Chiesa Evangelica Metodista di Padova
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Eventi: DOMENICA 2 DICEMBRE 2012: GIORNATA DI FESTA PER LA NOSTRA COMUNITA’

30 Novembre 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

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Domenica 2 Dicembre sarà una giornata di festa per la comunità Metodista e Valdese di Padova. Si starà assieme, in questo inizio di dicembre, iniziando alle 10 con il gruppo giovani (il primo!). Seguirà poi alle 11 il consueto culto domenicale per approdare alle 12.30 all’agape (si mangia!) curata dall’Unione Femminile. Ci sarà anche il bazar (mercatino) e, a seguire, alle 14.30 circa la lotteria.

Per partecipare al pranzo comunitario, basta telefonare ad Antonella al 3929586601

Anche chi avesse qualche oggetto in buono stato da regalarci per il nostro bazar è pregato di mettersi in contatto sempre con la nostra Antonella.

VI ASPETTIAMO (che siate membri di Chiesa o no, braccia aperte per tutti).

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-11-30 15:12:222020-10-26 12:17:56Eventi: DOMENICA 2 DICEMBRE 2012: GIORNATA DI FESTA PER LA NOSTRA COMUNITA’

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 25 NOVEMBRE 2012 (Mt 25: 1-13 Ap 21: 1-7 Is 65: 17-19, 23-25)

25 Novembre 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

NUOVI CIELI E NUOVA TERRA

Siamo arrivati all’ultima domenica dell’anno liturgico, quando la liturgia ci invita a riflettere sul significato del tempo e dell’eternità. E proprio “domenica dell’eternità” è il nome che il calendario liturgico assegna a questa domenica. Meditare sull’eternità: non è un compito facile quello che ci viene proposto oggi, perché si tratta di elaborare delle idee, delle immagini di qualcosa che sfugge alla nostra esperienza, qualcosa di cui possiamo soltanto avere qualche barlume di intuizione. Nell’eternità sfocia il tempo. Volgere la nostra attenzione all’eternità significa quindi renderci attenti al tempo che ci è stato dato come un dono, un’opportunità preziosa di cui fare buon uso, perché saremo chiamati a renderne conto; perché la nostra eternità è strettamente legata al nostro tempo, cioè al modo in cui questo tempo noi l’abbiamo vissuto. Parlavo di farne buon uso. “Buono”, in questo caso, equivale a “saggio”, “avveduto”; proprio come sagge e avvedute furono cinque delle dieci ragazze delle quali parla Gesù nella parabola riportata da Matteo. Perché sono dette “avvedute”? Non perché siano rimaste sveglie. Tutte e dieci le ragazze della parabola si sono addormentate. A differenza delle altre, però, le cinque ragazze sagge sono pronte per ciò che le attende. Come le altre, non conoscono l’ora in cui lo sposo verrà; ma appunto per questo si sono organizzate, e quando è il momento fanno quello che sanno di dover fare: preparano le lampade, utilizzando la loro scorta di olio. Le cinque sprovvedute, invece, perdono completamente la testa, con esiti disastrosi. Perché questo fallimento finale per le cinque ragazze “stolte”? Perché hanno perduto un’occasione destinata a non ripetersi più. È quanto avviene a tanti di noi. E questo succede quando non si comprende che l’attesa non è un periodo che comincia e che finisce; che non è un tempo, ma un atteggiamento, un modo di impostare la propria esistenza. L’attesa di Dio dura tutta la vita, non è a termine; e questo atteggiamento di attesa è connaturato alla fede. Non si può dire di aver fede se non si sa attendere il domani di Dio, che verrà non quando lo aspettiamo noi, ma quando lo avrà deciso Dio stesso. Si tratta di un’attesa che il credente vive in modo consapevole e, pertanto, con tranquillità, in modo rilassato. Il vero credente può permettersi il lusso di addormentarsi, perché è ben preparato per ciò che lo attende al risveglio. Il suo sonno è un sonno sereno, benefico, ristoratore; non è il sonno, magari indotto artificialmente, di chi tenta di sfuggire a una realtà che lo spaventa. Tanto nella veglia quanto nel sonno, chi ha fede vive tranquillo perché, come le cinque ragazze avvedute, si è organizzato, ha fatto scorta di olio: ha deciso, cioè, di affidarsi totalmente al Signore. E quando il Signore deciderà di venire, di irrompere nella vita del credente, il risveglio non sarà traumatico. Sarà un entrare nella casa dello sposo, per festeggiare insieme a lui. Ma come dobbiamo interpretarla, questa “venuta” del Signore nella nostra vita? L’interpretazione tradizionale la identifica con l’incontro personale che avremo con lui al momento della morte. Non credo che questa sia un’interpretazione superata, da scartare; credo, piuttosto, che debba essere ampliata. Ho parlato di un Dio che “irrompe nella vita del credente”; ebbene, questo può avvenire in qualunque momento della vita. Compreso anche il momento estremo che noi chiamiamo morte. Qualunque momento può essere un momento in cui il Signore viene da noi come uno sposo che ci apre la porta di casa sua per farci partecipare alla sua festa. Momenti del genere sono occasioni irripetibili di incontro con la grazia del Signore, da vivere nella gioia; sono momenti che, per essere vissuti pienamente, richiedono appunto una vita impostata secondo lo spirito dell’attesa. Un’attesa non inquieta, non angosciata, ma fiduciosa; un’attesa che ha il colore della speranza. Speranza e gioia. Sono questi i sentimenti che animano tanto i versetti di Isaia quanto quelli dell’Apocalisse: a far festa è Gerusalemme in Isaia, la nuova Gerusalemme nell’Apocalisse; ma anche la Gerusalemme di Isaia è una Gerusalemme del tutto nuova, rinnovata in modo radicale. In entrambi i passi biblici si annunciano nuovi cieli e nuova terra. Perché questo porta con sé la venuta del Signore: una novità di vita. Una simbologia di straordinaria suggestione, questa di Isaia, come pure quella dell’Apocalisse. Una visione abbagliante. Che cosa potremmo volere di più? Proprio nulla. E allora, la nostra reazione potrebbe essere quella di dire “Amen”, chiudere la Bibbia e andarcene a occuparci dei fatti nostri, delle concrete, pressanti e molto spesso grige e meschine incombenze quotidiane, tra le quali è davvero molto difficile scorgere qualche indizio di nuovi cieli e nuova terra, di prossima venuta dello sposo, di feste imminenti. Troppo spesso, guardandoci intorno, non vediamo altro che notte profonda, senza suoni e luci di cortei nuziali. Voci di pianto, grida di angoscia, morti premature – queste sì, invece, ne ascoltiamo e ne vediamo fin troppe. E abbiamo ampia esperienza di preghiere non esaudite. Visione abbagliante, quella di Isaia; ma pur sempre visione, non realtà. E se, invece, la “visione” di Isaia fosse tale non perché irreale, ma proprio perché capace di “vedere” più lontano e più in profondità, perché capace di mettere a fuoco una realtà più reale, più vera di quella che siamo in grado di percepire con la nostra razionalità, con i nostri sensi, con la nostra capacità di programmare solo a breve scadenza – proprio come le cinque ragazze stolte? Riflettiamo su ciò che si proponeva l’autore di questi versetti, il cosiddetto terzo Isaia. Il terzo Isaia è il profeta di un nuovo inizio per Israele: nel senso di futuro storico, ma anche di un futuro più ampio, più grande, più definitivo. Si tratta di un futuro inimmaginabile, inconcepibile, un futuro da sogno; eppure, se il profeta propone al suo popolo questa visione non è per farlo sognare, è per rivolgergli vocazione. E questo vale anche per noi: su questi versetti non dobbiamo sognare, come se dormissimo il sonno irresponsabile delle cinque ragazze sprovvedute; dobbiamo metterci in ascolto. La visione dei nuovi cieli e della nuova terra è, sì, utopia, ma è al tempo stesso realtà, perché è una possibilità che si spalanca, un compito che viene assegnato. Qual è questo compito? Innanzitutto, quello di tenere sempre le nostre lampade rifornite d’olio. Di mantenerci, cioè, sempre disponibili a riconoscere l’azione del Signore nella nostra vita, o meglio, la grazia del Signore in azione nella nostra vita. Tante volte non la sappiamo riconoscere, appunto perché non la sappiamo attendere nel vero senso della parola, perché la speranza è assente dalle nostre vite; si spiega così perché le nostre vite sembrino intessute di voci di pianto e di grida d’angoscia, di invocazioni senza risposta e di preghiere non esaudite. Noi manchiamo di speranza perché manchiamo di fede – tutti noi manchiamo di fede, nessuno escluso –, appunto per questo so bene che questo invito a riconoscere la grazia del Signore nella nostra vita può essere accolto con scetticismo, può suonare come un invito a cullarci nelle illusioni. Eppure, se pensiamo al nostro passato credo che a tutti noi capiti di riconoscere che certi fallimenti, certe occasioni mancate sono da addebitare proprio alla nostra carenza di speranza e di fede. Quello che più colpisce nel passo di Isaia è che Dio festeggia con Gerusalemme. Quando è che Dio festeggia? Quando la terra festeggia, quando la terra diventa un’unica grande città della gioia. Allora la gioia di Dio è il riflesso della gioia del mondo. Si delinea così il secondo compito verso il quale il profeta spinge la comunità di Israele, e noi con lei: suscitare una novità sulla base di questa visione che il profeta le mette dinanzi agli occhi. Isaia ci spinge a mobilitarci come credenti, come comunità umana, ad andare incontro ai nuovi cieli e alla nuova terra. Questo non significa che spetti a noi realizzare questa novità di vita. A noi spetta bussare alla porta dello sposo, cioè lasciarci coinvolgere nel progetto di Dio. E questo potremo farlo solo se la nostra attesa sarà un’attesa saldamente fondata sulla fede. Allora, sì, qualche frammento di questo “nuovo” anche noi potremo contribuire a costruirlo che ci dia il segno che questo “nuovo” non è un sogno, ma è una realtà del futuro che diventa presente. Un futuro nel quale, dice Isaia, “il lupo e l’agnello pascoleranno insieme”. Un futuro per definire il quale non saprei trovare termine migliore di “ecumenico”. È vero: l’aggettivo rimanda a un vocabolo, “ecumenismo”, che in molti di noi suscita ormai un senso di noia, di inutilità, talvolta quasi di fastidio. È triste riconoscerlo, eppure è così. Da decenni le varie confessioni cristiane si cimentano in questo sforzo, in questa tensione – non verso l’unità, questo lo sappiamo tutti molto bene, bensì verso un traguardo più modesto eppure meraviglioso, quello della “diversità riconciliata”. Ma nemmeno questo obiettivo siamo riusciti a raggiungere. Che cosa dobbiamo fare, rassegnarci? “Rassegnazione” è vocabolo che non appartiene al lessico dell’Evangelo; non ha nulla a che fare né con l’attesa, né con la speranza. Perché non provare piuttosto, a vivere in una prospettiva ecumenica a 360 gradi che si estenda ben oltre le nostre spesso misere realtà confessionali per generare una “riconciliazione delle diversità” estesa non solo a ogni realtà umana, ma al creato intero? Proviamoci tutti quanti, diversi come siamo: lupi e agnelli, leoni e buoi, senza escludere nemmeno i serpenti. Questo significherebbe davvero vivere il tempo dell’attesa costruendo in vista dell’eternità, un’eternità di benedizione. Amen.

(Sermone a cura di Caterina Griffante, Pastora della nostra comunità)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-11-25 23:28:532020-10-28 12:16:05Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 25 NOVEMBRE 2012 (Mt 25: 1-13 Ap 21: 1-7 Is 65: 17-19, 23-25)

LA CHIESA EVANGELICA METODISTA DI PADOVA E’ IN FESTA!

19 Novembre 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

DUE NUOVI MEMBRI ENTRANO A FAR PARTE DELLA NOSTRA COMUNITA’ PROPRIO NEL GIORNO DELLA RIFORMA

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Doppia festa domenica 28 Ottobre a partire dalle ore 11.00 per la Chiesa Evangelica Metodista di Padova. Oltre alla tradizionale ricorrenza della Festa della Riforma (come tutti sanno, il ricordo va al 31 Ottobre del 1517 quando Martin Lutero diede il via alla sua riforma della Chiesa) si festeggiavano anche due giovani (45 anni in due, come ben evidenziato dalla Pastora della comunità, Caterina Griffante) che, con la loro Professione di Fede, hanno detto sì ad un altro modo di seguire Cristo.

Si tratta di Alberto Ruggin (a destra nella foto) 25 anni, impiegato commerciale in un’azienda del settore telefonia, residente ad Este (Bassa Padovana) e Federico Tirindelli (a sinistra nella foto) studente all’università di Padova, facoltà di Scienze Politiche con indirizzo Relazioni Internazionali e Diritti Umani, 20 anni, residente a Padova ma nativo di Abano Terme. Entrambi provenienti dalla Chiesa Cattolica ed entrambi iscritti alla F.G.E.I.

Ma perché hanno compiuto questo passo che, in un Veneto dominato largamente dalla cultura cattolica appare veramente “rivoluzionario”?

Glielo abbiamo chiesto.

Alberto: “Ho deciso di aderire alla Chiesa Valdese in seguito ad un percorso personale di studio e di riflessione, al termine del quale ho potuto constatare come una persona, nel 2012, che voglia vivere veramente la propria fede in armonia con la propria affettività, non possa non riconoscersi nel protestantesimo storico. In sostanza, a mio avviso, una persona può vivere, con coerenza, il suo essere omosessuale e cristiano, in una chiesa come quella dove mi accingo ad entrare con gioia. Ho scelto, infine, di entrare come membro valdese in quanto attratto dalla figura e dalla spiritualità di Pietro di Valdo”.

Federico: “Il mio incontro con la realtà valdometodista risale all’inizio del 2010. La ricerca di una chiesa diversa da quella in cui sono cresciuto, vale a dire la Chiesa Cattolica, nasce da una mia adesione, maturata nel tempo attraverso una lettura approfondita della Bibbia, ai principi fondamentali del protestantesimo storico, vale a dire in primis la salvezza per sola Grazia mediante la fede, il “Sola Scriptura”, con contestualizzazione dei testi biblici, “Solus Cristus”, “Soli Deo Gloria”. Facendo delle ricerche in internet ho poi scoperto la comunità metodista di Padova”.

Entrambi sono particolarmente “attivi e promettenti”, non solo sul piano della realizzazione personale (Federico nutre ambizioni relativamente alla carriera diplomatica o del funzionariato internazionale mentre Alberto è il conduttore, presso una radio locale, di un programma su tematiche LGBT) ma anche in vista di un futuro sviluppo della nostra comunità.

Entrambi, infatti, hanno l’intenzione di creare un gruppo giovani nella comunità valdometodista di Padova in collaborazione (siamo ancora in fase di “studio”) con quella battista che ne condivide i locali. Oltre a ciò, nell’estate di quest’anno, hanno agganciato dei contatti con la Chiesa di Svezia (luterana) per dei possibili scambi/gemellaggi futuri, con particolare attenzione alle realtà giovanili delle due chiese. Inoltre, l’estate prossima andranno entrambi in Argentina ed in Uruguay con altri ragazzi della realtà valdometodista/battista per uno scambio con le comunità valdesi del Rio De La Plata, con il proposito di portare a casa degli spunti per arricchire la nostra comunità. Infine, uno dei loro obiettivi principali, è anche quello di divulgare la conoscenza della realtà valdometodista, ancora assai poco conosciuta in Italia, non a scopo di proselitismo ma per far capire che, per chi lo desideri, esistono altre forme possibili di cristianesimo oltre al cattolicesimo.

Torniamo alla giornata di festa, che ha visto la chiesa di Padova stracolma (non capita spesso di vedere i banchi occupati e gente in piedi!) impegnata in un culto assai sentito e partecipato, diretto dalla Pastora Caterina Griffante, allietato dal coro Gospel-Up che si è anche esibito in un mini concerto al termine del rito. E poi … tutti all’agape! Organizzata e gestita dalle appartenenti al gentil sesso della comunità, la giornata si è conclusa con il pranzo nei locali sociali della Chiesa.

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-11-19 21:35:412020-10-26 11:05:43LA CHIESA EVANGELICA METODISTA DI PADOVA E’ IN FESTA!

“Famiglia Cristiana, o più semplicemente Famiglie?” Resoconto di un grande evento

8 Novembre 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

Foto: TAVOLA ROTONDA SABATO 27 OTTOBRE 2012 "FAMIGLIA CRISTIANA? O, PIÙ SEMPLICEMENTE, FAMIGLIE?" - CHIESA METODISTA DI PADOVA - Corso Milano, 6

 

Alla presenza di una trentina di persone, si è tenuta, Sabato 27 Ottobre, presso la nostra sala di culto, la tanto attesa Tavola Rotonda dall’accattivante titolo “Famiglia Cristiana, o più semplicemente Famiglie?” organizzata dalla nostra Chiesa.

Introdotti brevemente dalla nostra Pastora, Caterina Griffante, sei rappresentanti delle istituzioni e delle confessioni religiose locali, si sono confrontati su posizioni assai diverse ma accomunati tutti da un grande rispetto ed interesse per l’argomento.

Ha moderato i lavori l’Avvocato Manuel Giacomazzi che ha iniziato il suo intervento partendo dagli articoli della nostra Costituzione (29, 30 e 31 che definiscono la famiglia in quanto “società naturale” e gli art. 2 e 3 che ne danno invece una concezione più ampia). L’Avv. Giacomazzi ha quindi dichiarato come la Corte Costituzionale, con la sentenza 138/2010, a seguito di un caso sollevato dal Tribunale di Venezia, e successivamente, a seguito di analogo caso sollevato dalla Corte d’Appello di Roma, abbia dato, unitamente alla Corte di Cassazione, una risposta forte sul tema delle unioni omoaffettive, stimolando il legislatore (Parlamento) a dare risposte in tal senso. In sintesi, ci troviamo difronte, conclude il relatore, ad un evidente “distacco” fra i nostri massimi organi giuridici (più “avanti” sull’argomento) rispetto al legislatore.

E’ stata quindi la volta di Marco Bouchard, magistrato e docente universitario, membro della Commissione del Sinodo Valdese incaricata, nel 2010, di preparare un documento ufficiale in merito alla benedizione delle coppie omoaffettive. Il Dottor Bouchard ha chiaramente ricordato come le Chiese Valdesi e Metodiste non abbiano un loro modello di famiglia da proporre, ma cerchino di contribuire ad un modello cristiano della stessa. In sostanza, queste Chiese riconoscono la pluralità dei modelli di famiglia, riconoscendo come il matrimonio e l’istuto familiare siano e debbano essere “quello che dice la legge in materia”. Il matrimonio, ha ricordato inoltre, per le chiese che si riconoscono nel protestantesimo “classico” (come appunto i Valdesi ed i Metodisti) non è un sacramento e quindi non è da considerarsi indissolubile. Queste Chiese riconoscono inoltre l’omoaffettività come una dimensione propria del singolo ma anche come unione, legame fra due persone. A questo si è arrivati allorquando, nel 2010, il Sinodo, stimolato dalla benedizione di una coppia omoaffettiva a Trapani e dalla celebrazione del battesimo di un bimbo di una coppia “arcobaleno” a Roma, avvenuti entrambi in chiese valdesi, abbia deciso di emanare un documento ufficiale sul tema affidandolo, per l’appunto, ad una commissione di cui faceva parte anche il relatore in questione. Il Sinodo delle Chiese Valdesi e Metodiste, spinto dalla situazione di clandestinità e di difficoltà in cui si trovavano e si trovano tuttora molti fedeli, si è quindi imposto una presa di posizione, ovvero la benedizione delle coppie omoaffettive solo in quelle comunità ove non vi sia una “ostilità manifesta”.

E’ stata quindi la volta di Maurizio Pioletti, responsabile della campagna “Una volta per tutti” volta alla raccolta di firme per una iniziativa di legge popolare (partita a giugno di quest’anno) in merito al riconoscimento delle unioni civili. Come ha ben detto il relatore, si tratta di una iniziativa “per una società veramente civile” e volta non solo alle coppie omoaffettive. In sintesi, la campagna mira ad estendere i diritti e i doveri del matrimonio tradizionale, ad una introduzione del P.A.C.S. (Patto di Azione Civile di Solidarietà) sul modello francese e al riconoscimento del diritto di assistenza anche alle unioni di fatto e non solo alle famiglie tradizionali.

A seguire, don Enrico Piccolo, assistente diocesano di Azione Cattolica, che si è definito “non in rappresentanza della Chiesa ma come un prete che non ha specifiche competenze in materia” ma presente a tale avvenimento “solo perché me lo hanno chiesto”. Don Piccolo, evitando di usare il termine “omosessuale”, ha semplicemente fatto notare come vi siano, nella nostra realtà locale, sempre più famiglie mononucleari, meno matrimoni e sempre più convivenze. Queste ultime viste come un “periodo di prova”. Ha inoltre evidenziato come molti divorziati risposati vivano in situazioni di povertà, dal momento che, oltre alle spese per vivere (magari anche con un mutuo alle spalle) debbano sostenere anche quelle per pagare gli alimenti all’ex consorte. Ha poi spostato l’attenzione sull’aumento di richieste, da parte di conviventi, di accedere ai sacramenti o ai corsi per fidanzati in preparazione al matrimonio. Ma, d’altra parte, ha ribadito la posizione della Chiesa Cattolica sul fatto che a tali persone (divorziati e conviventi) sia espressamente chiesto di non poter essere catechisti o padrini di battesimo. Ha quindi continuato ribadendo come le coppie conviventi siano di “difficile accompagnamento” secondo i dettami della Chiesa di Roma. L’intervento si è concluso riconoscendo come la Chiesa Cattolica sia ancora molto “guardinga” ed in fase di riflessione relativamente al riconoscimento delle famiglie di fatto.

E’ stata quindi la volta di Daniela Ruffini, Presidente del Consiglio Comunale di Padova, in rappresentanza delle istituzioni locali. La Consigliera Ruffini, in un intervento assai applaudito al termine, ha ribadito come il Comune di Padova riconosca le unioni di fatto, rilasciando un certificato anagrafico nel quale si attesta l’esistenza di una famiglia basata su “vincoli affettivi”. Un piccolo passo avanti, ha evidenziato la relatrice, compiuto dalla precedente legislatura comunale. La relatrice ha quindi precisato il cuore del suo intervento, ovvero come la politica non riesca a dare una risposta a molte persone in tema di riconoscimento delle unioni di fatto e che questo debba finire, onde evitare ulteriori sofferenze inutili. Chiaro il legame con quanto espresso in precedenza dall’Avv. Giacomazzi sul “silenzio del legislatore” in materia.

L’ultimo dei relatori, il pastore Franco Evangelisti della comunità Avventista di Padova, ha quindi evidenziato come la nostra sia una società complessa che richiede quindi una pastorale a 360 gradi. Ha poi citato le parole, oseremo dire profetiche, di Dietrich Boenhoffer “cercare Dio in un tempo senza Dio”. Ha comunque ribadito il passo biblico “E Dio li creò maschio e femmina” invitando ad una riflessione se esista o meno, nel nostro tempo, il concetto di peccato, dal momento che, sempre secondo il relatore, “Dio viene sempre più messo da parte in nome della libertà individuale”. Un Dio che con la Sua Parola “parla di una coppia che è chiamata a dare la vita”.

Ha concluso la serata un interessante e partecipato dibattito con il pubblico presente.

 

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-11-08 18:52:032020-10-26 11:08:05“Famiglia Cristiana, o più semplicemente Famiglie?” Resoconto di un grande evento
Sermone; PREDICAZIONE DI DOMENICA 4 NOVEMBRE – ROMANI 7, 14 – 256 Novembre 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

PREDICAZIONE DI DOMENICA 4 NOVEMBRE – ROMANI 7, 14 – 25

“La legge del peccato”

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

Siamo di fronte a un passo impegnativo, complesso e anche profondamente pessimistico. L’argomentare di Paolo ha un andamento serrato, si sviluppa come una sorta di monologo interiore in cui l’apostolo si arrovella sulle mille sfaccettature di un dato di fatto molto semplice: la condizione di peccato, che è la condizione propria di ogni essere umano, sembra alla fine avere la meglio sul bene, che pure sussiste in ogni essere umano, a maggior ragione se questo essere umano è un credente in Dio.

Credo di non sbagliarmi troppo dicendo che il comune credente, il normale membro di chiesa che si confronti con questi versetti non per farne oggetto di studio biblico ma per lasciarsene coinvolgere, interpellare, prova un sentimento di rispettosa attenzione, ma al tempo stesso anche di estraneità. Facciamo fatica a riconoscerci nel tono drammatico, quasi disperato di Paolo. Per dirla tutta, ci sembra che l’apostolo carichi un po’ eccessivamente i toni. Siamo sinceri: chi di noi ha mai provato la sensazione lacerante di cui parla Paolo, la sensazione che la nostra personalità sia scissa in due: “io”, e “il peccato che abita in me”? Sì, qualcosa del genere l’abbiamo anche provato, qualche volta, ma in forma molto più blanda, molto meno tragica. Difficile, credo, che qualcuno di noi abbia mai percepito sé stesso come teatro di un conflitto all’ultimo sangue tra bene e male, tra legge di Dio e legge del peccato; che abbia mai sentito di trovarsi in una situazione senza sbocco, senza vie di uscita. Fin troppo spesso nel passato le chiese, in particolare quelle che si rifanno alla tradizione della Riforma hanno terrorizzato i fedeli e creato loro pesanti sensi di colpa con la loro insistenza sul peccato. E quando la gente viene terrorizzata non vive bene la propria fede, e non di rado finisce per abbandonare la chiesa, e anche ogni fede in un Dio visto come un essere esigente e sgradevole, un nemico nei confronti di quell’essere umano che pure è una sua creatura.

Se in queste considerazioni può esserci del vero, è altrettanto vero, direi, che attualmente anche tra i credenti si è enormemente affievolito il senso del peccato. Il passo sul quale stiamo riflettendo enuncia un concetto che è alla base della fede paolina e della fede cristiana tout court: l’incapacità dell’essere umano di compiere il bene contando solo sulle proprie forze. Ciò non significa che non ci sia speranza, che non ci sia liberazione. La situazione non è disperata, ma la speranza non viene da capacità umane; la liberazione arriva, ma non per intervento umano. Questo lo dichiara Paolo all’inizio del capitolo successivo: “la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rm 8: 2). L’essere umano non può salvarsi da sé, è Dio che lo salva. Questo concetto sta alla base della fede cristiana; in particolare, è il nucleo del messaggio della Riforma, la quale altro non è se non un invito rivolto alla chiesa e a tutti i cristiani a riscoprire il nocciolo dell’Evangelo, lasciando cadere ogni tradizione, ogni dottrina che sia prodotto di invenzione umana. Lutero ha voluto richiamare la cristianità al cuore dell’Evangelo: la salvezza si ottiene per sola grazia, non mediante sforzi umani, sforzi destinati a fallire appunto perché l’essere umano, da sé, non arriva a compiere il bene: non può arrivarci, non ne ha le forze, non ne ha i mezzi. Era questo gioioso annuncio di libertà che un tempo in Europa occidentale, e anche in Italia, attirava verso il protestantesimo tanti cristiani inquieti. Cristiani che avevano profondo il senso del peccato, ma non potevano appagarsi di ciò che insegnava al riguardo la chiesa cattolica.

Anche adesso le chiese protestanti attirano interesse e consensi. Ma questa attrattiva non è dovuta a ciò che la Riforma insegna circa la natura umana decaduta a causa del peccato e circa l’azione salvifica della grazia. Altri sono gli aspetti delle chiese nate dalla Riforma che oggi suscitano l’apprezzamento e la stima di tante persone: le posizioni in materia di bioetica, in materia di morale sessuale, in materia di rapporti tra Stato e Chiesa. In questi ambiti, le chiese protestanti vengono ammirate perché appaiono al passo coi tempi, in grado di venire incontro alle esigenze degli uomini e delle donne del giorno d’oggi. Mi riferisco, naturalmente, alle chiese che appartengono al protestantesimo storico, come quella metodista e quella valdese; non alle cosiddette chiese libere, che in campo etico e politico hanno spesso posizioni molto conservatrici e tradizionaliste.

Come è stato rilevato all’ultimo Sinodo, le nostre chiese sono molto stimate per le loro posizioni in campo etico, sociale, politico, anche da cristiani di altra confessione o da persone indifferenti dal punto di vista religioso. Lo conferma l’incremento dell’8 per mille; lo conferma anche l’afflusso di pubblico allorché una delle nostre chiese organizza conferenze, dibattiti, incontri che toccano appunto i temi nevralgici di cui parlavo prima. Ma talvolta mi domando: se una delle nostre chiese provasse a organizzarlo, uno di questi incontri aperti al pubblico, sul tema del peccato come ineludibile condizione umana, sul tema della grazia divina come unica speranza di salvezza? Se si impegnasse, cioè, a un richiamo forte a quel tema che, ripeto, è non solo il cuore della Riforma, ma il cuore dell’Evangelo? Be’, sorelle e fratelli, non credo sia necessario un grande sforzo di immaginazione per prevedere che la sala resterebbe pressoché vuota, e i pochi posti occupati sarebbero tali grazie alla buona volontà e allo spirito di collaborazione di qualche membro di chiesa. Inutile nascondercelo: il problema del peccato, lungi dal suscitare gli interrogativi angosciosi che tormentavano Paolo, non è sentito, non interessa. Un esperto di marketing direbbe: non si vende. Una chiesa che voglia “vendersi” bene, dunque, è avvisata: eviti, per piacere, questi discorsi noiosi e fastidiosi che andavano bene per la chiesa delle origini, andavano bene per i secoli passati, non vanno più bene per i nostri tempi, quando i problemi sono altri.

Non vanno più bene, i problemi sono altri. Ma ne siamo proprio sicuri? Ho parlato di “problema del peccato”, dicendo che ai nostri contemporanei non interessa più. Messa così, la cosa è vera. Il fatto è che qui non è in gioco un astratto “problema del peccato”, non sono in gioco freddi discorsi teologici. Qui è in gioco una realistica, obiettiva conoscenza di sé stessi. Se solo riscoprissimo l’arte di far silenzio intorno a noi e in noi per guardare in profondità dentro di noi, comprenderemmo che il tormento di Paolo derivava dal fatto che l’apostolo aveva capito tutto. Aveva scoperto la verità su sé stesso e su ogni essere umano, quella stessa verità esposta senza addolcimenti, senza compromessi, nelle parole del salmo: “Ecco, io sono stato generato nell’iniquità, mia madre mi ha concepito nel peccato”. Duro? Sì, estremamente duro. Politicamente scorretto, potremmo dire. Esagerato? Se siamo onesti con noi stessi, la risposta è: no, qui non c’è alcuna esagerazione. L’essere umano non è libero di non peccare, in quanto, fin dall’inizio della sua storia, è separato da Dio. Questa è la radice del problema, dal quale derivano a cascata tutti gli altri “problemi”, anche quelli di natura etica, sociale, politica. Prendere coscienza di questo è l’unica via per cominciare a uscirne. Ma uscirne con quali mezzi? Non certo con i nostri mezzi umani, ma solo, come dice Paolo, “per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”. E a chi insista: “e questo, in concreto, a me che cosa richiede?” risponderei con la parabola raccontata da Gesù a Pietro. A noi si richiede la consapevolezza di essere tutti accomunati nel peccato, tutti debitori impossibilitati a saldare il loro debito – se non in un unico modo, rimettendoci cioè i debiti l’uno con l’altro. È quello che ripetiamo ogni giorno nel Padre nostro, no? Non ci resta, allora, che andare, e metterlo in pratica.

Amen

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-11-06 07:36:442020-10-28 12:15:42Sermone; PREDICAZIONE DI DOMENICA 4 NOVEMBRE – ROMANI 7, 14 – 25

Eventi: FAMIGLIA CRISTIANA? O, PIU’ SEMPLICEMENTE, FAMIGLIE?

24 Ottobre 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

TAVOLA ROTONDA

 FAMIGLIA CRISTIANA? O, PIÙ SEMPLICEMENTE,
FAMIGLIE?

 INTERVENGONO

Marco Bouchard, Chiesa Valdese;

Franco Evangelisti, Chiesa Avventista;

Enrico Piccolo, Chiesa Cattolica;

Daniela Ruffini, Consiglio Comunale di Padova

MODERA

 Manuel Giacomazzi

SABATO 27 OTTOBRE 2012 – ORE 17.00

CHIESA EVANGELICA METODISTA

Corso Milano 6, PADOVA

Per Informazioni 

Pastora Caterina Griffante

Telefono 049650718

Cellulare 3471720957

E mail: cgriffante@chiesavaldese.org

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-10-24 10:30:352020-10-26 12:19:07Eventi: FAMIGLIA CRISTIANA? O, PIU’ SEMPLICEMENTE, FAMIGLIE?

News: Circolare Corso Milano 6

22 Ottobre 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

CORSOMILANOSEI

Circolare ai membri ed agli amici della Chiesa Metodista di Padova

Corso Milano, 6, 35139 Padova

Past. Caterina Griffante tel. 3471720957 e-mail cgriffante@chiesavaldese.org

Ottobre 2012

Due uomini camminano forse insieme, se prima non si sono accordati?

Am 3: 3

   Per la breve meditazione con la quale desidero iniziare il primo numero della Circolare del nuovo anno ecclesiastico vi propongo un solo versetto, un versetto dal cap. 3 del profeta Amos. Un solo breve versetto, che nella sua stringatezza mi ha colpita perché in pochissime parole contiene, a mio avviso, molti insegnamenti per chi – come noi; come in fondo tutti i cristiani a vario titolo impegnati nella loro chiesa – deve ogni giorno imparare di nuovo a lavorare in ambito comunitario, con spirito comunitario.   Mi sembra di poter riconoscere i punti focali di questo versetto in due verbi: “camminano” e “si sono accordati”; e in un avverbio: “insieme”.

   “Camminano”: la vita delle chiese, come quella dei singoli credenti, è, deve essere, un continuo procedere. Non un procedere casuale, improvvisato, scoordinato, senza un obiettivo, senza un progetto comune – o rivolto verso obiettivi e progetti meramente umani. Una chiesa che non cammina, o che cammina per vie proprie anziché per le vie indicatele dal Signore,  rischia di essere come la chiesa di Sardi, viva solo in apparenza, in realtà morta (cfr. Ap 3: 1). “Camminare” significa, nel nostro caso, mantenersi vigili e attivi nel percepire, nel mettere a fuoco con chiarezza (in primo luogo) e poi nel cercare di risolvere i mille problemi – ma forse sarebbe meglio dire: le mille sfide – poste alle chiese da una realtà in continua trasformazione come la nostra, quella dell’Italia nordorientale. In altri termini, il “camminare” richiesto alle chiese io lo intendo così: ciò che Dio vuole in questo momento dalle nostre chiese è che non chiudano gli occhi dinanzi alle difficoltà, alle situazioni critiche, ma che sappiano sviluppare la capacità di trovare risposte alle esigenze dei tempi mantenendo tuttavia intatta la fedeltà alla propria vocazione di chiese evangeliche.

  Qual è questa vocazione? Noi viviamo e ci troviamo a operare, come ben sappiamo, in un contesto impregnato di cattolicesimo: “cattolicesimo” spesso vissuto in modo assai stanco e convenzionale, talvolta ridotto a una generica “cultura” di matrice vagamente “cattolica”.  Ecco, la nostra vocazione io la vedo in primo luogo come una chiamata ad “evangelizzare”: cioè a portare, ai tanti che in questo contesto faticano ad appagare la loro fame e la loro sete della parola di Dio, la “buona notizia” che “cristianesimo” non si identifica necessariamente con “cattolicesimo”, che esistono altri modi di vivere la comune fede nell’unico Signore e, di conseguenza, anche altri punti di vista nel considerare e affrontare tanti punti nodali dell’esistenza umana, dalla nascita alla malattia alla morte, al significato di famiglia e di vita di coppia…

  Questo cammino va compiuto insieme. Riconosciamolo: non è facile fare le cose “insieme”. Sia per i singoli membri di chiesa, sia per ciascuna chiesa nel suo insieme, è sempre in agguato la tentazione di far prevalere le tendenze all’individualismo. Per quanto riguarda la chiese, le tentazioni “individualistiche” vanno riconosciute nel rischio, sempre incombente, di deriva congregazionalistica. Credetemi: so per esperienza che nelle chiese non mancano i membri che ignorano o ritengono irrilevante il fatto di appartenere a una chiesa di ordinamento presbiteriano. In più di una occasione mi è capitato di sentir affermazioni del genere: “ma che c’entrano con la nostra chiesa le decisioni del Sinodo? Le scelte della nostra chiesa sono affar nostro”. Credo sia necessario, all’interno delle singole chiese, un imponente lavoro di educazione, o di ri-educazione, riguardo agli ordinamenti delle nostre chiese valdesi e metodiste e ai criteri di base che devono ispirare la nostra vita comunitaria. Più in generale: alla necessità di camminare “insieme” si risponde mantenendo sempre viva la volontà e la disponibilità a comunicare. Questo significa: curare sempre i rapporti con gli interlocutori, all’interno della propria chiesa e tra chiese; evitare che si interrompano o che si chiudano i canali di comunicazione; fare ogni sforzo per esprimere sempre chiaramente il proprio pensiero e per ascoltare innanzitutto, e poi comprendere bene il pensiero dell’interlocutore. I malintesi sono il grande pericolo: è per questo che nel nostro reciproco scambio di comunicazioni non può esserci posto per i sottintesi, le allusioni, il “fra le righe”, insomma per tutto il grande repertorio del “non detto”, causa potenziale di infiniti guai.

   Questi criteri possono funzionare solo se tutti concordano e si impegnano ad adottarli. È, questo, il primo indispensabile passo, un passo a misura umana, per realizzare l’insegnamento di Amos: per camminare insieme, è necessario prima essersi accordati. Lo so, nemmeno questo è facile. Ciascuno ha la propria personalità, il proprio carattere, la propria formazione, i propri orientamenti; ciascuno pertanto ha le proprie idee – e a queste idee è enormemente affezionato – su come il cammino dovrebbe essere intrapreso e percorso; le idee, talvolta, sono discordanti anche per ciò che concerne l’obiettivo finale. Si tratta di una difficoltà oggettiva, che le chiese hanno vissuto fin dalle origini del cristianesimo. Da sempre, le comunità cristiane hanno riunito persone che, in un’ottica umana, tutto contribuiva a dividere: l’appartenenza sociale e di genere, la cultura, spesso anche la lingua e l’etnia… Tenere insieme questa eterogenea accozzaglia di gente era, sempre secondo un’ottica umana, un’impresa impossibile. Eppure, a distanza di duemila anni, noi constatiamo che questa impresa impossibile è riuscita. Questo significa che il cemento che teneva e tiene insieme la chiesa non è fatto di elementi umani, ma va riconosciuto in una persona: Gesù (cfr. Gal 3: 28: “voi tutti siete uno in Cristo Gesù”).

  Ciò vale anche per la nostra realtà locale di chiesa: se crediamo che la nostra vocazione sia quella di camminare insieme, dobbiamo accordarci. Come? Certamente, come dicevo prima, con i nostri umanissimi sforzi, con il nostro impegno, perché i cristiani, tanto più se protestanti, devono avere sempre viva la consapevolezza delle proprie responsabilità. Ma al di sopra di tutto questo deve valere per noi la volontà di accordarci nel camminare insieme, come dice Paolo, “in Cristo Gesù”. Forse nel nostro incontrarci, nei nostri rapporti reciproci, noi dovremmo ricordare più spesso, e in modo sostanziale, non meramente formale, che ciò che rende possibile e dà un senso al nostro essere insieme, al nostro lavorare insieme, al nostro camminare insieme è Cristo Gesù.  Del resto, l’accenno di Amos ai “due uomini” richiama immediatamente il “poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” di Mt 18:20. È un versetto, questo, spesso citato nelle nostre assemblee; non sarebbe male provare davvero, finalmente, a viverlo, a metterlo in pratica.

Caterina Griffante


VITA DELLA CHIESA

*    Culti

Il culto si tiene alle ore 11.

*    Catechismo

Ogni domenica, a cominciare dal 4 novembre, prima del culto, dalle ore 11 alle 11, 10 si terrà la lettura e un breve commento al Catechismo di Heidelberg (si seguirà Paolo Ricca, La fede cristiana evangelica. Un commento al Catechismo di Heidelberg, Torino, Claudiana, 2011. Se qualcuno/a vuole acquistare il volume si rivolga alla pastora).

*    Studio Biblico

Gli studi biblici si tengono di sabato alle ore 17, presso le famiglie. Il primo incontro sarà dedicato all’esame del “Documento su famiglia, matrimonio e coppie di fatto”, i successivi allo studio dei Salmi.

 

Prossimi incontri:

10 novembre (Famiglia Angeleri)

24 novembre (Famiglia Ruaro)

15 dicembre (Famiglia Fattore)

*    Studio Biblico Interconfessionale

Il Qohelet sarà oggetto dello studio biblico interconfessionale che si tiene presso i locali sociali il primo e il terzo venerdì del mese alle ore 21.

Prossimi incontri:

19 ottobre

9 novembre

23 novembre

14 dicembre

*    Unione Femminile

Come lo scorso anno gli incontri si terranno, salvo impedimenti, il primo e il terzo sabato del mese alle ore 17 nei locali sociali. In questa prima parte dell’anno ci si dedicherà alla preparazione del Bazar. Per informazioni rivolgersi ad Antonella Paccagnella (cell. 3929586601)

*    Catechismo Per Adulti

In giorni ed ore diversi a seconda delle esigenze e degli impegni di ciascun catecumeno. La pastora è disponibile per chiunque desideri iniziare un percorso di catechismo.

APPUNTAMENTI

 

*    21 ottobre Culto ed Assemblea di Chiesa ore 10.30

*    26 ottobre Apertura dello Sportello per la raccolta dei Testamenti Biologici dalle ore 17 alle 19

*    27 ottobre “Che cos’è la famiglia?” Tavola rotonda ore 17

*   28 ottobre Festa della Riforma Ammissione in chiesa di Alberto Ruggin e Federico Tirindelli

Culto con la partecipazione del coro “Gospel-Up”. Segue Agape ore 11

*    14 novembre Consiglio di Chiesa ore 18,30

*    18 novembre Culto dei giovani (a cura della FGEI) ore 11

*    2 dicembre Culto, Agape e Bazar dalle ore 11

 

La pastora è presente nei locali sociali ogni mercoledì (dalle 10 alle 16, 30) a disposizione di chiunque desideri un colloquio, una visita pastorale o semplicemente qualche informazione. Telefonare al numero 3471720957 o scrivere una mail: cgriffante@)chiesavaldese.org.

NOTIZIE DAL SINODO

 

Finanze La partita doppia delle chiese

 

Due dati hanno caratterizzato in tempi diversi il dibattito sinodale di quest’anno, due dati riguardanti la parte finanziaria: l’aumento delle firme dell’8×1000, che hanno superato nel 2011 quota 400.000, corrispondenti a più di 12 milioni di euro; le contribuzioni, che con 2,2 milioni coprono solo l’88% dei costi del campo di lavoro. Da una parte, quindi, una grande fiducia riposta in noi da parte degli italiani che, dovendo destinare parte delle loro tasse a qualcuno in questo tempo di crisi delle istituzioni, preferiscono le nostre chiese perché ne apprezzano la gestione trasparente e il fatto di non destinare soldi a fini di culto, o semplicemente perché danno una valutazione negativa della gestione di questi fondi da parte della Chiesa cattolica e apprezzano molte delle nostre scelte in materia etica e sociale. Dall’altra parte invece non riusciamo a coprire completamente i nostri costi con le contribuzioni. Una piccola ma interessante indagine fatta al nostro interno ci ha mostrato come i motivi di queste mancate contribuzioni siano da ricercarsi soprattutto nella scarsa affezione, nel calante senso di appartenenza e nella popolazione più giovane che contribuisce meno e non riesce a sostituire la parte più anziana delle chiese, che è e resta la maggiore contribuente. Sicuramente un dato accentuato dalla crisi nel mondo del lavoro, di cui i giovani pagano il prezzo più alto, ma allo stesso tempo anche uno spunto per riflettere sul senso di appartenenza, che è inferiore nelle generazioni più giovani. Aumentare le contribuzioni del 10% e diminuire i costi del campo di lavoro del 3% entro il 2015 e aumentare allo stesso tempo le risorse, sia in termini di soldi sia di persone, per verificare ancora meglio i tantissimi progetti che ogni hanno vengono finanziati con l’8×1000, queste le due decisioni prese. Alcune linee guida e alcune domande restano sul tavolo e ci possono guidare nei prossimi anni.

NON DESTINARE ALCUN EURO A FINI DI CULTO È UNO DEI MOTIVI PRINCIPALI PER IL QUALE LA NOSTRA CHIESA RICEVE LA FIDUCIA DI 400.000 ITALIANI. Per poterci permettere di continuare ad affermarlo è necessario che le nostre chiese aumentino le contribuzioni di circa 300.000 euro. Vuole dire dare 16 euro in più a testa. Una pizza e una birra come segno della riconoscenza per ciò che abbiamo ricevuto.

Come mai cosi pochi di coloro che firmano per noi si avvicinano alle nostre chiese? Non sono facilmente raggiungibili? In fondo sono soldi che si devono pagare in ogni caso e non interessa sapere che cosa credono quelli che li gestiscono, ai quali vengono destinati? basta che siano più onesti? Le «opere di bene» sono più interessanti e meno impegnative della predicazione e della vita comunitaria? CHE RISCHI CORRE UNA CHIESA CHE LENTAMENTE VEDE ERODERSI IL NUMERO DEI SUOI MEMBRI E CRESCERE ESPONENZIALMENTE IL NUMERO DI COLORO CHE LE AFFIDANO I SUOI SOLDI PER PROGETTI SOCIALI, ASSI­STENZIALI E CULTURALI? Dal 2008 l’Agenzia delle Entrate ha secretato i dati relativi all’8×1000, rendendo di fatto impossibile conoscere la distribuzione delle firme e la loro percentuale su base comunale. Starà a noi andare in questo campo, in parte sconosciuto, ad annunciare la parola che sostiene questi progetti e sulla quale fondiamo la nostra speranza per parlare delle radici a chi ha conosciuto finora solo i frutti.

Davide Rostan – Riforma n. 35 – 14 settembre 2012, p. 9


ATTO DEL SINODO

 

Il Sinodo, dopo aver constatato che gli aumenti degli oneri fiscali a carico del patrimonio immobiliare ridurranno notevolmente il contributo che questo patrimonio potrà dare in futuro per la copertura del deficit generato strutturalmente dal campo di lavoro,

— rinnova l’appello già espresso nell’art. 83/SI/2011;

— invita le chiese, i singoli pastori/e e diaconi/e, nonché i membri delle commissioni e la Tavola valdese a fare propri entro il 2015 i seguenti obiettivi:

 

* incremento del 10% delle contribuzioni

* riduzione del 3% dei costi del campo di lavoro

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-10-22 19:03:412020-10-26 12:33:55News: Circolare Corso Milano 6

Sermone: Predicazione di Domenica 14 Ottobre – Giacomo 5, 13-16

16 Ottobre 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

La lettura per la predicazione è tratta dalla lettera di Giacomo. Una lettera preziosa proprio perché scomoda, perché mette dinanzi agli occhi del cristiano le esigenze concrete di una vera testimonianza di fede. Una lettera che non fa sconti a nessuno. Una lettera che ha posto in passato e tuttora pone qualche difficoltà al cristiano che si riconosca nella tradizione della Riforma. Perché in questi versetti vengono raccomandate pratiche come l’unzione degli infermi e la confessione privata dei peccati: pratiche, lo sappiamo bene, che sono state e sono per i protestanti oggetto di un secolare contenzioso con i cattolici, i quali hanno elevato entrambe alla dignità di sacramenti operando così una scelta dottrinale inaccettabile per il protestantesimo.

Quando ci si confronta con un passo biblico per farne oggetto di predicazione, la domanda è sempre: qual è il messaggio di salvezza, qual è l’Evangelo contenuto in questi versetti?   Leggiamola con attenzione: vediamo allora, innanzitutto, che il messaggio è qui veicolato da tre esortazioni che hanno un elemento in comune: la preghiera, sia essa preghiera di lode o preghiera di intercessione. Cominciamo allora a lasciarci interrogare dalla prima di queste esortazioni: pregare Dio nella sofferenza e “cantare inni”, cioè lodarlo, nella gioia. Si tratta di una regola da seguire nella propria vita di fede che non ha, in sé, nulla di nuovo: atteggiamenti di questo genere sono raccomandati da tutta la tradizione di spiritualità veterotestamentaria, nella quale Giacomo si inserisce pienamente.

Fermiamoci a riflettere, ponendoci questo solo interrogativo: quanto sarebbe diversa la nostra vita personale, e la vita delle nostre comunità, se ciascuno di noi prendesse sul serio questa prescrizione così ovvia? Se in ogni circostanza della nostra vita, triste o lieta, negativa o positiva, noi facessimo in primo luogo riferimento al Signore? Il fatto che questo comportamento noi dobbiamo presentarlo come ipotetico, che siamo costretti a dire “e se…?”, già la dice lunga sulla nostra condizione di credenti molto poco credenti. Porre sempre Dio al centro della propria vita dovrebbe essere non l’obbedienza a un precetto, ma un modo di essere del tutto naturale, spontaneo come il respiro: avere la certezza che in qualsiasi situazione noi abbiamo un interlocutore con il quale non dobbiamo, ma abbiamo la possibilità, abbiamo il dono, abbiamo il privilegio di condividere o la nostra sofferenza, rivolgendogli richiesta di aiuto e di sostegno, o la nostra gioia, lodandolo e ringraziandolo. Se – se! – fossimo credenti al punto di comportarci così, da avere con il Signore un rapporto tanto immediato, spontaneo, fiducioso, sono certa che la nostra vita individuale e comunitaria cambierebbe. Saremmo meno concentrati su noi stessi, e più pronti a cogliere ciò che Dio vuole comunicarci attraverso le alterne vicende della nostra vita.

Attraverso le vicende di ogni genere: positive o negative. Per chi ha fede, infatti, anche attraverso la malattia il Signore ci parla, ci vuole comunicare qualcosa. E la malattia è al centro della seconda esortazione, che sembra riferirsi a un ministero di assistenza spirituale ai malati svolto dagli anziani della comunità. Non si allude qui a persone dotate di quei “doni di guarigione per mezzo dello Spirito” che Paolo elenca tra i doni spirituali (1 Cor 12: 9); si vuol dire, semplicemente, che ai responsabili della comunità spetta il compito di visitare i malati, intervenendo su di loro e per loro con la preghiera e con l’unzione, unzione che è, in fondo, null’altro che una preghiera espressa in altra forma, una sorta di benedizione. Non credo si possa condividere la dottrina cattolica che attribuisce un carattere di “sacramentalità” a questo gesto. Penso, piuttosto, che venga indicata qui una delle modalità con le quali la comunità cristiana poteva fare sentire al fratello o alla sorella malati la propria solidarietà amorevole. Il motivo per cui Giacomo consiglia proprio l’unzione con olio sta probabilmente nel fatto che questa era una prassi molto usata, in vari contesti e con varie finalità, al tempo in cui veniva scritta questa lettera. Quanto a noi, direi che l’idea dell’unzione dovrebbe essere per le nostre chiese essenzialmente uno stimolo alla creatività, a inventare i modi più opportuni e più indicati – che possono variare a seconda dei luoghi, dei tempi, delle consuetudini – per testimoniare in concreto la nostra vicinanza a chi è malato.

Dobbiamo essere molto decisi, sorelle e fratelli, nell’affermare che la fede del singolo e della comunità si mette alla prova proprio in circostanze di questo genere. La vocazione cristiana non consente di trascurare i malati, o di occuparsene solo a parole. Nelle nostre chiese il pastore è solito visitare gli infermi; ma questo compito non dovrebbe essere riservato al solo pastore, dovrebbe essere esteso al consiglio di chiesa o, meglio, alla comunità nel suo insieme. E, anche se certamente non tutti i membri di chiesa possono aver modo di visitare materialmente il malato, credo che tutti dovrebbero essere coinvolti nella preghiera e anche nella ricerca di qualche equivalente dell’“unzione con olio”: di qualche gesto che riesca a farlo sentire veramente oggetto di amore, da parte di Dio e da parte della chiesa e che lo aiuti al tempo stesso a riflettere, a concentrarsi per cercare di capire che cosa Dio vuole dirgli attraverso questa esperienza.

Perché anche per i più fervidi credenti la reazione più comune, in caso di malattia grave, è quella di abbattersi, di disperarsi o di abbandonarsi al risentimento (“perché capita proprio a me? che cosa ho fatto di tanto male da meritarmelo?”).  È da sperare che chi visita i malati non ricorra a sciocche frasi fatte tipo “Coraggio, vedrai che tutto andrà per il meglio, l’erba cattiva non muore”, e nemmeno alla frase forse ancora peggiore, perché quasi blasfema: “Il Signore vuole metterti alla prova”. No: l’infermo ha bisogno di essere “unto con l’olio” di una fede piena di amore, sincera e umile, che non pretende di cercare di spiegare ciò che è umanamente inspiegabile, ma semplicemente di aiutare chi soffre a capire che Dio non ci manda, ma si serve della malattia per chiederci qualcosa: un’intuizione, un cambiamento; e che una guarigione è anche una guarigione interiore, legata a qualcosa che avviene dentro di noi. Difficile? Sì, certamente è difficile; e chi l’ha mai detto che mettere in pratica la fede sia facile? Ma forse, tanto per cominciare, basterebbe proporre al malato il versetto di Ger 17: 14. Recitarlo con fede insieme a lui o a lei, e lasciare poi la Parola libera di agire.

Che il tempo della malattia possa essere per chi lo attraversa un tempo prezioso di riflessione e di mutamento interiore, in una parola di “conversione”, è confermato dallo stesso Giacomo, allorché afferma che grazie alla preghiera degli anziani della chiesa non solo il Signore ristabilirà in salute il malato, ma ne perdonerà i peccati. Per vie misteriose, dunque, alla guarigione dalla malattia è strettamente associata la guarigione dal peccato. E appunto il tema del perdono è al centro della terza esortazione: l’invito ai membri della comunità di fede a confessarsi reciprocamente i peccati, aiutandosi l’un l’altro con la preghiera. La confessione privata e personale dei peccati è un argomento quanto mai ostico a orecchie protestanti. Eppure tanti esponenti di primissimo piano della Riforma, da Lutero a Calvino fino a Bonhoeffer, pur respingendo il concetto cattolico-romano di confessione come pratica obbligatoria hanno messo in evidenza l’utilità della confessione privata, non necessariamente a un ministro del culto. Questa terza esortazione di Giacomo va presa estremamente sul serio: pensiamo a quanto sarebbe di aiuto per una coscienza tormentata poter prendere le distanze dal proprio peccato enunciandolo a voce alta, poter ricevere da un fratello o da una sorella di chiesa l’annuncio del perdono. Ma questa che chiamerei “reciproca cura d’anime” può verificarsi solo in una comunità che sia, a sua volta, una comunità davvero “guarita”, davvero “convertita”. Esiste all’interno della nostra comunità tanto amore fraterno, tanta fiducia reciproca, tanto disinteressato spirito di servizio, tanta saggezza spirituale da rendere anche solo lontanamente immaginabile la prassi della confessione privata? Lasciamoci con questo interrogativo; ciascuno, nel proprio cuore e in tutta sincerità, dia la risposta. Amen.

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-10-16 20:12:462020-10-28 12:15:31Sermone: Predicazione di Domenica 14 Ottobre – Giacomo 5, 13-16

Eventi: Sinodo delle Chiese Valdese e Metodista 2012

26 Agosto 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

E’ iniziato oggi a Torre Pellice con il culto di apertura il Sinodo 2012. In questa occasione festosa e piena di entusiasmo la predicazine è stata affidata a Eliana Briante, pastora della chiesa metodista di Milano. Durante il culto sono stati consacrati William Jourdan al ministero pastorale e Rossella Luci.

Possiamo seguire la predicazione iniziale e, nei prossimi giorni, interviste, opinioni e contenuti del Sinodo grazie al prezioso lavoro della Redazine di Radio Beckwith Evangelica.

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-08-26 20:10:532020-10-26 12:19:32Eventi: Sinodo delle Chiese Valdese e Metodista 2012

Sermone: Predicazione di Domenica 29 Luglio – 1 Pt 3, 8-17, Is 8, 12-13, Lc 6, 20, 22-23, 26

30 Luglio 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova


Le indicazioni pastorali offerte da Pietro nella prima parte del passo che il lezionario propone oggi alla nostra riflessione (3: 8-9), come pure nei versetti che questo passo precedono, a cominciare da 2: 11, suggeriscono norme di comportamento che aiutano, al tempo stesso, a edificare la comunità dei cristiani e a offrire, mediante una vita irreprensibile, un’eloquente testimonianza ai “pagani”. Norme che altro non vogliono essere se non un tentativo di tradurre l’Evangelo nella prassi quotidiana dei credenti: si parla di concordia, compassione, amore fraterno, misericordia, umiltà, si parla di sostituire la maledizione con la benedizione… Sembrano orientamenti ovvi, scontati per chi ha scelto di seguire Cristo, ma sono in realtà difficilissimi da attuare, perché richiedono un costante, ostinato, determinato sforzo di superare la nostra natura, che è una natura decaduta, degradata, sfigurata dal peccato. Sì, sorelle e fratelli, sfigurata dal peccato: non ho proprio alcun ritegno a usare questo linguaggio, il linguaggio dell’apostolo Paolo, il linguaggio dei padri della Riforma. […]

La seconda parte dell’esortazione di Pietro ai suoi fratelli di fede riguarda più direttamente il confronto dei cristiani con il mondo esterno alla comunità, un confronto che frequentemente assume piuttosto la fisionomia dello scontro. Quattro sono le regole indicate qui dall’apostolo. La prima, sulla falsariga delle Beatitudini, impone di astenersi in ogni caso dal male, ma non affliggersi, anzi rallegrarsi, se pur facendo il bene ci si troverà a dover soffrire (3: 13-14a, 17). La seconda insegna a non lasciarsi sopraffare dalla paura. I persecutori non vanno temuti, perché – sottintende Pietro – in realtà non sono nulla, sono apparenze vane, come gli idoli; l’unico Signore è Cristo, ed è a Lui solo che il cristiano deve tributare lode e obbedienza (3: 14b-15). La terza raccomanda di essere sempre pronti a rendere conto della propria speranza (3: 15b). La quarta ammonisce: nel fare questo, e più in generale nel testimoniare la propria fede, evitare i toni aggressivi e polemici, essere sempre rispettosi dell’interlocutore, in modo che costui non trovi ragione per calunniare i cristiani.  […]

Ancora una volta vi dico, allora, guardiamoci intorno, sorelle e fratelli, e prima ancora guardiamoci dentro. Guardiamo all’interno delle nostre comunità e all’interno di noi stessi, all’interno dei nostri cuori.  Siamo liberi di professare la nostra fede cristiana evangelica, è vero; ma la libertà di cui ormai da molto tempo godiamo non è e non è stata per noi l’occasione di un rinnovato fervore nel “glorificare Cristo” rendendogli testimonianza. Poco alla volta ci siamo abituati ai benefici di Dio come se ne avessimo diritto, come se fosse naturale e logico avere una vita relativamente tranquilla, dimenticando che la tranquillità per un cristiano non può e non deve essere un fine, ma può soltanto essere un mezzo per facilitare l’annuncio dell’Evangelo. […]

Siamo prigionieri: non di estranei che ci perseguitano, ma di una specie di cerchia che non sappiamo o non vogliamo sfondare né spezzare, una cerchia pesante di inutili o insignificanti ragioni personali, familiari, delle quali si osa accampare un’urgenza inesistente o un’importanza molto discutibile. È di tutto questo, e non del Signore degli eserciti, che noi proviamo “timore e paura”; appunto perché, come ancora dice Isaia, camminiamo “per la via di questo popolo”, per la via più battuta, più consueta. Sembra quasi che il nostro cielo si sia abbassato, si sia ridotto alle nostre miserevoli dimensioni.

Sorelle e fratelli, non spacciamo per cristianesimo un modo di vivere fiacco e abitudinario, nel quale la fede appare solo come elemento tradizionale. Di questo cristianesimo, né Dio né gli uomini sanno che farsene. Sapete in che cosa consiste, a mio modo di vedere, il cuore del problema? Consiste nel fatto che non sappiamo più “render conto della speranza che è in noi”. Siamo diventati muti per quanto riguarda la speranza – e non vorrei che questo fosse dovuto al fatto che in noi non esiste più speranza. A questo non voglio, non posso credere. E allora, coraggio. Perché la speranza, quell’ardore di attesa che il regno di Dio venga, porta con sé anche la volontà di manifestare quei frammenti di regno che già sono presenti in mezzo a noi. Rendiamo conto della speranza che è in noi, dunque. Come? Condividiamo la nostra speranza. Chi ha speranza, cercherà di dare coraggio per il prossimo passo a chi è impaurito; starà vicino a qualche persona abbandonata.

 

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

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