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Sermone: IL SEMINATORE

11 Luglio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Matteo 13, 1-9.18-23

In quel giorno Gesù, uscito di casa, si mise a sedere presso il mare; e una grande folla si radunò intorno a lui; cosicché egli, salito su una barca, vi sedette; e tutta la folla stava sulla riva.  Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo: «Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi oda».

«Voi dunque ascoltate che cosa significhi la parabola del seminatore! Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada.  Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato. Quello che ha ricevuto il seme tra le spine è colui che ode la parola; poi gli impegni mondani e l’inganno delle ricchezze soffocano la parola che rimane infruttuosa. Ma quello che ha ricevuto il seme in terra buona è colui che ode la parola e la comprende; egli porta del frutto e, così, l’uno rende il cento, l’altro il sessanta e l’altro il trenta».

Care sorelle e cari fratelli,

eccoci di fronte a una famosa parabola, che molti di noi ricordano sin dalla Scuola Domenicale!

Ascoltandola ci torna subito alla mente il famoso ritratto di Vincent Van Gogh, il seminatore al tramonto. Un’immagine oggi non abituale per noi; oggi fatichiamo a vedere anche i mezzi meccanici intenti alla semina, e la semina manuale è un’attività che avviene solo negli orti.

Era un’immagine abituale, invece, per le folle che stavano ascoltando Gesù: secondo le usanze agricole palestinesi la semina avveniva prima che il terreno fertile venisse arato. Il contadino spargeva il seme con abbondanza per ogni dove, in un modo che certamente ci stupisce: così – dice Gesù – una parte del seme cade lungo la strada, dove viene divorata dagli uccelli; un’altra parte cade tra i sassi e subito germoglia ma poi, allo spuntare del sole, secca per mancanza di radici; un’altra parte cade tra le spine, che ben presto la soffocano; un’altra parte cade infine sulla terra buona e porta frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.

Ci sentiamo interrogati in molte maniere da questa parabola: ci interroga sul nostro essere testimoni della Parola, sulla nostra capacità di superare la delusione di una testimonianza apparentemente inefficace, sulla nostra capacità di porre ogni nostra fiducia sulla Parola.

Ci interroga anche sulla nostra capacità di ricevere la Parola.

Su questo vorrei porre la mia attenzione oggi, e vorrei farvi una domanda: quale terreno vi sentite di essere oggi? Quale terreno pensate di essere, voi, oggi?

Ecco, io credo che i quattro terreni di cui parla Gesù siano tutti rappresentati, di volta in volta, nel nostro unico cuore, siano quattro possibili risposte alla Parola che ciascuno, ciascuna di noi ha sperimentato nella propria vita!

Non siamo un terreno lastricato, un terreno sabbioso, o un terreno coperto di rovi; eppure ciascuno, ciascuna di noi ha sperimentato la difficoltà di rispondere pienamente alla Parola di Dio.

Quante volte ascoltiamo la Parola di Dio, ma è come non l’avessimo ascoltata; incontra in noi una sorta di impermeabilità. Succede quando la misuriamo sui nostri pensieri: se va bene col nostro pensiero l’accettiamo, se va male la eliminiamo, la accantoniamo; succede quando ascoltiamo la Parola, però ci diciamo “Siamo concreti, la vita è un’altra cosa”, come se la Parola di Dio non c’entrasse con la vita. Questo è perfettamente umano, è normale, eppure è diabolico: “viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada”.

Altre volte, invece, accogliamo la Parola con gioia, con entusiasmo, almeno sul momento, poi di fronte alle difficoltà, ripieghiamo. Di fronte alle preoccupazioni del mondo, di cosa vivremo, di cosa mangeremo, di cosa vestiremo, cadiamo. La difficoltà vera è che la Parola entri nella quotidianità della vita, che diventi quell’amore vincente che poi norma l’esistenza quotidiana. La difficoltà vera è che riuscire a rispendere alla Parola con la nostra vita; saper vivere secondo la Parola, anche, e soprattutto, quando questo significa fare scelte difficili, scelte che non seguono i valori del mondo. Perché le preoccupazioni del mondo sono in tutti e tutte noi. La mondanità è dentro di noi, anche quella brama di avere, di potere, di apparire, quelle garanzie, quelle sicurezze che in fondo sostituiscono un po’ Dio.

Occorre interiorizzare la Parola, «ruminarla» con attenzione; occorre perseverare nell’ascolto: è facile accogliere la Parola con gioia per breve tempo, lasciare che essa porti frutto per un attimo, come il seme tra i sassi; ma così si è persone «di un momento», prive di radici, incapaci di fare fronte alla prova del tempo e alle tribolazioni che un ascolto autentico comporta. Occorre lottare contro gli idoli mondani che ci seducono; eppure in questo cammino, che sicuramente sarà fatto di cadute, di strade sbagliate, di momenti in cui ci fermiamo, su una cosa possiamo contare, su una cosa possiamo fare affidamento: su un seminatore che sparge il suo seme su ogni terreno, che non calcola quanto il terreno è produttivo, e che torna a seminare di nuovo, e di nuovo ancora.

Il nostro Signore è un Dio che ci ha amati e amate sino al punto di dare il suo unico figlio per la nostra salvezza; è un Dio che ci rialza ad ogni nostra caduta, che ci viene a cercare quando ci smarriamo.

Allora credo che la parabola del seminatore più che distinguere i veri credenti dagli increduli, coloro che perseverano nella fede rispetto a quanti accolgono la Parola in maniera superficiale, vuol farci comprendere che anche nelle avversità della vita, anche quando la terra sembra essere oscurata dal male, non bisogna temere: la parola di Dio farà il suo corso, perché “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata” (Isaia 55, 10-11).

Amen

Maria Paola Gonano

 

 

 

 

 

 

Di solito siamo abituati a non discutere questioni di famiglia in pubblico. La famiglia è famiglia e ciò che facciamo a casa nostra non deve interessare gli altri. E, se posso essere sincera, proprio qui in Veneto ho l’impressione che questa caricatura della famiglia abbia qualcosa di vero. Incontro tante famiglie con delle storie particolari che però non vengono raccontate subito. Serve parecchio tempo prima che si permetta di guardare dentro alla famiglia.
La Bibbia è piena di racconti di famiglie. Inizia con Adamo ed Eva che senz’altro non avevano solo momenti belli con i loro due figli Caino e Abele. Penso a Abramo e Sara, le storie dei re di Israele e Giuda fino al racconto della famiglia di Gesù. Sono racconti che conosciamo e dai quali possiamo imparare, possiamo prenderli come esempio – talvolta anche come esempio da non copiare.
Vorrei riflettere oggi con voi su una chiesa che si percepisce come famiglia. Anche loro sono una famiglia come la maggior parte delle famiglie: con tanti pregi ma anche con dei conflitti interni. In questa famiglia-chiesa si trovano persone che vivono la loro fede con grande libertà e altre persone che sono più legate a segni e tradizioni. Questa è una situazione assolutamente normale per ogni comunità, anzi, è il segno che c’è vita in questa chiesa perché solo in una chiesa morta non c’è bisogno di litigare.
È proprio nel corso di uno di questi litigi Paolo scrive il testo della nostra predicazione di oggi. Leggo dalla lettera ai Romani capitolo 14,10-13
10 Ma tu, perché giudichi tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio; 11 infatti sta scritto: «Come è vero che vivo», dice il Signore, «ogni ginocchio si piegherà davanti a me, e ogni lingua darà gloria a Dio». 12 Quindi ciascuno di noi renderà conto di sé stesso a Dio. 13 Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un’occasione di caduta.
Nella chiesa di Roma hanno litigato a causa delle loro abitudini alimentari. È un tema tipico. Talvolta penso: se riuscissimo a discutere con tanta enfasi su temi biblici quanto lo facciamo sul menu dei nostri pranzi, saremmo una comunità perfetta.
Il cibo è importante per noi oggi come per la chiesa di Roma all’epoca di Paolo. C’erano tra i membri di chiesa quelli che mangiavano un po’ di tutto e altri che escludevano ogni carne.
Vi ripeto, anche oggi da noi ci sono quelli che non possono immaginarsi un pranzo senza un bicchiere di vino e ci sono quelli che sostengono che l’alcool non dovrebbe entrare in chiesa. Ci sono anche tra di noi quelli che vanno volentieri la sera a divertirsi alle feste e in discoteca e ci sono quelli che pensano che una vita evangelica dovrebbe essere più sobria. Ci sono anche tra di noi quelli che pensano che in una chiesa riformata si debba cantare al massimo ciò che è contenuto nel nostro innario e altri che non ne possono più sentire gli inni vecchi e vorrebbero vivacizzare i nostri culti.
Sono opinioni diverse e tutte hanno una ragione. Spesso riusciamo a trovare un equilibrio o anche a chiudere gli occhi e fare finta di niente davanti al comportamento degli altri; però spesso succede, proprio a tavola, mangiando insieme, che vengano fuori dei conflitti. A Roma succedeva che a ogni pranzo, sia in comunità, sia ai pranzi tra amici, si discutesse nuovamente se si debba mangiare solo verdura o anche la carne.
Oggi si propongono varie ipotesi sul perché questo gruppo della chiesa abbia rifiutato di mangiare carne. Non lo sappiamo con certezza. Forse erano ex-ebrei e non volevano mangiare solo carne kosher. Forse avevano paura di mangiare la carne degli olocausti immolata alle divinità. La carne che rimaneva dopo questi riti si poteva comprare a un prezzo molto conveniente. C’è anche l’ipotesi che questo gruppo di vegetariani volesse attenersi ai comandamenti che Dio aveva dato ancora ad Adamo ed Eva in paradiso quando offriva una dieta solo vegetariana. Non sappiamo oggi quale fosse la motivazione di fondo per questo gruppo di persone a non mangiare carne, però senz’altro era una decisione religiosa.
E ora Paolo scrive nella sua lettera alla chiesa di Roma: Tu, perché disprezzi tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio. Paolo assume due categorie. I vegetariani li chiama deboli, gli altri forti nella fede. – Devo dirvi che non mi piace tanto questa distinzione che non mette le due posizioni su uno stesso livello, però è proprio questo che Paolo non vuole. Egli dice che non dobbiamo giudicare, non dobbiamo metterci gli uni sopra gli altri ma dovremmo guardare soprattutto noi stessi. È troppo semplice parlare e giudicare ciò che fanno gli altri. È anche molto più divertente raccontare pettegolezzi che non osservare se stesso. E in un gruppo funziona così bene il puntare il dito su altri che sono strani dal nostro punto di vista. – Paolo dice: smettetela! Guardate voi stessi e non gli altri. Una volta starete tutti quanti davanti al tribunale di Dio e dovrete giustificarvi. A quel punto non dovrò giustificare gli altri, ma solo me stesso. In quel momento non interesserà che cosa dicono gli altri di me o che cosa io penso di altri, ma solo ciò che Dio vede in me. Per questo dice Paolo: occupatevi di voi stessi che vi dà già abbastanza da fare.
Questo è un aspetto. Però esiste anche l’altro aspetto, ed è che in una comunità di sorelle e fratelli abbiamo anche una certa responsabilità per gli altri. Non abbiamo nessun diritto di giudicare gli altri, però abbiamo il dovere di parlare con i fratelli e le sorelle se loro vivono la loro vita in una maniera che a noi sembra contro la volontà di Dio. In un certo senso abbiamo una responsabilità per la comunità tutta, però l’ultima parola l’ha solo Dio.
Cogliete che è molto difficile trovare il giusto equilibrio tra il pensiero: “non m’interessa che cosa fa l’altro, è roba sua” e l’atteggiamento di avere sempre qualcosa da ridire su tutti. Però penso che sia proprio il nostro compito in una chiesa di fratelli e sorelle di trovare questo equilibrio così difficile.
Talvolta sento dire: ho portato i miei figli in chiesa quand’erano piccoli, ora devono decidere loro cosa fare. O qualcuno dice: i miei amici sono credenti, però preferiscono vivere la loro fede da soli senza andare in chiesa. O sento dire qualcuno con convinzione: sono evangelico e membro di chiesa. Però vedo questa persona solo a Natale tra di noi e mi pongo delle domande.
Qualcuno direbbe: dobbiamo tacere. Non ci si può intromettere nella vita di persone adulte che devono fare loro le proprie scelte. Sì, in un certo senso sono d’accordo. Però voglio anche ricordarci con Paolo di che cosa stiamo parlando. Qui si tratta di vita eterna. E seguendo il pensiero di Paolo dobbiamo essere consapevoli che con questa frase secondo la quale ognuno deve fare le proprie scelte, noi esprimiamo una condanna sopra quelle persone che ci sono care.
Tutte le volte in cui diciamo: mia figlia, mio marito, la mia amica è così, non è religioso, non ha bisogno della chiesa, per lei, per lui la fede non ha importanza. Tutte queste frasi esprimono una condanna. Paolo dice: Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio. E ciascuno di noi renderà conto di sé stesso a Dio.
Vorrei tornare ancora una volta sul tema dell’equilibrio, perché so di certe persone tra di noi che soffrono perché i loro cari non hanno mai trovato una relazione con Dio o si sono allontanati da lui. So che ci sono tra di noi dei fratelli e delle sorelle che pregano da decenni per i loro figli, mariti e moglie e testimoniano la propria fede con parole e azioni.
Non riesco a darvi una risposta alla domanda perché ci sono delle persone che non vogliono accettare l’amore di Dio. Dio stesso sa che cosa gli dirà in quel giorno quando compariranno davanti al suo trono. Non è il nostro compito farci dei pensieri su che cosa sarà in quel giorno. Noi siamo semplicemente sollecitati a testimoniare continuamente la nostra fede.
Torniamo ancora una volta al tema della libertà che qualcuno tra i fratelli si prende maggiormente e altri invece preferiscono autolimitarsi di più. L’evangelo rende liberi. Come cristiani non siamo determinati dall’esteriorità, questo dev’essere chiaro. Però sappiamo anche che non è facile vivere questa libertà. È molto più semplice fare ciò che qualcun altro mi dice che non decidere tutto in proprio. La libertà può turbare e disorientarmi. Per questo scrive Paolo: Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un’occasione di caduta.
Paolo ci invita a vedere i fratelli e le sorelle con amore. In maniera molto pratica dice così alla chiesa di Roma: se volete mangiare insieme lasciate via la carne, perché può dare fastidio a qualcuno. È solo un gesto d’amore, e chi vuole mangi carne per cena.
Qui da noi non so neanche se vi siete resi conto che abbiamo cambiato pane e vino della Santa Cena. In questo periodo utilizziamo del succo d’uva perché abbiamo parecchie persone tra di noi che per vari motivi non possono bere alcool e prendiamo del pane senza glutine perché c’è uno, solo uno ma anche lui dev’essere incluso, che non digerisce altro pane. È semplice se c’è la voglia di includere e se c’è amore tra di noi.
Mi sono chiesta che cosa Paolo scriverebbe a noi. Mi sono venute l’una o l’altra cosa in mente che però non vi dico. Chiedo a voi di pensare una volta se ci siano nella nostra chiesa dei punti critici. A questa domanda ognuno deve rispondere per se stesso. In qualche modo, per come io vivo la mia vita e la mia fede, creo scompiglio ad un fratello, ad una sorella? E quanto sono disposto a cambiare, a limitare la mia libertà per amore dell’altro? Non è una decisione semplice. Non è una decisione che qualcun altro può pretendere. È una decisione che viene dall’amore che io per primo ho ricevuto.
Dio ci dirà una volta se siamo stati in grado di vivere questo equilibrio così fine tra libertà e rispetto, tra testimonianza e giudizio.
Vorrei terminare con la profezia di Isaia che cita Paolo e che vale anche per noi oggi: «Come è vero che vivo», dice il Signore, «ogni ginocchio si piegherà davanti a me, e ogni lingua darà gloria a Dio». Questa è la nostra speranza.
Amen
Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-07-11 17:50:132020-11-10 08:27:17Sermone: IL SEMINATORE

Sermone: LE RICHEZZE INGIUSTE

2 Luglio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Luca 16, 1-8 – Parabola del fattore infedele

Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore”.

Il fattore disse fra sé: “Che farò, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l’amministrazione”.

Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: “Quanto devi al mio padrone?” Quello rispose: “Cento bati d’olio”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta”.

Poi disse a un altro: “E tu, quanto devi?” Quello rispose: “Cento cori di grano”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta”.

E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce.

 

E’ questa una parabola un po’ strana, dove ci viene presentato un individuo che, diremmo oggi, si è reso colpevole di malversazione.

Nell’affrontare questa scritto va fatta una doverosa premessa: il fattore di cui si parla non è un “fattore agricolo”, bensì un vero e proprio amministratore dei beni del padrone, perché gestisce i crediti che il suo signore può vantare.

Orbene, questo amministratore pone il proprio interesse personale in primo piano, invece di curare i beni che gli sono stati affidati e li sperpera a suo esclusivo vantaggio. Non si cura nemmeno di fare il proprio interesse, magari accantonandoli per se stesso, infatti il suo problema, a fronte del licenziamento, è che non sa come farà a vivere in futuro, perché non sa lavorare la terra e prova vergogna nel mendicare. Quindi, evidentemente, non può contare su ricchezze che ha messo da parte.

E’ chiaramente colpevole, perché non ci viene riferito che, a fronte della contestazione che gli viene mossa, egli faccia una benché minima opposizione.

Ma dobbiamo notare ancora che, dopo essere stato scoperto, il suo atteggiamento è ancora incentrato su se stesso, su cosa farà in futuro e non viene nemmeno sfiorato dalla vergogna per il suo comportamento. Il suo unico scopo è trovare una soluzione per la sua vita futura, quando si troverà senza un lavoro che gli dia sostentamento.

E allora cosa fa? Fa quello che sa fare: approfittarsi degli altri, inducendoli con gli sconti che pratica a nutrire sentimenti di riconoscenza, cioè di debito morale, così che quando sarà disoccupato, costoro lo accolgano in casa.

Questo individuo quindi non viene nemmeno sfiorato dal rimorso per il suo comportamento, anzi, con astuzia, persevera nel suo modo di fare: strumentalizzare gli altri, ingenerando in loro riconoscenza.

Possiamo anche immaginare che il padrone sia molto arrabbiato con lui, tanto da licenziarlo, ma, a fronte del reiterato comportamento disonesto, anziché irritarsi ancor di più ….. addirittura lo loda. Incredibile! Illogico possiamo dire.

Tanto illogico da farci chiedere: cos’è che colpisce positivamente il padrone?

Ci viene riferito che questo signore viene colpito dall’avvedutezza del suo collaboratore, o, potremmo dire in modo migliore, dalla furbizia, dall’intraprendenza, caratteristiche che Gesù ci dice essere dei figli di questo mondo e non dei figli della luce.

Ma c’è un’altra considerazione da fare. In molti passi dei vangeli troviamo l’idea che Gesù ha nei confronti della ricchezza terrena, che puzza spesso di ingiustizia e che viene contrapposta alla vera ricchezza. Solo per dirne un paio, ricordiamoci come tratta i mercanti del tempio, oppure come ammonisce sul fatto che il credente non può servire due padroni: Dio e Mammona, cioè il denaro.

Ma questo non ci deve indurre a pensare ad un messaggio evangelico buonista, incentrato sulla mistica della povertà, infatti conosciamo bene anche la parabola del padrone che affida i suoi beni ai servi (parabola dei talenti in Matteo 25) e che alla fine è giudice sul fatto che essi li abbiano messi a frutto.

Ma allora, qual è l’insegnamento che ci viene dalla parabola che è oggetto della nostra riflessione odierna?

Direi che potremmo pensare che a, anche a fronte di ricchezze ottenute ingiustamente, queste possono essere convertite in mezzi per l’aiuto agli altri.

Sia chiaro: nessuna giustificazione per l’amministratore disonesto! A lui va solo il riconoscimento per le capacità pratiche, per la furbizia, per l’intraprendenza. Tutte caratteristiche che egli ha però utilizzato solo per il proprio interesse e non certo per l’interesse altrui. Perciò …. nessun merito.

Quindi l’insegnamento di Gesù per il suo uditorio e per noi è che, a fronte di ricchezze anche ingiuste, dobbiamo essere capaci di convertirle per far del bene agli altri.

E qui si apre una riflessione sulle nostre ricchezze ingiuste, sul fatto che dobbiamo avere la consapevolezza che noi stessi siamo possessori di ricchezze ingiuste, magari perché derivanti non tanto da nostri comportamenti disonesti, ma dal fatto che socialmente abbiamo potuto godere di situazioni collettive ingiuste, dove la distribuzione della ricchezza non è certo equa e, nonostante ciò, continuiamo a sentirci “padroni a casa nostra” e “padroni di ciò che abbiamo”, continuando a relegare nella miseria coloro che non fanno parte del nostro mondo, ma che magari sono di una parte del mondo che in passato è sempre stata sfruttata per i nostri interessi.

Le nostre ricchezze ingiuste derivano anche dai nostri risparmi negli acquisti di beni che sappiamo derivare da sfruttamento della manodopera (e non solo in altri paesi del mondo, ma anche qui). Le nostre ricchezze ingiuste derivano anche dallo sfruttamento indiretto di altri esseri umani, dai grandi margini economici che possiamo avere negli affari, dalle furbizie che talvolta mettiamo in atto per non pagare regolarmente le tasse, quietando magari le nostre coscienze affermando che c’è chi ruba di più.

Anche queste sono ricchezze ingiuste, che non hanno nulla da invidiare alle ricchezze per malversazione sperperate per il proprio tornaconto dal fattore della nostra parabola.

Ecco, queste ricchezze ingiuste che noi abbiamo fra le mani devono essere “convertite” con astuzia, con intraprendenza, con fantasiosa dedizione per il bene di altri. In altre parole, potremmo dire che i figli della luce devono avere la consapevolezza che “ciò che sembra mio non è mio, ma mi è solo stato affidato” e per ciò stesso va condiviso.

Certo potrà darsi il caso che le mie ricchezze io le condivida con qualcuno che magari fa il furbo, che mi vuole sfruttare, che si vuole approfittare di me, però questo non è un problema mio: è un problema di SUA disonestà!

Ma in questa parabola, che ci invita a farci amici con le ricchezze ingiuste, io vedo anche un altro aspetto.

Le ricchezze che abbiamo ricevuto dal nostro Signore non sono solo materiali. Sono anche i doni che abbiamo ricevuto e che continuiamo a ricevere “ingiustamente”, cioè che ci vengono elargiti senza alcun merito da parte nostra, quindi senza alcuna correlazione ad un “giusta distribuzione”.

Ne abbiamo ricevuti e ne riceviamo in abbondanza. Sono i talenti che ci sono stati affidati e dell’uso dei quali un giorno dovremo rendere conto. Abbiamo ricevuto intelligenza, opportunità, capacità, conoscenza, beni materiali, relazioni di amicizia, perfino la nostra stessa fisicità.

E queste ricchezze noi come le usiamo?

Le sperperiamo per il nostro benessere, come fossero una nostra proprietà esclusiva, oppure sappiamo metterle a disposizione di altri? Le utilizziamo per i nostri interessi materiali o emotivi, oppure sappiamo farne parte con coloro che magari ne hanno bisogno? E quando ne facciamo parte, lo facciamo perché siamo consapevoli che così deve essere fatto, oppure lo facciamo per ingenerare sentimenti di debito e riconoscenza negli altri, quindi, ancora una volta, per accumulare meriti e considerazione per noi stessi?

E badate bene che una ricchezza, un dono immenso, è anche la capacità di amare che ci è stata data, quella capacità che ci mette in relazione con gli altri per instaurare autentici rapporti d’amore, sia amicali che passionali. Ma, se siamo stati dotati della capacità di amare, la rivolgiamo solo verso noi stessi, in un atteggiamento di nevrosi di conversione, oppure la porgiamo a coloro che incrociano la loro vita con la nostra?

E se riusciamo a porgere questo dono agli altri, lo facciamo per reale amore, per autentico altruismo, o per prendere in ostaggio emotivo le loro persone, i loro sentimenti, la loro libertà?

Credo che su questi aspetti dobbiamo fare una seria riflessione.

AMEN

Liviana Maggiore

 

 

 

 

 

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-07-02 18:51:552020-11-10 08:26:57Sermone: LE RICHEZZE INGIUSTE

Sermone: Cercare e lasciarsi trovare

25 Giugno 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Quando sono dal parrucchiere mi diverto a leggere quei giornali che di solito non aprirei. E l’ultima volta ho trovato la pagina di un astrologo che risponde alle grandi domande della vita. È impressionante che ci siano delle persone che pongono veramente le loro domande in un giornale e si aspettano lì una risposta. Una donna giovane chiedeva: Che cosa c’è di sbagliato in me? Perché non si sente abbastanza femminile. Un uomo di 50 anni vede la sua vita come un unico fallimento e chiede come dovrebbe proseguire. Lui scrive che da due anni tutto gli va male, sembra essere tutto bloccato e non sa perché. – La risposta dell’Astrologo è geniale. Scrive qualcosa tipo: Caro Luca, lei è capricorno con ascendente toro per questo lei non ha pazienza. Ciò che la blocca da due anni è Saturno, ma da settembre tutto cambierà.

Quando leggo una roba del genere non so se devo ridere o piangere. Per me è assolutamente assurdo, ma contemporaneamente sono anche triste per quante persone credono in questo o in simili sciocchezze.

Vorrei oggi raccontarvi di un uomo di media età, con un lavoro molto ben pagato, capo nel suo reparto. Uno che è diventato ricco attraverso il suo lavoro però ha sempre portato con sé tante di queste domande alle quali nessuno poteva rispondergli. Un uomo contemporaneamente ricco e povero.

Leggo dal Vangelo di Luca 19,1-10

Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città.  2 Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco,  3 cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura.  4 Allora per vederlo, corse avanti, e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via.  5 Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua».  6 Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia.  7 Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!»  8 Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo».  9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo;  10 perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».

Zaccheo è un uomo che viene torturato dalle domande sulla vita. Lui era capo dei pubblicani, cioè un uomo ricco. La provincia di Giudea della quale faceva parte anche Gerico, era direttamente sotto l’amministrazione di Roma. Il sistema delle tasse funzionava in questo modo: Roma affittava la dogana per un prezzo fisso e i pubblicani cercavano di fare il più possibile soldi con questa concessione. Per questo erano doppiamente odiati: come aiutanti dei romani e come doganieri disonesti. Comunque non dobbiamo dimenticare: dovevano essere molto intelligenti, buoni organizzatori, abile nella società e con educazione ellenista. A modo loro facevano parte della classe elevata della società. Gerico era per una capo dei pubblicani il luogo perfetto perché era il punto d’incrocio di varie strade in prossimità dei passaggi del Giordano. Questa zona era una ricca fonte di guadagno. Secondo i nostri parametri di oggi, Zaccheo sarebbe stato milionario. D’altra parte, questo pubblicano era ebreo. Il suo nome viene probabilmente dall’ebraico Sakkai che vuol dire il ‘Giusto’. Che nome per un personaggio come Zaccheo!

Zaccheo si mette alla ricerca. Questo è sorprendente, perché uno potrebbe pensare che ha già ciò che tanti altri vorrebbero avere, cioè soldi, tanti soldi. L’evangelista Luca non ci racconta neanche che cosa scatena questa ricerca. Forse era una semplice curiosità. O forse Zaccheo aveva sentito di come Gesù si era comportato con altri pubblicani. Però che cosa cerca Zaccheo veramente? Luca ci dice: cercava di vedere chi era Gesù. Perché? Forse perché le domande della vita sono diventate per Zaccheo talmente grandi, che doveva per forza porle a qualcuno. Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto.

Devo dire che Zaccheo è nella sua ricerca di risposte abbastanza simpatico. È troppo piccolo per vedere e per questo ha l’idea di arrampicarsi come un bambino su un sicomoro. Tanto di capello, che determinazione! Dobbiamo ammettere che Zaccheo investe qualcosa per portare la sua ricerca a buon fine. Cerca di superare gli ostacoli che trova e ci riesce veramente. Cosa dite, trova ciò che ha cercato? Direi piuttosto che lui viene trovato. Ancora prima che Zaccheo possa rivolgersi a Gesù, ancora prima che egli si possa fare un’immagine di chi sia quel Gesù, è lui che si rivolge a Zaccheo. E non solo questo, non è stato solo trovato tra le foglie di un albero ma Gesù verrà a trovarlo a casa e Zaccheo troverà risposte alle sue domande. In quest’incontro con Gesù, Zaccheo trova se stesso. Trova un nuovo accesso a se stesso, alla sua vita così com’era e così come sarà. Trova un nuovo modo di comportarsi con le persone attorno a se. Succede tutto senza che Gesù debba fare grandi prediche. Zaccheo sa bene che cosa non va nella sua vita e sa anche come si può pentire e cambiare via. La metà del suo possesso vuole darla ai poveri. È tanto, però neanche dopo questo gesto Zaccheo sarà veramente povero. Ma fa vedere che non è attaccato ai soldi. Mostra che non sono i suoi beni che comandano sulla sua vita. Zaccheo è in grado di aprire le mani per dare e anche per poter ricevere ciò che Gesù vuole dargli.

Un secondo passo è che Zaccheo vuole risanare le ingiustizie commesse. Secondo il comandamento biblico vuole restituire il quadruplo di ciò che ha preso indebitamente. Questo è un pentimento molto concreto. Ciò che Zaccheo ha in mente di fare è più di una semplice preghierina. Deve presentarsi da ognuno al quale ha fatto un torto. Deve scusarsi e restituire i soldi. – Quanta fatica facciamo noi ad ammettere una volta che abbiamo sbagliato. Zaccheo assume questa fatica su di se.

Però una cosa non la fa. Non dice di voler cambiare il suo mestiere. No. Vuole rimanere pubblicano, capo dei pubblicani. E questo mi piace e lo trovo importante. Non esistono per noi cristiani dei mestieri che non dovremmo fare. Nella Bibbia rimangono i pubblicani pubblicani e i soldati rimangono soldati. Però ogni mestiere può essere svolto in tanti modi e il modo in cui Zaccheo sarà pubblicano in futuro sarà molto diverso.

Ancora una volta: Zaccheo fa una specie di grande confessione davanti a Gesú, anche se non ci vengono riportate le sue parole. Ma vediamo che Zaccheo accetta i comandamenti e cerca di risanare le sue colpe e tutto ciò senza che Gesù lo debba chiedere a lui.

Zaccheo ha trovato durante la sua ricerca Gesù e ha trovato in lui l’impulso di cambiare la sua vita profondamente. Zaccheo ha cercato Gesù ed è stato invece trovato.

Oggi ci sono tante persone che cercano risposte sulle grandi domande della vita. Io direi che ci sono tante persone che cercano Dio, loro forse non lo direbbero così. Cercano, ma non sanno bene che cosa.

Durante questa ricerca ci saranno senz’altro degli ostacoli. Da Zaccheo c’era la folla, che gli impediva di avvicinarsi. Da noi è spesso la folla che influenza i nostri pensieri. La folla ci suggerisce che cosa sia ‘normale’ è che cosa no. È la folla nella quale crescono paure che ci allontanano dal nostro obiettivo. È la folla che può impedire anche a noi di farci trovare da Gesù.

Un altro ostacolo è il tentativo di cedere. Immaginatevi una volta che cosa avrà pensato il milionario Zaccheo prima di salire sull’albero, nel bel mezzo di tutta la gente che poteva vederlo? Che cosa avrà pensato quel uomo ricco e ben educato di essere trovato da un predicatore itinerante su un albero? Zaccheo doveva superare la propria superbia. Doveva farsi piccolo – diventare come un bambino che può salire con naturalezza su un albero. Questa capacità di farsi piccolo ci serve sempre quando noi stessi siamo il più grande ostacolo che ci impedisce di raggiungere la nostra meta. Quando non riusciamo a superare i nostri pensieri statici, i nostri pregiudizi, le nostre pretese, non saremmo in grado di trovare ciò che cerchiamo.

Ma proprio in quel momento quando cogliamo che noi con il nostro volere e potere non arriviamo da nessuna parte, in quel momento ci trova il messaggio di Dio. Quando siamo alla fine con la nostra organizzazione e i nostri piani, quando le nostre risorse sono finite, a quel punto può intervenire Dio. Gesù ci chiama fuori dal labirinto dei nostri pensieri e dà delle risposte alle grandi domande della vita. Non sono sempre risposte facili, ma una domanda profonda ha anche bisogno di una risposta profonda.

La nostra vita da cristiani consiste sia nella ricerca che nell’essere trovato. Vorrei che riscoprissimo la voglia di metterci ogni giorno di nuovo alla ricerca e di lasciarci trovare sempre di nuovo dal nostro Dio.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-06-25 14:10:012020-11-10 08:26:50Sermone: Cercare e lasciarsi trovare

Sermone: Santo santo santo

11 Giugno 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Vorrei ascoltare oggi con voi un testo che è decisamente estraneo alla nostra vita. Forse è proprio quello che mi affascina anche in questo testo, che è diverso dalla nostra quotidianità e parla di un incontro insolito con Dio.

Leggo dal libro del profeta Isaia, 6,1-13

Nell’anno della morte del re Uzzia, vidi il Signore seduto sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo mantello riempivano il tempio.  2 Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava.  3 L’uno gridava all’altro e diceva: «Santo, santo, santo è il SIGNORE degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!»  4 Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu piena di fumo.  5 Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il SIGNORE degli eserciti!»  6 Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall’altare.  7 Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato».  8 Poi udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? E chi andrà per noi?» Allora io risposi: «Eccomi, manda me!»  9 Ed egli disse: «Va’, e di’a questo popolo: “Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere!”  10 Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi, in modo che non veda con i suoi occhi, non oda con i suoi orecchi, non intenda con il cuore, non si converta e non sia guarito!»  11 E io dissi: «Fino a quando, Signore?» Egli rispose: «Finché le città siano devastate, senza abitanti, non vi sia più nessuno nelle case, e il paese sia ridotto in desolazione;  12 finché il SIGNORE abbia allontanato gli uomini, e la solitudine sia grande in mezzo al paese.  13 Se vi rimane ancora un decimo della popolazione, esso a sua volta sarà distrutto; ma, come al terebinto e alla quercia, quando sono abbattuti, rimane il ceppo, così rimarrà al popolo, come ceppo, una discendenza santa».

L’ho già detto: la visione di Isaia è totalmente diversa da come io incontro Dio. Anche il messaggio che ad Isaia viene affidato non mi piace tanto. Ma questo non deve interessarci, che cosa mi piace o non mi piace.

Proviamo ad iniziare da capo: fu nell’anno della morte del re Uzzia. Talvolta servono dei cambiamenti anche politici affinché la parola di Dio venga ascoltata nuovamente. Talvolta deve vacillare la stabilità del mondo così che le persone si ricordino nuovamente di Dio. E Dio utilizza anche ciò che succede nel mondo per portare le persone verso di lui.

All’epoca, quando muore il re Uzzia, Dio cercava un messaggero. Penso che questo sia molto simile anche oggi. Forse si dirà fra qualche centinaia di anni: fu nell’anno delle elezioni a Padova che Dio cercò un messaggero. Lui è sempre alla ricerca di persone che portino la sua parola nel mondo. Persone che possono mettere se stesse in seconda fila e testimoniano semplicemente ciò che hanno vissuto con Dio e appreso da lui.

Però per questo serve certamente prima l’incontro con Dio, perché se non facciamo nessuna esperienza personale con Dio non c’è niente che si potrebbe trasmettere. Isaia vive un incontro molto particolare con Dio. Vede Dio in persona seduto sul trono e l’orlo della sua veste riempie tutto il tempio. Sopra di lui volano i serafini che sono angeli simili a dei serpenti con sei ali. Ci viene detto che loro coprivano con due ali i loro occhi, con due i loro piedi e con due volavano. – Quando nell’Antico Testamento si parla dei piedi si intende piuttosto il centro del corpo. L’immagine vuole dirci che questi angeli si coprono i loro occhi perché Dio è troppo santo perché loro possano guardarlo e si coprono la nudità, perché addirittura gli angeli sono ancora impuri davanti a Dio. Questi serafini gridano uno all’altro «Santo, santo, santo è il SIGNORE degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!» E ci viene raccontato che il tempio veniva scosso dalle loro voci e la casa era piena di fumo. – Il nome serafino deriva dalla parola ebraica utilizzata per dire “bruciare”. Ci sta bene con il fumo nel tempio però penso che si potrebbe anche interpretare dicendo che queste creature avevano uno zelo di servire Dio che bruciava dentro a loro.

Isaia sente che ciò che vive in questo momento con Dio è totalmente diverso da tutte le esperienze umane. Egli riconosce il suo peccato davanti a Dio e vede questa grandissima differenza tra lui, l’uomo, e Dio, il Signore degli eserciti. E Isaia esclama: Guai a me, sono perduto! – È importante che anche noi riconosciamo sempre di nuovo la potenza e la santità di Dio. Certamente conosciamo anche l’altro lato di Dio di cui Gesù ci ha raccontato. Sì, Dio è nostro padre che ci ama e che possiamo chiamare Abba, Babbo. Però non dovremmo arrivare al punto di far diventare Dio il nonnetto rimbambito il cui compito sarebbe di farmi stare bene. Dio è anche il totalmente altro, il misterioso, il signore del cielo e della terra. Egli è colui il cui mantello riempie il tempio e la cui potenza si sente su tutta la terra.

Isaia riconosce la sua impurità e la esprime davanti a Dio. Questa confessione di peccato deve avvenire prima dell’incontro con Dio perché senza confessione non può esserci un vero incontro. Isaia lo vive così che un angelo gli tocca le labbra con un carbone ardente per purificarlo. – L’immagine ci fa capire che la confessione davanti a Dio può fare veramente male. Ci tocca nel profondo quando riconosciamo i nostri peccati e gli diamo voce davanti a Dio.

Oggi sappiamo che Gesù Cristo è morto per il nostro peccato. Sappiamo che egli ha preso il nostro peccato su di sé e ha pagato con il suo sangue per i nostri peccati. Non dobbiamo più pagare con il nostro sangue. Non dobbiamo più sacrificare animali o altro per espiare il nostro peccato. Dobbiamo semplicemente venire da Dio per chiedere perdono. Però anche questo necessità di essere fatto. Non ci viene tolto di aprirci davanti a Dio, di guardare il nostro peccato e di chiedere perdono se vogliamo essere liberati.

Dopo che Isaia si è confessato, si è fatto purificare e ha sentito l’annuncio della purificazione, viene la domanda da parte di Dio: «Chi manderò? E chi andrà per noi?» Non è solo Isaia a cui è rivolta questa domanda. Dio pone questa domanda a tutte le persone, però sono solo pochi in grado di sentire le sue parole, e ancora di meno sono in grado di cogliere e realizzare queste parole. Però Isaia risponde: «Eccomi, manda me!»

Sono convinta che Dio cerca anche oggi delle persone che sono disposte a farsi inviare da lui. Persone che sono disposte a mettere la volontà di Dio al primo posto e solo dopo le proprie idee. Dio cerca anche oggi persone che sono disposte a portare dei messaggi impopolari e a difenderli con vigore. Dio cerca anche oggi delle persone che sono disposte a mettersi al suo servizio senza compromessi e a farsi usare per la sua volontà.

Il messaggio che Isaia deve portare è crudele. Deve indurire il popolo, così che non odano e non capiscano ciò che Isaia dice. In questo troviamo chiaramente ciò che Dio e la persona che scrive questo racconto sanno già: il popolo non vuole comprendere, non vogliono sentire le parole di Dio. Questa situazione rimarrà così finche tutte le città saranno devastate il paese ridotto in desolazione. Però, dice Dio, così come tagliando un albero rimane il tronco, così rimarrà anche di quel popolo un resto. E Dio dice: così rimarrà al popolo, come ceppo, una discendenza santa.

All’inizio di questa visione i serafini cantano “santo santo santo”. Poi Isaia vede ciò che non è per niente santo ed esprime la condanna sopra il suo stesso popolo Israele che non vuole sentire e comprendere e alla fine rimane questo ceppo, la discendenza santa. – Dio ha innestato qualcosa di se stesso nel suo popolo.

Isaia racconta di un incontro che ha cambiato tutta la sua vita. Un incontro che lo ha fatto diventare una persona nuova che va su una via nuova. Questa via non è bella e non è semplice, è piuttosto dura. Isaia parla con persone che non vogliono e non possono comprenderlo. Lui vede arrivare il malanno e non può aiutare. Egli parla e parla ma le persone attorno a lui hanno orecchie sorde. Egli parla di peccato, ma gli altri non vedono nessun peccato. Isaia è molto solo con il suo annuncio e comunque non cede il suo mandato. Egli annuncia la parola di Dio.

Conosco questo pensiero di parlare come contro i muri. Penso che anche voi lo conosciate, perché qui non parliamo solo di profeti a tempo pieno ma di tutte le persone che annunciano in parole e fatti la volontà di Dio. Ci sono tanti che non vogliono sentire o che fanno finta di sentire e non comprendono comunque. In questo vediamo che cosa vuol dire per noi oggi: Va’, e di’ a questo popolo: Ascoltate, sì, ma senza capire. Non posso dirvi perché ci siano così tante persone che ascoltano senza capire. Forse fa parte dei misteri che non dobbiamo e non possiamo sapere.

Però posso dirvi che come per Isaia vale anche per noi il mandato di predicare la volontà di Dio. Di predicarlo sempre di nuovo indipendentemente che la gente colga il significato o no. Indipendentemente se il popolo si converta o no. Questo è il mandato per Isaia, questo è anche il nostro mandato. Non dobbiamo preoccuparci del nostro successo. Forse Dio non ha neanche previsto il successo per il nostro lavoro. Importante è il mandato in sé: Va’, e di’ a questo popolo. Niente di più e niente di meno.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-06-11 16:28:092020-11-10 08:26:38Sermone: Santo santo santo

Sermone: La forza dello Spirito Santo

4 Giugno 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Da giovane ho letto un libro che racconta il vangelo di Marco come se tutto fosse successo oggi in Germania. Gesù nasce a Kassel. Giovanni Battista porta una camicia di lino, jeans e un vecchio mantello di pelle. Alla fine Gesù viene assassinato a Berlino.

Da giovane mi ha affascinato molto questo libro, forse soprattutto per il desiderio di essere più vicino a questo vecchio racconto dei vangeli che per me era troppo lontano dalla mia vita quotidiana.

Ve lo chiedete talvolta che cosa sarebbe se Gesù passasse qui da noi a Padova? Che cosa avrebbe da dire? Con chi si incontrerebbe? Chi sono i pubblicani e chi sono i farisei di oggi? Gesù si troverebbe bene nella nostra chiesa? – Forse sono solo dei pensieri un po’ tra le nuvole, ma non è facile rispondere a queste domande. Così come non è facile applicare ciò che leggo nella Bibbia alla mia vita.

Talvolta penso: i discepoli di Gesù stavano meglio. Gesù ha parlato la loro lingua, non si doveva prima tradurre il suo pensiero dall’aramaico al greco all’italiano. Gesù ha anche utilizzato delle immagini che loro conoscevano, sapeva quali sono i loro problemi, viveva nella loro cultura. I primi discepoli erano ancora vicini a Gesù e potevano chiedere quando non era chiara una cosa. Per loro era facile.

Non sarebbe ora che Dio Padre mandi nuovamente qualcuno per rinfrescare il vangelo? Sarebbe una specie di ‘Gesù parte 2’. Per tutti quelli che hanno pensieri del genere, leggiamo il testo biblico della nostra predicazione di oggi.

Leggo dal vangelo di Giovanni 16,5-15

«Ma ora vado a colui che mi ha mandato; e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”  6 Invece, perché vi ho detto queste cose, la tristezza vi ha riempito il cuore.  7 Eppure, io vi dico la verità: è utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò.  8 Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.  9 Quanto al peccato, perché non credono in me;  10 quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più;  11 quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.  12 Ho ancora molte cose da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata;  13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire.  14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà.  15 Tutte le cose che ha il Padre, sono mie; per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà.

La Pentecoste è la nostra festa! A Natale abbiamo festeggiato la venuta di Dio in questo mondo. Il Venerdì Santo abbiamo visto Dio toccarci nella nostra umanità passando per noi persino attraverso la morte, nel punto più basso dell’esistenza umana. A Pasqua abbiamo festeggiato la luce, la risurrezione, la vittoria di Dio sopra la morte. Pentecoste è la nostra festa. Festeggiamo Dio nel nostro mondo. Festeggiamo la presenza di Dio in Italia, a Padova, qui, durante il nostro culto. Nella persona dello Spirito Santo, Dio è così presente da noi oggi come lo era 2000 anni fa nella persona di Gesù Cristo. Lo Spirito Santo non è meno che Gesù solo perché non ha corporalità. Lo Spirito Santo è come Gesù una delle forme del nostro Dio trinitario. Mi pare di aver fatto qualche settimana fa l’esempio delle varie forme dell’elemento chimico H2O. A noi si presenta come ghiaccio, come acqua, come vapore ma è sempre lo stesso, non cambia la sostanza. Così è anche con Dio. In Gesù non era più o meno Dio presente sulla terra di quanto lo sia oggi nello Spirito Santo. È stato all’epoca ugualmente semplice e ugualmente complicato incontrare Dio.

Non tutte le persone che hanno incontrato Gesù erano automaticamente d’accordo con lui. Era duro accettare la sua proposta di vita, incamminarsi insieme con lui e comunque c’erano tante persone che hanno intrapreso questa via. – Oggi è lo stesso. Per tante persone è difficile decidersi per una vita con Dio e comunque ci sono sempre ancora persone che si decidono consapevolmente di intraprendere questa via, di offrire la loro vita a Dio e di farsi incorporare in questo corpo vivente della chiesa. Ogni volta quando come consiglio di chiesa facciamo il colloquio con persone che chiedono l’ammissione nella nostra chiesa gli chiediamo: ma hai capito che questo ti porta soprattutto doveri e pochi vantaggi? Hai capito che questa via che vuoi intraprendere non è solo bella ma anche parecchio faticosa? – E comunque, anche queste due sorelle che hanno chiesto oggi l’ammissione nella nostra chiesa hanno espresso con grande convinzione e gioia il loro sì.

Non è una decisione logica se consideriamo la logica del nostro mondo, per me è invece una decisione guidata dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo cambia le persone, aiuta a non più guardare solo noi stessi ma ad alzare il capo per vedere le persone attorno a noi e per vedere Dio. Ho visto delle persone cambiare radicalmente sotto l’influenza dello Spirito Santo. Forse queste esperienze non le vediamo ogni giorno, ma esistono e fanno fortemente parte della storia della nostra chiesa.

Mi sono ricordata di un uomo che ho conosciuto vent’anni fa quando lavoravo in una casa della nostra chiesa per persone dipendenti da alcool e droghe. Lui era alcolista e non riusciva a liberarsi da questa malattia. Finché era in clinica andava tutto bene ma non riusciva a vivere da solo. Non trovava la forza in sé per affrontare la vita senza l’aiuto dell’alcool. Ho  visto quell’uomo prima e dopo che andasse per la prima volta in una chiesa. Non lo so che cosa gli sia successo lì ma è tornato in pomeriggio ed era un’altra persona. Aveva forza, era fiducioso, aveva speranza e voglia di vivere. – Non apriamo adesso il capitolo su che cosa direbbe uno psicologo sul tema della ricollocazione delle dipendenze. E non voglio neanche dirvi che quest’uomo da quel momento in poi stava sempre solo bene e non avrebbe dovuto più combattere contro il suo passato. Però fino a quando sono rimasta in questa struttura, l’ho visto sereno. È cambiato qualcosa in lui. Lui ha inserito nella sua vita una forza che non ha potuto trovare in se stesso.

Lo Spirito Santo agisce nelle persone che lo lasciano agire. Talvolta sono cambiamenti grandi, spettacolari che cambiano la vita. Talvolta sono presentimenti e indicazioni che egli ci da per la nostra vita. Lo Spirito Santo ci riempie con la vita. In ebraico si chiama la ruach, cioè il vento ed è inteso vento in tutte le sue intensità, partendo da un soffio leggero fino ad una vera tempesta. – Gesù ha promesso che lo Spirito Santo, questo vento vitale, sia con noi quando egli ascende al cielo, e lo chiama il consolatore. Lo Spirito Santo ha due mandati chiari.

Il primo è nei confronti del mondo e di tutti quelli che non conoscono Dio. Lo Spirito Santo deve aprire al mondo gli occhi per il proprio peccato, cioè per la distanza tra il mondo e Dio. Lo Spirito Santo deve però anche aprire gli occhi di fronte alla via d’uscita dal circolo vizioso del peccato e della morte. Cioè deve annunciare Gesù Cristo e il potere della croce. Lo Spirito Santo deve svelare l’incredulità e anche qui vediamo ancora una volta che lo Spirito Santo non può esistere da solo ma è sempre pensato in collegamento con il padre e il figlio. Perché lo Spirito Santo porta verso Gesù Cristo. Lo Spirito Santo vuole portare tutte le persone verso la fede e così su questa strada porta alla vita eterna.

Un secondo mandato dello Spirito Santo è verso la chiesa. Egli è aiutante, insegnate, indicatore, vicario di Cristo. Egli è il consolatore del quale parla Gesù. Lo Spirito Santo deve abilitare la comunità ad andare per la nuova via. Questo richiede però che lasciamo spazio allo Spirito. John Wesley ha parlato dei mezzi della grazia attraverso i quali lo Spirito Santo comunica con noi. Non è una lista precisa, ma ne fanno parte il culto con l’ascolto della predicazione, ma anche lo studio privato di testi biblici e lo studio comune. La Santa Cena e il battesimo. La preghiera privata e comunitaria. Il canto di lode. Ci sarebbero ancora più mezzi attraverso i quali Dio può parlarci. È importante utilizzare questi canali di comunicazione.

Oggi festeggiamo la pentecoste. È una festa che non è facilmente identificabile. Non esiste un albero di pentecoste, non cerchiamo le uova di pentecoste, non ci sono regali e neanche un pranzo speciale. Come si potrebbe riconoscere la pentecoste? – Siete voi il segno della pentecoste! Si può riconoscere l’agire dello Spirito Santo nelle persone che ancora oggi si decidono a seguire la strada della fede e che si incontrano regolarmente per crescere insieme in questa fede e per aiutarsi reciprocamente. Possiamo riconoscere la pentecoste nelle persone che cercano di vivere la loro vita in questa presenza dello Spirito Santo. Questo festeggiamo oggi.

Ci auguro che sentiamo questo vento dello Spirito Santo in mezzo a noi. Talvolta sarà un venticello che ci coccola quando siamo stanchi, talvolta sarà un forte vento che ci spinge ai cambiamenti. Ci auguro che lasciamo agire lo Spirito Santo, questa forza incalcolabile che può cambiare totalmente le persone.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-06-04 15:21:592020-11-10 08:26:29Sermone: La forza dello Spirito Santo

Sermone: Benedite e non maledite!

21 Maggio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale.  2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.  3 Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno.  4 Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione,  5 così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro.  6 Avendo pertanto doni differenti secondo la grazia che ci è stata concessa, se abbiamo dono di profezia, profetizziamo conformemente alla fede;  7 se di ministero, attendiamo al ministero; se d’insegnamento, all’insegnare;  8 se di esortazione, all’esortare; chi dà, dia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le faccia con gioia.  9 L’amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene.  10 Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente.  11 Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore;  12 siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera,  13 provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità.  14 Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite.  15 Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono.  16 Abbiate tra di voi un medesimo sentimento. Non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili. Non vi stimate saggi da voi stessi.  17 Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini.  18 Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini.  19 Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore.  20 Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dàgli da mangiare; se ha sete, dàgli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo».  21 Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Vorrei riflettere insieme a voi sul testo che abbiamo ascoltato nelle letture che contiene anche il versetto che è stato scelto come motto di questa giornata: Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite.

Non è semplice cogliere il senso profondo di questa frase. Penso che la chiave per entrare nel testo che l’Apostolo Paolo ha scritto alla chiesa di Roma si trovi già nel primo versetto. Lo scopo di tutta questa lunga esortazione di Paolo è di presentare i ( … nostri) corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; Perché? Paolo ci dice: questo è il vostro culto spirituale.

La parola che qui viene tradotta con ‘spirituale’ è nel testo originale ‘logicos’ – logico, ragionevole. Questo è il vostro culto logico

E adesso ci manca ancora una parola chiave che troviamo in questo primo versetto, cioè la misericordia. Alla luce della misericordia di Dio offriamo tutto il nostro essere con corpo e anima a Dio e questo è il nostro ‘culto logico’ perché deriva da una presa di coscienza intelligente, dalla consapevolezza di essere stati amati da Dio.

Questo è il momento in cui cambia tutto, il momento in cui percepisco con tutto il mio essere, con corpo e anima di essere amato così come sono. Questo è stato anche il momento chiave per personaggi come Martin Lutero o John Wesley che hanno riformato le loro chiese. Questo è il momento in cui parla Dio e noi non possiamo fare proprio niente. È la verticale della quale parla il teologo Karl Barth. Praticamente potremmo immaginarci questa parola di Dio come un fulmine che ti colpisce dall’alto. Agisce Dio e solo Dio e tu vieni colpito da questo grandissimo amore senza poter fare niente. Questo è il nostro punto di partenza.

Da lì si sviluppa tutto il resto, questo sacrificio vivente di cui parla Paolo, è un risultato che ha la sua partenza nell’amore di Dio, è la conseguenza logica, che viene automaticamente, senza fatica e senza doveri.

Così guardiamo in che cosa consiste questo sacrificio vivente. Paolo scrive: Non conformatevi a questo mondo … ciascuno di voi (…) non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere. … Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene. … Siate pieni di affetto gli uni per gli altri. … Siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità.

Quando l’amore di Dio viene percepito nella propria vita, questo ha degli effetti molto concreti. Quest’amore che uno riceve, vuole espandersi e si mostra nell’amore per altre persone e poi accade, come un automatismo, ciò che scrive Paolo ancora come esortazione. Chi sa di essere amato e può amare, si attiene al bene, è pieno di affetto per gli altri, è allegro e ha speranza anche in tempo duri.

Tutto ciò è inteso quando Paolo scrive: Non conformatevi a questo mondo. Chi sa di essere amato così com’è non deve cercare l’approvazione del proprio agire da qualcun altro o da una qualsiasi istituzione. Paolo dice di non conformarci al mondo, potremmo anche dire alla società, forse anche alla chiesa, a niente e nessuno se questo conformismo mi porta solo via da me stesso e dall’amore di Dio che sento nella mia vita.

L’etica del credente scaturisce da un rinnovamento della mente, cioè questo culto logico. È un essere legato alla mente di Cristo e con questo un essere liberato dai pregiudizi di qualsiasi istituzione laica o religiosa.

E adesso arriviamo al versetto centrale che è stato scelto per questo giorno: Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. Paolo pensava alla persecuzione della giovane chiesa cristiana, oggi soprattutto in questa domenica pensiamo alla persecuzione di persone a causa della loro identità sessuale. – E Paolo propone un pensiero che va nuovamente contro ciò che ci insegna il mondo. Non invita a combattere e a difendersi con le armi del mondo, ma a benedire. Ci invita a dire bene, ad agire bene, a cercare il bene anche delle persone che fanno tutto il contrario. – Non so se voi siete d’accordo con questo pensiero.

Prima abbiamo detto: solo chi è amato e si sente amato può anche amare e dare spazio a quest’amore. Ora potremmo dire: solo chi è benedetto e sente la benedizione di Dio nella sua vita può anche benedire e dare spazio a questa benedizione.

Per questo iniziamo di nuovo da noi e chiediamoci della nostra relazione con Dio. Ognuno deve rispondere a questa domanda per se stesso: senti l’amore di Dio nella tua vita? Senti che Dio ti ama così come sei, con tutti i tuoi pregi ma anche con tutti i tuoi difetti? Senti la benedizione di Dio, la sua vicinanza, la sua guida nella tua vita? Così è naturale – culto logico – di dare spazio a questa benedizione anche per altri, soprattutto per quelle persone che sono lontane da Dio, cioè coloro che perseguitano tutto il bene che offre Dio. Loro sono i primi che devono sentire l’amore che è l’unica forza che può cambiare veramente qualcosa in questo mondo.

Rimane la domanda cruciale: quanto è sensato questo comportamento? – Non lo è minimamente se non deriva dalla consapevolezza di essere già benedetto oltre misura. Questo è la base che serve. Però se c’è questa base, posso anche liberare le forze che mi servono per difendermi e giustificarmi e posso invece investire queste forze nella benedizione.

Come possiamo benedire coloro che ci perseguitano? Nello stesso modo in cui siamo chiamati ad essere una benedizione per tutto il mondo e nello stesso modo in cui Gesù ci ha fatto vedere il suo agire. – Egli non è stato zitto davanti alle ingiustizie, non è stato sempre mite, non ha evitato conflitti. Però ha detto la verità sempre con lo scopo di raggiungere il suo dirimpettaio e con la volontà di fare arrivare anche a lui l’amore di Dio. Quest’atteggiamento possiamo vederlo in Gesù fino all’ultimo momento, fino alla croce dove parla ancora con il ladro accanto a lui e gli assicura l’amore di Dio.

Solo Dio è sorgente di benedizione. In quanto benedetti da Dio, possiamo a nostra volta benedire Dio che ci ha benedetti e benedire chi ci perseguita. – Ma prima di pronunciare una benedizione su chi ci disprezza, dobbiamo comprendere che chi ci condanna o ci perseguita si trova in una posizione di svantaggio perché condizionato dalla paura che ha non solo degli altri ma in primo luogo di Dio e di sé stesso. Perché ogni forma di violenza verbale e fisica si esprime come tentativo di reprimere la propria paura per non doversi scoprire creatura diversa.

Chi benedice invece vive nella stabilità dell’amore e non ha paura e può uscire dalla casa dell’io per raggiungere e toccare chi si nutre di paura e di odio, per restituire la vista a chi chiude gli occhi alla complessità del della vita reale.

Ma forse l’aspetto più importante delle benedizioni e del benedire è questo: la benedizione procede da Dio. La benedizione di Dio non è possesso di una chiesa, non è legata ad un rappresentante di un gruppo etnico, di genere, di orientamento sessuale. La benedizione è un dono di Dio che riceviamo gratuitamente.

Non ci possiamo meritare né conquistare la benedizione. Possiamo soltanto riceverla! Non ce ne possiamo appropriare, ma soltanto farne l’esperienza e trasmetterla, come luce riflessa. Possiamo soltanto sperimentare che accada nella nostra vita e per mezzo anche nostro, nella vita degli altri.

Non possiamo benedire noi stessi. In quanto soggetti e individui abbiamo bisogno che qualcuno ci benedica, che la benedizione di Dio ci giunga dall’altro, dall’altra.

La maledizione viene tolta quando veniamo benedetti da chi ci disprezzava e diceva male di noi. Ma ci viene chiesto di essere gli iniziatori di questo processo e di benedire i detrattori i persecutori che non trovano in sé alcuna benedizione. Persino loro hanno bisogno di qualcuno che li ami, che li sostenga nel doloroso processo di conversione e di rientro in sé. Così la benedizione donata e ricevuta, ci apre alla verità che la nostra vita, per essere piena e coerente, non può fare a meno di relazioni, ha bisogno dell’altro, dell’altra, persino di chi si oppone a noi.

Questo è il nostro augurio che possiamo trovare anche tra di noi persone che ci fanno sperimentare la benedizione di Dio e che a nostro volta possiamo essere una benedizione per questo mondo.

Amen

Ulrike Jourdan, Jonathan Terrino

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-05-21 13:58:402020-11-10 08:26:10Sermone: Benedite e non maledite!

Sermone: La dolcezza di Dio

14 Maggio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Il nome di questa domenica è ‘Cantate’, però quando ho preparato la predicazione di oggi avevo l’impressione di non trovare in me la forza di cantare. Conoscete forse questo sentimento quando addirittura un canto è troppo pesante e se si cerca di sforzarlo, diventa comunque stonato e poco gioioso. Penso che esistano in ogni vita e anche nella vita di una comunità dei tempi nei quali riusciamo solo con grande fatica ad aprire la bocca per cantare.

E così sono arrivata a un testo biblico che non è previsto per oggi, ma che è riuscito a parlare. È il racconto di qualcuno che ha lavorato tanto, ha faticato e messo tutto il suo essere dentro a questo lavoro e ora si sente in qualche modo fallito, senza forza, senza prospettiva.

Si tratta di un racconto dall’Antico Testamento. Un pezzo della storia del profeta Elia che dopo un grande inizio arriva a un punto nella sua vita nel quale in buona sostanza non vorrebbe più muoversi.

Leggo dal primo libro dei Re, 19,1-13a

Acab raccontò a Izebel tutto quello che Elia aveva fatto, e come aveva ucciso con la spada tutti i profeti.  2 Allora Izebel mandò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi trattino con tutto il loro rigore, se domani a quest’ora non farò della vita tua quel che tu hai fatto della vita di ognuno di quelli».  3 Elia, vedendo questo, si alzò, e se ne andò per salvarsi la vita; giunse a Beer-Seba, che appartiene a Giuda, e vi lasciò il suo servo;  4 ma egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia vita, o SIGNORE, poiché io non valgo più dei miei padri!»  5 Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra. Allora un angelo lo toccò, e gli disse: «Àlzatie mangia».  6 Egli guardò, e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre calde, e una brocca d’acqua. Egli mangiò e bevve, poi si coricò di nuovo.  7 L’angelo del SIGNORE tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Àlzatie mangia, perché il cammino è troppo lungo per te».  8 Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio.  9 Lassù entrò in una spelonca, e vi passò la notte. E gli fu rivolta la parola del SIGNORE, in questi termini: «Che fai qui, Elia?»  10 Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il SIGNORE, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».  11 Dio gli disse: «Va’fuori e fèrmati sul monte, davanti al SIGNORE». E il SIGNORE passò. Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al SIGNORE, ma il SIGNORE non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma il SIGNORE non era nel terremoto.  12 E, dopo il terremoto, un fuoco; ma il SIGNORE non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso.  13 Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, andò fuori, e si fermò all’ingresso della spelonca;

Basta ora. Non ne posso più. Ho fallito. Non vedo un futuro. Forse Elia porta pensieri di questo tipo con sé quando si rifugia nel deserto. Non dobbiamo dimenticare che ha comunque un grande passato alle sue spalle. Ha partecipato al grande scontro tra i profeti di Baal e il Dio d’Isarele. Si era preparato un grande olocausto sul quale era stato messo un toro macellato. I sacerdoti di Baal pregavano il loro Dio, cantando e ballando, affinché accendesse il fuoco. Urlavano dalla mattina alla sera in estasi, ma Baal non mandava nessun fuoco. Dopo questa scena Elia fece costruire un altare per Dio fatto da dodici pietre. Metteva sopra della legna e vi faceva mettere il toro macellato. Però aggiungeva anche vari secchi d’acqua per bagnare la legna. E dopo bastava una singola preghiera: SIGNORE, Dio d’Abraamo, d’Isacco e d’Israele, fa’che oggi si conosca che tu sei Dio in Israele (1Re 18,36)

Allora piombò il fuoco del SIGNORE, e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la polvere, e prosciugò l’acqua che era nel fosso. Tutto il popolo, veduto ciò, si gettò con la faccia a terra, e disse: «Il SIGNORE è Dio! Il SIGNORE è Dio!» (1 Re 18,38f)

È un racconto spettacolare. È un segno grandissimo per tutto il popolo d’Israele. È il culmine nella storia di Elia. Ma tutto ciò gli porta solo problemi.

Elia ha dato tutto. Si è buttato nel suo compito con tutto il suo essere. Ha avuto grandissimo successo, ha visto un miracolo più grande di quanto potesse aspettarlo e ora cade in basso. Viene perseguitato a causa del suo successo, deve fuggire e durante questa fuga perde ogni fiducia in Dio.

Si rifugia nel deserto. C’è il deserto fuori e dentro di lui. Non trova più forza, zelo, più niente dentro di sé. E anche attorno a sé non c’è più nessuno che potrebbe aiutarlo.

Conoscete questo sentimento di sentirvi come in un deserto? Avete talvolta l’impressione che la vostra vita si perda nelle vostre mani come la sabbia. Conoscete l’impressione che tutto ciò che è colorato diventa diafano, in pratica del colore della sabbia? Conoscete quei tempi nei quali sembra che si debba combattere ogni giorno di nuovo? Potete ancora ricordarvi che cosa aiuta a sopravvivere nel deserto della vita?

Elia riceve nel bel mezzo del deserto tutto ciò di cui ha bisogno per vivere: contatto, conforto, cibo e acqua. Ed Elia fa ciò che solo apparentemente sembra ovvio, cioè accetta il dono. Elia si fa alimentare e dare forza. Non è così scontato come sembra. Conosco persone che hanno talmente interiorizzato di poter vivere senza l’aiuto di altri, che anche nel momento del bisogno non riescono ad accettare un aiuto. Sembra che cerchino almeno di tenere l’ultimo pezzettino di autostima. – Elia ha messo da parte questo orgoglio malsano. Elia accetta l’aiuto divino.

Solo dopo riceve un mandato. Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te. Dio ha un piano per Elia e per compiere questo dev’essere abbastanza forte. Elia deve camminare fino al monte del Signore. Sarà un cammino di quaranta giorni e quaranta notti. Quel numero è sicuramente un simbolo. Quaranta è una vita. Il popolo d’Israele è stato per 40 anni nel deserto. Gesù è stato per 40 giorni nel deserto ed è stato soggetto alla tentazione. Elia deve attraversare tutto il deserto della sua vita.

Però con questo mandato si mette di nuovo in movimento. Ha finalmente una meta. Inizia a muoversi. Egli cammina e il movimento cambia. Funziona. Quando qualcuno mi parla di un problema che sembra non avere nessuna via d’uscita propongo spesso di fare due passi. Non ho idea come funzioni, ma quando si muovono le gambe, anche il cervello si muove diversamente e si trovano delle soluzioni che sembravano non esistere finché eravamo seduti. Provatelo!

Da Elia funziona. Con ogni chilometro attraverso il deserto, si muove anche qualcosa nel suo intimo.

Com’è da voi? Che cosa portate con voi, che avrebbe bisogno di essere mosso una volta? Quali pensieri e sentimenti avete che non sono ancora in ordine? Portate delle preoccupazioni e ansie con voi che sono solo peso morto e inutile e dovrebbero essere messe da parte?

Immaginatevi di dover attraversare il deserto della vostra vita, immaginatevi di dover attraversare il deserto di questa chiesa. Che cosa succederebbe?

Elia si fa purificare durante il cammino e arriva al monte di Dio. Lì dorme in una spelonca.

Quella caverna è un luogo di protezione per Elia dopo la sua lunga camminata. Avete anche voi questi luoghi di protezione? Abbiamo noi come comunità un luogo dove ci sentiamo sicuri e protetti? Un luogo che ci permette di aprirci anche alle esperienze spirituali? Avete l’impressione che la nostra chiesa sia un luogo del genere?

Elia incontra Dio nella spelonca. Dio gli chiede che cosa sia successo ed Elia riflette sul suo cammino. Elia riflette sul deserto della sua vita, su tutto ciò che è triste e pesante e che comunque doveva attraversare per arrivare alla presenza di Dio.

Durante questo colloquio Elia riceve la promessa di incontrare Dio di persona. In seguito si manifestano dei fenomeni naturali. C’è una tempesta, un terremoto, s’incendia un fuoco però tutto ciò non è un segno della presenza di Dio. Solamente nel suono dolce e sommesso di un venticello Elia incontra Dio. – Me lo immagino come una leggera brezza al mare, quando hai l’impressione che il vento caldo ti accarezzi la pelle. Dio parla in suoni dolci. Elia non lo sente, però lo percepisce. Elia può farsi accarezzare da Dio dopo quel lungo periodo nel deserto, accetta di lasciarsi viziare e coccolare.

Forse serviva il lungo tempo nel deserto per preparare Elia a quest’incontro. Forse solo durante il suo cammino nel deserto Elia si è disposto a sentire anche i suoni leggeri e fievoli nella vita. Forse serviva a Elia, dopo il suo grandioso passato, e dopo aver visto la forza e potenza di Dio, un tempo di deserto per poter cogliere anche la dolcezza divina.

La domenica di oggi si chiama ‘Cantate’. Se cerchiamo di interpretare la storia di Elia sotto questo punto di vista potremmo dire che egli ha sentito l’orchestra piena di Dio, con organo, trombe e tamburi sul monte Carmelo. Quindi l’orchestra ha fatto una lunga pausa e solo dopo la musica ha ripreso, però con toni ben diversi. Forse con un flauto dolce o un violino.

In ogni partitura musicale servono le pause. – Potremmo anche dire: in ogni vita serve il deserto.

Elia non ha cercato il deserto. Sembra quasi che il deserto abbia cercato Elia, questo sarà anche da noi talvolta così. Anche noi non ci cerchiamo il deserto, ma lo incontriamo. Talvolta dobbiamo attraversarlo, però se lo incontriamo possiamo avere la speranza di incontrare dopo una realtà ben diversa. La musica dolce del nostro Dio. Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-05-14 18:03:292020-11-10 08:26:02Sermone: La dolcezza di Dio

Sermone: Quando è “tra poco”?

7 Maggio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

I miei figli sono in un periodo in cui non vogliono stare da soli. Forse sentono il grande cambiamento del trasloco che verrà, non lo so, ma in ogni caso lo esprimono piangendo quando io o mio marito ci allontaniamo. L’altra settimana avevo Geneviève in macchina mentre dovevo fare benzina. Dopo si deve pagare, una bimba di quasi sei anni dovrebbe saperlo. Entro nel gabbiotto del benzinaio, 10 metri lontano dalla macchina e ad un certo punto sento un urlo che spacca i vetri. Corro alla macchina e c’è Geneviève che trema e piange e urla: Mamma non andare via! – Era talmente assurdo questo comportamento da parte di una bambina abbastanza grande che non ho avuto molta compassione!

Perché vi racconto questo? Perché nel nostro testo biblico di oggi, i discepoli di Gesù domandano come dei bambini che cosa intenda dire Gesù quando afferma che tornerà “tra poco”.

Vi leggo dal vangelo di Giovanni capitolo 16 i versetti 16-23a. Gesù disse ai suoi discepoli:

16 «Tra poco non mi vedrete più; e tra un altro poco mi vedrete perché vado al Padre».  17 Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra di loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Tra poco non mi vedrete più”; e: “Tra un altro poco mi vedrete”; e: “Perché vado al Padre”?»  18 Dicevano dunque: «Che cos’è questo “tra poco” che egli dice? Noi non sappiamo quello che egli voglia dire».  19 Gesù comprese che volevano interrogarlo, e disse loro: «Voi vi domandate l’un l’altro che cosa significano quelle mie parole: “Tra poco non mi vedrete più”, e: “Tra un altro poco mi vedrete”?  20 In verità, in verità vi dico che voi piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà. Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia.  21 La donna, quando partorisce, prova dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’angoscia per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana.  22 Così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia.  23 In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda.

A prima vista possiamo dire: i discepoli non potevano saperlo, per questo chiedono a Gesù che cosa vuol dire “tra un po’’. Noi oggi sappiamo come la storia è andata avanti. Sappiamo che cos’è successo il venerdì santo, ma anche la domenica di pasqua. I discepoli sono rimasti da soli per tre giorni e poi leggiamo di nuovo che Gesù era con loro.

Ma la storia va avanti. Sappiamo anche che Gesù non rimane per sempre con i suoi discepoli ma nuovamente solo per un po’ e poi c’è l’ascensione che festeggeremmo fra due settimane e mezzo. L’ascensione è una festa che ci ricorda che Cristo lascia già di nuovo i suoi da soli, e questa volta è un addio per un tempo più lungo. Questa volta non è un addio doloroso, non è la risposta a un’azione brutale da parte degli uomini, ma è una libera scelta. È ora per lui di andare. Vale anche adesso la parola del ‘tra poco’?

I primi cristiani erano certi di vedere il ritorno di Gesù ancora durante la loro vita. Addirittura l’apostolo Paolo pensava che non valesse più la pena di sposarsi e fare figli, dal momento che Gesù sarebbe ritornato così presto. E Giovanni che ha scritto il testo che abbiamo letto, viveva in un’epoca nella quale né lui, né la comunità per la quale scriveva, aveva più conosciuto Gesù di persona. Erano nella stessa situazione di noi oggi.

Così pongo di nuovo la domanda: quando è tra poco?

Prima del loro compleanno i bimbi chiedono: quando è il grande giorno, quando c’è la festa? E la risposta standard è: non dura più a lungo. Lo sappiamo benissimo che per un bambino qualche giorno può essere molto lungo. Questa risposta non è soddisfacente per un bambino. I bimbi – e se siamo proprio sinceri anche gli adulti – non hanno tanta pazienza quando vogliono avere qualcosa o quando attendono una data speciale.

Gesù paragona il tempo di attesa con un parto. Mi ricordo abbastanza le ore del primo parto, e non solo io, forse William ancora più di me. Erano 17 ore dure, ore di stanchezza e di dolore che non auguro a nessuno. Ma alla fine l’unica immagine che mi è proprio rimasta, sono gli occhi di questo piccolo ometto che stava sdraiato sulla mia pancia e mi guardava con occhi grandi.

Non vorrei sembrare cinica, ma penso che servano questi periodi di dolore per raggiungere qualcosa di nuovo. Serve l’ansia e l’impegno prima della maturità se voglio avere la gioia di avere il mio diploma in mano. Serve il dolore e la forza di volontà se voglio correre una volta una maratona. O se guardo i bambini: servono tante cadute e ginocchia bollate prima di poter camminare. Serve la voglia di tirarsi di nuovo su, anche dopo l’ennesima caduta.

Ma non voglio cantare qui la lode del dolore e delle ansie. Proprio oggi in tempi nei quali non facciamo più vedere pubblicamente i nostri sentimenti, dobbiamo dire: va anche bene essere triste. Quando una persona amata se ne va, è normale essere infelici. E questo dolore non passa da oggi a domani. Ci vuole tempo, ci vogliono lacrime, ci vuole la tristezza. Questo vale per noi oggi come valeva per i discepoli di Gesù. Serviva il periodo dell’addio.

Questa domenica si chiama nell’anno liturgico ‘Jubilate’. Spesso si sente poco giubilare nelle nostre chiese – devo precisare nelle nostre chiese italiane, perché proprio in quest’aspetto direi che noi europei possiamo imparare qualcosa della gioia che altre culture riescono ad esprimere anche durante un culto. Però anche da loro succede che la gioia finisca dopo il culto e non riesca a vincere la quotidianità.

Direi che abbiamo oggi tante cose che ci fanno gioire: è bello poter celebrare questo culto insieme. Non è un motivo sufficiente per giubilare?

A Pasqua ci siamo detti gli uni agli altri: Il Signore è risorto. È davvero risorto. – Non tutti possono rispondere con gioia. Ci sono persone che cantano ‘Alleluia’ perché si fa così. Portano parole pie in bocca ma le parole non si rispecchiano nella loro vita. E quando qualcuno osa chiedere qualcosa, si risponde che in chiesa non si pongono delle domande. I bambini e i ragazzi hanno da imparare ciò che dicono gli adulti e niente di più. – Io devo dire che mi rallegro di ogni persona che viene qui con delle domande. Sono contenta quando qualcuno mi chiede dopo un culto: ‘ma come intendi questa cosa che hai detto nella predica’ , o anche qualcuno che ammette ‘questo non lo posso credere, perché lo credi tu?’.

Gesù dice In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda. Quando egli ritornerà, le nostre domande troveranno risposta. In quel giorno quando lo vedremo faccia a faccia gli indovinelli si scioglieranno. Questo giorno non c’è ancora, ma le domande talvolta tacciono già oggi.

Questo periodo muto che stiamo vivendo non è un segno di grande pazienza, ma piuttosto un segno d’indifferenza o di una pietà malintesa. Quando non siamo più in grado di porre delle domande alla nostra fede è la cosa peggiore che può succedere alle nostre anime.

Gesù trova nel testo che abbiamo letto delle parole per confortare i tristi, ci dà la speranza di una grandissima gioia e ci chiede di avere pazienza. Tutto questo sono emozioni. Solo chi può essere triste, può anche gioire veramente, solo chi è in grado di porre delle domande profonde può anche riconoscere delle risposte che sono all’altezza.

Se invece neghiamo queste domande, questa tristezza, questo turbamento della fede neghiamo anche la possibilità di vera gioia. L’indifferenza o una pietà malintesa si mettono come il mal bianco sui boccioli in primavera. Sapete che cos`è? È una malattia delle piante che quando colpisce distrugge tutto: una pianta colpita da questa malattia perde prima le foglie, poi qualche rametto e ramo fino a quando muoiono le radici. Niente si può più sviluppare, né tristezza, né gioia, tutto diventa grigio. – Questo succede anche alla nostra fede se non la mettiamo continuamente in questione.

Non dura più a lungo e tutte le vostre domande troveranno risposta, ci dice Gesù. Che cosa vuol dire avere pazienza dopo un periodo di attesa di quasi duemila anni? Quanto lungo sarà questo ‘tra poco’?

Gesù ha anche detto Dimorate in me, e io dimorerò in voi.(Giov 15,4) Questo è decisivo per tenere viva la nostra speranza. È normale avere periodi nella vita nei quali chiediamo ‘Gesù dove sei? Perché non ti sento? Sei proprio verità?’ Talvolta succede a noi com’è successo ai discepoli che siamo tristi e non possiamo credere, ma se cerchiamo di stare vicino a Gesù, ci saranno anche i periodi nei quali possiamo vivere una vera grande gioia, possiamo percepire lo Spirito Santo e sentirci già oggi in paradiso insieme con Gesù.

Ma dobbiamo per forza tenere vive le nostre domande, se no, non sentiremo né tristezza, né gioia. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente (Mt 28,20) queste sono le ultime parole di Gesù prima della sua ascensione. Tutti i giorni – vuol dire ieri, oggi e domani, sono i giorni tristi e i giorni di giubilo. Gesù è con noi e questo ci può fare gioire.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-05-07 16:18:142020-11-10 08:25:53Sermone: Quando è “tra poco”?

Sermone: La saggezza dell’ecclesiaste

30 Aprile 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Il tema della domenica di oggi è il pastore, il buon pastore, ma anche altre figure che in qualche maniera conducono il popolo o la chiesa. Vorrei oggi parlarvi di una figura speciale nella Bibbia. Una persona che ci viene presentata senza nome proprio. Viene chiamato l’Ecclesiaste, o Qoèlet o semplicemente il predicatore. Anche lui conduce il popolo d’Israele con le sue parole.

Egli dice di essere figlio del re Davide di Gerusalemme. Spesso veniva identificato nel passato con Salomone che era noto per la sua saggezza. È un personaggio che cerca di capire, di non accettare le risposte facili e di trovare e riporre fiducia in Dio. E proprio con le sue domande, questa figura antica diventa molto moderna. Egli pone domande che anche oggi potremmo sentire e dà delle risposte che anche a noi possono dire qualcosa.

Questo predicatore saggio, viveva 200 anni prima di Cristo ed era un uomo nutrito di pietà ebraica, educato nella saggezza greca, figlio dei suoi tempi – che erano pieni di catastrofi; un insegnante di saggezza, un filosofo. Si potrebbe definire uno degli autori più pessimisti nella storia mondiale della letteratura. Tutto è vanità, è un correre dietro al vento, questo lo ripete diverse volte. È vano, addirittura, essere re Salomone, esempio della saggezza. Anche un tale uomo deve dire alla fine: Tutto è vanità! – che messaggio triste.

Non voglio parlarvi oggi di un testo specifico dell’Ecclesiaste. Vorrei piuttosto farvi venir voglia di prendere oggi pomeriggio la vostra Bibbia e di leggere tutto quel libricino, sono solo poche pagine. Ma ora vi leggo il passo che forse è la più famosa poesia dell’Ecclesiaste 3,1-8

Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: 

un tempo per nascere e un tempo per morire;

un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato; 

un tempo per uccidere e un tempo per guarire;

un tempo per demolire e un tempo per costruire; 

un tempo per piangere e un tempo per ridere;

un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare; 

un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle;

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci; 

un tempo per cercare e un tempo per perdere;

un tempo per conservare e un tempo per buttar via; 

un tempo per strappare e un tempo per cucire;

un tempo per tacere e un tempo per parlare; 

un tempo per amare e un tempo per odiare;

un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

 

È quasi strano che questo testo dell’Ecclesiaste si trovi nella Bibbia. E si sa per certo che ci sono state delle lotte e degli scontri per lungo tempo tra le persone che dovevano definire il canone biblico; ma alla fine anche il libro di Qoèlet è stato accettato dalla Sinagoga e dalla Chiesa e oggi lo troviamo accanto a Isaia, Matteo, Paolo e Giovanni. Trovo questo fatto interessante e importante. C’erano in ogni periodo della storia persone che volevano andare a fondo delle cose, che non erano disposte ad accettare le risposte facili, persone che talvolta danno fastidio a quelli che preferiscono le risposte preconfezionate; eppure alla fine ci fa bene avere qualcuno che approfondisce, qualcuno con uno spirito filosofico. Ci fa bene nel canone della Bibbia, ci fa bene in questa comunità.

L’Ecclesiaste si è confrontato con le contraddizioni della vita. Aveva dei dubbi sulla fede che non ha messo da parte, ma li ha accettati ed espressi. Ha visto le incongruenze della tradizione religiosa del suo popolo e si è confrontato con esse. – Questo è un compito che spetta a noi anche oggi, serve anche a noi nella nostra chiesa, nella nostra comunità: mettere in discussione la nostra tradizione, i nostri riti e le abitudini. Le tradizioni fanno bene, ma devono sempre essere riformate per non incatenarci ma piuttosto per darci un fondamento in ciò che facciamo.

L’ho già detto che Qoèlet viene considerato da tanti l’autore più pessimista della storia. Vede la vanità della nostra vita e il correre dietro il vento. Ciò che lo preserva in tutta quest’assurdità, dal non vedere alla fine tutta la vita come un’assurdità, è la fede in un Dio Creatore. L’Ecclesiaste crede, come sta scritto nelle prime pagine della Bibbia, che la creazione è buona, anche se vediamo delle contraddizioni in questo mondo che ci danno del filo da torcere. Non possiamo, come essere umani limitati, intuire l’illimitata realtà di Dio, questo lo sa l’Ecclesiaste. Egli vuole fare mostrare che Dio è onnipotente e che noi uomini dipendiamo totalmente da lui nella nostra ricerca di felicità. – Avete colto, che questo ridimensionamento dell’essere umano è un pensiero profondamente evangelico. Qoelet esprime un’accettazione della potenza di Dio, e con questo anche della nostra dipendenza. Forse è una lezione che dovremmo tutti imparare di nuovo.

Il concetto della dipendenza e del timore davanti a Dio è centrale per l’ecclesiaste. Così scrive: io ho riconosciuto che tutto quel che Dio fa è per sempre; niente c’è da aggiungervi, niente da togliervi; e che Dio fa così perché gli uomini lo temano.(3,14)  e esorta addirittura i suoi lettori scrivendo: infatti, se vi sono vanità nei molti sogni, ve ne sono anche nelle molte parole; perciò temi Dio! (5,6) Questo timore di Dio non dobbiamo comprenderlo come un seguire certi comandamenti o una religiosità che si esprima in certi comportamenti. Qoèlet pensa piuttosto a un fondamento religioso, un atteggiamento fondamentale che accetta Dio come creatore di tutto e tutti. Così il timore di Dio ci mette come esseri umani di nuovo al nostro posto. Ci butta giù dal trono che ci siamo fatti. E così il timore di Dio diventa come una bussola che ci aiuta trovare la strada giusta nella nostra vita.

Nella filosofia ellenistica si può notare al tempo dell’ecclesiaste una forte ‘secolarizzazione’. Gli uomini non credevano più negli Dei e tanti filosofi sostenevano: invece di credere nelle divinità o di pensarsi dipendenti da loro sarebbe meglio credere nella propria forza e prendere il proprio destino nelle proprie mani. Mi sembra un pensiero tanto moderno o per dirlo con le parole dell’ecclesiaste: non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Troviamo oggi tantissima gente che pensa di non avere più bisogno di Dio, di cavarsela meglio senza qualcuno che ha delle idee su come la vita umana dovrebbe essere. È diventato quasi il credo dei nostri giorni che ognuno debba guardare a se stesso e preoccuparsi per la sua vita e per il suo destino.

L’Ecclesiaste prende un’altra via. Per lui come ebreo credente è chiaro: la felicità non si può creare. È un regalo di Dio. Qoèlet conosce bene l’esperienza dell’insensatezza e la esprime, senza provare a mascherarla. Ma comunque rimane in lui la convinzione che noi uomini possiamo trovare un senso in questa vita solo sul fondamento della fede rimanendo fermi in Dio contro tutte le esperienze contrarie. Una vita umana felice è per l’ecclesiaste un dono di Dio. Così ci dice: Non c’è nulla di meglio per l’uomo del mangiare, del bere e del godersi il benessere in mezzo alla fatica che egli sostiene; ma anche questo ho visto che viene dalla mano di Dio.(2,24).

È Dio stesso che ci fa godere la piccola felicità nella vita con gratitudine. Proprio nello sperimentare gioia e successo si può incontrare Dio. Ma Qoèlet pensa in avanti. Sa che non esistono solo i giorni di gioia ma anche quelli di disgrazia. Per questo ci può dire: Nel giorno della prosperità godi del bene, e nel giorno dell’avversità rifletti. Dio ha fatto l’uno come l’altro (7,14) Così l’ecclesiaste ci vuole stimolare a cercare Dio non solo alle frontiere della nostra vita, quando ci sentiamo deboli e dipendenti da lui. Invece è convinto che si possa trovare Dio soprattutto nelle esperienze felici, nel bel mezzo della vita, nell’amore, nel successo e nella piccola felicità della quotidianità. È questa gioia che accompagna l’uomo nella sua fatica di ogni giorno; rende la vita umana degna di vivere e le dà un senso. Scrive l’ecclesiaste: così io ho lodato la gioia, perché non c’è per l’uomo altro bene sotto il sole, fuori del mangiare, del bere e del gioire; questo è quello che lo accompagnerà in mezzo al suo lavoro, durante i giorni di vita che Dio gli dà sotto il sole. (8,15)

L’ecclesiaste è interessato a questa vita. Ci invita a goderci la vita, e non intende solo un edonismo superfluo come oggi viene spesso proposto. Godersi la vita non ha niente a che fare con delle feste esagerate o con dei comportamenti esuberanti. L’esortazione di Qoèlet è piuttosto radicata nella fede in un Dio Creatore. Chi crede che questo mondo sia la creazione di Dio, può godersi le sue meraviglie con gratitudine come dono di Dio. L’ecclesiaste mette tutto il peso sul presente. La vita attuale è un tempo donato da Dio con possibilità e compiti. Nella poesia finale esorta a riappropriarsi di questa gioia – guardando il creatore.

E di nuovo, mi sembra un pensiero molto attuale, forse proprio per il periodo che viviamo noi con poche sicurezze. Da un lato lasciare che Dio sia creatore e non volersi mettere al suo posto, non voler fare la parte del creatore, e dall’altro lato non rattristarsi di fronte a queste situazioni nelle quali tutto sembra inutile, vano e un correre dietro il vento.

È una benedizione che il libro dell’ecclesiaste abbia trovato il suo ingresso e il suo spazio nella Bibbia.

Il libro dell’ecclesiaste ci fa vedere come un uomo pio può lottare con la sua fede, ci fa vedere come pone le sue domande, coraggiose e senza tabu, anche se non ha sempre delle risposte. Questo ci mostra: dove gli uomini chiedono e cercano, apertamente e con passione, sono sulla strada verso Dio, anche se non hanno ancora tutte le risposte in mano.

Vorrei finire con un versetto che mi sembra tipico per il pensiero contradditorio di Qoèlet. Rallègrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza; cammina pure nelle vie dove ti conduce il cuore e seguendo gli sguardi dei tuoi occhi; ma sappi che, per tutte queste cose, Dio ti chiamerà in giudizio! (11,9) Tutte e due i lati servono, godersi la vita e pensare a Dio. Da tutti e due i lati si può cadere da cavallo. Cerchiamo di vivere la nostra vita con gioia e timore davanti a Dio. Amen

 

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-04-30 16:29:142020-11-10 08:25:44Sermone: La saggezza dell’ecclesiaste

Sermone: La sfida dell’unità

23 Aprile 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Che cosa ci fa sentire ‘come bambini appena nati’? Che cosa ci dà forza per la nostra fede? Il testo della predicazione di oggi ci offre una risposta che forse non risulta così immediata.

Leggo dal vangelo di Giovanni capitolo 17,6-19 la preghiera di Gesù per i suoi discepoli, cioè per noi:

Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola.  7 Ora hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai date, vengono da te;  8 poiché le parole che tu mi hai date le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute e hanno veramente conosciuto che io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato.  9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dati, perché sono tuoi;  10 e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; e io sono glorificato in loro.  11 Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, quelli che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi.  12 Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta.  13 Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in sé stessi la mia gioia.  14 Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo.  15 Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno.  16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.  17 Santificali nella verità: la tua parola è verità.  18 Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo.  19 Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità.

Le parole che abbiamo sentito si trovano nella cosiddetta ‘Preghiera sacerdotale’. È la preghiera più lunga che conosciamo di Gesù. Egli si prepara a lasciare questo mondo e si assume il compito che già Mosè e i profeti avevano, cioè impetrare al Padre per il popolo. In primo luogo, prega per i dodici discepoli che dovrà lasciare da soli, ma prega anche per tutti gli altri suoi discepoli fino ad oggi, prega anche per noi che siamo ora qui riuniti. Leggo ancora una volta il versetto 11: Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, quelli che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi. Gesù sa bene che né per i discepoli del passato, né per noi oggi la vita in questo mondo è facile. Dobbiamo scontrarci con una società in gran parte indifferente che non vuole più saperne di ciò che Dio ha da dire e si chiede allo stesso tempo perché stia così male. Secondo me ci potrebbe aiutare uno sguardo proprio in questo vecchio libro. Forse nel 500enario della Riforma dobbiamo esprimere nuovamente ad alta voce questa nostra convinzione evangelica.

C’è ancora un’altra affermazione che mi colpisce nel nostro testo. Gesù prega il padre di conservare i suoi fedeli nel suo nome, affinché siano uno come sono uno Gesù e il Padre. Non è possibile separare Gesù da Dio Padre, sono un’unica cosa. – Da bambina mi hanno spiegato il mistero della trinità con l’immagine dell’acqua. A scuola si impara che l’acqua è costituita da due molecole di idrogeno e una di ossigeno, H2O, appunto. Sotto zero l’H2O si presenta a noi come ghiaccio, tra zero e cento è acqua e a più di cento gradi diventa vapore, ma comunque è sempre lo stesso H2O; dal punto di vista chimico non cambia niente, è sempre uguale. E così, come acqua, ghiaccio e vapore sono una cosa, allo stesso modo lo sono anche Dio Padre, Gesù e lo Spirito Santo: hanno forme diverse, per raggiungere meglio noi uomini, ma sono uguali, inseparabili, sono uno.

Gesù prega il Padre affinché anche noi cristiani siamo uno, così inseparabili come anche lui non può essere separato dal Padre. Vi ricordo che questo testo è stato scelto sotto il tema della nuova nascita. Cioè il legame tra i cristiani dovrebbe darci nuova vita, nuova forza, dovrebbe farci sentire come essere rinati. – Io mi sono chiesta che cosa voglia dire questo per noi in senso pratico.

A metà marzo il cardinale Kasper ha visitato la nostra chiesa a Pinerolo, in provincia di Torino. Forse ne avete letto qualcosa. Kasper ha definito l’ecumenismo la grande realtà cristiana del nostro tempo, «la risposta a una nuova situazione». In quest’incontro è stato anche citato il papa che non molto tempo fa aveva enunciato la teoria dei “due polmoni” dell’Europa, che erano il Cattolicesimo romano e le Chiese ortodosse greca e russa.

Siamo entrati in una nuova epoca ecumenica. Qualcuno ne è entusiasta, a qualcun altro fa venire il mal di pancia. Da un lato sembra che con questo nuovo papa si possano fare passi da giganti, dall’altro vediamo che la semplice condivisione del pane al tavolo del nostro Signore non è ancora possibile. Mi sono chiesta se percepiamo questo ancora come uno scandalo, o se ci siamo abituati negli ultimi decenni alla mancanza di questo elemento. A me manca.

Facciamo tante iniziative ecumeniche, anche qui a Padova. Prepariamo veglie, incontri, discussioni e ci rallegriamo del nostro legame ecumenico. Vedo un senso in questi incontri e mi piacciono, soprattutto quando si creano dei legami. Ha un senso incontrarsi. Ha senso percorrere la via dell’ecumenismo, anche se i passi talvolta sembrano piccoli nonostante le grandi dichiarazioni.

Ma a mio modo di vedere la preghiera di Gesù ci invita a essere uno come egli è unito con il Padre; e questo va ben oltre gli incontri come li facciamo noi. Poniamoci una volta la domanda: Che cosa vuol dire per noi la preghiera per l’unità come la esprime Gesù? Che cosa ci aspettiamo da questa preghiera? Abbiamo un’attesa che questa preghiera diventi realtà oppure no? Perché se non crediamo neanche che la preghiera possa diventare realtà, la preghiera diventa bestemmia. Così di nuovo la domanda: per quale unità preghiamo? Almeno una volta all’anno, in gennaio, facciamo in modo istituzionale questa preghiera per l’unità dei cristiani. È anche la nostra preghiera? Quale progetto, quale sogno, quale visione abbiamo per le chiese cristiane divise?

Meditando su di questa domanda, ho trovato dei pensieri che Vittorio Subilia, ben noto teologo protestante italiano, scrisse nel 1954 riflettendo sulla tentazione dell’unità. Egli diceva già all’epoca, in una fase di euforia ecumenica tra il primo e secondo concilio vaticano:

Potrebbe accadere che i cattolici cadano nella tentazione di chiedere a Dio di convertire i dissidenti e di farli ritornare alla chiesa madre, che, così ci viene detto, sia infallibile e ha l’autorità di definire le verità della fede. – Potrebbe accadere che gli ortodossi cadano nella tentazione di pregare Dio che tutti i cristiani possano accogliere la verità ortodossa quale è stata custodita dalla sola chiesa rimasta inalterata dal tempo degli apostoli. – Potrebbe accadere che i protestanti cadano nella tentazione di chiedere a Dio di riformare tutte le altre chiese, togliendo le soprastrutture umane e facendole ritornare alla semplicità del cristianesimo primitivo.

Questa è una grande tentazione: pregare Dio per l’unità pretendendo di avere l’unica verità, e quindi gli altri devono diventare come sono io. Ma così la nostra preghiera diventa come quella del fariseo nel tempio, quando confidando in noi stessi e disprezzando gli altri diciamo: Ti ringrazio, o Dio, che la mia chiesa non è come le altre chiese, infedeli e corrotte e eretiche, abbi pietà delle altre chiese e trasformale in modo da renderle tutte simili alla mia chiesa. – Una tale preghiera sarebbe solo farisaismo religioso e imperialismo ecclesiastico. E Dio, come potrebbe esaudire una preghiera di questo genere? Si potrebbe solo vergognare per noi se questa fosse la nostra concezione dell’unità.

Una preghiera che vuole avere come fondamento la preghiera di Gesù “Che siano uno come noi siamo uno”, una tale preghiera deve per forza essere animata dallo spirito di Cristo. Se le chiese cristiane vogliono solo conservare le proprie strutture ecclesiastiche e salvare la propria vita spirituale e teologica, così non si dovrebbero chiamare cristiane e dovrebbero rinunciare a pregare per l’unità, perché la loro preghiera suonerebbe come ipocrisia all’orecchio di Dio.

L’unità delle chiese significa purificazione della chiesa, di tutte le chiese; unità della chiesa significa, per tutte le chiese, rinunciare alla propria volontà di sopravvivere. Unità della chiesa significa morte della chiesa, di tutte le chiese a se stesse, nella speranza di una resurrezione nelle forme e nei modi che nessuna chiesa può prevedere e che Dio solo conosce. Unità della chiesa significa miracolo dello Spirito Santo, che venga a soffiare su tutte le nostre vecchie istituzioni religiose per fare ogni cosa nuova.

Se abbiamo questa speranza ci è comandato e ci può essere dato di pregare per l’unità della chiesa. Siamo sollecitati di pregare con tutta la nostra forza, che l’unità non rimanga solo una visione, ma diventi verità. Se abbiamo questa speranza non dovremmo farci limitare da organizzazioni o convenzioni, non dobbiamo più vedere i confini e le frontiere ma le possibilità che Dio ci dà nell’unità. Non dobbiamo più aspettare fino a quando un organizzazione si muove, ma possiamo vivere quello che sentiamo come verità. Se abbiamo questa speranza di unità saremo uniti nello Spirito, e questo vale più di ogni organizzazione. La dove c’è reale preghiera, vi è già, presente e potente, il miracolo dello Spirito Santo.

Prima di finire, ancora una domanda: Perché l’unità? La prima risposta potrebbe essere: Perché Dio stesso la vuole. Ma quest’unità ha uno scopo che ci viene ricordato proprio in questo periodo dopo la Pasqua, cioè la missione. L’unità dei cristiani diventa una testimonianza per il mondo. Come posso spiegare a un non-cristiano perché la chiesa che confessiamo come una, santa, universale e apostolica, sia divisa? Non è da capire e non è da spiegare come noi cristiani possiamo separarci gli uni dagli altri per delle questioni secondarie. Per questo ci serve l’unità per testimoniare alla nostra società Gesù Cristo il nostro Salvatore. Ci serve l’unità per fare quello che Gesù ci ha comandato, cioè: fate miei discepoli tutti i popoli. Mt 28,19 Se vogliamo mettere in atto la volontà di Dio è semplicemente necessario che noi ci uniamo.

Lo Spirito soffia oggi su tutte le chiese e su tutti i singoli cristiani. Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-04-23 15:42:562020-11-10 08:25:23Sermone: La sfida dell’unità
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