Chiesa Evangelica Metodista di Padova
  • Home
  • Chi siamo
    • Cosa crediamo
    • Cosa facciamo
    • Il Culto
    • Storia
    • Storia locale
    • La Bibbia in un Anno
  • News
    • Archivio
  • CCCP
  • Attività & Contatti
  • Fare clic per aprire il campo di ricerca Fare clic per aprire il campo di ricerca Cerca
  • Menu Menu
  • Collegamento a X
  • Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Youtube

Eventi: Padova Pride Village – giovedì 12 Luglio 2012, ore 21.00 Spazio Tralaltro

11 Luglio 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

DON BIZZOTTO E CATERINA GRIFFANTE
UN SACERDOTE CATTOLICO PADOVANO, FONDATORE DELL’ASSOCIAZIONE “BEATI I COSTRUTTORI DI PACE” (RECENTEMENTE, IN UNA LETTERA APERTA HA CHIESTO ALLA CHIESA DI CHIEDERE PERDONO AGLI OMOSESSUALI) E LA PASTORA DELLA CHIESA EVANGELICA VALDESE DI PADOVA. LA DISCUSSIONE VERTERÀ SULLA DOMANDA: COME SI PUÒ VIVERE SERENAMENTE LA PROPRIA OMOSESSUALITÀ SENZA DOVER RINUNCIARE ALLA FEDE?

http://www.padovapridevillage.it/spazio-tralaltro

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-07-11 20:00:202020-10-26 12:19:49Eventi: Padova Pride Village – giovedì 12 Luglio 2012, ore 21.00 Spazio Tralaltro

Eventi: Pastore PAOLO RICCA

6 Giugno 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

CHIESA EVANGELICA METODISTA – PADOVA 

VENERDI’ 8 GIUGNO 2012

ORE 18, 30

CORSO MILANO, 6 

INCONTRO CON IL PASTORE PAOLO RICCA

“LA FEDE CRISTIANA EVANGELICA”

PER INFORMAZIONI:
Past. Caterina Griffante
Chiesa Evangelica Metodista
Corso Milano, 6
35139 Padova
tel. 049650718 – cell. 3471720957

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-06-06 16:57:052020-10-26 12:20:08Eventi: Pastore PAOLO RICCA

Sermone: Predicazione di Domenica 29 Aprile – Mt 12, 43-45

3 Maggio 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

Il pericolo che incombe sulla nostra generazione e di cui Gesù oggi ci avverte è che essa sia posseduta da un numero sempre maggiore di diavoli, cosicché la sua condizione diventi sempre peggiore: staremmo quindi andando non di bene in meglio ma, se continuiamo così, di male in peggio.

Che fare, allora, se vogliamo evitare che la nostra condizione, continuando a peggiorare, diventi irrimediabile? In altri termini: che fare contro i diavoli? L’evangelo e Gesù stesso sono espliciti al riguardo: i diavoli bisogna combatterli e cacciarli, relegandoli nei “luoghi aridi” che sono loro propri. Ma per combattere e cacciare i diavoli bisogna prima smascherarli, e questa è un’impresa molto difficile. […]

Non domandiamoci ora se questo “diavolo” sia un’entità personale o se sia, piuttosto, l’espressione simbolica di una tendenza, di un’inclinazione al male insita in tutti gli esseri umani, fin da quando l’umanità ha deciso di seguire la propria strada anziché quella progettata per lei dal Signore. Gesù questo non lo chiarisce, perché non è questo che conta. Il cuore del suo messaggio, così come ce lo tramanda Matteo, è che il diavolo, cioè il male, ha un suo habitat prediletto, che è il vuoto. Nel vuoto il diavolo prospera, si rafforza, si moltiplica. Se ci guardiamo intorno, non è difficile riconoscerlo, questo vuoto: è un vuoto che si manifesta come vuoto di ideali, vuoto di speranze, vuoto di progetti, vuoto spirituale, vuoto culturale, vuoto affettivo. Di questo vuoto, anzi di questa voragine spaventosa che è attualmente, purtroppo, un tratto distintivo della nostra società occidentale, si possono dare molte spiegazioni di natura sociologica e storica. Ma qui, in questa sede, dobbiamo piuttosto interrogarci su come questo vuoto si manifesti là dove meno avrebbe ragione di esistere, cioè tra noi cristiani, nelle nostre chiese. Spetta a noi, in quanto credenti, imparare a decifrare il senso profondo dell’esortazione di Paolo, ancora nella lettera agli Efesini, a essere “ricolmi di Spirito”: perché la casa, se non diventa tempio dello Spirito santo, è vuota, e se è vuota diventa dimora dei diavoli. Ecco qui il nostro problema: noi crediamo che la nostra casa sia piena perché continuiamo a riempirla con ogni sorta di arredi, ma trascuriamo di riempirla con quello che davvero servirebbe a colmare il suo vuoto, cioè con il Signore, con il suo Spirito, con la sua parola. […]

Dio è un Dio nascosto. Ecco che allora noi finiamo per spazientirci di questo nascondimento di Dio, finiamo per stancarci di cercare di decifrare i segni della sua presenza in mezzo a noi, nella nostra storia collettiva e nelle nostre storie personali. Questo Dio così poco evidente ci fa l’effetto di uno spazio vuoto, un vuoto che noi cerchiamo di riempire alla meno peggio, creandoci dei surrogati. Quali sono queste cisterne screpolate, questi arredi inutili che sembrano aprire spazio a Dio e lo aprono invece ai diavoli?  Presso certe confessioni cristiane può trattarsi, per esempio, della sostituzione della Scrittura con tradizioni, dottrine, devozioni prive di fondamenti biblici, o della sostituzione di Dio stesso con una gerarchia di suoi “rappresentanti” che si ritengono in diritto di parlare e di agire nel Suo nome. Si lamenta tanto la mancanza di pastori, ma la chiesa d’oggi manca di profeti ancor più che di pastori. In mancanza di profeti si fanno avanti gli scribi, cioè, più o meno, tutti noi: capaci forse, grazie allo studio, di interpretare e commentare la Scrittura ma non di proferire, sulla scorta di questa Scrittura, parole illuminanti e orientatrici, che servano davvero a scacciare quei démoni che allignano dovunque e, quindi, anche nelle chiese: il démone dell’indifferenza, il démone della menzogna, il démone dell’ostilità reciproca. Invochiamo dunque lo Spirito perché ci renda tutti profeti, capaci di scacciare i diavoli con lo spirito e la parola di Cristo, con la fraternità evangelica e la verità.

 

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-05-03 20:56:162020-10-28 12:14:52Sermone: Predicazione di Domenica 29 Aprile – Mt 12, 43-45

Sermone: Predicazione di Pasqua – 1 Cor 15, 1-5

12 Aprile 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova


Credo che in tutte le comunità ecclesiali, in tutte le confessioni, ci siano  persone che ragionano come ragionavano i Corinzi più scettici, cioè, secondo quei criteri di saggezza che sono propri del “mondo” o degli “uomini”, come dice Paolo nel cap. 1 di quella stessa prima lettera ai Corinzi; persone che ragionano dimenticando che la chiesa si fonda non sulla saggezza umana, ma su quella che Paolo stesso chiama lo “scandalo” e la “pazzia” dell’Evangelo. Ma scandali e pazzie sono difficili da assumere come criteri normativi della propria vita, che istintivamente noi vogliamo improntata a razionalità e buon senso. Ecco perché non abbiamo molto da guardarci intorno per scoprire chi sono tra noi i “miscredenti”, gli emuli di quei Corinzi con i quali polemizzava Paolo. Il miscredente – almeno in certe circostanze, in certi momenti – il miscredente è ciascuno di noi, io stessa che vi parlo. Credo che anche a quelli tra noi  più saldi nella fede sia capitato almeno una volta di dubitare, di dubitare proprio di questo evento che oggi celebriamo: la risurrezione. Si tratta di un dubbio molto umano. Perché questo cardine della fede cristiana, la risurrezione, è un evento non dimostrato e non dimostrabile. Mentre la passione e morte di Gesù hanno avuto molti testimoni, la sua risurrezione non ne ha avuto nessuno. Inoltre,  si tratta di un evento che esula completamente dal campo non solo della nostra esperienza, ma anche della nostra immaginazione. Il grande teologo Karl Barth ha definito la risurrezione un evento che tocca il nostro mondo “come la tangente tocca il cerchio, senza toccarlo”: cioè lo sfiora appena e resta esterna al cerchio, al nostro orizzonte umano, pur non potendo più esserne esclusa, pur essendo entrata a farne parte definitivamente. E proprio perché è del tutto fuori dal nostro orizzonte e non riusciamo in alcun modo a concepirlo, la sua forza di convinzione è pressoché nulla. Eppure, ecco il grande paradosso evangelico: proprio questo fatto che è il meno dimostrabile, il più discutibile e contestabile, il meno convincente e il meno proponibile di tutti, è stato posto dai primi cristiani a fondamento della loro fede. […]

Certo, è vero che molti in passato e molti al giorno d’oggi hanno considerato e continuano a considerare Gesù come un maestro di morale, un altissimo modello etico; molti ritengono che si debba accettare e seguire il suo insegnamento, accantonando però la sua risurrezione che è qualcosa di inaccettabile in quanto – lo sanno tutti – i morti non risorgono. Ma dobbiamo sapere che – per quanto strano possa sembrare a prima vista – abbiamo l’insegnamento di Gesù solo perché Gesù è risorto. Quindi l’apostolo Paolo ha ragione quando scrive: “Se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede” (I Cor 15: 17). Perché “vana”? Perché se Cristo non è risuscitato, voi cristiani credereste in un morto, grande finché si vuole, ma morto: dunque un uomo, non il Figlio di Dio; dunque un Maestro, non il Signore. Sì, si può credere nell’insegnamento di Gesù, e non in Gesù Signore. Ma in tal caso, si tratta di un cristianesimo ridotto a morale, un cristianesimo diverso da quello che i primi cristiani hanno confessato, spesso anche con il sacrificio della vita. A chi chiede la “prova” della risurrezione di Gesù, direi che è questa l’unica “prova”: il fatto che, come scrive l’autore della lettera agli Ebrei, siamo “circondati da una così grande schiera di testimoni” (Eb 12:1). Testimoni di che cosa? Testimoni che Gesù è vivo, è anzi il Vivente per eccellenza. Testimoni che lo sanno per averlo sperimentato. Mi sembra già di sentire le obiezioni: “anche queste esperienze sono fatti tutti personali, non verificabili, ai quali può credere solo chi è in qualche modo già disposto a credere; a me una cosa del genere non è mai capitata”.

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-04-12 13:28:002020-10-28 12:14:38Sermone: Predicazione di Pasqua – 1 Cor 15, 1-5

Sermone: Predicazione di Domenica delle Palme – Is 50, 4-9

3 Aprile 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco, Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti come ascoltano i discepoli.

La folla identificava Gesù come “colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”, riconosceva pertanto in lui una figura investita della missione di liberare e governare il popolo di Israele; una missione, dunque, certamente carica di valenze spirituali eppure in primo luogo politica. All’atteso sovrano, che la folla credeva fosse finalmente venuto nella persona di Gesù, spettavano gloria, onori, l’obbedienza del popolo, il dominio su Israele. Si trattava, in altre parole, di un uomo di potere: di un potere concepito secondo criteri umani. Una figura nella quale, indubbiamente, Gesù non poteva riconoscersi. Eppure, Gesù non si sottrae a questo trionfo: anzi, come raccontano le versioni dell’ingresso in Gerusalemme riportate dai vangeli sinottici è Gesù stesso a voler conferire a questo ingresso un carattere pubblico e solenne, è Gesù stesso a  incaricare i suoi discepoli di procurargli a questo scopo una cavalcatura, è Gesù stesso a non sottrarsi all’omaggio della folla. […]  Solo, il suo concetto di regalità era diverso da quello della folla, questo inviato dal Signore non è un re, non è un potente, non è un grande della terra: è un servo, e per giunta un servo sofferente, maltrattato, vittima di ogni sorta di oltraggi. Isaia parla di un servo tutto particolare: il servo del Signore. Sappiamo che gli esegeti hanno molto discusso sull’identità di questo servo del Signore: chi lo ha identificato con l’intero popolo di Israele, chi con un singolo, forse il profeta stesso, o forse una figura messianica; la tradizione cristiana ha riconosciuto in lui la prefigurazione di Cristo. Chiunque sia questo servo del Signore, quello che ci interessa sono le sue caratteristiche. Ricordiamo che nell’antico Israele “servo del Signore” designava il re stesso. Questa qualifica, se ci pensiamo bene, denota una condizione di straordinaria dignità, in quanto – paradossalmente – questo tipo di servitù equivale al massimo grado di libertà. “Servo del Signore” significa, in linguaggio biblico, uomo libero, il più libero che si possa immaginare, in quanto chi è “servo del Signore” non può essere, al tempo stesso, servo degli esseri umani.

La storia umana è impastata di sofferenza; eppure, il servo crede a Dio come al Dio della storia, e sa quindi che la sofferenza non avrà l’ultima parola. Nel frattempo, il servo la sofferenza la assume su di sé senza perdere la speranza, proprio come Giobbe; e con questa sua saldezza, oltre che con la sua “lingua pronta”, è in grado di divenire “luce delle nazioni”, di farsi testimone della potenza creatrice e rinnovatrice di Dio che rianima chi è stanco, chi è sfiduciato. Il servo, sofferente ma non disperato, non sconfitto, ancora in grado di annunciare le cose nuove di Dio, mostra che anche nella tragedia c’è uno spiraglio, che c’è una possibilità aperta anche là dove non è facile riuscire a vederla. E insegna la pazienza, il rispetto del tempo del Signore, che, a differenza del nostro, è spesso un tempo lungo. In questo tempo, però, i persecutori finiranno logorati come un vestito ormai consunto mentre lui, il servo, vedrà la sua apparente sconfitta tramutarsi in vittoria: non la sua vittoria, ma la vittoria del Signore. […]

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-04-03 21:23:422020-10-27 12:36:39Sermone: Predicazione di Domenica delle Palme – Is 50, 4-9

Sermone: Predicazione di Domenica 25 Marzo – Lc 2, 33-35, Is 8, 14-15, 1 Pt 2, 4-8

28 Marzo 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

Egli sarà un santuario, ma anche una pietra d’intoppo, un sasso d’inciampo per le due case d’Israele, un lacco e una rete per gli abitanti di Gerusalemme.

il messaggio che ci viene da Isaia, da Pietro e soprattutto dalle parole di Simeone nel racconto di Luca è un messaggio che non fa sconti a nessuno. Non ha avuto sconti Maria, la madre di Gesù, che con il suo “sì” all’annuncio dell’angelo si è offerta inerme  alla spada che le avrebbe trafitto l’anima. Non ha avuto sconti, non ne ha, non ne avrà mai chiunque si avvicini con serietà al Signore, perché la vicinanza del Signore mette in crisi, sconvolge gli equilibri, pone interrogativi su ciò che sembra ormai definitivamente acquisito. Fa cadere: fa cadere idoli, pregiudizi, preconcetti, abitudini inveterate, egoismi radicati. E rialza: rialza  perché chiama a una vita rinnovata, genera nuove energie, apre all’ascolto, alla generosità, alla condivisione. È segno di contraddizione: perché mette in contraddizione, innanzitutto, ciascuno di noi con sé stesso, obbligando a scelte, a prese di posizione spesso faticose, quando non dolorose. E in questo modo svela la realtà del cuore umano: una realtà che, se diamo ascolto a ciò che dice la Bibbia, è sempre una realtà oscura, torbida, nella migliore delle ipotesi confusa. La presenza del Signore ci interroga, ci mette a nudo, ci rivela chi siamo veramente, ci mostra tutta la nostra incoerenza; fa cadere ogni illusione che noi possiamo nutrire su noi stessi.[…]

La Scrittura ci chiede dunque di lasciare che la presenza di Dio distrugga molte cose dentro di noi. Isaia è particolarmente esplicito: “cadranno, saranno infranti”. Ma che cosa di noi deve cadere e infrangersi? La risposta è: tante cose, tante davvero. Proviamo a elencarne qualcuna? In primo luogo: deve morire Dio. Più precisamente: quell’immagine o quelle immagini di Dio che tutti noi, tutti senza eccezione, tendiamo a costruirci. Tutti noi nella nostra vita tendiamo a farci immagini di Dio. Molte di queste immagini sono abbastanza grossolane e risalgono più o meno direttamente alla nostra infanzia: per alcuni, Dio è un vecchio signore seduto su una nuvola, cioè in un luogo che si trova da qualche parte ma, in ogni caso, non dove si svolge la nostra vita; per altri, Dio è qualcuno che dovrebbe risolvere i problemi, qualcuno che possiamo ignorare tranquillamente nella vita di tutti i giorni ma che pretendiamo si metta immediatamente al nostro servizio nei momenti critici; per altri ancora, è un guastafeste che proibisce tutto ciò che dà piacere. Sono tutte immagini che con Dio hanno ben poco a che fare, perché sono immagini umane; e tutti probabilmente abbiamo anche fatto l’esperienza di come queste immagini a un certo momento vadano in frantumi. Molti, dinanzi a questa esperienza, concludono che Dio non esiste. Non pensano che in questo infrangersi delle vecchie immagini di Dio si manifesti la presenza del Signore, il quale vuol farci capire che Dio è altro. Dunque, Dio vuole che non ci facciamo di Lui alcuna immagine, alcuna rappresentazione mentale? No, non è così, anche se esiste tutto un filone teologico che propende per questa soluzione. Ma esiste un’immagine di Dio che possiamo legittimamente farci, ed è quella appunto rivelata da questo passo del vangelo di Luca: l’unica immagine valida di Dio è la Sua rivelazione in Gesù Cristo.

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-03-28 21:07:592020-10-27 12:36:28Sermone: Predicazione di Domenica 25 Marzo – Lc 2, 33-35, Is 8, 14-15, 1 Pt 2, 4-8

Sermone: Predicazione di Domenica 18 Marzo – Giovanni , 45-48

19 Marzo 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

 

Natanaele gli disse: “Può forse venire qualcosa di buono da Nazaret?” Filippo gli rispose: “Vieni a vedere”.

L’evangelista Giovanni sta raccontando come Gesù raccolse intorno a sé i primi discepoli, e notiamo subito che questo gruppo si forma in un duplice modo: alcuni, Gesù li incontra di persona e rivolge loro un invito formulato con tanta autorevolezza che all’interpellato è impossibile resistere: in questi versetti avviene così per Filippo, mentre il caso più impressionante di “chiamata diretta” ce lo racconta Luca nell’episodio della vocazione di Levi (5: 27-28). Altri discepoli, invece, si avvicinano a Gesù perché sono incuriositi e attratti dalla sua fama, perché hanno sentito parlare di lui da qualcuno in cui hanno fiducia. Nel primo modello di chiamata risalta la potenza di Gesù, una potenza che non è di questo mondo; il secondo modello di chiamata è invece molto più consueto, molto più quotidiano, avviene mediante una sorta di “passaparola” che è un’esperienza familiare a tutti noi. In questi versetti giovannei è appunto con il “passaparola” che entrano a far parte della cerchia di Gesù Andrea, che lo segue per aver ascoltato Giovanni; Simone, che viene condotto a Gesù da suo fratello Andrea; e Natanaele, che viene invitato da Filippo a fare la conoscenza di Gesù. Tra tutti costoro, Natanaele è l’unico al quale Giovanni attribuisce una certa resistenza a questo incontro, uno scarso entusiasmo dettato da scetticismo per un presunto messia proveniente da una località così insignificante come Nazaret. Dinanzi alle obiezioni di Natanaele, Filippo non si dilunga in discorsi, ma propone un’esperienza diretta: “Vieni a vedere”.

Questa esigenza di sperimentare di persona, concretamente, la presenza di Dio è un tema ricorrente nel vangelo di Giovanni. “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”, dice Gesù ai discepoli nel discorso pronunciato durante l’ultima cena (13: 35). “Mostraci il Padre”, lo supplica poco dopo Filippo, e Gesù risponde “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14: 8-9). “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi … io non crederò”, dichiara Tommaso, e Gesù risorto lo invita a fare l’esperimento: “Porgi qua il dito e vedi le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato” (20: 25-27). Potrebbe sembrare strano questo bisogno di vedere, di toccare, di provare, di gustare anche: sappiamo infatti che la fede di Israele si fonda sulla parola e sull’ascolto, che la dimensione del visibile come manifestazione del divino non è al cuore della tradizione del popolo ebraico ed è sostanzialmente estranea anche alla tradizione del cristianesimo protestante, incentrata sull’ “ascoltare” più che sul “vedere”.

Eppure, Gesù non si dimostra chiuso né scandalizzato dinanzi a questa esigenza così umana, l’esigenza che Dio si manifesti alla sua creatura non solo mediante la Parola ma anche per altre vie, vie più concrete, più tangibili. Certo, c’è il suo rimprovero all’incredulo Tommaso; ma più che di un vero rimprovero si tratta di un confronto tra due diversi livelli di fede, quello più maturo che non ha bisogno di “vedere” e quello più imperfetto, che richiede qualcosa di simile a una “prova”. Un tempo, lo sappiamo, dell’armamentario teologico faceva parte tutto un repertorio di cosiddette “prove dell’esistenza di Dio” basate su argomentazioni razionali: si tratta di “prove” che mai sono riuscite a portare alla fede un non credente e che tanto meno al giorno d’oggi possono ritenersi proponibili ai nostri contemporanei, uomini e donne bisognosi di essere toccati, coinvolti nell’intimo, in ciò che la Bibbia chiama “cuore”. […]

Oggi, a chi cerca Gesù non è più possibile, come era possibile per i primi discepoli, incontrarsi con una persona in carne ed ossa, dotata di una piena fisicità; oggi chi è in ricerca deve rivolgersi a coloro che Gesù ha lasciato come suoi testimoni, a quelli che compongono la sua Chiesa. Devono rivolgersi, quindi, a noi. E noi, che cosa abbiamo da offrire a queste persone in ricerca? Tante cose, moltissime cose, ma in primo luogo dobbiamo rivolgere loro l’invito che Filippo rivolse a Natanaele: “Vieni a vedere”.

“Vieni a vedere”.  È l’invito che anche noi rivolgiamo a chi ci avvicina dimostrandosi interessato, o quanto meno incuriosito, nei confronti di questa realtà così strana e anomala nel contesto religioso e culturale italiano: una Chiesa evangelica. Certamente, se l’interesse di questa persona ci sembra profondo, motivato, noi pastori proponiamo un percorso catechetico da svolgere mediante un ciclo di incontri personali, ma il primo passo resta sempre questo invito: “vieni a vedere”. L’invito può essere naturalmente formulato in altri termini, ma la sostanza resta questa: vieni a “provare”, come dice il salmo, vieni a “gustare”, come dice la lettera di Pietro, vieni a “toccare con mano”, per dirla con Tommaso; vieni, insomma, a renderti conto di persona come il Signore si manifesta nella comunità dei credenti.  Ho avuto ormai varie occasioni di rendermi conto dell’importanza fondamentale di questo “venire a vedere” per la nostra testimonianza cristiana ed evangelica. Come a tanti pastori, anche a me capita di venire chiamata a parlare della nostra fede in qualche scuola, o in qualche gruppo cattolico aperto e disponibile; di solito vengo ascoltata con interesse e mi vengono rivolte varie domande, alle quali rispondo con la massima precisione possibile. Mi rendo sempre conto, però, che queste spiegazioni, per quanto esaurienti, non bastano, e allora rivolgo l’invito: “perché non venite una volta nella chiesa metodista di Padova, a vedere come si presenta un luogo di culto evangelico?”. Anzi, qualche volta la richiesta parte direttamente dai miei interlocutori, dagli insegnanti o dai responsabili del gruppo parrocchiale: “possiamo una volta venire nella tua chiesa?”. E poi vengono davvero, e noto che tutti sono incuriositi e interessati: qualcuno è perplesso, qualche altro è chiaramente a disagio, ma molti sembrano, invece, trovarsi molto bene nel nostro ambiente, quasi “a casa loro”; e c’è poi qualcuno che il giorno dopo me lo conferma, con una telefonata, un biglietto, una e-mail, e magari chiede se può una domenica partecipare al culto.

“Vieni a vedere”. Ma che cosa dovrebbe vedere, questo visitatore curioso? Vedrebbe, certamente, un locale di culto come non se ne vedono molti in Italia, una chiesa che non sembra nemmeno una chiesa, priva com’è di decorazioni, di dipinti, di statue, di tabernacoli, di arredi sacri, una chiesa in cui il punto focale sul quale converge lo sguardo è una grande Bibbia aperta su un leggìo; e spetterebbe a noi, allora, spiegargli perché questa chiesa si presenta così, raccontargli quindi la nostra storia e la nostra fede. Eppure, l’aspetto esteriore della nostra chiesa, sebbene importante per molti motivi, non è l’essenziale di ciò che il nostro visitatore curioso dovrebbe vedere, dovrebbe scoprire, presso di noi. L’essenziale dovrebbe essere, piuttosto, la “casa spirituale” di cui parla Pietro: una casa edificata sì con pietre materiali ma animata da “pietre viventi”, una casa nella quale tutti coloro che la abitano esercitano “un sacerdozio santo”, offrendo “sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo”.

Insomma, il nostro visitatore dovrebbe essere messo in condizione di “vedere” nella nostra comunità la realizzazione concreta di ciò che intendeva Lutero, allorché diceva che ogni cristiano è partecipe del ministero sacerdotale di Cristo. Dovrebbe vedere una comunità che non soltanto crede a questo principio dottrinale, che è uno dei capisaldi della Riforma, ma vi aderisce con tutta sé stessa e lo mette in pratica quotidianamente. E come lo mette in pratica? Risponde ancora Pietro: lo mette in pratica sbarazzandosi “di ogni cattiveria, di ogni frode, dell’ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza”. Si può obiettare che il nostro visitatore non può certo aspettarsi di essere stato invitato a “venire a vedere” una comunità perfetta. Certamente no; ma ha tutto il diritto di aspettarsi  una comunità che, nonostante tutte le sue fragilità, è salda nella fede e cerca di comportarsi come si comporta – per usare ancora le parole di Pietro – “chi davvero ha gustato che il Signore è buono”. Vogliamo dirla con parole più semplici? Ricorriamo allora alle parole del discorso di Gesù riportato da Giovanni, al quale accennavo prima: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”. No, certo, il nostro visitatore non ha diritto di aspettarsi una comunità perfetta; ha tutto il diritto, però, di aspettarsi una comunità di discepoli. Discepoli che facciano davvero vedere, conoscere, gustare, provare “quanto il Signore è buono”.

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-03-19 22:32:342020-10-27 12:36:16Sermone: Predicazione di Domenica 18 Marzo – Giovanni , 45-48

Sermone: Predicazione di Domenica 11 Marzo – Osea 10, 12

12 Marzo 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

Seminate per voi secondo giustizia e mieterete secondo bontà; dissodatevi un campo nuovo, perchè è tempo di cercare il Signore, finché egli venga e diffonda su di voi la giustizia.

La Parola di Dio, che ci giunge attraverso le parole della Scrittura, è così ricca di senso che i nostri giorni su questa terra non bastano perché ne possiamo comprendere tutto il significato profondo che ci è necessario per la costruzione della nostra interiorità dalla quale nascono le nostro azioni, davanti a Dio e davanti agli uomini.

Perciò è prezioso ogni momento che dedichiamo alla meditazione, ma in particolare lo è questo breve tempo che ritagliamo negli affanni quotidiani per dedicarlo al culto comune. Questo ci permette di uscire dalle nostre varie solitudini per sostare insieme ai piedi del Maestro, sapendoci discepoli chiamati ad avere un medesimo animo, consapevoli della povertà dei nostri linguaggi ma tesi nella preghiera che lo Spirito santo ci sia luce e guida.

Quando l’evangelo ci parla di terra, di seme, di grano buono, parla della nostra vita. Della nostra vita di uomini e donne, di esseri singoli e al tempo stesso strettamente interdipendenti gli uni dagli altri in quella fitta rete di aggregazioni umane che ricoprono la faccia di questa nostra terra. L’agricoltore non lavora a caso. Se vuole del buon grano che gli dia pane per campare, lavora al meglio il campo che ha. Comincia prima di tutto da quello. Poi si sceglie la qualità del seme, semina, e a suo tempo raccoglie. Non c’è niente di nuovo in questo: è stato così fin dai tempi dei tempi e avviene anche oggi. Ma se il coltivatore vede che il campo non gli dà pane, lo lascia e dissoda un campo nuovo. E questa volta sa che non dovrà fallire – ha bisogno estremo di alimento, quindi è lì, in questo campo nuovo che porrà le sue energie e lì fonderà le sue speranze per il suo presente e per il suo futuro. Proprio così è della nostra vita. […]

Ebbene, l’appello che ci viene dalla Parola è chiaro: in tutti questi casi non ci può, non ci deve essere esitazione. Abbandoniamo il vecchio e dissodiamo un campo nuovo. Facciamoci un’altra vita. È questo che hanno fatto tutti coloro che si sono convertiti alla buona notizia dell’evangelo, che si sono aperti nell’interezza della propria persona a Dio perché egli vi deponga il seme del Regno di giustizia – o del Regno dei cieli come la Bibbia spesso lo chiama – che il Cristo ha già seminato e che è già presente sulla terra e nella nostra stessa vita, come molti di noi sanno per esperienza; e poi hanno rovesciato la propria terra per scendere a una maggiore profondità e riconoscervi gli elementi utili che frutteranno in nutrimento e vita. Cambiamento, rinnovamento, lo sentiamo invocare tutti i giorni nella crisi che attraversa gran parte del mondo. Ma da dove si comincia? C’è un solo punto di partenza utile ed efficace e ce lo dice il nostro testo: è tempo di cercare il Signore, finché egli venga e diffonda su di noi la giustizia. Il riassetto dell’anima nostra dipende dal rinnovamento dei nostri pensieri e del nostro agire nell’appassionata e quotidiana ricerca di Dio come è stato reso luminosamente evidente nel Cristo, nella sua predicazione, nella sua compassionevole personificazione nei più miseri, nella sua mite assunzione di morte come di un agnello sacrificale e che il Padre ha tradotto nella gloria eterna della vittoria sul male e sulla morte. E’ con questa realtà che il mondo oggi si scontra e si confronta – tutto il mondo nelle sue molteplici forme di costumi, di pensieri, di conoscenze, di linguaggi, di logiche di vita, oggi con questa realtà vissuta e presente nel Cristo, il mondo si scontra.

l riassetto economico della gente, di cui si sente un bisogno enorme, dipende dalla scoperta che la ricerca di questo Dio che cozza contro tutti gli egocentrismi è il luogo dove uomini e donne ritrovano dignità e piena umanità. Il riassetto del mondo sociale e politico dipende dal piegare gli orgogli e gli egoismi che dominano i popoli e le società nella scoperta che il rinnovamento sta nei piani di Dio per gli uomini, predicati e resi reali nel Cristo, e non nei piani degli uomini. Questo è il messaggio che questa nostra piccolissima comunità. molto poveramente e molto immeritatamente vuole vivere e annunciare. Perciò ci giunge preziosa l’esortazione dell’apostolo: carissimi, state in guardia per non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore degli empi; ma crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e nel giorno dell’eternità. Amen!

(Estratto dalla riflessione della sorella Febe)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-03-12 21:32:482020-10-27 12:36:01Sermone: Predicazione di Domenica 11 Marzo – Osea 10, 12

Sermone: Predicazione di Domenica 4 Marzo – Efesini 2, 8-10

6 Marzo 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

E’ per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtuù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua , essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

Le opere buone! Credo che, tra tutti i punti che differenziano protestanti e cattolici nel modo di vivere e di interpretare la fede cristiana questo delle opere buone sia uno dei più conosciuti. Sì: in genere, in un Paese come il nostro, prevalentemente cattolico almeno come cultura e come tradizione, i protestanti sono “quelli che non credono [in ordine di importanza] nel papa, nella Madonna e nelle opere buone”. Credono solo nella Bibbia: eppure anche la Bibbia parla di “fare opere buone”, per esempio in questo passo della lettera agli Efesini, o anche nel versetto di Matteo che abbiamo ascoltato (Mt 5, 16). Come la mettiamo, allora?

Risposta immediata: consideriamo il contesto di questa affermazione di Paolo sulle opere buone. È un contesto dal quale risalta molto chiaramente quello che è il principio basilare della Riforma, cioè l’inutilità delle opere umane, anche di quelle buone, per acquistare la salvezza: per “essere giustificati”, per usare il termine teologicamente più preciso, che tuttavia ai nostri contemporanei suona di difficile comprensione. Per dirla tutta, è un discorso che anche molti protestanti faticano ad accettare. Non è una cosa che vada da sé, che l’essere umano sia “giustificato”, cioè accettato da Dio e a Lui gradito, solo per fede. Il nostro buonsenso vorrebbe che quanto meno si fosse “giustificati” per fede e per opere, le opere buone che tutti, se vogliamo, possiamo compiere. Anzi, può perfino darsi che, sotto sotto, anche noi protestanti pensiamo che quello che conta per Dio sono proprio le opere – s’intende quelle buone – perché quello che conta davvero nella vita, anche nella vita cristiana, non è ciò che pensiamo, crediamo e diciamo, ma ciò che facciamo, e in questo senso siamo inclini a pensare che in fin dei conti siamo giustificati solo per opere: sono infatti le opere, e non altro, il banco di prova della fede. Questo discorso è più che ragionevole, di una ragionevolezza tutta umana; ma non è il discorso che fa la Scrittura.

La Scrittura infatti ci dice che le nostre opere, per buone che siano, non possono saldare il nostro debito con Dio. Ma come, siamo debitori verso Dio? In che senso lo siamo? Sì, siamo in debito verso di Lui, se crediamo in Lui. Abbiamo nei suoi confronti  il debito dell’obbedienza che il figlio o la figlia hanno nei confronti del Padre; il debito della riconoscenza, che la creatura ha nei confronti del Creatore; il debito della lode, che il prigioniero ha nei confronti di Chi lo ha liberato; il debito dell’amore, che l’amato ha nei confronti di Colui che lo ama; il debito della testimonianza, che ha chi ha scoperto Dio e sé stesso nella storia e nell’opera di Gesù di Nazareth. […]

Per saldarlo non servono né le “buone opere” che possiamo aver compiuto, poche o molte che siano, né alcun altro mezzo. Anche perché noi non abbiamo nessuna idea della ferita che le nostre trasgressioni provocano in Dio (ci pensiamo mai? Dio soffre, è ferito ogni volta che il suo meraviglioso progetto di vita e di amore viene violato, viene vanificato dalle trasgressioni degli esseri umani);  così come non abbiamo nessuna idea del danno che recano alle vittime. Questo avviene anche, forse soprattutto, per esempio, nel caso di colpe che non sono tali per la legge umana ma solo per la legge divina, come ad esempio nutrire rancori o invidie, diffondere maldicenze, o semplicemente non fare il bene che potremmo fare. Sotto questo aspetto, nessuno di noi si salva. Se siamo onesti dinanzi a Dio, non possiamo non riconoscerci in quello che dice l’evangelista Giovanni: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi” (1 Gv 1: 8).  […]

Quali sono gli impulsi ai quali obbediamo, anche quando compiamo qualcosa di buono? Siamo sicuri di essere sempre generosi, sempre solleciti del bene altrui prima che del nostro, sempre pronti a mettere in secondo piano i nostri interessi, la nostra comodità, il nostro quieto vivere se qualcuno ha bisogno di noi?  E anche quando facciamo del bene, e lo facciamo sinceramente e con dedizione: siamo sicuri della nostra purezza, del nostro totale disinteresse? Siamo sicuri di non strumentalizzare mai, nel fondo del nostro animo, coloro che serviamo, si tratti del nostro prossimo o della nostra Chiesa?  La durezza dei versetti della Genesi ci libera da una doppia illusione. La prima è l’illusione su noi stessi: pensare cioè di essere fondamentalmente buoni così come siamo, indipendentemente da Cristo. La seconda illusione è di poter stabilire che cosa è bene (e inversamente che cosa è male) indipendentemente da Dio e dalla sua parola. Conseguenza di queste due illusioni è l’atteggiamento dal quale Paolo ci mette in guardia: “vantarci” delle nostre opere.

È necessario, a questo punto, evitare che si crei un malinteso. Dio ama le buone opere, le apprezza, le valorizza, le ricompensa in questa vita e in quella futura. Ricordiamo che cosa dice Gesù nel sermone sul monte, parlando dell’elemosina, della preghiera, del digiuno: parla di ricompensa (Mt 6: 4,6,18). Ricompensa, altro non significa se non l’approvazione di Dio sull’opera dell’essere umano. Significa che l’essere umano si trova in sintonia con il progetto di Dio per l’umanità, si trova in armonia con la volontà del Signore. Non c’è ricompensa più alta, né premio più ambito di questo. Perciò, a chi ci domandasse “ma per voi protestanti, le opere non meritano proprio nulla?” noi dovremmo rispondere: “sì che meritano! Meritano la lode più alta che si possa avere su questa terra, quella di Dio!”. Dio dunque si compiace delle nostre buone opere e le premia, cioè le approva. Ma queste buone opere non servono in alcun modo a costituire nemmeno in parte la nostra giustizia davanti a Dio, per il semplice motivo che la nostra giustificazione, essendo ottenuta da Cristo sulla croce, precede le nostre opere buone, che noi compiamo non per essere giustificati, ma perché, per pura grazia, siamo stati giustificati davanti a Dio per l’opera che Gesù ha compiuto per noi e per il mondo. In conclusione: le nostre opere buone sono buone per il nostro prossimo al quale sono destinate; sono buone per Dio, che le gradisce e le premia con la sua approvazione; non sono buone per la nostra salvezza, perché non ne abbiamo bisogno, avendocela Dio già donata in Cristo gratuitamente.

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-03-06 18:33:002020-10-27 12:35:46Sermone: Predicazione di Domenica 4 Marzo – Efesini 2, 8-10

Sermone: Predicazione di Domenica 19 Febbraio – 1 Pietro 3, 15

21 Febbraio 2012/in Archivio/da chiesametodistapadova

FESTA del 17 FEBBRAIO

Glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.

In tutte le chiese valdesi e metodiste si è celebrata questa settimana come settimana delle liberazioni del Signore. La nostra Chiesa si ricorda della sua storia e delle vicende aspre e difficili attraverso le quali è passata. Si ricorda anche che, sempre, nella sua vita secolare, la sola ragione della sua sopravvivenza è stata nella misericordia di Dio e non nell’abbondanza o mancanza delle sue virtù e dei suoi meriti. Quindi si ricorda di come la storia di tutte le Chiese cristiane, è una riprova della carità di Dio perché, lungo il passare delle generazioni terrene, c’è sempre stata la consapevolezza di una mano che guida, anche quando intorno non è che tenebre e incertezza. Concludendo questa settimana, noi ci raccogliamo alcuni istanti intorno alla parola apostolica, che da un lato ci domanda di vivere nel timore di Gesù Cristo e dall’altra ci esorta a rispondere della speranza che è in noi.I tempi di ricordi sono, per una Chiesa come la nostra, anche dei tempi di umiliazione. Umiliazione, perché la relativa prosperità e libertà di cui godiamo non sono e non sono state per noi delle ragioni di rinnovato fervore. Umiliazione perché poco alla volta ci siamo abituati ai benefici di Dio come se ne avessimo diritto, come se fosse naturale e logico avere una vita relativamente tranquilla. […]

Non spacciamo per cristianesimo un molle, fiacco ed abitudinario modo di vivere, nel quale la fede appare solo come un elemento coreografico e tradizionale. Né Dio né gli uomini sanno che farsene dell’iniquità mescolata alle solenni assemblee. Ricominciare la nostra vita di Chiesa valdese non può avvenire se non avvertendo che vi è un giudice più severo e più veritiero della storia stessa: è Cristo il Signore. È lui, che ha il diritto, e lo esercita, di chiederci conto della serietà, dell’autenticità della nostra fede. È lui che, energicamente, ci domanda che cosa abbiamo fatto della Sua Parola, come abbiamo ridotto il messaggio della croce, come abbiamo vissuto la speranza della risurrezione. Egli ci ripete: «Voi non potete obbedire a due signori; non potete servire a Dio ed a Mammona» (Lc. 16,13).  […]

È questo il richiamo che l’apostolo Pietro rivolgeva ai disseminati del Ponto, della Bitinia e della Cappadocia: «siate sempre pronti a rispondere a vostra difesa a chiunque vi chiede ragione della speranza che è in voi». Questa parola era rivolta ad una Chiesa nel pieno della persecuzione. Quanto più facile dovrebbe essere per noi oggi rispondere a questa esigenza della fede, se consideriamo che non possiamo certo affermare di avere le stesse prove di quei primi cristiani. Né facciamoci un mito della persecuzione, come se fosse di per sé motivo di fedeltà: vi sono invece molte defezioni nel tempo della prova e molti ultimi sono primi ma anche molti primi sono ultimi. La sofferenza ha altrettante e più vittime della prosperità. Lo scrittore dei Proverbi, che era un buon conoscitore della debolezza umana, domandava a Dio né povertà né ricchezza, perché sapeva che ambedue le situazioni potevano diventare delle buone culture degli elementi di distruzione dell’uomo. È dalla potenza spirituale dell’uomo che si misura la sua capacità di superare i buoni e cattivi momenti dell’esistenza. Ora i cristiani devono sapere rendere ragione «della speranza che è in loro»: non si tratta di una discussione retorica, si tratta di una aderenza concreta e quotidiana ad un programma di rinnovamento spirituale. Si tratta di presentarsi «con buona coscienza» davanti al mondo in qualità di credenti, che non fanno della loro fede soltanto un’insegna esteriore. Bisogna cioè che abbiano una speranza in sé; bisogna che effettivamente non ci sia in noi soltanto un legame a quello che ci fa comodo o che ci piace, ma ci sia una fiamma di speranza, un ardore di attesa che il regno di Dio venga. Bisogna che ci sia una viva e quotidiana adesione alla verità di Cristo, non come ad un abusato e consumato codice cartaceo, ma come un’adesione ad una fede ardente e fervente. E bisogna che questo atteggiamento sia accompagnato da una buona coscienza «vale a dire dalla consapevolezza di una reale intima obbedienza al Signore».

(Estratto dalla riflessione della pastora Caterina Griffante)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2012-02-21 22:53:582020-10-27 12:35:32Sermone: Predicazione di Domenica 19 Febbraio – 1 Pietro 3, 15
Pagina 25 di 26«‹23242526›
Search Search

Categorie

  • Archivio (253)
  • Comunità (10)
  • Ecumenismo (4)
  • Eventi (9)
  • In ascolto (51)
  • In dialogo (27)
  • News (131)
  • Notizie (15)
  • Senza categoria (1)
  • Sermoni (75)
  • Thursdays in black (3)

Facebook

Link interessanti

  • Chiesa Evangelica Valdese
  • Chiesa Evangelica Metodista
  • Settimanale Riforma
  • Radio Beckwith Evangelica
  • Facoltà di Teologia Valdese
  • Federazione Chiese Evangeliche in Italia
  • Federazione Giovanile Evangelica in Italia
  • Otto per Mille
  • Claudiana – casa editrice

Chiesa Metodista di Padova

Dal 1886 una presenza evangelica in città

AREA RISERVATA

DOVE SIAMO

Ultime notizie

  • Premio Margherita Hack alla Chiesa valdese4 Maggio 2026 - 15:44
  • FESTA DELLE CHIESE25 Aprile 2026 - 8:26
  • 25 novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne24 Novembre 2025 - 11:55
  • Tempo del Creato 20253 Ottobre 2025 - 10:03

Mailing list

rimani aggiornato
Loading
© Copyright - Chiesa Evangelica Metodista di Padova - Cod.Fisc. 92248570282
  • Collegamento a X
  • Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Youtube
Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto

Questo sito utilizza i cookies. Continuando la navigazione, accetti il loro utilizzo.

OK

Impostazioni Cookie e Privacy



Come usiamo i cookie

Potremmo richiedere che i cookie siano attivi sul tuo dispositivo. Utilizziamo i cookie per farci sapere quando visitate i nostri siti web, come interagite con noi, per arricchire la vostra esperienza utente e per personalizzare il vostro rapporto con il nostro sito web.

Clicca sulle diverse rubriche delle categorie per saperne di più. Puoi anche modificare alcune delle tue preferenze. Tieni presente che il blocco di alcuni tipi di cookie potrebbe influire sulla tua esperienza sui nostri siti Web e sui servizi che siamo in grado di offrire.

Cookie essenziali del sito Web

Questi cookie sono strettamente necessari per fornirvi i servizi disponibili attraverso il nostro sito web e per utilizzare alcune delle sue caratteristiche.

Poiché questi cookie sono strettamente necessari per fornire il sito web, rifiutarli avrà un impatto come il nostro sito funziona. È sempre possibile bloccare o eliminare i cookie cambiando le impostazioni del browser e bloccando forzatamente tutti i cookie di questo sito. Ma questo ti chiederà sempre di accettare/rifiutare i cookie quando rivisiti il nostro sito.

Rispettiamo pienamente se si desidera rifiutare i cookie, ma per evitare di chiedervi gentilmente più e più volte di permettere di memorizzare i cookie per questo. L’utente è libero di rinunciare in qualsiasi momento o optare per altri cookie per ottenere un’esperienza migliore. Se rifiuti i cookie, rimuoveremo tutti i cookie impostati nel nostro dominio.

Vi forniamo un elenco dei cookie memorizzati sul vostro computer nel nostro dominio in modo che possiate controllare cosa abbiamo memorizzato. Per motivi di sicurezza non siamo in grado di mostrare o modificare i cookie di altri domini. Puoi controllarli nelle impostazioni di sicurezza del tuo browser.

Altri servizi esterni

Utilizziamo anche diversi servizi esterni come Google Webfonts, Google Maps e fornitori esterni di video. Poiché questi fornitori possono raccogliere dati personali come il tuo indirizzo IP, ti permettiamo di bloccarli qui. Si prega di notare che questo potrebbe ridurre notevolmente la funzionalità e l’aspetto del nostro sito. Le modifiche avranno effetto una volta ricaricata la pagina.

Google Fonts:

Impostazioni Google di Enfold:

Cerca impostazioni:

Vimeo and Youtube video embeds:

Accettare le impostazioniNascondi solo la notifica