo padre ha due figli. E già di nuovo ci fermiamo perché se il padre è Dio, chi sono i figli? Siamo noi. Per noi cristiani Dio non è uno che ha fatto una volta il mondo ed ora sta in cielo a guardarsi il tutto con distacco. Il nostro Dio non è una delle tante divinità greche che stanno ferme ad osservare il mondo mentre questo tribola. Il nostro Dio si mette in gioco. È come un genitore che vive tutte le gioie e preoccupazioni che costituiscono la vita delle madri e dei padri. Dio vuole questo contatto con noi, vuole che noi ci possiamo rispecchiare in lui, vuole vivere la gioia e il dolore che i figli portano con sé.
Questi figli – e di nuovo devo dirlo: nella parabola sono maschi ma potrebbero benissimo essere anche delle femmine – questi figli sono come capita spesso, molto diversi. Hanno gli stessi genitori ma crescono in maniera completamente diversa. Dovrebbero in teoria fare esperienze simili nella vita ma le interpretano in modo differente. Mio fratello ed io siamo così. Stessi genitori, figli totalmente diversi.
Adesso entriamo nel primo conflitto educativo. Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”. Accidenti che coraggio! Se fosse mio figlio gli direi: Signorino, prima voglio sentire un bel ‘per piacere’. Secondo, non ti spetta niente. Terzo, così non si parla con la mamma, e adesso sparisci e rifletti sul tuo comportamento.
Dio reagisce diversamente. Egli divise fra loro i beni. Non ha nessun obbligo di fare questo. Chi ha diritto di pretendere l’eredità quando vivono ancora i genitori? Solo il pensiero dovrebbe farlo vergognare. Sono i figli che dovrebbero prendersi cura dei genitori anziani, non viceversa. Questo figlio non ha nessun diritto a chiedere la sua parte dei beni. Comunque, prova come provano tanti bambini e quel padre gli permette di agire secondo la propria testa. Divide i beni tra i suoi figli. Devono tutti e due ricevere lo stesso.
Di lì a poco, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano, e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. Non lo sapeva il padre che cosa avrebbe fatto suo figlio? Io dico che lo sapeva. Noi genitori conosciamo bene i nostri figli. Sappiamo come sono fatti, conosciamo i loro limiti e i loro pregi; i loro punti di forza e i loro problemi. Quel padre decide di lasciare suo figlio libero. Decide di fargli fare le sue esperienze, anche se si potrebbe fare male in questo. La pedagogia di Dio è molto moderna e libertaria. Non è facile vivere quest’amore che libera. Non è facile lasciar fare ai propri figli, al bene più prezioso che abbiamo, dei possibili errori. Questo padre si sforza di lasciare suo figlio in libertà e succede proprio quello che si poteva prevedere: l’errore viene commesso. Non sarebbe stato possibile risparmiargli quest’esperienza? No, proprio no.
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Per quel figlio era necessario finire nel bisogno. Esistono delle persone che per incontrare Dio devono finire nel bisogno. Questo non ci dice che Dio vuole che stiamo male, no. Ma esistono tante persone che vivono la loro vita proprio come questo ragazzo. Vogliono fare le loro esperienze ed è giusto che le facciano perché solo nel momento del bisogno si può cambiare qualcosa per loro.
Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. Gesù racconta questa storia a dei genitori ebrei. Che cosa potrebbe essere peggio per loro di sapere il proprio figlio in compagnia di pagani, addirittura lavorando per loro e contaminandosi nel contatto con degli animali impuri? Diciamo che in questa descrizione vengono messi insieme i peggiori incubi dei genitori dell’epoca. E vi ricordo: Dio permette che facciamo le nostre esperienze. Dio usa addirittura quell’allevatore di maiali pagano (il peggio del peggio) per fare sì che il figlio perduto non debba morire di fame.
Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. Così grande è la fame. Talvolta serve che la fame diventi grande prima che siamo disposti ad accettare ciò che ci fa bene. Non ve lo dico come minaccia. È un semplice fatto. Talvolta affrontiamo questi momenti nella vita nei quali dobbiamo fare certe esperienze. Nessuno ce lo può togliere, dobbiamo attraversarle.
Allora, rientrato in sé, disse: “Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! A quel punto il ragazzo si ricorda di suo padre. Sono sicura che tutti quanti portiamo in noi un ricordo di Dio. Tutti quanti abbiamo un’idea di questo Dio che ci vuole bene e presso il quale c’è abbondanza. Talvolta è un ricordo molto lontano, talvolta è più una speranza ma questa speranza porta alla decisione:
Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi”.
È la decisione di alzarsi dal proprio porcile, di mettersi in cammino verso Dio e di chiedere perdono. Ho peccato. Mi sono distaccato di te. Sapevo bene che non avrei dovuto, e l’ho fatto comunque. Non sono più degno, non ho nessun diritto davanti a te. Chiedo perdono.
Questo è il passo che ogni cristiano deve fare. Non solo quei figli perduti che hanno bisogno di finire nel porcile, ognuno deve riconoscere di non essere degno davanti a Dio e di non avere nessun merito da portare. Anche il bravo figlio che è rimasto alla casa del padre deve riconoscere questo fatto e per lui potrà essere addirittura più difficile che non per il fratello. Il Catechismo di Heidelberg, che utilizziamo ancora nelle nostre chiese chiede ad un certo punto: Siamo dunque corrotti a tal punto da essere del tutto incapaci di alcun bene, e inclini a ogni male? E la risposta è: Sì – a meno che nasciamo di nuovo mediante lo Spirito Santo. Noi non abbiamo niente di cui vantarci davanti a Dio. Né come figli ribelli, né come figli perfetti. Dipende tutto da Dio.
Ma guardiamo che cosa succede, perché finora c’è stato solo il pensiero di quel figlio di voler fare un passo verso il padre.
Egli dunque si alzò e tornò da suo padre; ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione: corse, gli si gettò al collo, lo baciò e ribaciò.
Il figlio si era fatto tanti pensieri ma prima di poter aprire bocca agisce il padre. Lo vede, corre, gli si getta al collo, lo bacia e ribacia. Potete immaginarvi per quanto tempo questo padre avesse già cercato con gli occhi suo figlio? Nessun genitore lascia andare i figli senza preoccuparsi e lui sapeva delle difficoltà che suo figlio avrebbe avuto. Adesso c’è questa esplosione d’amore nella quale non servono neanche più le parole. Puro amore, questo è Dio.
E il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. È giusto che questa confessione venga espressa anche se il padre non la richiede. È giusto confessare i nostri peccati davanti a Dio e chiedergli perdono. Non serve a lui, serve a noi, per metterci il nostro peccato davanti agli occhi. Serve a noi per esprimere ciò che non va.
Ma il padre disse ai suoi servi: “Presto, portate qui la veste più bella, e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato”. E si misero a fare gran festa.
Dio non risponde neanche alla confessione di peccato. Ha già risposto con il suo sguardo, con la sua corsa, con l’abbraccio e i baci. Adesso vuole festeggiare, non solo un pochino, ma una festa in grande perché il figlio era morto ed è tornato in vita.
Chi non è in comunione con Dio vive una vita da morto. Quante persone vivono così, distaccate dalla fonte di ogni vita. Invece Dio fa festa per ognuno che vuole vivere con lui.
Il testo prosegue e ci racconta del secondo figlio che è sempre stato vicino al padre ma non ha tanta misericordia con il fratello tornato.
25 Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. 27 Quello gli disse: “È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28 Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli rispose al padre: “Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato”. 31 Il padre gli disse: “Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato”».
Dobbiamo chiederci quanta misericordia abbiamo noi con i nostri fratelli e con le nostre sorelle che sono stati nel porcile? Di solito ci è facile individuare i porcili di questa terra. Di solito non abbiamo problemi ad identificare le persone che si sono contaminate con idee e pratiche pagane, eretiche, comunque non degne di un figlio di Dio. Ci è di solito più difficile abbracciare e baciare quanti tra loro tornano. Noi vogliamo sentire le scuse e spesso neanche quelle ci bastano. È così?
Il padre che ci presenta Gesù ha un cuore per i figli ribelli. Lascia loro la loro libertà. Lascia loro fare le esperienze necessarie e poi li accoglie con tutto l’amore che un genitore può provare per la propria carne e il proprio sangue.
Dio ha misericordia con tutti i suoi figli. Di questa misericordia viviamo – tutti quanti. Mostriamoci anche noi a nostra volta misericordiosi con coloro che cercano il Padre tornando dai porcili.
Amen
Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-06-12 17:54:102020-11-09 15:58:30Sermone: Il padre con i due figli

Sermone: Che cos’è la chiesa?

5 Giugno 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Il testo biblico proposto per oggi si trova nella lettera di Paolo agli Efesini. Questa lettera è molto importante perché tratta un tema importante, cioè la chiesa di Gesù Cristo e la convivenza al suo interno, nella casa di Dio. A Efeso la prima chiesa cristiana era ancora in costruzione: non intendo lo stabile, ma penso alla costruzione umana di una chiesa, che non è mai facile. Sulla casa di Dio vogliamo oggi riflettere

Ascoltiamo che cosa scrive Paolo nel secondo capitolo della lettera agli Efesini vv 17-22.

17 Con la sua venuta (Gesù Cristo) ha annunziato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; 18 perché per mezzo di lui gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito.  19 Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio.  20 Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, 21 sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore.  22 In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito.

Non so quale pensiero evochi il testo in voi. Io l’ho letto appena tornata dalla Consultazione metodista la settimana scorsa e ho identificato automaticamente i lontani e i vicini nelle persone che ho visto lì. La nostra chiesa sta facendo grandi cambiamenti. Persone che 20 o 30 anni fa sono arrivati da lontano si sono oggi mischiati con quelli che storicamente sono vicini. Altri che 20 anni fa erano nel bel mezzo di tutto, fanno oggi un passo indietro per dare spazio. Questo rimescolamento di persone, idee e modi diversi di vivere la fede non è mai stato facile. Talvolta è così difficile che uno dei “vicini” ha deciso addirittura di allontanarsi. Proprio in relazione a tutte queste difficoltà Paolo deve scrivere la lettera alla chiesa di Efeso e in qualche modo scrive la sua lettera anche a noi oggi e ci dice:

Pace! Pace ai lontani, pace ai vicini, pace a tutta la chiesa di Gesù Cristo. Tutti quanti, ebrei e gentili, vicini e lontani, italiani, ghanesi, filippini e coreani – tutti quanti hanno ora accesso al Padre in un medesimo Spirito. Quest’unità nello Spirito è la corda che stringe insieme ebrei e pagani come membri della comunità. Quest’unità è anche la prova che Cristo produce veramente la pace tra i vicini e lontani e questo vale fino ad oggi: dove lo spirito di Dio apre i cuori delle persone tutto ciò che potrebbe dividere passa in secondo piano.

E così Paolo descrive in quattro immagini il carattere di una chiesa.

1             Per primo paragona la chiesa con una comunità, una nazione divina. Inizia dicendo: Così dunque non siete più né stranieri né ospiti. Non siete più come quelli che vivono come clandestini senza diritti civili in un paese straniero. Quante persone vivono e lavorano anche nella nostra città senza avere ancora il diritto di chiamare questo Paese la loro patria. Quante persone si sentono in mezzo a noi come cittadini di seconda categoria. – Non dev’essere così nella chiesa di Gesù Cristo! I gentili che una volta non avevano contatto con il Dio d’Israele sono ora, da quando credono in Gesù Cristo, concittadini. Hanno tutti i diritti e doveri che ha ogni membro del popolo di Dio. Hanno parte a tutti i beni e a tutto il bene nel regno di Dio.

La chiesa come una nazione. Una comunità di fedeli che hanno fatto tutti in qualche modo delle esperienze con Gesù Cristo. Confessano tutti insieme: ero come morto e sono diventato vivo in Cristo. Sono stato lontano e sono ora vicino a Cristo. Ho sperimentato che Cristo mi ama e voglio essere con lui. – Questa è la base di questa comunità. È una nazione che non è fondata su leggi o costituzioni, sul fare o lasciare certe cose. La chiesa come comunità di Dio si definisce nella appartenenza a Cristo.

Si potrebbe fare l’errore e pensare di far parte di questa comunità perché si viene con regolarità agli incontri, perché si sostiene finanziariamente il gruppo, anche se manca il contatto principale, quello con Cristo. Nella nazione di Dio non valgono le regole del nostro mondo. Si fa parte di questa nazione solo nell’unione con Cristo.

2             Però non si rimane solo a quel livello. Nel momento in cui si avvicinano quelli che sono vicini e quelli che sono lontani, si accostano anche a Dio. Questo è ancora di più di una semplice nazione perché parliamo di una relazione orizzontale tra i membri e verticale con Dio. Paolo scrive: siete membri della famiglia di Dio. La chiesa non è solo una comunità, ma è una grande famiglia. Sarebbe una famiglia nella quale Dio ha il ruolo di madre e padre e tutti i fedeli sono figli di varie età. Tutti quelli che fanno parte della famiglia vivono insieme nella casa di Dio e hanno il diritto di abitazione, diritto famigliare, diritto ereditario.

Mi piace quest’immagine perché se si vive insieme in questa casa di Dio, i figli hanno tanto contatto con i genitori e anche con gli altri figli più grandi o più piccoli. Questa convivenza mi sembra fondamentale in una chiesa. Conoscersi, ascoltarsi, aiutarsi, queste sono espressioni di una famiglia che funziona. È in quest’immagine è impressionante ricordarsi che Gesù Cristo non ha dato come esempio ai suoi discepoli un adulto o un bambino grande, ma un bambino piccolo. Potrebbe dirci che la crescita dentro una chiesa non si mostra nell’autonomia delle persone ma proprio nel suo contrario, in una sempre maggiore dipendenza dal Padre. I più deboli sono i forti perché non sono in grado di fare niente con le loro forze e il Padre celeste può raggiungere il massimo effetto con loro.

3             Però Paolo non si ferma neanche all’immagine della famiglia. Va oltre nel pensiero e arriva dopo aver parlato di quelli che abitano nella casa, alla costruzione della casa. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore.

Edificio – edificare qualcosa – edificare qualcuno. Queste parole fanno parte della stessa famiglia. È edificante per noi se ci facciamo edificare dentro a quel grande edificio della chiesa di Dio. Gesù Cristo stesso è il fondamento di questa casa. La parola che la Nuova Riveduta traduce con pietra angolare potrebbe essere tradotta anche come prima pietra o l’ultima pietra, la chiave di volta. Cristo è tutto ciò. Egli è il fondamento della nostra fede, la prima pietra che viene posata bene in terra che darà a tutto l’edifico la stabilità necessaria.

Però Cristo è anche la pietra angolare che dà una direzione alla casa. Se quella pietra angolare non viene messa bene, ci saranno sempre crepe in tutto l’edifico. Quella pietra dà la direzione alla quale si orientano le mura. E così come i muratori si orientano a quella prima pietra quando costruiscono le mura dell’edificio, così anche noi possiamo e dobbiamo orientarci a Cristo quando costruiamo l’edificio della nostra vita e della nostra chiesa. Gesù è la pietra angolare che dà orientamento nella fede.

E infine Cristo è anche l’ultima pietra, la chiave di volta. Potete immaginarvi una di quelle finestre ad arco che troviamo in tante chiese. Se la volete distruggere dovete togliere solo una pietra, l’ultima che tiene tutto insieme. Senza quella pietra crolla l’arco. Servono tante altre pietre per costruire un arco ma solo una lo tiene insieme.

La Bibbia ci dice che Gesù Cristo è l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine di tutto l’edificio della chiesa. Tutto si posa su di lui la prima pietra fondamentale, tutto si orienta a lui la pietra angolare, tutto cresce verso di lui la pietra ultima.

4             È così Paolo introduce l’ultima immagine per la chiesa. L’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. Quell’edificio cresce. Con il passare del tempo, vengono sempre inserite nuove pietre in questo edificio. È una scelta che oggi sempre meno persone vogliono fare: lasciarsi incorporare, perdere l’autonomia di guardare un po’ qua e un po’ là senza dover sentire il peso dell’edificio sulle spalle. Però il tempio cresce solo se le pietre si lasciano posizionare.

La chiesa non è un qualsiasi edificio. È la casa di Dio, il tempio santo del Signore. Vuol dire che Dio stesso vive in questa casa, vive insieme a noi. La chiesa è la casa di Dio, forse è la cosa più bella che si può dire della chiesa. Uno si sente a casa dove sta bene, dove trova compagnia gradita, dove si può riposare, dove trova gioia e amore. Per tante persone la propria casa è il luogo più bello che esiste. Una casa del genere, dove si sta bene e dove uno vuole vivere, risposare e festeggiare. Una casa così vuol essere la chiesa per Dio. La chiesa di Gesù Cristo è un tempio che cresce, dimora per Dio.

Ora Paolo ha utilizzato tante immagini per spiegare sempre lo stesso: che cos’è la chiesa. La chiesa è una nazione santa, una comunità della quale i membri ne fanno parte per appartenenza a Cristo.

La chiesa è una famiglia con fratelli e sorelle, giovani e anziani nella fede ma soprattutto con Dio che ci è come madre e padre.

La chiesa è un edificio stabile; fondato su Gesù Cristo, orientato a Gesù Cristo, completato in Gesù Cristo.

La chiesa non è un edificio qualsiasi, è il tempio di Dio che vive in esso.

Tante immagini – una chiesa. Cerchiamo di viverla!

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-06-05 17:51:262020-11-09 15:56:03Sermone: Che cos’è la chiesa?

Sermone: La differenza fondamentale

3 Giugno 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

1 Pietro 4, 7-11

La fine di tutte le cose è vicina; siate dunque moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera.

Soprattutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perché l’amore copre una gran quantità di peccati.

Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare.

Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il carisma che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri.

Se uno parla, lo faccia come si annunziano gli oracoli di Dio;

se uno compie un servizio, lo faccia come si compie un servizio mediante la forza che Dio fornisce,

affinché in ogni cosa sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.

 

Poco tempo fa ho incontrato una signora con la quale giocavo quand’eravamo bambine.

Ci trovavamo spesso sulla piazza del mio “paesello”, presso la casa comunale, perché mia madre e suo padre lavoravano là.

Io ero la figlia dell’ostetrica condotta e lei era la figlia del sindaco, un uomo austero, di condotta irreprensibile, che interpretava il suo ruolo di servizio alla comunità in ligio stile comunista, in anni in cui nel Veneto bianco, un’amministrazione di sinistra era una rarità.

L’uguaglianza della dignità delle persone era un punto fermo dell’ideologia di questa persona che, negli anni, ha ben meritato il soprannome di “leggendario”.

Costui, che aveva umili origini, nel corso della sua lunga permanenza alla guida del comune, non si è arricchito, non ha cambiato il suo stile di vita, ma ha continuato ad essere ciò che era.

Quand’è morto, da autentico ateo qual era, ha avuto il funerale civile presso la Casa del Lavoratore, sede delle attività dell’allora partito comunista.

I vecchi del nostro paese lo ricordano ancora e non ho mai sentito alcuno parlar male del suo operato.

Io ricordo iniziative per la sanità pubblica all’avanguardia per quel tempo, in cui non esisteva il servizio sanitario nazionale per tutti e non c’erano i consultori.

Insomma, una persona che si è condotta nella vita con solidarietà ed uguaglianza.

Qualcuno potrebbe dire “come un buon cristiano”, ma non è così.

Il passo della lettera di Pietro che abbiamo letto certamente incita al comportamento “fraterno” (abbiate amore intenso gli uni per gli altri ….. siate ospitali senza mormorare ….. mettete il carisma che ognuno ha ricevuto al servizio degli altri ….), ma la parte che giudico fondamentale non è COME FARE, bensì PERCHÉ FARE; in altre parole qual è il motore ed il fine del nostro operato.

Noi siamo cristiani, crediamo in un Signore disconosciuto dagli atei.

E questo è, o almeno dovrebbe essere, un dato fondamentale nella nostra vita, qualcosa che ci distingue da coloro che, pur operando bene, si conducono nella vita con solidarietà, uguaglianza fra gli uomini, senso della giustizia.

Ma allora qual è la differenza?

NESSUNA, nel comportamento, però da credenti dobbiamo tener conto che la nostra visuale, quella che i tedeschi chiamano Weltanschaung, non è e non può essere solo orizzontale.

L’inizio del passo che abbiamo letto incita il credente ad essere moderato e sobrio per dedicarsi alla PREGHIERA, per trarre da Dio la forza per comportarsi fraternamente.

Noi crediamo che i doni che abbiamo ricevuto vengono da Dio, non sono una nostra caratteristica personale.

Noi cristiani sappiamo che quando apriamo bocca lo dobbiamo fare per annunciare le opere di Dio, per glorificare il Suo nome e quello del Suo figlio Gesù Xto.

Insomma ciò che diciamo e ciò che facciamo deve essere detto e fatto a lode del santo nome di Dio.

E qui viene il bello.

Io credo che in una società così laicizzata come la nostra e così debolmente Xtiana nei contenuti, anche noi rischiamo di diventare “timidi” nel dichiarare la nostra fede.

E questo non può essere, perché allora rischieremmo, nella migliore delle ipotesi, di ridurre tutto ad una dimensione orizzontale, nella quale non trovano il posto che meritano la preghiera, la lode, la richiesta di aiuto e forza da parte del nostro Signore.

Per un Xtiano questo posto deve essere trovato, perché, come non inizio la giornata senza lavarmi il viso, così non posso passare la giornata senza trovare spazio per la preghiera, sia essa di lode o di supplica.

In una società come la nostra, in cui il dichiararsi apertamente credenti rischia di farci intendere come “bigotti”, noi, evangelici convinti, dobbiamo vincere le nostre timidezza e proclamare a gran voce che l’inizio e la fine non appartengono all’uomo, ma solo a Dio, quel Dio che noi preghiamo, quel Dio che ci consola e perdona, quel Dio che ci ha riscattato dal peccato per mezzo del suo Figlio Gesù Xto.

Ecco la differenza.

Una differenza fondamentale, che non cambia magari l’effetto delle opere di solidarietà, ma che tiene conto che tutto ciò che diciamo e facciamo, deve essere detto e fatto a lode del Suo Nome.

Credo che dobbiamo fare qualche riflessione in proposito, e valutare qual è realmente la nostra propensione alla preghiera e la nostra forza per annunciare al mondo che siamo seguaci di Xto, non solo tiepidi Xtiani di tradizione, solo perché siamo nati nel mondo occidentale.

AMEN

Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-06-03 11:20:302020-11-09 15:56:14Sermone: La differenza fondamentale

Sermone: L’agire dello Spirito Santo ieri e oggi

15 Maggio 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Che cos’è l’evento che festeggiamo oggi insieme? Lo chiamiamo Pentecoste ma che festa è?

Nel libro degli Atti nel capitolo 2 ci viene raccontato della prima Pentecoste cristiana. Che cosa succede in questo racconto? È una storia particolare che però potrebbe situarsi anche oggi, qui a Padova. Inizia così: Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Ci sono delle persone che per vari motivi si trovano nel tempio di Gerusalemme. Ci sono quelli che frequentano regolarmente il tempio, persone che sono affezionate ai discorsi che si possono sentire dai vari sacerdoti e tra di loro ci sono altre persone che forse si trovano lì per la prima volta. In quello shabbat c’è una festa. Noi festeggiamo la Pentecoste – penta/cinque-coste/è il decimale, cinquanta – giorni dopo la Pasqua. Gli ebrei festeggiavano e festeggiano Schawuot, la festa delle settimane. Questa festa, che si celebra sette settimane dopo la Pasqua, ha un carattere gioioso per la prima raccolta del grano, per cui si esprime il profondo ringraziamento a Dio. All’epoca si offrivano le primizie del grano come sacrificio nel tempio. – Per questo c’era tanta gente diversa nel tempio per festeggiare e ringraziare Dio per tutte le cose buone che lui offre ogni giorno. Non erano venuti solo i soliti frequentatori del tempio ma tante persone anche da lontano. Persone credenti, persone curiose, israeliti e stranieri persone che volevano vedere e festeggiare.

Tutti quanti trovano uno spazio nel tempio. Questo rimane così ancora oggi. Ognuno è venuto per i suoi propri motivi ma tutti si trovano insieme. Forse i singoli gruppi si guardano ancora da lontano, non sanno ancora bene che cosa pensare gli uni degli altri. Ma tutti quanti si trovano insieme in quello spazio dedicato a Dio.

E poi succede, quel giorno della prima Pentecoste ciò che nessuno probabilmente si era aspettato. Vi leggo la prima parte del racconto di Pentecoste dal libro degli Atti nel 2 capitolo.

Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo.  2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti.  3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro.  4 Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.  5 Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo.  6 Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.  7 E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei?  8 Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa?  9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia,  10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani,  11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue».  12 Tutti stupivano ed erano perplessi chiedendosi l’uno all’altro: «Che cosa significa questo?»  13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Son pieni di vino dolce». 

È una storia che nessuna di quelle persone nel tempio si era aspettata. Così come neanche voi vi aspettereste che in questo culto scendano lingue di fuoco su di noi che ci riempiono di Spirito Santo. Lì c’erano uomini che parlavano in estasi in varie lingue, ma in qualche modo tutti potevano capirsi. E poi c’è la domanda: «Che cosa significa questo?». E qualcuno ha già la risposta pronta: «Son pieni di vino dolce». Questa è la nostra solita risposta quando succede qualcosa che non ci possiamo spiegare. Devono essere ubriachi!

Anche noi oggi nel nostro culto siamo un gruppo molto diverso. Siamo qui insieme cristiani evangelici e cattolici, abbiamo anche in mezzo a noi persone che forse non sanno bene che cosa vogliono credere. Siamo qui insieme: giovani e anziani, italiani e stranieri da vicino e lontano, persone che vivono in maniera molto diversa la loro vita, anche la vita affettiva. – In teoria dovremmo dire: lasciamo perdere non si capiranno mai. È troppo difficile, troppo diverso, non ha nessun senso tentare un dialogo. Tu pensi di poter mettere insieme opinioni tanto diverse? Devi essere ubriaco!

Il racconto della prima Pentecoste prosegue:

14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici, alzò la voce e parlò loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, vi sia noto questo, e ascoltate attentamente le mie parole.  15 Questi non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del giorno;  16 ma questo è quanto fu annunziato per mezzo del profeta Gioele:  17 “Avverrà negli ultimi giorni”, dice Dio, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni.  18 Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito, e profetizzeranno.

Pietro lo dice chiaramente: non sono ubriachi, è lo Spirito Santo che opera in loro.

In questi giorno si svolge la conferenza generale della United Methodist Church, la Chiesa metodista unita. Noi qui in Italia non ne facciamo parte, ma è comunque una nostra grande chiesa sorella. Ci sono vari temi in discussione ma uno dei temi caldi è proprio quello della possibilità di benedire coppie gay e lesbiche in chiesa e di aprire il ministero pastorale anche a persone dichiaratamente omosessuali. È il tema che il nostro sinodo italiano ha già affrontato nel 2010. Sul livello della UMC è una discussione che va avanti da quasi quarant’anni, e tanti dicono che sarebbe venuto proprio ora il momento di farla finita e di dividersi se non si trova una soluzione. Sarebbe necessario formare due gruppi perché comunque le persone non riusciranno mai a capirsi. È già tutto detto, è troppo difficile parlarsi, non ha nessun senso. – Non ho idea di che cosa si deciderà ancora durante la prossima settimana ma prego fortemente che lo Spirito Santo faccia quel miracolo di unire persone diversissime e far loro capire che cosa dicono e credono gli uni e gli altri. È un miracolo quando persone diverse riescono ad ascoltarsi, un miracolo come lo era alla prima Pentecoste quando scendevano le lingue di fuoco.

Anche oggi ci sono tanti che mi risponderebbero: ma sei ubriaca? Ma che credi? Alla fine è tutto politica. Decideranno i soldi. – Io credo che lo Spirito Santo possa e voglia agire in noi e nelle nostre chiese, anche nelle nostre assemblee e nelle nostre discipline.

Nella storia della chiesa, anche della nostra chiesa ci sono stati tanti momenti nei quali lo Spirito Santo ha agito con potenza. Ha agito contro il parere del mondo ma in vista della lode a Dio.

Penso per esempio alla decisione di combattere contro la schiavitù. Quante persone avranno citato 1 Pietro 2,18 Servi, siate con ogni timore sottomessi ai vostri padroni, non solo ai buoni e giusti, ma anche agli ingiusti. Lo Spirito Santo voleva un cambiamento – per la lode di Dio.

Penso alla decisione di ammettere le donne al ministero pastorale. Quante persone avranno citato 1 Corinzi 14,34 Tacciano le vostre donne nelle chiese, perché non è loro permesso di parlare, ma devono essere sottomesse. Lo Spirito Santo voleva un cambiamento – per la lode di Dio.

Forse è venuto nuovamente il momento di fare dei cambiamenti nelle discipline della chiesa.

In quella prima Pentecoste è stato donato lo Spirito Santo a tutti i credenti. Oggi sta a noi dire come vogliamo interpretare quest’evento. Sta a noi decidere quanto spazio vogliamo dare alla potenza di questo Spirito. La Bibbia ci dice che questo Spirito può soffiare dolcemente o anche scombussolare tutto come una forte tempesta. Questo Spirito divino riesce a farci fare delle cose che al mondo sembrano ‘da ubriachi’. Ma questo è il mistero della fede che possono succedere delle cose che noi non abbiamo in programma o che nemmeno ce le possiamo immaginare. Io voglio credere che lo Spirito di Dio agisca anche oggi, agisca anche in noi.

Che cos’è successo in quella prima festa di Pentecoste? Si sono messi a lodare Dio. Vorrei anch’io che lodassimo Dio non solo con le nostre parole, ma con tutta la nostra vita. Vorrei che lodassimo Dio interagendo con altre persone così come ce l’ha mostrato Gesù. Vorrei che lodassimo Dio con la capacità di liberarci dalle potenze e i pensieri di questo mondo che cercano di portarci sotto il loro potere.

Il mondo cerca di dirci che va bene trattare le persone come oggetti, come materiale umano che deve lavorare ed essere produttivo. Se lo Spirito Santo ci aiuta a dire una parola contro questa logica è pura loda a Dio.

Il mondo ci vuole fare credere che esistono esseri umani di prima e seconda categoria. Ci sono quelli che hanno avuto la fortuna di nascere in determinati Paesi e ci sono gli altri dei quali non dobbiamo preoccuparci troppo. Lo Spirito Santo vuole aprirci gli occhi per poter vedere tutte le creature di Dio con i suoi occhi.

Il mondo vuole farci credere che sia pericoloso aprire la tradizionale forma di essere famiglia ad altre forme che le persone trovano per stare insieme come famiglia. Lo Spirito Santo ci rassicura invece che Gesù non ha mai mostrato paura di fronte a scelte di vita diverse della sua. E forse lo Spirito di Dio vuole darci anche le parole per comunicare a persone che vivono altri modelli di famiglia che cosa vuol dire che nell’amore famigliare si rispecchi l’amore di Dio verso l’umanità.

Non lo so quali progetti ha lo Spirito Santo né per la mia vita, né per la nostra chiesa. Ma voglio essere aperta a sentire e fare agire questo vento dal cielo che può spazzare via la polvere vecchia e fare brillare l’essenziale – per la lode di Dio!

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-05-15 14:45:472020-11-09 15:56:25Sermone: L’agire dello Spirito Santo ieri e oggi

Sermone: Potentemente fortificati!

9 Maggio 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Corridoi umanitariMa quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.

«Io vi ho detto queste cose, affinché non siate sviati. Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose affinché, quando sia giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette. Non ve le dissi da principio perché ero con voi.

Giovanni 15,26-16,4

 

Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.

Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo, a lui sia la gloria nella chiesa, e in Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli. Amen.

 

Ad una prima lettura può sembrare che i brani di oggi siano astratti e in qualche modo lontani dalla nostra realtà quotidiana, mentre invece io credo che possano parlarci profondamente e arricchire concretamente la nostra esistenza. Infatti, mi pare di poter dire che il messaggio che ci arriva, forte e chiaro, è che:

  • il Signore che proclamiamo essere il Creatore e il Redentore ama tutta l’umanità senza preclusioni di alcun genere, e la ama così com’è: cioè formata di persone piccole, imperfette e peccatrici;
  • il nostro compito è rispondere al Suo amore affidandoci con fiducia alla potenza dello Spirito Santo, alla potenza che agisce in noi e attorno a noi, anche proprio nei momenti di maggiore scoraggiamento e sfiducia.

Proprio in questi giorni è arrivato a Fiumicino il nuovo gruppo di esuli che sono stati sottratti alla guerra attraverso i corridoi umanitari. Mai come in queste bellissime occasioni sento dentro di me tutta l’amarezza e il dolore dell’impotenza.

Guardo questi volti di bambini felici, e penso alle migliaia che sono rimasti laggiù, osservo gli sguardi spauriti degli adulti e immagino quanto dolore si lascino alle spalle, quanta paura e quanta nostalgia. Provo a pensare a come mi sentirei io al loro posto: certamente felice e sollevata perché probabilmente così ho salvato me stessa e i miei figli, ma piena anche di ripianto e nostalgia perché non riuscirei a non pensare a tutti gli altri, ai parenti, agli amici, agli sconosciuti, legati a me dalla cultura, dalla lingua dalla storia, forse anche dalla religione, sconosciuti né migliori né peggiori di me che sono rimasti laggiù. Non potrei non piangere pensando alla mia vita spezzata, agli oggetti abbandonati o distrutti, ai miei libri, ma anche ai miei vestiti, alla mia tazza preferita, piccole cose banali che riempiono la nostra esistenza.

Certo, cosa significa tutto ciò a fronte dell’aver salva la vita? Niente, ma cerchiamo per un attimo, solo per un attimo, di immaginare cosa questo significherebbe per noi. Cosa vorrebbe dire lasciare dietro a sé tutta la propria storia, il proprio Paese, tutto quello che fino ad oggi si è conosciuto ed amato. Nonostante stiamo comunque parlando di gente relativamente fortunata, di coloro che hanno potuto arrivare in Italia, coloro che non hanno dovuto affrontare ore e ore di cammino, il freddo, la pioggia, la neve. Parliamo di persone che a causa delle loro fragilità (si tratta di bambini e persone malate con le loro famiglie) hanno potuto salire su un aereo di linea e aver salva la vita. Avranno dei documenti in regola, un tetto, del cibo. Ma pensate allo strazio di sperare di essere in quel gruppo di fortunati e temere di non farcela e, se si è scelti, pensate al senso di colpa nei confronti di tutti gli altri, le migliaia che resteranno là dove c’è la guerra, la morte, la disperazione. Pensate a tutti coloro che partono nella speranza di fuggire ad una morte certa e che spesso vanno incontro ad un’altra morte, per fame, per stenti, per fatica, per annegamento.

Pensate a tutti costoro, al loro dolore, alla loro fatica e pensate che anch’essi sono creature del Signore. Anch’essi sono stati creati da Dio, dal nostro Dio, se davvero crediamo che Egli sia il Signore, colui dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, anch’essi sono destinatari di quell’amore incommensurabile di Cristo, talmente enorme che non se ne possono conoscere le dimensioni, tanto è vasto e profondo e alto e lungo. O abbiamo pensato che questo amore fosse solo per noi, abbiamo creduto che il nostro Dio ama solo noi e che gli altri si arrangino. Abbiamo potuto ipotizzare che il Dio dei cristiani si occupi solo dei cristiani e che tutti gli altri possono anche morire di fame, di ferite non curate, di terrore, sotto la tortura o nei campi di concentramento? Abbiamo davvero creduto di poter gridare “Dio è con noi!”?

Ebbene, io credo, al contrario, che il Signore, se è il Signore, ama tutti noi uomini e donne, peccatori spesso neppure consapevoli del nostro peccato, ma più spesso neppure pentiti di tutti gli orrori che facciamo o che altri fanno, ma che noi non denunciamo o che non guardiamo perché grazie ad essi noi possiamo concederci di vivere nel benessere, come in effetti viviamo.

Se siamo radicati nel Suo amore, allora possiamo percepirne tutta la forza e l’enormità siamo resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza.

Se sento davvero l’amore che il Signore ha per me, allora percepisco anche, che il Creatore ama perdutamente, infinitamente, tutte le sue creature, anzi tutto il creato, tutta la vita che esiste accanto e dentro ognuno e ognuna di noi. Ma questo amore, dice il nostro testo, sorpassa ogni conoscenza, cioè non è realmente conoscibile da noi, non è decodificabile. E’ talmente altro rispetto a quello che noi siamo anche solo in grado di ipotizzare, che la nostra mente non può neppure immaginarlo. In effetti, noi spesso non siamo capaci di amare neppure i nostri figli, e i giornali sono pieni di episodi che ce lo raccontano, non siamo capaci di amare chi ci sta vicino e ci assomiglia, in una parola non siamo davvero capaci di amare ma, ed è questo il messaggio forte e gioioso di questa mattina, siamo stati amati, siamo amati, siamo accolti e voluti così come siamo: imperfetti e peccatori. Noi e tutti i nostri fratelli e sorelle, tutti coloro che abitano vicino e lontano da noi, tutti coloro che commettono il bene e il male, tutti coloro che ci assomigliano e quelli che sono diversi, quelli che hanno alle spalle la nostra storia e quelli che non ce l’hanno. Quelli che si dichiarano cristiani e quelli che non lo sono,  quelli che hanno una casa e quelli che non ce l’hanno.

Ma dunque cosa possiamo fare, vi starete chiedendo, cosa significa tutto ciò per me, per noi, oggi e domani e sempre? Queste riflessioni possono facilmente condurci al nichilismo o alla depressione. Io sono piccolo e peccatore non riesco a fare nulla di veramente importante, non sono capace di amare e in fin dei conti non mi sento neppure amata e allora tanto vale che non ci provi neppure a essere diversa. Non è forse questo lo stato d’animo che spesso ci impedisce di andare avanti e di procedere? Non è forse questo senso di impotenza e inutilità che ha allontanato dalle nostre chiese tanti fratelli e sorelle? Non è forse questo vuoto dentro di noi che ci spinge a riempirci di cibo e di oggetti che ci facciano sentire meno inutili e soli?

Ma, fratelli e sorelle, non è assolutamente questo il messaggio che abbiamo ascoltato oggi: sia Gesù nel vangelo secondo Giovanni che successivamente Paolo scrivendo agli Efesini ci dicono che non dobbiamo avere paura, che non dobbiamo sentirci abbandonati e delusi, che non dobbiamo lasciarci andare. Che l’amore di Gesù è talmente vasto e profondo che certo non è per noi neppure immaginabile, ma invece ci abbraccia completamente e ci fortifica e ci incoraggia.

Infatti, come ci ricorda l’apostolo Paolo Egli è Colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo.

Il mondo compie il male perché non ha riconosciuto né il Padre, né Gesù: tante volte anche noi compiamo il male perché non riusciamo a sentire che Gesù dimora in noi. Pensate, Cristo abita nei nostri cuori: è una immagine potentissima, tale per cui possiamo lasciare indietro le nostre paure, il nostro senso di solitudine. Possiamo totalmente abbandonarci a questo amore che ci avvolge e protegge, possiamo tentare di non omologarci ad un mondo che non ha saputo riconoscere il proprio Creatore e, pur consapevoli di essere isolati in un mondo che non crede, possiamo proclamare la nostra fede e dare la nostra testimonianza.

Ecco allora che il minuscolo gesto dei corridoi umanitari che certo non impediscono che le guerre continuino ad esserci, che non salvano altre migliaia di persone, che non risolvono di per sé il problema del futuro per tutti questi esuli, acquista tutto il suo significato. Pur essendo un piccolo gesto che non riesce neppure a smuovere la chiusura e l’egoismo dei governi, delle persone che ci circondano e quella che abbiamo anche noi nei nostri cuori, è un gesto potente perché proclama che anche se cadiamo e ricadiamo e cadiamo ancora però il Signore ci dona il diritto e l’occasione per sentirci  potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo e possiamo percepire che Cristo abita nei nostri cuori e che riusciamo ad abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo che ci permette di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza e quindi a testimoniare al mondo che ci circonda e non ci ama, ai nostri vicini e ai nostri figli che sì, ci sentiamo ricolmi di tutta la pienezza di Dio. Amen!

Erica Sfredda (Predicatrice locale, Verona)

https://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2016/05/Corridoi-barca-con-mani.jpg 726 1000 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-05-09 11:05:572020-11-09 15:57:11Sermone: Potentemente fortificati!

Sermone: Cantate!

24 Aprile 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

In Germania c’è un detto “i vestiti fanno le persone”. È vero? – In un certo senso direi di sì. Anch’io mi metto la toga solo la domenica per il culto e non la porterei durante la settimana, di solito mi cambio addirittura ancora prima di salutarvi. La toga è il segno del dottore, vuole mostrare che non vi racconto qui dal pulpito solo i miei pensieri ma che dietro alla predicazione c’è lo studio. Forse la toga non la metto neanche per mostrare qualcosa a voi, piuttosto aiuta a me ad entrare in questo ruolo di pastora. È un discorso un po’ strano, ma quando indossiamo certi abiti, ci sentiamo anche diversi. Per questo abbiamo abiti da festa e abiti da lavoro.
Soprattutto quando vogliamo fare vedere a qualcuno chi siamo, o chi possiamo essere, diventa importante l’abito. Questo involucro è in un certo senso un simbolo per ciò che vogliamo presentare. Per questo i ragazzi si mettono dei vestiti belli quando vanno a presentarsi per un nuovo lavoro o quando si presentano la prima volta alla futura suocera.
Lo sappiamo anche bene, che un bell’abito non rende ancora una persona buona. Abbiamo tante, troppe persone attorno a noi che curano bene l’aspetto esteriore, ma ciò che è dentro va a male.
Come dovremmo vestirci noi? Noi cristiani, come dovremmo apparire? – Spero che non ci sia una grande differenza tra ciò che si vede fuori e ciò che Gesù vede nel nostro cuore. Spero che noi non dobbiamo recitare un ruolo cristiano che non si rispecchia nella nostra fede.
Paolo dà nella lettera ai Colossesi dei consigli riguardo all’aspetto delle persone nella comunità. Vi leggo Colossesi 3,12 a 17
Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. 13 Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. 14 Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. 15 E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti. 16 La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. 17 Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui.
Quando Paolo dice ‘Rivestitevi’, non intende dei vestiti di stoffa che possono fare apparire una persona diversa dalla realtà. Paolo intende piuttosto delle caratteristiche che le persone nella comunità devono indossare per sempre come ‘gioielli’, come ‘abito da festa’.
Guardiamo con chi parla Paolo. – Non è un gruppo qualsiasi, ma sono gli eletti, i santi, gli amati da Dio. Così vede l’apostolo questa comunità a Colosse. Ma gli attributi sono validi anche per noi. Anche noi cristiani qui a Padova siamo eletti, santi e amati da Dio.
La comunità di Colosse era ancora molto giovane. Non avevano la lunga tradizione cristiana che noi abbiamo alle spalle. Per questo gli ammonimenti di Paolo servono per dare loro qualcosa come una bussola per la loro fede. E possiamo dire che Paolo rimane piuttosto concreto nei suoi consigli. Non lascia niente al caso.
Talvolta incontro persone che cercano proprio questo: uno che dice chiaramente che cosa devono fare e che cosa no. E visto che Paolo non formula neanche delle idee assurde potremmo dire: se tutti vivessero così, sarebbe una vita pacifica e piena di armonia per tutta l’umanità.
Quando guardiamo invece un po’ più a fondo nel testo, vediamo che Paolo descrive un’immagine ideale per farci vedere come tra di noi cristiani ci si dovrebbe comportare. Paolo non descrive la situazione come la vive lui o come la vede in qualche comunità, ma piuttosto la meta dove sarebbe bello arrivare seguendo Cristo. Contemporaneamente egli dà con le sue parole una mappatura per la via sulla quale possiamo raggiungere la meta, raggiungere Cristo.
Com’è questa via e la meta della sequela che Paolo descrive? Che cosa dicono le sue parole ai cristiani di Colosse e con questo a noi oggi, cristiani qui a Padova?
Paolo dice che il nostro carattere dovrebbe consistere in misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine e pazienza. E l’amore deve essere l’elemento che lega tutto. L’amore è il vincolo della perfezione che tiene e porta tutto. Gesù Cristo è questo vincolo, quest’amore. E la pace di Cristo … regni nei nostri cuori ci porti alla riconciliazione e verso la gratitudine. E se La parola di Cristo abita in noi abbondantemente, ci porterà automaticamente alla sequela. Nella sua parola troviamo verità e sapienza che ci aiutano a trovare la via e a non perdere di vista la meta. Siamo esortati a cantare di cuore a Dio, …salmi, inni e cantici spirituali, tutta la nostra vita dev’essere piena di gratitudine per l’amore di Dio e per la sua misericordia. E tutte le nostre opere, tutto ciò che pensiamo, diciamo e facciamo deve avere il suo principio e compimento in Cristo.
Quando ricapitoliamo questo testo, potremmo dire: si dovrebbe riflettere su ogni singola frase. Si potrebbe addirittura scrivere una predicazione su ogni argomento. – Ma forse vi viene più da dire: Sappiamo bene, che non siamo le persone ideali come dovremmo essere di fronte a Dio. Anche se facciamo tanta fatica ad arrivarci, alla fine tutto lo sforzo rimane un lavoro imperfetto. E comunque Paolo ci chiama eletti di Dio, santi e amati. Come possono andare queste due cose insieme?
Paolo scrive nella lettera ai Romani di se stesso il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio (Rom 7,19). È purtroppo spesso così nella nostra vita, ma non dobbiamo rassegnarci, possiamo di nuovo con Paolo sperare in Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo (Fil 2,13). Alla fine sta tutto nelle mani di Dio, e abbiamo la promessa che egli ci vuole portare alla meta, cioè presso di sé.
Visto che questa domenica è intitolata ‘cantate’, vorrei riprendere alla fine un punto specifico di tutto l’elenco di Paolo. Egli dice cantate di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. – Quale valore ha per voi il cantare nel culto? In che senso ci può portare il canto più vicino a Dio o al nostro prossimo?
Quando cantiamo al culto, i testi degli inni sono spesso preghiere cantate, sono spesso parole che si indirizzano direttamente a Dio, ma contemporaneamente queste parole mi legano anche con il resto della comunità, con gli altri che cantano le stesse parole con me. Così abbiamo da un lato l’asse verticale con Dio e dall’altro l’asse orizzontale con gli uomini. Quando ho la possibilità di pregare e cantare insieme con altre persone? Nel culto – e sono spesso gli inni nei quali la parola di Cristo abita abbondantemente.
Possiamo discutere tanto sullo stile della musica, e con qualcuno di voi l’ho già detto che io personalmente preferisco la musica più vivace di quanto la sento talvolta nella nostre chiese. Ma tutto ciò è secondario. L’importante sono i testi degli inni e che li cantiamo, non solo così perché si deve, ma di pieno cuore, consapevoli di stare di fronte al trono di Dio con il nostro canto.
Ricordo sempre volentieri la nostra tradizione metodista quando si parla di canti spirituali. Charles Wesley ha evangelizzato le masse con i suoi inni. Ha preso canzoni popolari che si cantavano nei pub e applicava a queste melodie un testo nuovo. Le predicazioni di suo fratello John erano buone, ma si sentivano una volta sola, gli inni invece rimanevano nella testa della gente e da lì le parole scendevano pian pianino nei cuori. Questo è il miracolo degli inni, che li portiamo con noi e nel momento giusto saltano fuori a confortarci o a darci parole di gioia.
Se cerchiamo di mettere in pratica ciò che dice Paolo, se cerchiamo di metterci questo nuovo vestito di cui parla, forse potremmo iniziare con un vestito da corista. Possiamo cantare la nostra fede per proclamarla davanti a Dio, davanti agli altri uomini e alla fine anche davanti a noi stessi. E se sentiamo bene che cosa dicono questi inni che cantiamo può cambiare qualcosa in noi e forse anche nel nostro mondo.
Martin Lutero ha scritto come prefazione a un innario dei suoi tempi: “Cantate al SIGNORE un cantico nuovo, cantate al SIGNORE, abitanti di tutta la terra! (Salmo 96,1) poiché Dio ha fatto gioire il nostro cuore tramite il suo figlio amato, che si è dato per noi per salvarci dal peccato, dalla morte e dal diavolo. Chi crede questo non può tacere. Deve cantarlo e proclamarlo con gioia, così che tutti lo sentano e si avvicinino.”
Amen
Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-04-24 18:24:392020-11-09 15:57:00Sermone: Cantate!

Sermone: La vittoria dell’amore

17 Aprile 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Quando la sera torno da Padova a Vicenza ascolto spesso un programma radio nel quale la gente chiama per raccontare le sue avventure amorose. Spesso sono delle vicende che non sono finite bene e poi si scherza su come uno si potrebbe vendicare del partner che ha procurato tanto dolore. Sembra importante per il proprio ego potersi vendicare, poter vincere alla fine anche se l’amore è già perso.

Di questo vorrei riflettere oggi con voi delle vittorie e delle perdite nella vita.

Leggo dalla prima lettera di Giovanni 5,1-4

Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi è stato da lui generato.  2 Da questo sappiamo che amiamo i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti.  3 Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.  4 Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

Questo testo finisce con un colpo di scena: la nostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo. Il mondo è vinto, superato, non servono più le rivendicazioni, le logiche di questo mondo non hanno più valore. La fede vince sopra le leggi del mondo. Questo vuol dire: il mondo non si trasforma in una data precisa o legata a qualche evento, ma la fede, l’atteggiamento verso la vita cambiano il mondo.

La fede è più che un semplice atteggiamento, ma non abbiamo tante altre parole che possono descrivere che cos’è l’opera della fede in noi. La fede è una specie di fiducia che si innesta. Fiducia in se stessi, fiducia in Dio, fiducia nel prossimo. Questa fiducia viene dall’amore di Dio che i credenti in qualche modo hanno sperimentato.

Questa fede non si esaurisce né nell’interpretazione del mondo, né nel suo cambiamento. Però la fede si mette in relazione con il mondo. Detto concretamente: una fede vissuta e la rivendicazione non vanno insieme, di pari passo, anzi siamo esortati a benedire quelli che ci maledicono e a pregare per quelli che ci oltraggiano. (Luca 6,28) La fede fa i conti con una vittoria che è già avvenuta e trova in quel modo una nuova relazione verso il mondo. Le piccole vittorie personali non hanno più valore perché sono illuminate dall’una, grande vittoria della fede.

Chi ha una fede solida non deve proccurarsi delle piccole vittorie delle rivendicazioni, del mobbing, dello sparlare e di tanti altri metodi sottili con i quali andiamo alla guerra in questa vita. Non servono più per chi crede. Possiamo rilassarci, perché la battaglia è già vinta.

Forse c’è qualcuno tra di voi che pensa: bella teoria, la pratica è diversa. – So bene quanto profondamente in noi sono radicati i pensieri egoistici e negativi. Ho un vicino di casa che vorrei spedire sulla luna almeno due volte a settimana e mi vengono tante idee perfide su come potrei rendergli dura la vita. – Proprio perché non siamo dei santi, ma ci confrontiamo con questo mondo che può essere molto fastidioso, proprio per questo mi aiuta ascoltare quel versetto: questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

Durante la prima guerra mondiale, questa frase è stata utilizzata per predicare la guerra. Si credeva di dover vincere, però in guerra si può solo perdere. – La vittoria della fede è già avvenuta, è la premessa e non la meta. La fede non è un programma per vincere, non opera con la forza bensì con amore.

Penso che tre passi ci possono portare verso questa vittoria: l’esperienza di Dio, l’esperienza della fede e l’esperienza della fraternità.

 

Esperienza di Dio

Quella donna in radio della quale vi ho raccontato aveva fatto delle esperienze brutte. Aveva un fidanzato, voleva fidarsi di lui, ma lui ha deluso questa fiducia. Nessuno può vivere senza fiducia e questa donna ne sente ora la mancanza. Quando stavano insieme, si poteva fidare e tutto andava bene, ora lei è arrabbiata, furiosa, malvagia.

Anche il nostro testo biblico parla di fiducia. È la fiducia verso Dio che si presenta come amico e padre. Però avere fiducia non è semplice quando abbiamo fatto esperienza di come le persone possono abusare della nostra fiducia. La ritroviamo solo confrontandoci con il messaggio di Gesù. Lui è la persona umana che ci può dare la fiducia che contemporaneamente diventa fiducia in Dio. Ascoltiamo ancora una volta il nostro testo: Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi è stato da lui generato. La fiducia in Dio porta alla fiducia in Dio il creatore e con questo all’amore verso il creato e le creature.

Da questo sappiamo che amiamo i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. L’amore per Dio viene collegato con l’ubbidienza ai comandamenti. Quante volte sento ripetere che la chiesa deve occuparsi della chiesa e il mondo del mondo. Un’idea che condivido se si tratta di distinguere gli ambiti della chiesa e quelli dello stato. Non condivido però questo pensiero quando qualcuno pensa che la domenica si possa (o si debba) parlare di cose da chiesa mentre durante la settimana viviamo secondo le regole del mondo. No. Chi ama Dio osserva i suoi comandamenti in tutti gli ambiti della vita. (Esodo 20) Non uccidere – Neanche a distanza, facendo finta di non sapere.  Non rubare – Neanche le tasse che sono antipatiche a tutti. Non attestare il falso contro il tuo prossimo. – Neanche contro il vicino che ti fa uscire fuori di testa.

Chi fa esperienze con Dio ne trarrà anche delle conseguenze per la propria vita. Questa esperienza con Dio si mostra nell’amore, così descrive Giovanni la relazione con Dio. E vivendo quell’amore si sviluppa la forza che regge la nostra vita, la forza che porta la vittoria sul mondo e su tutto ciò che fa male.

A quella donna in radio Dio direbbe forse: Tu non devi combattere per la tua dignità e la tua autostima. Ho già vinto tutto io per te. – L’esperienza della fede non può annullare ciò che è successo a quella donna, ma può spostare quest’esperienza negativa in un contesto più ampio. Giovanni dice che nell’attenerci ai comandamenti possiamo sperimentare noi l’amore di Dio tramite il nostro agire. Così sperimentiamo la base della fiducia che viene sintetizzata nel doppio comandamento d’amore: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». (Luca 10,27)

Forse è importante sottolineare che non si tratta di un dovere. Non è che devo amare, però posso sperimentare l’amore verso di me, posso sperimentare di non dover vivere l’odio, posso sperimentare la vittoria che è già avvenuta.

 

Esperienza della fede

Quel processo di apprendimento è la fede. E il nostro testo ci dice che la fede e l’amore vanno insieme. Credere in Dio vuol dire vedere la vita come un dono, non come possesso. Forse anche questo è stato uno degli errori della donna in radio. Ha visto la sua relazione come una proprietà che le viene rubata. È certo che se mi viene sottratto qualcosa lo voglio in retro. Però la vita non è il mio possesso. Chi vede la vita come dominio proprio pensa anche che è in qualche modo merito proprio com’è questa vita. La fede ha un altro approccio. La fede non intende la vita come un avere, piuttosto come un essere. Quella donna tradita è però fissata sull’avere ciò che le è stato tolto e non percepisce che con la sua reazione distrugge anche l’essere della sua vita. La rivendicazione non vince il mondo ma cementa piuttosto il gioco delle tenebre, dell’odio e della guerra che in qualche modo sentiamo dentro di noi.

 

Esperienza di fraternità

La diffidenza nella propria capacità di amare e il sentimento di poter possedere altre persone porta in quel caso di perdita verso l’odio e la violenza. Come potrebbe essere diversamente?

Il nostro testo biblico mostra una via diversa attraverso la fede. E in questo la fede è un processo di apprendimento. Non possiamo ‘avere’ la fede, però possiamo cercare di viverla. Vivere la fede vuol dire fidarsi non solo di se stesso, ma anche di Dio e anche di altre persone. Una fede vissuta si fa vedere nella capacità di superare delusioni e vivere invece la riconciliazione e il perdono. Non è solo il pensiero che la vita va oltre, ma la vita va oltre con Dio al mio fianco. Fede vuol dire essere amato e amare altri. Amare altri ed essere amato. Amare Dio, amare il prossimo, amare se stesso. Questo è la nostra vittoria.

Amen

 

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-04-17 15:03:082020-11-09 15:56:50Sermone: La vittoria dell’amore

Sermone: Di pastori e pecorelle

10 Aprile 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Ezechiele 34,1-2 . 10-16 . 31

La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini:  2 «Figlio d’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele; profetizza, e di’ a quei pastori: “Così parla DIO, il Signore: Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere sé stessi! Non è forse il gregge quello che i pastori debbono pascere? 

10 Così parla DIO, il Signore: Eccomi contro i pastori; io domanderò le mie pecore alle loro mani; li farò cessare dal pascere le pecore; i pastori non pasceranno più sé stessi; io strapperò le mie pecore dalla loro bocca ed esse non serviranno più loro di pasto.  11 «Infatti così dice DIO, il Signore: Eccomi! io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro.  12 Come un pastore va in cerca del suo gregge il giorno che si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io andrò in cerca delle mie pecore e le ricondurrò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di tenebre;  13 le farò uscire dai popoli, le radunerò dai diversi paesi e le ricondurrò sul loro suolo; le pascerò sui monti d’Israele, lungo i ruscelli e in tutti i luoghi abitati del paese.  14 Io le pascerò in buoni pascoli e i loro ovili saranno sugli alti monti d’Israele; esse riposeranno là in buoni ovili e pascoleranno in grassi pascoli sui monti d’Israele.  15 Io stesso pascerò le mie pecore, io stesso le farò riposare, dice DIO, il Signore.  16 Io cercherò la perduta, ricondurrò la smarrita, fascerò la ferita, rafforzerò la malata, ma distruggerò la grassa e la forte: io le pascerò con giustizia. 

31 Voi, pecore mie, pecore del mio pascolo, siete uomini. Io sono il vostro Dio, dice il SIGNORE”».

Caro Gregge,

non so se vi piace questo modo di essere chiamati. Non so se vi percepite come delle pecorelle anche se mi chiamate pastora e non so chi tra di noi potrebbe essere il montone alla guida del gregge. Forse nessuno di voi sarebbe fiero di essere chiamato così. Caro gregge, o meglio ancora, care pecorelle: questo modo di chiamarvi non mi fa pensare a dei membri di chiesa responsabili. Anche se talvolta ammetto di essermi già sentita in chiesa come in un gregge di pecore che belano tutte quante insieme. In queste situazioni mi chiedo sempre: di chi è la colpa, delle pecore indisciplinate o del pastore che non riesce a condurre la mandria?!

Nell’insieme mi piacciono le pecore. Non mi capita spesso di vedere un gregge ma quando passo davanti ad uno, mi fermo quasi sempre per guardare le pecore e gli agnellini. Da bambina volevo diventare pastora di pecore, almeno così ho scritto nei libri di poesia delle mie amiche. Un pastore può sempre essere nella natura, può muoversi liberamente, ha un cane e tutte queste belle pecorelle. Un pastore può godersi la solitudine e la tranquillità – che bella immaginazione per una ragazzina di 8 o 9 anni. Alla fine, comunque, ha funzionato e in qualche modo e sono diventata pastora, anche se le pecorelle sono diverse e manca il cane. Ascoltando bene il testo di Ezechiele, però, ci rendiamo conto che le cose non sono proprio così semplici per i pastori.

Ezechiele è tra i profeti di cui ci parla il primo testamento decisamente quello più sopra le righe. Lui accompagna il suo messaggio con delle immagini forti, talvolta macabre e sottolinea il tutto con delle performance. Per esempio si mette su una piazza per cucinare carne buona in una pentola vecchia e arrugginita. Cuoce il tutto fino a quando la carne è totalmente bruciata e si mischia con la ruggine della pentola. A quel punto inizia con la sua predicazione e spiega alle persone che la pentola sarebbe un immagine per Gerusalemme e la carne per gli abitanti di Gerusalemme, il fuoco invece rappresenterebbe Dio. Ezechiele predica con quell’immagine la purificazione per mezzo del fuoco divino.

Anche nel testo che abbiamo letto noi, Ezechiele non ha proprio peli sulla lingua. Il profeta dice: ‘Voi pastori vivete la bella vita. Vi godete il vostro potere che avete nei confronti delle pecore ma non le accudite.’ Con quest’immagine Ezechiele attacca tutti quelli che hanno del potere. Il re, ma anche i sacerdoti nel tempio e i profeti ingaggiati dal re. Ezechiele dice: guai ad un re che non si preoccupa del suo popolo come dovrebbe! Guai ai sacerdoti che portano il popolo verso false divinità! Guai, perché non è un popolo qualsiasi. È il popolo eletto da Dio. E Dio non scherza quando si tratta del suo popolo eletto. – Tutti quelli che hanno del potere corrono il rischio di usare male questo potere: questo vale per genitori e figli, superiori e sottoposti, per insegnanti e allievi e tanti altri. Il nostro passo biblico ci dice che Dio si mette sulla parte dei deboli.

Ma la Bibbia ci dà anche un criterio per giudicare i sovrani. Ci viene detto che non è importante che sappiano dimostrare la loro potenza. Chi è forte deve far vedere la sua forza in favore dei più deboli e deve abolire le condizioni di disagio. Il problema è che dai tempi di Ezechiele fino a oggi i forti tentano di approfittare dei più deboli e alla fine si dice che sarebbe colpa loro (…dei deboli). È molto radicato nell’essere umano il fatto di guardare a se stesso, di vivere in un grande egoismo e di chiedersi, di fronte alle decisioni a prendere: in che cosa giova a me? Quale vantaggio mi porta il mio agire? Queste sono domande radicate molto profondamente in noi. E in questo non dobbiamo guardare in alto ai superiori, ai capi economici o politici o alla dirigenza della chiesa, ma possiamo guardare a noi stessi.

Dio vuole essere il buon pastore. Presso di lui vale: chi si è perso viene cercato, che si è ferito viene curato, chi è debole viene sostenuto. E nonostante tutto ciò, Dio non è contro i forti. Anche i forti devono essere sostenuti e curati. Questo è importante. Anche quelli forti possono vivere la loro forza, solo non la devono vivere contro i più deboli. Così come Dio vuole curare i malati e offesi, parimenti vuole anche che non dobbiamo nascondere i nostri lati forti, anzi, vuole che incrementiamo ancora le nostre forze. – Martin Lutero ha detto una volta: ‘Un melo porta delle mele. Non cambia il suo frutto per una falsa umiltà o per vergogna di portare buon frutto in pere di legno’ Vuol dire: chi porta buon frutto può essere fiero di questo e può mostrarlo. Anche per questo servono i pastori: per individuare e favorire dei doni. Non solo i doni che piacciono ai pastori, ma tutti i doni che Dio ha dato devono essere sostenuti e incrementati. Anche nei nostri lati deboli si trova spesso tanto potenziale che non viene utilizzato. Non dobbiamo nascondere i nostri doni, ma utilizzarli.

Ma Ezechiele non parla alle pecore, quanto ai pastori. Perché loro trovano sempre, per tutto ciò che va male, una buona scusa. Il profeta, invece, addebita a loro questa situazione. Voi non avete rafforzato le pecore deboli, non avete guarito la malata, non avete fasciato quella che era ferita, non avete ricondotto la smarrita, non avete cercato la perduta, ma avete dominato su di loro con violenza e con asprezza. (Ezechiele 34,4) Esistono abbastanza esempi di abuso di potere. Quando il popolo non viene ascoltato o addirittura gli viene negato di esprimere una propria opinione. Dobbiamo solo aprire il giornale e subito abbiamo abbastanza esempi davanti agli occhi. Ezechiele punta il dito contro questa situazione e grida: guai a voi pastori.

Sarebbe facile dire: è giusto che quelli che hanno potere si prendano una ripassata! Hanno pensato per troppo tempo solo a se stessi. – Ma noi oggi viviamo in una democrazia, almeno in Europa. Il nostro stato è organizzato secondo principi democratici e la nostra chiesa è il massimo della democrazia. Per questo non è così facile oggi fare questo discorso del sotto e sopra. Se nella nostra società succedono delle ingiustizie siamo sempre anche noi in qualche modo coinvolti. Nessun politico nasce nella sua posizione e ci sarà sempre una prossima elezione. Nessun pastore ha ricevuto la consacrazione senza lettere di raccomandazione di varie chiese e dopo tante prove. Nessuno nella nostra chiesa fa fede di essere insostituibile o infallibile.

In questo discorso di Ezechiele, lui intende con i pastori i capotribù che regnano il popolo. Oggi le persone a cui si rivolge il messaggio di Ezechiele sarebbero tante, cioè tutti quelli che in qualche modo portano responsabilità, sia al lavoro o in politica o nella chiesa. In tutti noi si cela una parte di pecora e anche una parte di pastore. Tutti quanti dobbiamo sentire la predicazione di Ezechiele.

Questo vale per la sua condanna dei pastori ma anche per la promessa di Dio: Eccomi! io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro. Dio stesso vuole intervenire. Il Signore vuole prendersi la responsabilità. E così dice concretamente: Io cercherò la perduta, ricondurrò la smarrita, fascerò la ferita, rafforzerò la malata. Così Dio fa vedere che è del tutto diverso da tanti altri regnanti. Egli fa ciò che gli altri non vogliono fare o forse non sono neanche in grado di farlo. Dio è un Dio per tutti quelli che ne hanno bisogno, per i deboli e per i forti.

E ancora un altro aspetto è importante. Dio dice che egli stesso vuole pascolare il suo gregge. Egli stesso cerca la relazione con gli uomini. Egli stesso si assume la responsabilità, si sporca le mani e non gli pesa di occuparsi di loro. Dio cerca una relazione con noi uomini e non smetterà di cercare tutte quelle persone singole e smarrite e perse finché abbia trovato tutti quanti.

Proprio perché noi siamo così importanti per Dio, lui controlla quelli che hanno delle responsabilità. Proprio per questo si immischia sempre di nuovo, e per questo manda degli uomini come Ezechiele per dare voce a ciò che non va in questo mondo. E sì, ci sono abbastanza cose che non vanno e che devono essere dette. Esistono parecchie persone di potere che non usano tanto bene il loro potere.  – Ma Dio non le stermina. L’eterno Iddio, il Signore dei Signori agisce diversamente. Cerca gli esseri umani, diventa uno di noi. E visto che ama in particolare i deboli, i persi, i feriti, per questo non viene come Signore in questo mondo, ma come debole bambino. Diventa povero per cercare i poveri. Diventa un senza tetto per essere vicino ai profughi, soffre per raggiungere i sofferenti. Egli è il vero pastore. Egli è il pastore che non cerca niente per se stesso ma da tutto per il gregge, da addirittura se stesso per il gregge.

Egli ci invita oggi ad affidarci a lui, il buon pastore. Egli che accompagna i forti e custodisce i deboli. Egli che conosce le acque fresche e i buoni pascoli. Egli che conosce la via. A lui possiamo affidarci e gioire insieme con il buon pastore. Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-04-10 14:35:162020-11-09 15:56:37Sermone: Di pastori e pecorelle

Sermone: Trovare Pasqua nella quotidianità

3 Aprile 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

È arrivata la settimana dopo Pasqua. La maggior parte delle uova sono mangiate e le colombe spariscono pian pianino dai supermercati; i ragazzi hanno ripreso la scuola e gli adulti sono tornati al lavoro. Ci siamo di nuovo immersi nella nostra vita quotidiana. Così è la situazione una settimana dopo Pasqua, oggi.

Una settimana dopo la prima Pasqua vediamo sette discepoli che riprendono anche la loro vita quotidiana. Erano presenti sotto la croce, hanno visto la morte di Gesù, almeno da lontano e sono caduti in un mare di ansie. Sono spariti dalla città nemica Gerusalemme per rifugiarsi in un luogo dov’era ancora tutto in ordine, in Galilea, al lago di Genezaret dove vivevano anche prima della loro avventura con Gesù. Sono ritornati al loro lavoro, perché che cosa gli rimane adesso senza il loro maestro? Sono ritornati a ciò che conoscono.

Ma anche lì non hanno successo. Lavorano senza avere fortuna, non pescano niente. Chi conosce la Bibbia si ricorda che così è già stato una volta. Così è iniziata la loro storia quando Gesù li chiamava a essere i suoi discepoli. Il cerchio si chiude. Ma come succede talvolta, non lo vedono. Sono come ciechi. Non si ricordano che hanno già vissuto una volta tutto ciò, percepiscono solo la loro debolezza in questo momento. Gli serve aiuto.

L’evangelista Giovanni ci racconta di questa strana prima settimana dopo Pasqua. Leggo Giovanni 21,1-14

Dopo queste cose, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli presso il mar di Tiberiade; e si manifestò in questa maniera.  2 Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme.  3 Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla.  4 Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che era Gesù.  5 Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No».  6 Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci.  7 Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare.  8 Ma gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano molto distanti da terra (circa duecento cubiti), trascinando la rete con i pesci.  9 Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane.  10 Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora».  11 Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò.  12 Gesù disse loro: «Venite a far colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore.  13 Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce.  14 Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti.

I discepoli sono arrivati al punto più basso, così come Gesù l’aveva già previsto dicendo loro: Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo Giov 16,33. Sono scappati dalla croce, fuggono nel loro lavoro, hanno paura, manca loro il coraggio e la speranza. Non trovano più niente che li potrebbe tirare su, non trovano più un senso nella loro vita. Cercano il lavoro per non dover pensare, per immergersi nelle attività. – È un metodo molto comune e ben visto oggi quello di tuffarsi nel lavoro per non dover pensare o affrontare certi problemi. Oggi chiamiamo questa gente ‘Workoholic’. Ciò che loro non vogliono sentire è che il loro metodo di negare i problemi non è meglio del metodo di un alcolista che beve per non dover pensare, o di un giocatore che investe i suoi soldi per avere un po’ di speranza nel suo mondo di problemi. Fanno tutti quanti male questi metodi che ci permettono di non pensare e non sentire niente.

Per i discepoli si ripete nel loro lavoro una storia che noi abbiamo già sentito una volta, solo loro sono così immersi nel lavoro che non si ricordano più. Lavorano tutta la notte senza avere successo e poi quando c’è già la luce e i pesci spariscono nel profondo del lago, viene uno che li esorta a gettare le reti ancora una volta. Loro lo fanno e il successo è incredibile, è inverosimile.

Il discepolo più amato da Gesù  – oggi pensiamo che sia Giovanni con il nome del quale è scritto il vangelo e che non voleva essere chiamato col proprio nome – Giovanni capisce per primo e lo dice a Pietro: È il Signore! Pietro si sveglia come da un incubo, si veste subito e si butta in acqua per essere il primo che raggiunge Gesù, che nel frattempo ha acceso per loro un fuoco, per mangiare insieme. È già tutto pronto per loro, non servono neanche i loro pesci.

Ricordatevi che questa domenica si chiama Quasimodogeniti, come bambini appena nati; così sembrano i discepoli adesso. Adesso il Signore è proprio risorto anche per loro. Proprio Pietro che aveva negato di conoscere Gesù per tre volte ancora pochi giorni prima, percepisce adesso la resurrezione. E non intendo solo la resurrezione di Gesù, direi che Pietro ha vissuto la sua resurrezione: viveva nel peccato, combatteva con i sensi di colpa, doveva nascondersi nel suo lavoro per non dover pensare e adesso è tutto cambiato. Il peccato è stato perdonato e Pietro può ricominciare da capo come un bambino appena nato. Adesso può vestirsi per andare al lavoro, ma non ad un lavoro che gli faccia dimenticare tutto, ma un lavoro con uno scopo.

Pasqua rimane per noi un evento che possiamo solo percepire se abbiamo incontrato noi stessi il Signore risorto. Pasqua ci fa gioire solo se siamo morti e risorti anche noi con lui per vivere una nuova vita che non è più sotto il potere del peccato, ma fa parte del regno di Dio.

Possiamo paragonare questi sette discepoli nella loro barca, alla barca della chiesa. Loro lavorano duro, tutta la notte ma non hanno successo. Poi iniziano di nuovo a fare un lavoro che secondo le regole di questo mondo non dovrebbe per niente avere successo, ma lo fanno nella speranza e il miracolo succede.

Questa è una promessa che abbiamo noi come credenti, di trovare Gesù Cristo non solo nei momenti speciali, ma piuttosto nella nostra quotidianità. Non è importante il nostro successo. Se pensiamo di dover pescare con la nostra forza e le nostre capacità troviamo alla fine solo qualche pesciolino o gamberetto nelle reti, ma quando lavoriamo insieme con Gesù non valgono più le leggi di questo mondo.

Non importa se noi siamo in grado di riempire le nostre reti, perché c’è Gesù che ci aspetta già alla riva con tutto ciò di cui abbiamo bisogno. È già tutto pronto per noi così che possiamo gustare e vedere quanto l’Eterno è buono.

Se ci fa problemi credere veramente che Gesù si preoccupi di noi, se facciamo fatica a credere che egli possa proprio fare il miracolo e riempire le reti della nostra comunità e della nostra vita, allora siamo in buona compagnia con i discepoli che nemmeno potevano crederlo. Anche loro non hanno capito che quell’uomo che gli diceva di gettare un’altra volta le reti era Gesù, e non avevano neanche il coraggio di chiedergli chi sia.

Talvolta può essere duro affidarsi a Dio. Quando parliamo nel nostro consiglio di chiesa di questioni finanziarie o cerchiamo una persona che potrebbe prendere un determinato incarico nella comunità, può essere duro credere veramente che Dio abbia già previsto tutto per noi. Io faccio spesso fatica. Ma abbiamo la promessa che Dio ci guida e ci porta nel nostro lavoro.

Gesù si preoccupa per quelli che si affidano a lui. È vicino a noi quando facciamo il nostro lavoro nel suo nome. E ciò che ci manca lo vede e ce lo mette nelle nostre mani aperte.

Senza di me non potete far nulla dice Gesù. Questa è una buona cosa.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-04-03 16:51:382020-11-09 15:57:26Sermone: Trovare Pasqua nella quotidianità

Sermone: La via verso la vita

27 Marzo 2016/in Archivio/da Liviana Maggiore

Qualcuno di voi sa che per anni ho fatto campi scout. Uno dei grandi eventi nei campi è sempre la scampagnata di due giorni. Vuol dire che iniziamo una mattina andando nel bosco in piccoli gruppi e finiamo la sera del giorno successivo. La sfida è trovare la via giusta con una carta in mano che è stata fotocopiata mille volte e sulla quale non si vede più niente e con una bussola nell’altra mano che non riesce mai ad indicare correttamente il nord. Può essere molto faticoso trovarsi nel bosco con dieci bambini che non hanno più voglia di camminare e non hai idea di dove ti trovi. Questo vuol dire anche che non hai idea di dove trovare il tuo pranzo e non sai dove hanno portato i sacchi a pelo per la notte.

Per questo ci sono in quel gioco anche dei personaggi che dovrebbero aiutare e indicare la via giusta con delle frecce. Ma nuovamente c’è il problema che non tutti gli scout sono proprio dei campioni a leggere una carta. Per questo ti può capitare che hai uno davanti che lascia bellissime frecce che si trovano facilmente, ma si va comunque nella direzione sbagliata.

Prima che vi chiediate perché vi racconto le mie avventure da giovane scout proprio la mattina della Pasqua, vi leggo il testo della predicazione per oggi.

Si trova nella prima lettera di Paolo ai Corinzi 15,1-11

Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato, che voi avete anche ricevuto, nel quale state anche saldi,  2 mediante il quale siete salvati, purché lo riteniate quale ve l’ho annunziato; a meno che non abbiate creduto invano.  3 Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture;  4 che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture;  5 che apparve a Cefa, poi ai dodici.  6 Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti.  7 Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli;  8 e, ultimo di tutti, apparve anche a me, come all’aborto;  9 perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio.  10 Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me.  11 Sia dunque io o siano loro, così noi predichiamo, e così voi avete creduto.

Com’è questa storia della via che si deve trovare? Dobbiamo trovare noi la giusta via per la nostra vita? Chi o che cosa potrebbe darci orientamento? Ci sono così tante persone in questo gioco che si chiama vita, che mettono delle frecce grandi e bellissime ma vanno nella direzione sbagliata. Da tutti i lati vengono persone che mi chiamano e vogliono tirarmi sulla loro via e alla fine mi sento come nel bel mezzo del bosco senza cartina e con una bussola che funziona male.

Dio vuole che troviamo una via in questa vita che porta verso di lui. Ma non lascia delle frecce grandi in giro che dovremmo seguire e solo se siamo fortunati arriviamo alla meta. Dio ha invece marcato questa via verso la vita mettendosi lui stesso in cammino. Egli stesso ha percorso in Gesù Cristo questa via. Così ha aiutato tante persone a intraprendere a loro volta questa via. E così questa via è diventata più larga e più visibile. Però la prima traccia, la linea direttrice sono le orme umane di Gesù Cristo. Questo solco non porta solo nelle aree piene di sole e poco faticose. Ci porta anche in zone difficili da percorrere. Porta addirittura alla morte, attraverso la morte e verso la vita.

Così Paolo lo testimonia di fronte alla chiesa di Corinto scrivendo: Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture. Paolo non ci propone una via semplice, non una via bella ma la via nella morte e attraverso la morte verso la vita.

Il punto confortante di questa via è che Gesù Cristo l’ha intrapresa e che non la dobbiamo percorrere da soli. Tanti altri sono insieme con noi su questa via. Tanti hanno già intrapreso la via e tanti la intraprenderanno ancora. Ma il vero criterio per riconoscere la correttezza di quella via non sono le masse, ma solo uno, Gesù Cristo!

Paolo non annuncia una fede che ognuno si deve inventare da solo. Rimane fedele a ciò che è già stato annunciato a lui e che egli stesso ha vissuto con il Cristo risorto. Il messaggio di Pasqua della via che attraversa la morte non propone una via che noi potremmo aprirci da soli, non con i soldi, non con la voglia, non con una tecnica speciale. Dobbiamo farcelo dire sempre di nuovo: Cristo è andato questa via per noi e noi non possiamo aggiungere niente. – Questo non significa comunque che noi ci dovremmo accomodare e aspettare che un altro faccia per noi. Significa invece che non ha importanza con quale velocità e determinazione camminiamo, è solo importante che abbiamo preso la direzione giusta. Il Dio d’amore, il nostro Dio che alla croce ha perso tutto il potere di questo mondo, il nostro Dio crocifisso è andato prima di noi su questa via. Egli ci sta davanti agli occhi e ci indica il sentiero verso la vita.

Paolo ci racconta di molti che hanno visto Gesù Cristo il risorto. Scrive che apparve a Cefa, poi ai dodici. Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti. Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli. Quasi sembra che Paolo voglia sfidare i Corinzi a verificare il fatto storico della risurrezione. Non erano solo uno o due persone ad aver visto il risorto, erano più di 500 persone. Gesù non è apparso solo una volta ma per varie settimane in molteplici situazioni. Gesù si è fatto toccare da Tommaso che non poteva credere. E per chiarire che davanti a lui non c’è uno spirito o un fantasma Gesù si è fatto toccare le ferite. Paolo vuole dire con questa lista: la via che io vi esorto ad intraprendere non è solo immaginazione. Ci sono tanti altri che possono testimoniare che sia una via buona e giusta. Ci sono tante persone che testimoniano che non parliamo di chimere ma di realtà. E come l’ultimo dei testimoni si colloca anche Paolo nella fila dei tanti testimoni scrivendo: ultimo di tutti, apparve anche a me, come all’aborto; perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio.

Paolo da a se stesso quel titolo orrendo di aborto. Lui che è nato in una famiglia benestante, un ebreo col pedigree si considera un aborto di fronte a Dio perché quando si chiamava ancora Saulo perseguitava i cristiani. Solo dopo aver incontrato il risorto, ha cambiato vita. Così com’è successo a Paolo, così Gesù può parlare anche a noi e farci vedere la sua via. Forse non sarà così drammatico com’era sulla via verso Damasco per Paolo: vi ricordate che lui cadeva a terra e rimaneva cieco per diversi giorni. Non serve questo, ma il risorto ha tante possibilità per comunicare. Qualcuno vede in un attimo con molta chiarezza la sua via davanti a se. Altri sentono una voce fievole dentro di se che ricorda passo per passo come rimanere nella giusta direzione. Non fa differenza come Gesù parla a noi. La cosa importante da sapere: egli parla anche oggi, anche a noi così come parlava a Paolo 2000 anni fa.

Paolo chiede alla chiesa di Corinto: Avete riflettuto sulla fede che avete accettato? Avete meditato e siete in chiaro sul fatto che questa fede è una via che non basta vedere ma che bisogna intraprendere? La via della fede non si può guardare su una cartina se no uno si perde. La via della fede si scopre camminando e più e più che camminiamo, ci relazioniamo a Dio e questa via ci porta sempre più in comunione con Dio.

Noi non intraprendiamo questa via per noi stessi ma anche per percorrerla insieme a e per altri. Tutti quanti, donne e uomini che hanno incontrato Gesù Cristo il risorto, hanno anche ricevuto la vocazione di essere testimoni di questa via gli uni per gli altri. Tutti quanti siamo chiamati a fare dei passi con i nostri piedi nella direzione di Dio. E questo vuol dire passare la paura, passare le fobie e indirizzarsi verso la vita eterna e la salvezza perenne. Così la via di Dio rimane visibile attraverso i tempi, perché le persone seguono le orme di Gesù e si lasciano indirizzare dalla grazia.

E quando camminiamo e cerchiamo di essere testimoni, così scopriamo che Dio non è solo andato per questa via per primo, ma è anche oggi con noi sulla via nello Spirito Santo.

Questo è il mio augurio per noi in questo giorno di Pasqua che possiamo fissare lo sguardo su Gesù il risorto e fare poi dei passi nella fede, nella sicurezza che lui è al nostro fianco e che ci guida sulla via giusta.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2016-03-27 15:03:532020-11-09 15:57:37Sermone: La via verso la vita
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