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Sermone: EPIFANIA, CIOÈ MANIFESTAZIONE

7 Gennaio 2018/in Archivio/da Liviana Maggiore

In molti luoghi, anche nelle abitazioni, nel periodo di Natale, oltre all’albero addobbato, si predispone anche il presepe. Di recente mi è stato chiesto se il presepe va bene anche per gli evangelici e la mia risposta è stata “certo che sì”. Sicuramente non per mettere delle figurine che debbano essere oggetto di culto, ma per manifestare con un addobbo il ricordo di quanto avvenuto a Betlemme.

Un presepe completo, oltre alla cosiddetta sacra famiglia, vede anche i pastori, gli angeli e tre figure che rappresentano personaggi benestanti: i tre magi, tre sapienti venuti dall’oriente.

Ascoltiamo il racconto così come contenuto nell’evangelo di Matteo 2:1-12.

Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».

Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele”».

Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo».

Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia.

Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.

Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un’altra via.

A Natale abbiamo letto della nascita di Gesù così come raccontata da Luca. Un Signore che nasce povero fra i poveri, ma che viene annunciato ai pastori da un angelo che viene accompagnato da «una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva “Gloria a Dio nei luoghi altissimi e pace in terra agli uomini che egli gradisce!”»

I pastori sono gente povera e semplice, certamente non acculturata, ma nel racconto di Matteo ci viene detto che anche tre sapienti arrivano da Oriente in cerca del bambino. I tre magi, persone ricche e colte che possono permettersi di portare doni preziosi, dal significato simbolico:

  • ORO, simbolo della regalità riconosciuta a questo infante povero;
  • INCENSO, per simboleggiare la sua divinità;
  • MIRRA, una resina ricavata da una pianta tipica della Mesopotamia e dell’India, che veniva utilizzata per aromatizzare e conservare le mummie, preludio quindi del sacrificio e della morte di quel Gesù bambino.

Questi saggi hanno seguito un “segno”, rappresentato nel racconto dalla stella che li ha guidati fino a Betlemme.

È un bel racconto. Certo non sappiamo se sia stato proprio così che è accaduto, ma poiché nelle Scritture nulla è messo per caso, al di là del fatto che ciò sia realmente accaduto, dobbiamo interpretare il significato simbolico della narrazione.

Intanto notiamo che i magi erano tre, non due o quattro o altro numero, ma tre, numero che fin dall’antichità era considerato “perfetto” e che, direi poco casualmente, ci richiama alla trinità, cioè alle tre manifestazioni dell’unico Dio: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Ma notiamo anche un altro aspetto dal racconto: costoro vengono dalle terre d’Oriente, terre in cui era già presente da alcuni secoli il buddismo oltre ad altre culture tendenti alla ricerca della luce per la vita attraverso la meditazione e l’introspezione anti-idolatrica.

Questi tre signori quindi ci vengono presentati come assolutamente estranei al popolo dei credenti del Dio unico, a Israele. Essi non vengono a Betlemme per riconoscere qualcuno che attendono in virtù di quanto annunciato dai profeti. Essi vengono con umiltà, in ricerca, alla ricerca di un RE davanti al quale prostrarsi in adorazione, un RE che si manifesta per i pastori (gente povera e non certo acculturata) ma anche per loro, sapienti e verisimilmente ricchi.

Vorrei sottolineare l’umiltà che ci viene presentata per queste tre figure, un’umiltà dimostrata nel prostrarsi dinanzi a un bimbo e a una famiglia povera.

Umiltà e non modestia: due termini da non confondere. I magi sono ben consapevoli del loro status sociale, infatti per chiedere informazioni si recano a Gerusalemme, dai maggiorenti della città, fino ad essere convocati al cospetto del re Erode e con lui parlare alla pari, prendendo anche accordi per fornirgli successivamente informazioni su dove avrebbero trovato questo preziosissimo bambino. Ma anche gli stessi doni che portano sono segno di personaggi sociologicamente altolocati e per ciò stesso consapevoli del loro status.

Eppure, illuminati nella loro ricerca, trovato Gesù si prostrano e lo adorano, un atteggiamento questo non consono a persone di rango superiore.

Che cosa significa questo? Che significato diamo a questo episodio noi, donne e uomini credenti di oggi?

Direi che a questo punto dobbiamo vedere il collegamento con le altre due letture: l’episodio in cui Gesù si fa riconoscere da Natanaele, un uomo buono, un “vero israelita in cui non c’è frode” il quale, tuttavia, è scettico e fatica a credere a quanto gli dice Filippo, perché … “Può forse venire qualcosa di buono da Nazareth?”. Natanaele è quindi sì un buon uomo, ma è anche colui che vive delle precomprensioni culturali della sua terra e su queste magari fonda il suo scetticismo.  Ma è proprio questo scetticismo che viene vinto da Gesù il quale si manifesta stupendolo (“ti ho visto sotto il fico”), ma dopo essersi manifestato e riconosciuto come il Messia, promette che si vedranno ancora cose più strabilianti (“il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”).

Ecco il collegamento fra questi due passi: Dio si è fatto uomo PER TUTTI, per i sapienti e per i non sapienti, per i nobili e per i pastori, per i credenti e gli increduli, per i dotti e per i semplici, perché tutta la sapienza e la conoscenza dell’uomo viene ridotta a nulla al cospetto di Dio, se questa sapienza e conoscenza serve all’uomo per vantarsi, per perdere l’umiltà che deriva dalla vocazione, dalla chiamata ricevuta.

L’epifania del Signore ha quindi un grande valore, perché Egli si manifesta a tutti, al popolo di Israele come a coloro che vengono da Oriente, ai re come ai pastori, ai fedeli come agli increduli, ai ricchi come ai poveri.

È pur vero che troviamo scritto anche che “è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel Regno di Dio”, ma questa affermazione riguarda il ricco che non vuol condividere e non è certo un invito alla mistica della miseria o alla colpevolizzazione del benessere in sé.

Possiamo quindi dire che questa epifania ai magi, così come a Natanaele, sottolinea il fatto che Gesù è venuto per tutti, che la sua salvezza è per tutti i popoli, per tutti gli uomini e le donne che possano accoglierlo come il loro salvatore. Non c’è distinzione di razza o lingua, di cultura e abitudine sociale; l’amore di Dio è per tutti, la sua salvezza è offerta in abbondanza e gratuitamente e il cuore di chiunque cerchi autenticamente la verità può incontrare il Signore, credere in Lui e trovare il senso pieno della propria vita.

E se siamo consapevoli di questo, capiremo bene il valore della differenza fra umiltà e modestia, perché anche coloro che hanno avuto la fortuna e l’opportunità di studiare di più, oppure coloro che hanno avuto il dono di nascere e crescere in famiglie di status sociale più elevato, sono destinatari del messaggio e, se accolto nel loro cuore, non possono far altro che considerare tutti gli uomini uguali in dignità e destinatari della condivisione dei doni (materiali e immateriali) che ciascuno ha ricevuto.

Quindi tutti debbono certamente essere umili, pur magari nella consapevolezza del loro valore e quindi senza coltivare false modestie, perché ciascuno è chiamato alla salvezza e al servizio agli altri, certo in ruoli diversi, ma sicuramente non di importanza differente agli occhi di Dio.

AMEN

Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2018-01-07 18:20:522020-11-10 08:28:34Sermone: EPIFANIA, CIOÈ MANIFESTAZIONE

Sermone: IL RINNOVO DEL PATTO

31 Dicembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Carissimi,

Il culto di oggi ha come argomento il rinnovo del patto, quell’alleanza che Dio ha contratto con l’uomo, quella promessa che ci è stata confermata più volte dai profeti.

Tradizionalmente, nelle nostre chiese si festeggia il rinnovo del patto con l’inizio dell’anno nuovo, ma da qualche tempo nella nostra comunità viene ricordato nella domenica più vicina al primo gennaio.

Oltre alla lettura di Genesi 9:8-17 che abbiamo appena sentito, leggiamo il passo sul quale oggi rifletteremo, tratto dall’evangelo di Giovanni al capitolo 14:1-6.

«Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; e del luogo dove io vado, sapete anche la via».

Tommaso gli disse: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo sapere la via?»

Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.»

Nella prima lettura, quella di Genesi, abbiamo visto la costituzione del patto, dell’alleanza fra Dio e l’uomo. Dopo una terribile catastrofe (il diluvio), riferita come una punizione per la grande ira di Dio a causa dell’infedeltà dell’uomo, il Signore si ricrede, torna sui suoi passi, comprende bene che l’uomo è una sua creatura, una creatura che Egli ha lasciato libera di agire come crede, libera perfino di ribellarsi alla Sua legge e, con una descrizione favolistica e poetica, ristabilisce il rapporto con un segno: l’arcobaleno.

Pace fatta? Sì, temporaneamente, perché l’uomo non riesce a coltivare un cuore puro, non riesce a vivere in pace nella fedeltà al Signore, nemmeno quando il Signore lo soccorre e viene in suo aiuto per farlo uscire dal paese d’Egitto. In Esodo ci viene detto che l’uomo è di memoria labile e facilmente si converte ad altri idoli. E il Signore si fa sentire attraverso Mosè, dando semplici regole, i comandamenti.

Ma l’uomo continua pervicacemente a vivere la propria vita, infischiandosene ampiamente del condursi nella vita in correttezza, rettitudine e fratellanza.

Certo, magari riconosce a parole l’autorità di Dio e la sua benevolenza, ma rimane ancorato a comportamenti egoistici, prevaricatori, ingiusti e talvolta sceglie altri idoli.

Nello svolgersi delle scritture dell’Antico Testamento noi vediamo che questo schema si ripete, nonostante le esortazioni e le raccomandazioni dei profeti.

Ma l’uomo è fatto così, nella sua stessa indole c’è sempre presente la tendenza alla trasgressione, al peccato, all’oltraggio al Signore, il quale alternativamente si arrabbia furiosamente con la sua creatura e poi torna a perdonarlo, perché Egli sa bene che solo un Suo riavvicinamento con l’uomo può portare quest’ultimo alla salvezza, alla redenzione.

Un riavvicinamento che, nel Nuovo Testamento, ci viene presentato come il dono più grande che il Signore fa all’uomo, nel tentativo che il cuore umano finalmente si converta: la venuta di Gesù, Figlio di Dio, in terra. La venuta in terra non su un carro infuocato, ma con la semplice nascita di uomo fra gli uomini, perché il genere umano è fatto da esseri stolti e limitati, che hanno bisogno di sentirsi dire e ripetere quale sia la volontà del Signore.

E quando l’uomo, il credente, si rende conto della propria infedeltà, del susseguirsi dei propri insuccessi nel seguire le vie del Signore cosa succede?

Può accadere una cosa assai negativa: interiorizza il proprio senso di inadeguatezza, coltivando sensi di colpa e insoddisfazione costante, fino ad arrivare alla mancata accettazione di se stesso.

Ma può accadere anche che, per autodifesa, si neghi la presenza di Dio nella propria vita, passando a gestire l’esistenza come se Lui non ci fosse, come se il messaggio che magari abbiamo un tempo ricevuto sia stato dimenticato o nascosto al nostro pensiero, dando così la preferenza ad una vita più utilitaristica e meno solidale, oppure addirittura negando Iddio, risolvendo tutto ad una dimensione puramente orizzontale e non prendendo in considerazione che questo scampolo di anni di vita terrena può non essere il tutto della nostra stessa esistenza.

Ecco allora che, da fedeli, possiamo comprendere quanto sia stato grande l’amore di Dio per l’uomo che viene ad essere il destinatario di un grandissimo dono: il perdono. Quel perdono gratuito che ci dà la possibilità di rasserenarci, di cominciare da capo, di sentirci amati nonostante il nostro essere infedeli e peccatori. Quel perdono segno di grande amore per ciò che siamo, di infinita accettazione del nostro essere.

Proprio così, Dio ci conosce e ci ama e ci accetta per come siamo. E su questo dovremmo forse fare una riflessione: perché spesso noi non ci accettiamo? Forse perché siamo più concentrati ad osservare la differenza fra ciò che siamo e ciò che avremmo voluto essere? Ma quello che avremmo voluto essere non è forse un modello, direi quasi un fantasma, che ci siamo costruiti nella giovinezza, ma che in realtà non ci appartiene? Impariamo dunque ad accettarci! Certo dobbiamo rimanere vigili per limitare i nostri comportamenti negativi, ma dobbiamo anche riconoscere ciò che di buono c’è in noi, in ciascuno di noi e forse così eviteremo di proiettare sul prossimo le nostre insoddisfazioni e impareremo a coltivare la pazienza e la tolleranza.

Dio rinnova costantemente il suo patto con noi. E lo fa non certo togliendoci le nostre responsabilità, né tantomeno limitando la nostra libertà, ma lo fa concedendoci la grazia di essere suoi figli, accogliendoci così come siamo, proprio come il padre misericordioso accoglie e fa festa per il figliol prodigo.

E se questo non bastasse, ci viene data anche rassicurazione, come abbiamo letto nelle parole di Gesù: “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”.

Con queste parole Gesù ci invita a dissipare il nostro turbamento, a guardarci dentro e, ripeto, provare ad accettare noi stessi, così come il Signore ci accetta per ciò che siamo, sollecitandoci magari ad una conversione, ad ammorbidire il nostro cuore di pietra perché da Lui viene la forza per tornare ad un cuore di carne.

Gesù è l’incarnazione del rinnovato patto, della rinnovata alleanza fra Dio e l’uomo e, nonostante l’uomo, è colui che dice anche “Quando vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi”.

Non solo, ma anche la risposta all’insipienza di Tommaso è come se fosse dedicata a noi. Tommaso, proprio come noi, non ha ben capito la portata della figura di Gesù. Tommaso non ha capito, noi non abbiamo capito, oppure spesso la nostra mente e il nostro cuore sono altalenanti fra comprensione e incredulità, fra accettazione e rifiuto di Dio nella nostra vita.

La risposta di Gesù è chiara: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

È chiara questa risposta? Direi di sì.

Ci crediamo a questa risposta? Come credenti dovremmo crederci e non dovremmo nutrire dubbio alcuno. Se invece non ci crediamo, nell’assoluta libertà che abbiamo, dovremmo essere intellettualmente onesti e non definirci cristiani.

Ma c’è anche un altro aspetto, un’idea costante che mi ha assillato nella riflessione durante la preparazione di questo culto per il rinnovo del patto.

Qual è la valenza particolare della conferma dell’alleanza fra Dio e l’uomo manifestata e proclamata da Gesù Cristo. In effetti nell’Antico Testamento più volte il Signore ha rinnovato il suo patto, più volte ha dovuto Lui riavvicinarsi all’uomo (es. Giosuè, Geremia).

Credo sia una lettura corretta e ve la propongo in tutta umiltà: con la venuta di Gesù, col grande dono del perdono gratuito, Dio guarisce il nostro cuore di pietra e ci dà la possibilità di interpretare la legge dell’amore e della fratellanza non come una norma esteriore, esterna all’essere umano, talvolta forse oppressiva. Con il perdono gratuito Dio ci vuol dire che la legge dell’amore è anni luce distante dai semplici comandamenti di Mosè, perché la legge dell’amore, dell’accettazione, del perdono, non è scritta su tavole di pietra, ma è incisa nel cuore di carne, nel nostro cuore, quel cuore che la fede fa cambiare.

Ecco allora, sorelle e fratelli, che ancora una volta possiamo solo innalzare al Signore la nostra preghiera di lode e ringraziamento perché il rinnovo del patto, la conferma dell’alleanza è per tutti noi, collettivamente e individualmente.

Con questo spirito quindi, possiamo augurarci fraternamente buon anno nuovo nel Signore.

AMEN

Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-12-31 18:28:552020-11-10 08:29:06Sermone: IL RINNOVO DEL PATTO

Sermone: IL DONO DI NATALE

26 Dicembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Questo è un periodo particolare dell’anno. Le nostre città, i negozi, le nostre stesse abitazioni sono addobbate per l’evento, il più delle volte in una strana commistione fra il sacro e il profano. L’aria delle feste si sparge sulla nostra distratta e materialistica civiltà, facendo magari in modo che il Natale diventi una festa anche per coloro che non sono credenti.

Una consuetudine ormai radicata è quella di scambiarsi doni (almeno per chi ne ha le possibilità) e magari siamo portati a interpretare i doni solo come “cose” da regalare e non ci fermiamo a riflettere sul fatto che il dono può essere anche il nostro tempo condiviso per stare insieme, fossilizzati come siamo nel fare anziché nell’essere.

Io ritengo di essere una persona fortunata perché ho avuto l’abitudine fin da giovane a considerare un grande dono la vicinanza di persone che amo e dalle quali mi sento riamata. E questo è accaduto anche in questo Natale, il cui preludio è stato veder realizzato un grande desiderio: passare ore insieme con una persona che ha condiviso con me l’ascolto di musica, le chiacchiere, la condivisione dei pasti, l’allegria così come la tristezza. Molto, molto più di un regalo materiale.

E proprio riflettendo sul significato del “dono” assume una particolare valenza il passo della prima Epistola di Giovanni, un passo per me pregno di gioia e speranza, un passo nel quale veniamo sollecitati a riflettere sul grande dono che ci è stato fatto con la nascita del Bambinello a Betlemme.

Leggo da 1 Giovanni 3:1-6

Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.

Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand’egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è. E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com’egli è puro.

Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge. Ma voi sapete che egli è stato manifestato per togliere i peccati; e in lui non c’è peccato.

Chiunque rimane in lui non persiste nel peccare; chiunque persiste nel peccare non l’ha visto, né conosciuto.

Ho detto che in questi versetti traspare la gioia e in tal senso cerco di spiegarmi.

Questa lettera è attribuita da molti all’autore del quarto vangelo, altri invece ritengono che non lo sia. Tuttavia per la nostra riflessione questa disputa non riveste particolare importanza perché oggi è meglio concentrare la nostra attenzione sul significato dei versetti che abbiamo letto.

L’epistola non inizia con una dedica di apertura in cui siano indicati i destinatari, però alcuni studiosi ritengono che Giovanni volesse scrivere alle chiese dell’Asia minore, nelle quali era ben conosciuta la radice ebraica derivante dall’Antico Testamento.

In questo senso quindi possiamo leggere il versetto 5, nel quale Giovanni dice che “chi commette peccato trasgredisce la legge”, perché così era interpretato il peccato: fare qualcosa che va contro la legge, contro le regole imposte.

Ma Giovanni ci parla anche di amore, di un amore immenso che noi cristiani sappiamo essersi manifestato con la venuta di Gesù sulla terra. Un amore che ci dà la speranza, anzi la certezza del perdono per il peccato, perché noi sappiamo bene che anche la persona più retta e più proba vive comunque in una situazione di peccato e necessita quindi del perdono.

Nonostante nella cultura cattolica dominante il peccato sia spesso letto come il “fare qualcosa che non va bene”, se ci soffermiamo a riflettere comprenderemo bene che il peccato è qualcosa che va bene al di là delle nostre azioni. Il peccato non è solo non ledere gli altri, non rubare, non uccidere, non maltrattare. E tantomeno il peccato non è certo commettere “atti impuri”, magari assimilandoli a comportamenti sessuali che risentono per lo più dalla civiltà in cui siamo inseriti.

Spesso le azioni che consideriamo “peccato” risentono più dei nostri sensi di colpa e poco hanno a che fare con azioni realmente peccaminose.

Il peccato è altro. È la situazione nella quale costantemente viviamo perché il nostro condurci nella vita in realtà non è fraterno, non è amorevole nei confronti degli altri, non è realmente solidale, non ci fa uscire dal nostro guscio per condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo, quasi che tutto ciò che ci viene messo a disposizione in termini materiali e non materiali sia una nostra proprietà, della quale possiamo disporre totalmente, lasciando agli altri le briciole.

Così inteso il peccato è qualcosa di più grande, più coinvolgente, sempre presente nel nostro agire e nel nostro essere, perché in realtà siamo … esseri piccoli e meschini, che non riescono a vedere più in là del loro naso e che hanno bisogno di norme e leggi per definire il buon condursi nella vita o la trasgressione. Direi una visione decisamente veterotestamentaria.

Ma oggi è Natale. Ricordiamo la nascita di Gesù, quindi dobbiamo chiederci quale sia la relazione fra quanto abbiamo fin qui detto e questa grande festa della cristianità.

Giovanni ci dice che il Padre ci ha manifestato un grande Amore, un Amore con la A maiuscola. Il Padre ci ha fatto un grandissimo dono “dandoci di essere chiamati figli di Dio”. E questo dono ci è stato fatto proprio con Gesù, uomo fra gli uomini, Dio incarnato per solo e puro amore di un Signore che continua ad amarci nonostante le nostre infedeltà e che, lungi dall’essere solo il Dio degli eserciti, ci concede il perdono attraverso suo figlio, Dio egli stesso, ma non un altro Dio, bensì una diversa manifestazione dell’Eterno.

Ecco allora che la venuta di Gesù è una rottura completa con il passato. La venuta di Gesù produce una “anastrofe” una completa inversione di termini, una anteposizione rispetto a ciò che prima era, ma senza cancellare ciò che prima esisteva. Non è quindi una “catastrofe” che azzera il passato, ma una nuova visione del mondo e della vita basata sul perdono e sulla grazia gratuitamente elargita.

Ecco dove sta la gioia che deve inondare i nostri cuori.

Quel bambino di Betlemme nasce ancor oggi per ciascuno di noi, viene per farsi conoscere da noi, viene per donarci la consapevolezza che siamo figli di Dio, che siamo destinatari di un amore puro e infinito, che siamo coloro che riconoscono nel Signore l’unica vera fonte di grazia, quella grazia che ci riscatta dal peccato, dalla situazione di infedeltà che costantemente ci attanaglia.

Quindi, sorelle e fratelli, gioiamo oggi nel ricordo di un grande evento che ha cambiato i tempi. Gioiamo nel profondo dei nostri cuori perché Qualcuno ha già provveduto alla nostra salvezza.

Tuttavia, consapevoli di questo grandissimo dono, certo non materiale, realizziamo nella nostra vita un pezzetto di quella anastrofe, cambiando talvolta il nostro modo di essere e di porci nei confronti degli altri, non relegando i nostri pensieri solo nelle nostre esperienze passate, nei comportamenti legati alla nostra storia personale, a quella limitata vita finora vissuta.

Concentriamoci invece sul fatto che tutti noi, ciascuno col proprio nome (tu Francesco, tu Valdo, tu Mary, tu Sophia, tu Federico …), siamo in cuore a Dio che fa piovere sul nostro capo il perdono grazie alla presenza sul mondo di Gesù, un bimbo nato povero fra i poveri per la salvezza del mondo.

Con questo spirito gioioso, sapendo che come canteremo nel prossimo inno “una nuova alba sorge”, auguriamoci vicendevolmente “Buon Natale”.

AMEN

Liviana Maggiore

 

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-12-26 09:23:202020-11-10 08:28:58Sermone: IL DONO DI NATALE

Sermone: NON SI COSTRUISCE SENZA PRIMA AVER ABBATTUTO

12 Dicembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Geremia 1,4-10

4 La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: 5 «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni». 6 Io risposi: «Ahimè, Signore, DIO, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». 7 Ma il SIGNORE mi disse: «Non dire: “Sono un ragazzo”, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. 8 Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il SIGNORE. 9 Poi il SIGNORE stese la mano e mi toccò la bocca; e il SIGNORE mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. 10 Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare».

In questa seconda domenica d’avvento ci arriva dai testi che abbiamo letto, una richiesta importante: metterci in ascolto obbediente, perché siamo conosciuti dal Signore, siamo conosciuti sin dal grembo materno, ed Egli ha un incarico da affidarci, un compito, ci indica una strada da seguire e forse si tratta di un percorso molto facile, oppure molto impegnativo o addirittura pericoloso, come quello che è toccato a Geremia, ma non dobbiamo temere. Anche se ci sentiamo troppo minuscoli per affrontare il nostro compito, il Signore è con noi e non ci abbandona.

Cerchiamo dunque di capire quale rapporto possa esserci tra la nostra storia personale, di uomini e donne del XXI secolo, e quella di Geremia, un profeta antico, la cui vicenda può sembrarci epica, qualcosa che oggi non ha più nulla da dirci, se non in termini molto simbolici. Così come presto, tra un paio di settimane, saremo chiamati a metterci in discussione di fronte alla storia di un piccolo bambino nato in una grotta, o in una stalla, alla periferia di Betlemme.

Tutti i profeti hanno vissuto in situazioni difficili, ma Geremia ha dovuto svolgere il suo ministero profetico in un periodo storico particolarmente drammatico. Il regno settentrionale d’Israele non esisteva già più da parecchio e la sua capitale, Samaria, era occupata dagli Assiri. Ma anche il regno del Sud aveva perso la sua autonomia diventando stato vassallo dell’Assiria. Gli assiri erano stati presto sostituiti dai babilonesi, guidati dal famoso Nabucodonosor che era entrato in Gerusalemme e aveva operato una prima deportazione. Nonostante i ripetuti inviti di Geremia, che aveva iniziato il suo ministero poco prima, Gerusalemme si era ribellata ai babilonesi. Nabucodonosor era quindi tornato e dopo un lungo assedio era entrato a Gerusalemme e l’aveva distrutta. Gli israeliti vennero deportati in massa in Babilonia. Gerusalemme e il tempio furono distrutti, la terra promessa occupata e martoriata, nulla sembrava più essere come avrebbe dovuto. Già prima della disfatta il popolo aveva cominciato ad allontanarsi dalla propria fede e si era lasciato contaminare da altri culti più facili. Sì, più facili, perché si trattava di culti che promettevano ricchezza, bellezza, fertilità… Culti che in cambio della devozione sembravano dare agli uomini e alle donne quello che maggiormente essi desiderano: la facile felicità. Chi di noi non la vorrebbe? Chi di noi in fondo non sarebbe disposto a rinunciare alla propria spiritualità, alla propria fede, se gli venisse promessa la felicità? Il raggiungimento dei propri sogni? Non facciamo un pochino anche noi la stessa cosa? Non abdichiamo alla nostra fede mille volte anche noi? o forse solo cento, o dieci o solo qualche volta per opportunismo, per quieto vivere, per il cosiddetto buonsenso? O anche, semplicemente, perché in fondo abbiamo perso il senso stesso di ciò che è bene e ciò che è male?

E poi, guardiamoci intorno: non pensiamo spesso che a viste umane non c’è più nulla da sperare? Che nel mondo tutto è sotto il segno del peccato, tutto è perduto e quindi a che vale che solo noi resistiamo? Non è più facile farsi portare dalla corrente? E non succede quindi anche a noi di abbandonarci agli idoli? Di chiedere aiuto agli idoli che ci circondano? In questo contesto Geremia è chiamato ad andare per annunciare che tutto ciò va sradicato. Anzi che va sradicato, demolito, abbattuto e distrutto. Non si tratta di sinonimi, ma di verbi che ci restituiscono il senso del tremendo potere che Dio dà a Geremia perché conduca a termine la sua missione.

Geremia sapeva, perché lo sentiva dentro di sé, ne aveva la consapevolezza, di essere predestinato al difficile compito di essere profeta, e profeta di sventura, oltretutto! Sentiva che era nato per questo, ma sentiva anche che gli mancava la forza e forse il coraggio per esserlo. Non capita lo stesso anche a noi? Quante volte succede che ci tiriamo indietro, che non sappiamo percorrere fino in fondo la strada che pur intuiamo essere la nostra? Quante volte la visione delle difficoltà ci blocca, ci paralizza e ci impedisce di andare avanti? Quante volte ci siamo accontentati di fermarci al primo bivio? Ci siamo detti che era sufficiente questo? Geremia si sente troppo giovane, noi forse ci sentiamo troppo vecchi, ma a noi come a lui sembra mancare la forza sufficiente per fare quello a cui eravamo destinati fin dal grembo delle nostre madri. Predicare, lavorare per la nostra comunità, ma anche essere adeguati a quello che il nostro ruolo comporta in famiglia, nei luoghi di lavoro, nella società, ma soprattutto essere e rimanere consapevoli sempre che siamo figli di Dio e che i nostri vicini, amici e conoscenti, avranno o non avranno il dono della fede anche a causa nostra, a causa della nostra testimonianza.

E a questo proposito vorrei che rifletteste un momento su cosa significhi profezia, perché non credo che dobbiamo pensare che sia qualcosa che non ci riguarda, un’attività del passato, anzi da credenti del passato, perché al contrario la profezia è qualcosa che riguarda, o può riguardare, ognuno e ognuna di noi. Cosa significa, cosa può significare oggi, in un’epoca in cui tutto sembra molto prosaico e materiale, dove la tecnologia domina le nostre esistenze, parlare del dono profetico? Al giorno d’oggi sembra ci siano parecchi guaritori, indovini, mistici dediti all’esoterismo, e ne troviamo all’interno delle chiese cristiane, ma anche nelle sinagoghe, nelle moschee, nei templi laici e atei della modernità. Ma a tutti questi personaggi mancano due caratteristiche che accomunano i profeti dell’Antico Testamento: la prima è il parlare con un’autorevolezza che non proviene da loro stessi, che li trascende. Il profeta non annuncia se stesso, non mette in mostra i propri doni, ma è sempre e solo colui che comunica la volontà di Dio, che è mandato da Dio ed operante solo grazie alla potenza di Dio. L’altra caratteristica è che il profeta è colui che è inviato per chiamare uomini e donne a convertirsi, cioè a tornare alla loro vocazione più profonda. Non è un mestiere facile, perché il profeta arriva là dove ci si è allontanati e questo provoca sempre delle reazioni di rifiuto, quando non aggressive. Il profeta biblico non è tanto colui che predice il futuro, ma colui che ti aiuta a discernere la volontà di Dio, ma anche, laicamente, a discernere il bene, a costo di mettere in pericolo la propria stessa vita.

Infine vorrei sottolineare stamattina che Geremia è inviato “per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare». Ci vuole un bel coraggio! Anche per costruire e piantare, se chi ci sta attorno non è d’accordo, figuriamoci per sradicare, demolire, abbattere e distruggere!

Pensiamo per un attimo a cosa c’è dentro di noi che potremmo sradicare per diventare persone migliori. Non necessariamente persone con una fede in Dio, o una fede maggiore, o più coerente, ma semplicemente persone migliori. Ognuno e ognuna di noi potrebbe pensare, adesso, a un aspetto di sé che andrebbe sradicato: la presunzione? la vigliaccheria? la falsità? l’ipocrisia? Pensiamoci per un attimo. E dopo che avremo visto questa parte, piccola o grande, di noi, dopo che l’avremo identificata, potremo cercare di demolirla. Pensiamo allora a una azione che potremmo fare per demolire questa parte di noi che si nutre del nostro sangue, della nostra stessa vita, ma che andrebbe sradicata. E ora pensiamo a cosa potremmo fare per distruggere questa parte, in modo che non rientri in noi, in modo che non torni ed abbia nuovamente il sopravvento. Solo dopo aver fatto questo, cioè sradicato, demolito, abbattuto e distrutto quello che dentro di noi ci allontana dalla nostra vocazione, sarà arrivato il momento per costruire e per piantare. Sì perché spesso non c’è più posto dentro di noi, spesso siamo talmente pieni di noi stessi e di quella che crediamo la nostra ricchezza, ma che spesso è invece la nostra povertà, che nulla può più essere piantato e costruito. Quando ci rinchiudiamo nella gabbia di una vita, nella quale idolatriamo il denaro, o il potere, o i nostri doveri o, perfino, dove idolatriamo la nostra bontà, la nostra capacità di essere presenti nel modo e nel tempo giusto, in questo tipo di vita non c’è spazio per altro, non c’è spazio per Dio.

Ecco dunque un compito per queste giornate in cui ci prepariamo a ricordare l’avvento di Gesù: possiamo cercare cosa ci allontana dalla nostra vocazione e provare a demolirlo per fare spazio al Signore che arriva. La buona novella di stamattina è che nel fare questo lavoro, lungo, difficile, doloroso, talvolta perfino pericoloso dal punto di vista relazionale e sociale, non dobbiamo temere perché non siamo soli, il Signore infatti dice a Geremia e a tutti noi: “Non temere, perché io sono con te per liberarti»

Amen!

Erica Sfredda

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-12-12 09:36:152020-11-10 08:28:43Sermone: NON SI COSTRUISCE SENZA PRIMA AVER ABBATTUTO

Sermone: CANTICO DI ZACCARIA – 1^ DOMENICA D’AVVENTO

3 Dicembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Luca 1,68-79

Preparando il culto per questa prima domenica di Avvento il mio pensiero è andato prepotentemente ad un amico molto caro che avevo. Era uno stimatissimo primario di neuropsichiatria nella capitale, esponente politico e uomo di grande cultura. Nonostante tutto ciò era anche uomo che sapeva relazionarsi con estrema semplicità con chiunque, infatti ancor oggi so per certo che molte persone, di qualsiasi levatura, come me piangono la sua repentina e prematura morte.

Con lui ho passato ore al telefono, nel cuore della notte quando finalmente si fa silenzio. Parlavamo di tutto con “Nik il sognatore” (così lo chiamavo e gli piaceva il nomignolo che gli avevo appioppato), e molto spesso il nostro confronto verteva sul fatto che lui era agnostico ed io credente. Gli piaceva stuzzicarmi chiedendomi come mai una persona come me, con i piedi piantati per terra, possa credere in ciò che non vede.

Proprio con lui ho parlato a lungo l’anno scorso sul significato dell’Avvento, spiegandogli il significato delle quattro candele della corona, della quale oggi abbiamo acceso il primo cero, quello detto anche “del profeta” (gli altri simboleggiano “Betlemme”, “i Pastori”, “gli Angeli”).

Ebbene, oggi la nostra candela ci ricorda i profeti, coloro che parlavano alle genti e parlavano predicendo eventi futuri ispirati da un’entità superiore.

Non erano certo singolari nel mondo antico coloro che venivano interpellati per cercare di conoscere il futuro e questo non solo nella storia del popolo ebraico.

Ma noi siamo “il popolo del Libro”, siamo coloro che, forti della conoscenza degli eventi successivi, riconoscono negli scritti profetici l’annuncio della venuta del nostro Signore, di Colui che ha riscattato l’umanità, Colui che ha confermato la sua immensa misericordia nonostante le infedeltà umane, Colui che ci ha riscattati dal peccato donandoci gratuitamente il perdono.

Nei nostri studi e nelle nostre letture abbiamo certo frequentato i libri profetici dell’antico testamento, ma allora perché oggi, parlando di profeti ho scelto il passo di Luca 1,68-79 chiamato il “Cantico di Zaccaria” in cui leggiamo:

«Benedetto sia il Signore, il Dio d’Israele, perché ha visitato e riscattato il suo popolo, e ci ha suscitato un potente Salvatore nella casa di Davide suo servo, come aveva promesso da tempo per bocca dei suoi profeti; uno che ci salverà dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano. Egli usa così misericordia verso i nostri padri e si ricorda del suo santo patto,del giuramento che fece ad Abraamo nostro padre, di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita. E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai davanti al Signore per preparare le sue vie, per dare al suo popolo conoscenza della salvezzamediante il perdono dei loro peccati, grazie ai sentimenti di misericordia del nostro Dio; per i quali l’Aurora dall’alto ci visiterà per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace».

Questo Zaccaria non è certo lo stesso che compare come profeta nell’Antico Testamento, ma è il padre di Giovanni il Battista.

Luca ci dice che Maria ha ricevuto l’annuncio dell’angelo, il quale, tra l’altro, le ha anche detto che Elisabetta, sua parente, è rimasta incinta nonostante l’età avanzata. Maria si reca a casa di Elisabetta e Zaccaria e nel salutarla ci viene detto che Elisabetta, riempita di Spirito Santo, riconosce in lei colei che metterà al mondo il suo Signore.

Il passo che abbiamo letto, il cantico di Zaccaria, viene declamato dopo la nascita di Giovanni, quando il bambino viene circonciso.

Luca dice che “Zaccaria … fu pieno di Spirito Santo e profetizzò” dicendo le parole che abbiamo letto. Ma allora, forse che le sue parole si riferivano al figlio Giovanni? Non credo, perché già Elisabetta (piena di Spirito Santo) aveva salutato Maria come abbiamo detto e, dopo Zaccaria, anche il figlio Giovanni profetizzava sulla venuta di uno a cui lui non sarebbe stato degno nemmeno di legare i calzari.

Ecco allora che anche questo Zaccaria è profeta, cioè, ispirato da Dio, annuncia la realizzazione della promessa antica sulla venuta di un potente Salvatore, segno della grande misericordia del Signore che non si dimentica del suo santo patto e che è venuto per preparare le vie dell’Eterno e per annunciare al popolo la salvezza mediante il perdono dei peccati.

È vero, tutto ciò potrebbe essere una bella favola. Certamente questo scritto è frutto di tradizioni orali e di interpretazioni. È vero che gli scritti profetici (compreso il passo che stiamo commentando) non ci danno la prova dell’esistenza di Dio, perché NON C’È ALCUNA PROVA DELL’ESISTENZA DI DIO.

In questo il mio amico “Nik il sognatore”, da uomo di scienza, aveva perfettamente ragione, ma noi sappiamo che di fede si tratta e non di scienza.

Le nostre storie personali, il nostro scoprire la presenza di Dio nella nostra vita, il nostro credere che Gesù è il figlio di Dio, venuto in fattezze umane sulla terra per riscattarci dal peccato, hanno origine molto diverse.

Il nostro percepire la presenza del Signore nella nostra vita personale non ci deriva certo da un contatto telefonico dell’Altissimo, né tantomeno dal riconoscere la Sua presenza in un roveto ardente nel deserto. Ciascuno di noi, ciascuno dei credenti, ha una storia individuale che l’ha portato a credere senza vedere, senza avere alcuna prova tangibile. Tutto vero, ma è vero anche che, almeno alcuni, hanno sentito e continuano a sentire la presenza di Dio nella propria vita e vivono nell’attesa che i tempi si compiano e che si realizzi quanto oggi si crede per fede, una smisurata fiducia che ci fa elevare il cuore al cielo, senza accontentarci della sola dimensione razionale e orizzontale.

Una volta il mio amico mi ha chiesto: “E se poi un giorno ti accorgerai che era tutta una sovrastruttura culturale e non trovi nessuno che ti accolga in quello che chiami il Regno?”

La mia risposta è stata così repentina da stupire anche me stessa: “Nik, io non ci perdo nulla se non troverò niente, tanto, se così fosse, io non ci sarò perché tutto finirebbe con la morte. Ma se invece fosse vero? Se invece fossi tu quello che si sbaglia e trova la realizzazione di quella che io chiamo la Promessa?”

Sto facendo questo discorso in una chiesa, quindi, almeno in linea teorica, sto parlando con dei credenti, ma credo che sia utile lo stesso, perché spesso nella tradizione di proclamarsi credenti molti di noi non si chiedono se la presenza di Dio nella propria vita è veramente percepita. Molto spesso la nostra fede non viene sufficientemente analizzata e ravvivata ed è così che rischiamo di relegare il nostro sentire, il nostro credere in una dimensione tiepida, dove privilegiamo il fare, per buono che sia, dove la fede viene vissuta in maniera intimistica per timore di essere magari derisi, dove la preghiera non trova spazio, dove scarseggia la fiducia che Qualcuno ha già disegni per noi, anche se il più delle volte non li comprendiamo.

Accade così che il nostro spirito giaccia di fatto nelle tenebre e non ce ne accorgiamo, non ci accorgiamo nemmeno di aver bisogno dell’Aurora che le venga a dissipare.

Io da questo pulpito non ho certo ricette da dare, se non quella di riflettere e tornare col pensiero ai momenti in cui abbiamo sentito la presenza di Dio nella nostra vita, ai momenti in cui, con sicurezza e fiducia ci siamo detti: “Dio c’è e io sono suo figlio, sua figlia”.

La nostra mente è quotidianamente travolta da cose da fare, da notizie che ci addolorano, come da eventi che ci danno gioia, da avvenimenti dei quali non comprendiamo la logica e la giustizia, ma non possiamo accettare che queste dimensioni orizzontali offuschino la grande luce che un giorno ci ha illuminati.

E per tornare alla figura del profeta, permettetemi di aggiungere che, con estremo rispetto per i profeti “canonici”, come possiamo considerare Zaccaria un profeta, siamo anche noi chiamati ad essere profeti nel nostro piccolo, affermando la nostra fede e proclamando il Regno che viene. Siamo anche noi chiamati ad essere luce nel mondo.

Ma non possiamo dare luce se non l’abbiamo, per cui ravviviamo questa luce con la preghiera e con la frequentazione assidua della Bibbia, senza mai dimenticarci che facciamo parte di una chiesa riformata, nella quale la diaconia riveste una parte importante nel realizzare la fratellanza, ma nella quale proclamiamo anche il sacerdozio universale, in forza del quale ciascuno è impegnato a proclamare l’evangelo, ciascuno può essere “profeta”.

Oggi inizia il periodo dell’Avvento, dell’attesa. Dovrebbe essere un periodo in cui aspettiamo il Natale non certo per le luci, la festa e i doni, ma un tempo in cui viene stimolato il ricordo dell’attesa di colui che i profeti biblici avevano annunciato. Dovrebbe essere un periodo in cui spiritualmente noi stessi ci incamminiamo verso Betlemme con umiltà per accogliere un bimbo nato per noi, per la nostra salvezza e per donarci il perdono nel nome del Padre.

E se così facendo scoprissimo che in realtà non siamo credenti, se scoprissimo che la nostra dimensione è puramente orizzontale e non proiettata verso Dio incarnato in Gesù Cristo e che ci ha dato il dono dello Spirito Santo, coerenza vuole che non ci definiamo cristiani, perché anche fra coloro che si definiscono agnostici ci sono persone di grande spessore morale ed etico.

AMEN

Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-12-03 19:39:232020-11-10 08:29:45Sermone: CANTICO DI ZACCARIA – 1^ DOMENICA D’AVVENTO

Sermone: QUANDO SARA’ L’ORA?

28 Novembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Il brano scelto per la predicazione di questa domenica è tratto dall’evangelo secondo Luca, al cap. 12. E’ un testo un po’ particolare, ad una prima lettura, forse anche perché utilizza termini e riferimenti sociali non più così evidenti nel nostro vissuto. Si parla di amministratori, di servi e di padroni, di percosse e di punizioni. Troppo, forse, per le nostre orecchie. Però è anche un brano chiaro nel suo intento, anche se sconcerta un po’.  Proviamo a porci in ascolto della Parola, chiedendo a Dio che ci aiuti a cogliere il messaggio di speranza che contiene, speranza di cui abbiamo tanto bisogno in questo mondo così quotidianamente piatto e senza prospettive di senso.

Leggo dal cap. 12 dell’evangelo di Luca, i versetti dal 39 al 48: “Gesù disse: Sappiate questo, che se il padrone di casa conoscesse a che ora verrà il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi siate pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate». Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi, o anche per tutti?» Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fedele e prudente che il padrone costituirà sui suoi domestici per dar loro a suo tempo la loro porzione di viveri? Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così. In verità vi dico che lo costituirà su tutti i suoi beni. Ma se quel servo dice in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”; e comincia a battere i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, il padrone di quel servo verrà nel giorno che non se lo aspetta e nell’ora che non sa, e lo punirà severamente, e gli assegnerà la sorte degli infedeli. Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; ma colui che non l’ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche. A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà”.

 

Il testo di fronte al quale ci troviamo oggi apre a prospettive a cui non siamo normalmente abituati. Luca lo situa verso la fine di un capitolo nel quale Gesù ha continuato a ripetere “Non abbiate paura”, esortando i suoi discepoli ad avere fiducia nella vicinanza e protezione del Padre, in ogni circostanza, e soprattutto nelle persecuzioni. Ora, alla fine della pericope, la minaccia di botte. E questo ci stupisce. Anche la similitudine iniziale con il ladro disorienta: qui non è sanzionato il comportamento da furfante del ladro, (fra l’altro nel paragone ad agire come un ladro è il Signore stesso), ma la condanna al contrario cade su chi si è lasciato sorprendere dal ladro e non era vigilante.

L’argomento che fa da filo conduttore di questo capitolo, e in cui si inserisce la parabola appena letta, è la venuta del Regno. E questo tema, quello della venuta del Regno, ha sempre due dimensioni: quella futura, legata alla speranza di essere pronti per qualcosa che avverrà nel futuro, che in qualche modo non ha a che fare con quello che noi possiamo fare adesso, ma che si fonda appunto nella speranza in colui che viene senza a volte neppure darci un preavviso; e nello stesso tempo in una dimensione presente e attualissima, come ci ricorda il testo appena letto, che ci invita con forza a riflettere su come il discepolo incaricato si è comportato nell’amministrare quelli di cui egli doveva aveva cura.

E’ la realtà ambivalente dell’uomo di fede, che vive questa realtà del “già e non ancora”, della realtà futura in cui speriamo e della realtà presente in cui fatichiamo a vedere la presenza del Signore. L’amministratore, infatti, decide di tradire la fiducia del suo padrone proprio perché lui oramai è lontano, non vede e non interviene, e proprio questa sua convinzione lo porterà, dice il testo, ad “essere posto fra gli infedeli”, cioè tra coloro che non hanno avuto fede nella sua presenza oggi e nel suo ritorno domani.

La fede, infatti, vive nell’oggi, noi siamo donne e uomini radicati nelle dinamiche, a volte così dolorose, del presente. Ma, ci dice Gesù, la fede non è solo per l’oggi; l’intento dell’insegnamento della Scrittura è quello di invitarci a vivere l’oggi per il domani, a cogliere i segni nascosti ma concreti del prossimo ritorno del Signore Gesù.  La logica del ritardo, del quotidiano sempre ugualmente monotono, ci pone in una condizione di rischio: il rischio di pensare che mai nulla cambia, che le logiche del mondo sono sempre le stesse, quelle che noi tutti conosciamo, fatte di “percosse date ai servi”, agli ultimi della Terra, di “mangiare, bere e ubriacarsi” da parte dei potenti, di pensare che il Signore non tornerà mai. L’evangelo di questa domenica intende invece essere una risposta di fede, di speranza e di servizio, contro la tentazione della “distruzione interiore”, come potrebbe essere tradotto dall’ebraico la “severa punizione” a cui va incontro l’amministratore al v. 46

Non è esattamente un problema di ordine etico, cioè di condotta morale. Si tratta invece dello statuto sostanziale del credente che viene posto in risalto: il cristiano è uno che “aspetta” il suo Signore che è, per definizione, “Colui che viene”, come dice l’ultimo versetto della Bibbia, al cap. 22 dell’Apocalisse: Colui che attesta queste cose, dice: «Sì, vengo presto!» Amen! Vieni, Signore Gesù!

La fede cristiana ha questa paradossale caratteristica: è una fede nell’“Assente”, nel “non-visibile”, eppure nel totalmente “Presente”, del tutto “visibile” sotto i “segni” della Parola e del prossimo che vive al nostro fianco.

Il messaggio centrale del nostro brano è una bella notizia, un evangelo. Gesù ci chiama infatti ad una beatitudine: “Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così”. Così come? Distribuendo a ciascuno, dice il testo, la sua porzione di cibo. Gesù ci chiama molto concretamente ad assumere le nostre responsabilità verso i nostri fratelli. Cosa vuol dire, in fondo, responsabilità? Nella Bibbia vuol dire principalmente “rispondere” (come infatti richiama l’etimologia della parola) alla chiamata di Dio, a Dio che ci cerca e ci costituisce suoi amministratori. Responsabile di che cosa? Si può rispondere in tanti modi a questa domanda; io ho risposto così: responsabile di Dio in mezzo agli uomini, e responsabile del nostro prossimo davanti a Dio. Cioè la responsabilità ha questa doppia valenza; responsabile di Dio, cioè testimone di Dio tra gli uomini, questa è la mia responsabilità, la responsabilità della testimonianza di Dio tra gli uomini, e di pari passo la responsabilità del prossimo davanti a Dio. Cioè nella Bibbia nessuno è solo responsabile di sé stesso, certo anche, ma non solo.  Ricordiamo tutti la famosa domanda di Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello Abele?” e ricordiamo la risposta: “Sono forse io il guardiano – sono forse io il responsabile di mio fratello?” Si – dice il testo – sono responsabile di mio fratello, devo rispondere del mio prossimo.

Amministrare in modo “saggio e fedele”, rispondere alla chiamata di Dio è quindi dare da mangiare a tutti a tempo debito, cercare la giusta condivisione di ciò che ci è affidato. Ed essere vigilanti, essere fedeli e prudenti, significa accorgersi del bisogno del fratello ora, condividendo i beni di cui tutti siamo destinatari. La vigilanza ci obbliga a guardare al futuro, ma soprattutto all’oggi. Aspettare il Signore significa prendersi cura di ciò che ci è stato donato e affidato. I fratelli, la Terra, la pace. Il non avere a cuore tutto questo ci stabilisce come usurpatori e non vigilanti.

L’amministratore che si disinteressa di quante e quanti gli sono stati affidati, è considerato da Dio, come dicevo, come qualcuno che non crede. Credere non è tanto un atteggiamento mentale, una confessione puramente verbale, è invece molto concreto. Non «chi non dice», ma «chi non fa» non crede. Non crede nella possibilità e nella realtà di un Regno di equità, che Dio verrà sì ad instaurare ma che, prima ancora, chiede a noi di preparare attraverso la pratica della giustizia e della solidarietà.

Perché è così importante aspettare il Signore, al punto che Gesù proclama “beati” coloro che lo aspettano? E perché al contrario è così grave non aspettarlo, al punto che Gesù riserva a chi non lo aspetta “la sorte degli infedeli”?

È importante aspettare il Signore che è presente perché così si rende testimonianza che egli non è in nostro possesso, che Dio è con noi, ma noi non possiamo requisirlo, ma soltanto invocarlo. E non possiamo comandarlo, non abbiamo potere su di lui,  ma solo aspettarlo. La nostra attesa di Dio corrisponde alla libertà di Dio verso di noi.

Per questo è difficile attenderlo, perché significa dipendere totalmente da lui e riconoscere che siamo a mani vuote e tese. Il teologo Paul Tillich una volta ha detto: “Penso che buona parte della rivolta contro il cristianesimo, è dovuta alla pretesa esplicita o sottintesa dei cristiani di possedere Dio, e perciò anche alla perdita di questo elemento dell’attesa, così decisivo per i profeti e gli apostoli”.

Infine: la parabola dell’amministratore fedele e prudente narrata da Gesù viene provocata dalla domanda di Pietro che chiede se le cose dette fino a quel momento da Gesù siano da riferirsi a loro, o valgano anche per tutti. Tramite l’intervento di Pietro, l’evangelista Luca sembra quindi voler cercare di precisare chi siano i destinatari dell’insegnamento di Gesù, e quindi chi debbano essere identificati come i responsabili della comunità. La primitiva comunità post-pasquale, ci dicono gli esegeti, visto il prolungarsi dell’attesa del ritorno di Gesù, cercava infatti nelle parole del Maestro una indicazione che desse i criteri per individuare i soggetti in grado di essere gli “amministratori” della stessa.

La risposta di Gesù è una non-risposta. Difatti a questo interrogativo Gesù risponde ponendo a sua volta una domanda. “Chi è dunque …?”. La sua domanda retorica poneva certamente Pietro e gli altri discepoli a cercare di capire se potessero essere come quell’amministratore fedele e prudente”.  Ma in realtà Gesù non parla di una persona o gruppo di persone particolari che rivestano una funzione speciale. Questo è chiaro dalle sue parole che seguono: “Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così”. Poteva essere uno qualsiasi degli schiavi. L’unico requisito per essere dichiarato beato era di rimanere fedele. Non esiste quindi uno schiavo particolare o una classe particolare che è fedele e uno schiavo o classe particolare che è infedele. Ciascuno, ogni discepolo-schiavo, ha possibilità delle due condizioni. “Chi è dunque . . . ?”.

Gesù utilizza quindi un quesito che gli viene posto, come accade spesso nella narrazione evangelica, per sottolineare il criterio ultimo a cui l’uomo deve fare riferimento; nel caso specifico, ciò che “fa la differenza” non sono determinate persone poste in ruoli particolari, ma i criteri di verità, che Gesù rivela, come la disposizione del cuore (la fedeltà e la vigilanza) e la concretezza dei comportamenti (il farsi carico di quanti, non avendo ricevuto altrettanto, ci sono stati affidati).

Mi sembra questa bellissima intuizione di Gesù uno dei tratti caratteristici che le varie Chiese Protestanti hanno cercato di realizzare, pur con mille limiti, Difatti nella nostra Chiesa non vi sono ruoli ministeriali sacri, nessuno è chiamato a ruoli di amministrazione per elezione divina, ma ogni membro della comunità – secondo il criterio del sacerdozio universale dei fedeli – è chiamato, con i propri doni e i propri limiti, ad essere responsabile della propria sorella e del proprio fratello di fede. Nelle nostre chiese tutti i credenti sono eguali fra loro e nessuno nella chiesa è chiamato «maestro», o «padre», o «guida», perché uno solo è il maestro (come dice l’evangelo di Matteo). Non abbiamo «sacerdoti», nel senso di un ministero speciale e riservato ad alcuni appositamente ordinati a tal fine, e che abbiano in qualche modo il monopolio del rapporto con Dio, la celebrazione dei sacramenti, il governo della chiesa. Ministro vuol dire etimologicamente «servitore», e questo perché Gesù «è colui che serve», «è venuto per servire». Vi sono doni e servizi suscitati dallo Spirito che danno vita, senza dubbio, a delle diversità anche nelle nostre Chiese, ma sono diversità che devono servire a porre in essere le più svariate azioni della comunità, senza creare in essa delle gerarchie di dignità o di potere.

La riforma, di cui ricordiamo i 500 anni, ci ha lasciato in eredità questa intuizione, ribaltando una posizione, una convinzione teologica e una prassi ecclesiale più che millenaria (e, detto per inciso, è quella dalla quale le altre due Chiese cristiane, la Cattolica e la Ortodossa, dipendono): cioè la fine della differenza di natura tra uno “stato ecclesiastico o clericale” proprio dei cristiani che hanno ricevuto l’ordinazione, e lo “stato laicale” proprio dei cristiani non ordinati, cioè dei cosiddetti “semplici laici”. Scrive Lutero nella “La libertà del cristiano”: “Tutti appartengono allo stato ecclesiastico, e tra di loro non c’è alcuna distinzione se non unicamente quella della funzione; siamo tutti cristiani dello stesso tipo”.

La ragione teologica per la quale tutti i cristiani appartengono allo stato ecclesiastico, cioè sono tutti sacerdoti, è il battesimo, che è lo stesso per tutti ed è una vera ordinazione sacerdotale. Il “semplice laico” diventa così il personaggio principale della Chiesa, corresponsabile con i ministri della Chiesa, della sua predicazione, del suo insegnamento, della sua gestione. In questo modo la Riforma ha dato un contributo di prim’ordine alla emancipazione del laicato cristiano, alla sua crescita, all’avvento del cristiano adulto, maggiorenne, libero nella sua coscienza, responsabile delle sue scelte.

Gesù ci ricorda però che: “A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà”. La libertà che come cristiani rivendichiamo di fronte al mondo, e la nostra acquisita consapevolezza di persone adulte nella fede, non deve farci dimenticare che noi siamo liberi perché liberati da Cristo dal nostro peccato, e questo per poter essere oggi utili strumenti nelle mani di Dio.

AMEN

Fabio Barzon

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-11-28 09:36:552020-11-10 08:29:37Sermone: QUANDO SARA’ L’ORA?

Sermone: IL PANE QUOTIDIANO

13 Novembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Esodo 16,4-16

Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Ecco, io farò piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà e ne raccoglierà ogni giorno il necessario per la giornata; così lo metterò alla prova e vedrò se cammina o no secondo la mia legge. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che hanno portato a casa, dovrà essere il doppio di quello che raccolgono ogni altro giorno».

Mosè e Aaronne dissero a tutti i figli d’Israele: «Questa sera voi conoscerete che il SIGNORE è colui che vi ha fatti uscire dal paese d’Egitto. Domattina vedrete la gloria del SIGNORE, poiché egli ha udito i vostri mormorii contro il SIGNORE. Quanto a noi, che cosa siamo perché mormoriate contro di noi?»

E Mosè disse: «Vedrete la gloria del SIGNORE quando stasera egli vi darà carne da mangiare e domattina pane a sazietà; perché il SIGNORE ha udito le lagnanze che voi mormorate contro di lui. Noi infatti, che cosa siamo? I vostri mormorii non sono contro di noi, ma contro il SIGNORE».

Poi Mosè disse ad Aaronne: «Di’ a tutta la comunità dei figli d’Israele: “Avvicinatevi alla presenza del SIGNORE, perché egli ha udito i vostri mormorii”».

Mentre Aaronne parlava a tutta la comunità dei figli d’Israele, questi volsero gli occhi verso il deserto, ed ecco la gloria del SIGNORE apparire nella nuvola.

E il SIGNORE disse a Mosè: «Io ho udito i mormorii dei figli d’Israele; parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e domattina sarete saziati di pane; e conoscerete che io sono il SIGNORE, il vostro Dio”».

La sera stessa arrivarono delle quaglie che ricoprirono il campo. La mattina c’era uno strato di rugiada intorno al campo; e quando lo strato di rugiada fu sparito, ecco sulla superficie del deserto una cosa minuta, tonda, minuta come brina sulla terra. I figli d’Israele, quando l’ebbero vista, si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?» perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «Questo è il pane che il SIGNORE vi dà da mangiare. Ecco quello che il SIGNORE ha comandato: “Ognuno ne raccolga quanto gli basta per il suo nutrimento: un omer a testa, secondo il numero delle persone che vivono con voi; ognuno ne prenda per quelli che sono nella sua tenda”».

 

Giov 6,32-35

Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo».

Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di codesto pane».

Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete».

 

«Camminare nel profondo di quel bosco o salire su quella cima mi fa sentire più vicino a Dio!» Non so se vi sia mai capitato personalmente di percepire le cose in questo modo o se abbiate sentito qualcuno dire parole di questo tipo; sembra però, proprio in questo nostro tempo, una cosa abbastanza diffusa.

C’è il bisogno di trovarsi in qualche luogo straordinariamente suggestivo per incontrare Dio, per fare esperienza del divino. Sembra molto più facile in questi contesti, quando ci si è lasciati alle spalle il rumore delle città, il rumore della vita quotidiana, percepire Dio o l’assoluto.

Chissà in quanti pensano che per vivere davvero e in profondità l’incontro con Dio, si deve in qualche modo uscire dal mondo, isolarsi, andare su una montagna solitaria o nel cuore di un deserto dimenticato oppure di fronte alla maestà del mare.

Certo, chi conosca almeno un po’ la storia della chiesa cristiana, potrebbe dire che questa tendenza non è così nuova, perché già nel corso dei primi secoli del cristianesimo, vi furono, con i cosiddetti Padri del deserto, delle esperienze di individui che decisero di vivere nell’isolamento del deserto la loro esperienza di fede.

La diversità forse maggiore è che oggi la maggior parte delle persone che crede di poter incontrare Dio sulla cima di un monte o nel silenzio del deserto o dove l’individuo si trova a contemplare romanticamente la natura, non crede che quella stessa esperienza abbia qualcosa a che fare con la vita quotidiana spesa nel formicolio e nel movimento delle nostre città. Allora l’animo si perde nella bellezza dell’ambiente e si può accettare una spruzzatina di religiosità, solamente se questa non diventa una costante della vita, almeno di quella vita che ha i suoi bisogni, le sue attese, le sue speranze, che non vogliono essere riposte in qualcun altro.

In Esodo abbiamo sentito che Israele sta camminando nel deserto, sta camminando nella libertà. Eppure il suo sguardo non è ancora rivolto in avanti, continua a rimanere ancorato al passato, un passato di sofferenza, ma al tempo stesso di garanzie.  Certamente in Egitto non si viveva nella libertà, ma almeno la pancia era piena. A che cosa serve la libertà se si si è costretti a morire di fame nel deserto?

La crisi di fede di Israele non nasce da una riflessione intellettuale, dal non riuscire ad affrontare o a dare risposta a determinati problemi generali; la crisi di fede di Israele non nasce neanche in legame a qualcosa di straordinario. La crisi di fede di Israele nasce dalla difficoltà concreta, la penuria di cibo. Ad una mancanza di cibo corrisponde una mancanza di fede. E lo sapevano bene anche alcuni padri fondatori delle nostre chiese riformate che comprendevano come sia difficile parlare di Dio a chi si trova nella miseria, nella malattia, nell’impossibilità di accettare un messaggio d’amore quando si è alla ricerca della sopravvivenza fisica.

A questo punto ci si potrebbe domandare: Israele ha capito chi sia a guidare il popolo, Israele conosce il Signore che l’ha condotto fuori dall’Egitto? Ci troviamo di fronte ad una crisi che si potrebbe definire una crisi di conoscenza (nel versetto 12 troviamo scritto: “conoscerete che io sono il Signore, il vostro Dio”). Non la conoscenza che definiremmo intellettuale, bensì quel tipo di conoscenza che costituisce la relazione di fede.

Un riformatore del XVI secolo, in una sua famosa pagina, scriveva: “Conoscere Cristo significa conoscere i suoi benefici”. Che, detto in altri termini, vuol dire che la vera conoscenza di Dio si ha sperimentando o riconoscendo ciò che di buono Dio realizza nei nostri confronti.

La benedizione di Dio non si sperimenta solamente nelle situazioni eccezionali o che possono apparire straordinarie; Dio non viene ad incontrare l’umanità solamente nella cornice straordinaria di un monte isolato, sul quale sembra che la sua presenza sia più completa. Al contrario, è nella concretezza piena di questo mondo, nell’ordinarietà del bisogno che trova una risposta, che lo si conosce e riconosce.  “Conoscere i suoi benefici”, cioè riconoscere che nelle strade tortuose della vita, proprio quando si può essere nel deserto e affrontare la fame e la sete, la povertà materiale o di prospettive, il Signore non ha smesso di ascoltare la nostra voce.

Questa pagina biblica ci invita a guardare a Dio come colui che nella quotidianità della nostra vita, nella nostra quotidiana “milizia” come la chiama il libro di Giobbe (7,1), cioè vivendo spesso in una sensazione di incertezza, è il Signore che ascolta il grido di aiuto, che provvede alle nostre necessità e che, al tempo stesso, ci chiama all’obbedienza.

Vorrei che riflettessimo un poco su queste tre dimensioni, che possono apparire scontate, spesso ripetute ma altrettanto in fretta messe da parte. Il primo aspetto è questo: Dio ascolta il grido, ascolta le voci di quanti mormorano contro di lui. E questo ascolto non è selettivo: Dio presta attenzione ad ogni preghiera, anche a quelle che si ricollegano alle cose di ogni giorno.  E questo lo vediamo anche nella preghiera che Gesù insegna ai suoi discepoli; nel Padre nostro si prega per il “pane quotidiano”, per ciò che è essenziale per la nostra vita.

Quante volte ci capita però di pensare che dopotutto il pane quotidiano sia frutto della nostra fatica e ben poco abbia a che fare con Dio; oppure, guardandoci intorno, abbiamo l’impressione che questo pane che Dio dovrebbe distribuire a tutti sia in realtà privilegio di pochi e ci viene da chiederci “dov’è la generosità di Dio o la sua pietà nei confronti di quanti non hanno da mangiare?”.  Forse, pensando in questo modo abbia già dimenticato l’essenziale di questa preghiera, cioè il fatto di riconoscere che anche quanto abbiamo per la nostra vita sia da considerare un dono e non un possesso esclusivo.

Non è Dio a dimenticarsi di essere il Padre di tutti e che il pane sia di tutti; spesso siamo noi a parlare del Padre nostro, ma al tempo stesso a guardare al pane come ad una cosa esclusivamente mia. Creando quel circolo vizioso che impedisce la condivisione e pensa invece al vantaggio personale.

Il secondo aspetto ci ricorda che Dio provvede ai bisogni di quanti lo invocano. Anche in questo caso, questo provvedere non si situa su un piano distaccato dalla realtà concreta del nostro quotidiano. Se noi siamo qui è perché nonostante tutte le contraddizioni della vita, nonostante tutte le prove, nonostante le nostre domande aperte e i nostri dubbi, nonostante tutto, la luce di questa promessa non è stata completamente oscurata: Dio ha provveduto e provvede al suo popolo.

Questo non è il nostro giudizio definitivo sulla storia, è il nostro riconoscimento, la nostra confessione di fede. Chi conosce questa risposta di Dio conosce i benefici del Signore nei confronti dei suoi figli, ha riconosciuto che il Signore non è un’idea o un’invenzione della mente umana, ma colui dal quale la vita dipende.

Il terzo aspetto ci rimanda alla chiamata all’obbedienza. Il Signore che ascolta le esigenze quotidiane e offre la sua risposta ci chiama anche alle nostre responsabilità nel quotidiano.  Obbedire a Dio non significa uscire dal mondo, ma restare pienamente fedeli a quello che noi viviamo nella nostra quotidianità e a cui siamo chiamati da Dio, esprimere fedeltà e ascolto a quella volontà di Dio che è data non per amore dell’obbedienza in quanto tale, ma per amore della pienezza di vita.

E la pienezza non si realizza nell’accumulo del superfluo, ma nel ricevere il necessario (il pane). Rimanere fedeli a quel quotidiano in cui la fede in Dio ci chiama a vivere significa anche riflettere su quanto noi per primi siamo capaci di uscire dalla logica del popolo che corre subito a far provviste oltre la misura indicata: che cos’è necessario, che cos’è superfluo nella nostra vita?

Siamo partiti considerando come, spesso, nel nostro tempo, si parta alla ricerca di Dio pensando di incontrarlo più facilmente lontano dalla quotidianità. In realtà, come abbiamo visto, il nostro testo biblico ci indica una strada diversa: ci chiede di saper esercitare il discernimento, per riconoscere la presenza di Dio nelle necessità quotidiane.

Non c’è condanna per il popolo che mormora, non c’è condanna per chi può apparire privato della sua fede, ma, al contrario, ascolto.  Dio ascolta ed è presente. Chi vive questa presenza, chi l’attende non sarà deluso. Chi vive questa presenza comprenderà, come il popolo d’Israele, la libertà alla quale è stato chiamato, quella libertà che toglie la fame e la sete.

E per noi, donne e uomini cristiani, cioè seguaci e fedeli di Dio che si è incarnato in Gesù, la promessa viene confermata con quella bella espressione che abbiamo trovato nel vangelo di Giovanni: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete».    AMEN

past. William Jourdan / Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-11-13 12:42:182020-11-10 08:29:27Sermone: IL PANE QUOTIDIANO

Sermone: ECCOMI !

10 Novembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Esodo 2,23 – 3,8

Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione. Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele.

 

Dopo la rocambolesca fuga dall’Egitto, Mosé si era rifatto una vita a Madian, dove aveva sposato una delle figlie del sacerdote e aveva cominciato a condurre un’esistenza tranquilla con la famiglia e le greggi. Ma, improvvisamente, quando meno Mosè se lo aspetta, succede qualcosa, un evento straordinario, qualcosa che scompiglia le carte e distrugge il tranquillo tran tran di questo pastore di pecore. Sappiamo che mentre Mosè conduceva la sua pacifica esistenza, gli israeliti che vivevano in Egitto continuavano ad essere sottoposti alla schiavitù e “alzavano grida” di dolore e di angoscia, grida che giunsero fino a Dio. E il Signore, dice il nostro testo, ne provò compassione e decise di intervenire, anche perché non aveva dimenticato il patto che aveva fatto con Abramo, Isacco e Giacobbe.

Ed ecco la prima considerazione che voglio fare con voi stamattina: per quanto tempo gli israeliti erano rimasti in schiavitù? Perché Dio non è intervenuto prima? Quante volte nel corso della storia l’umanità o anche noi nelle nostre esistenze ci siamo trovati nella disperazione e abbiamo chiesto un intervento del Signore: rapido, forte, determinante, un intervento in grado di spezzare il dolore, di togliere l’ingiustizia, un intervento che ci permetta di vedere che viviamo in un mondo creato da Dio e non da Satana.

Ma talvolta questo intervento non avviene, o non avviene come noi ci aspetteremmo. Quante volte uomini e donne e bambini, perfino bambini, alzano le loro grida, ma il Signore sembra sordo, sembra essersi dimenticato del suo popolo?

Forse anche in Egitto, allora, questo intervento era sembrato tardare, era sembrato non abbastanza tempestivo.

Quando leggiamo la Bibbia, a distanza di tanti secoli, sembra tutto molto facile e molto netto, lineare: Dio ascolta e poi interviene e agisce e gli israeliti sembrano sentire fortemente la sua forza, e costruiscono intorno a questo evento, la fuga dall’Egitto, il cuore della loro storia.

Ma in realtà sappiamo che poi gli stessi israeliti finirono col comportarsi da ingrati, anche loro caddero nel dubbio e costruirono il vitello d’oro.

A questo dovremmo riflettere: siamo sicuri che non succeda anche a noi, qualche volta, di ricevere delle benedizioni e di non saperle riconoscere come tali? O di riconoscerle e poi dimenticarle? Di essere liberati e di rimpiangere la nostra schiavitù? Di guardare tutto quello che ci circonda solo dal nostro punto di vista senza interessarci ad altro? Di valutare i nostri tempi, i nostri desideri, i nostri bisogni come assoluti? E anche di dimenticare le nostre responsabilità nel susseguirsi delle cause e degli effetti? Certo a viste umane Dio avrebbe dovuto intervenire prima nella Shoa, ma noi cosa abbiamo fatto per impedire che quell’evento diabolico si concretizzasse?

Il testo di oggi mostra infatti anche un altro aspetto: Mosè stava pascolando il gregge quando vide di lontano una cosa che attirò la sua attenzione. Un albero, un pruno, brillava come se stesse bruciando, ma non sembrava consumarsi. Che cosa strana!

Non so se siate mai stati nel deserto, io ho avuto il dono di andarci una volta, in Tunisia. Un deserto di sabbia. E là ho visto un albero che avrebbe potuto essere proprio il pruno del nostro testo. Non dovete immaginare i nostri alberi, quando leggete questo racconto, ma pensare agli arbusti che crescono in territori aridi e desertici. Vi dico questo perché dovete immaginare che quello a cui stava assistendo Mosè era una visione strana, ma non impossibile. Mosè era incuriosito, infatti, ma non spaventato, non stralunato. Era incuriosito e andò a vedere. Avrebbe anche potuto non essere curioso. Dio non dà per scontato che lo sarà. Il Signore lo chiama, certamente, ma non lo fa attraverso un gesto fuori dalla esistenza di Mosè.

Interroghiamoci per un attimo su noi stessi: siamo aperti al Signore, ai suoi richiami? Qualora ci volesse, saremmo capaci di sentire la sua chiamata, la vocazione che ci è rivolta? Oppure tutto quello che abbiamo, il lavoro, la famiglia, l’impegno quotidiano, ci bastano e induriscono i nostri cuori e le nostre orecchie, la nostra intelligenza e i nostri occhi? Qualora venissimo chiamati sapremmo sentire e vedere? O cerchiamo di non ascoltare, di non vedere?

Probabilmente quando Dio si rivolge a noi non lo fa con gesti eclatanti, con azioni cinematografiche di stampo hollywoodiano e quindi potremmo anche non accorgercene, potremmo non dare importanza a quello che vediamo.

Quello che Mosè riceve non è un messaggio così dirompente che non si può evitare di vederlo e tenerlo in considerazione. Mosè non è costretto a rispondere, può anche tirare dritto e continuare a preoccuparsi del suo gregge. E Dio, il testo lo dice esplicitamente, aspetta.

E noi? Noi ascoltiamo e guardiamo i messaggi che ci potrebbero arrivare? Siamo attenti o siamo perennemente distratti e concentrati solo su noi stessi, sui nostri impegni, sui nostri traffici?

Mosè alza gli occhi e vede qualcosa che richiama la sua attenzione. Il Signore aspetta che Mosè si muova: non lo incalza, non lo spinge. Aspetta la risposta di Mosè e quando Mosè si muove, attratto dal pruno, allora e solo allora lo chiama. E Mosè cosa fa? Dice “Eccomi!”. Mosè è ricettivo, prima vede, poi ascolta e risponde e infine ha paura.

Quando sa di essere di fronte a Dio ha paura. Ha paura di guardare Dio. Paura.

E noi? Noi di fronte a Dio ci inchiniamo? Di fronte a Dio abbiamo paura e ci inginocchiamo? Di fronte a Dio sentiamo tutta la nostra piccolezza? Forse no. Forse abbiamo perso la capacità di vedere e sentire Dio. Forse siamo distratti da mille cose e mille rumori. Forse siamo diventati ormai troppo prosaici e troppo materialisti per prendere sul serio tutto ciò che va oltre il raggio di pochi metri dalla nostra visuale. Forse non sentiamo più il timore di Dio, il timore per la nostra piccolezza e fragilità.

Eppure, cari fratelli e sorelle, anche questo non è del tutto vero: perché anche noi abbiamo visto il pruno ardere altrimenti non saremmo venuti fin qui a vedere cosa c’era. Anche noi abbiamo sentito la voce del Signore che ci ha chiamati, altrimenti non saremmo usciti di casa solo per ascoltare un culto.

Perché, ed è questa la lieta novella di questa mattina, il Signore non si dimentica di noi, non ci abbandona alla nostra triste esistenza, continua a sentire i nostri gemiti, continua a ricordare il patto che ha fatto con noi: quello antico, con Abramo, Isacco e Giacobbe e quello nuovo, segnato dalla venuta di Gesù. Sì, il Signore ci vede, ci ascolta e ci conosce e non ci abbandona. Apriamo i nostri occhi, apriamo le nostre orecchie, apriamo i nostri cuori e accogliamo il Signore oggi e per sempre!

Amen

Erica Sfredda

 

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-11-10 17:13:152020-11-10 08:29:16Sermone: ECCOMI !

Sermone: FESTA DELLA RIFORMA – CINQUE “SOLA”

30 Ottobre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Cari fratelli e care sorelle,

Abbiamo fatto riferimento ai “cinque sola” e forse è il caso che per una nostra maggiore consapevolezza li ripassiamo insieme, anche se certamente li conosciamo:

  1. Sola Scriptura, cioè solo alla Bibbia va riconosciuta l’autorità; non alla chiesa, alle tradizioni e men che meno alle impressioni personali o ai sentimenti soggettivi. Certo vi sono autorità riconosciute anche dalla Bibbia, ma se una qualunque di esse si allontana dall’insegnamento biblico, deve essere rigettata.
  2. Solus Christus, perché la salvezza è stata già operata grazie all’opera di Cristo ed al suo sacrificio per l’espiazione del nostro peccato.
  3. Sola Gratia, che significa che l’uomo, anche il più probo, non può vantare alcun credito nei confronti di Dio, perché l’uomo non può contribuire con il Signore alla propria salvezza, già realizzata per Sua grazia.
  4. Sola Fide, cioè l’uomo diventa destinatario della grazia aderendo al messaggio evangelico con fede, affidandosi all’unico vero Signore.
  5. Soli Deo gloria, cioè solo a Dio la gloria. Il quinto punto nel quale convergono i primi quattro e che richiama chiaramente l’inizio dei dieci comandamenti, dove si dice che non v’è altro Dio al di fuori di Colui nel quale crediamo e solo a lui può andare la nostra preghiera e la nostra adorazione.

Questi principi hanno comportato una rottura con il pensiero religioso del tempo, hanno creato una vera e propria frattura, dando luogo ad una religiosità completamente diversa da prima, un modo di vivere la fede senza orpelli umani, ma soprattutto senza paura.

Leggiamo ora dal vangelo di Matteo 10:26-34.

“Non temete dunque; perché non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto.

Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti. E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna.

Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro.

Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.

Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.

Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada”.

Non temete. Così inizia il nostro passo.

“Non temete” ha detto Gesù ai suoi discepoli di allora e lo ha detto per ben tre volte. E lo dice anche a noi oggi, qui riuniti per il nostro culto.

Gesù parla sapendo bene che il suo messaggio aveva creato problemi e li avrebbe creati ancora nel momento in cui fosse stato proclamato a gran voce “sui tetti”, ci viene detto. Gesù incoraggia i suoi discepoli, dando loro una consolazione: “Non temete!”

Ma temere cosa? Che cosa potevano temere? Ma soprattutto, che cosa possiamo temere?

Si può temere di essere banalizzati, di doversi giustificare per i propri principi, di essere derisi, di essere magari considerati “bigotti”, di sentirsi al di fuori della realtà dominante, così materialistica.

Molte le emozioni che ci fanno temere di non essere accettati e questo talvolta ci porta ad un eccesso di timidezza nell’affermare la nostra fede. Magari la professiamo con coloro che la condividono, magari preferiamo rinchiuderci per timore del giudizio degli altri e così è che non abbiamo il coraggio di “salire sui tetti” per proclamarla a gran voce.

Ma Gesù dice “non temete”. Un’espressione di amore e di incoraggiamento ma potremmo dire anche uno sprone, un ordine, un vigoroso invito per guardarci dentro e cercare di vincere i nostri problemi psicologici, perché essi possono influire pesantemente sulla nostra stessa etica di vita.

Come? Se ho timore di qualcosa o di qualcuno, se temo di non essere accettato perché io stesso non mi accetto, facilmente cercherò di cambiare il mio comportamento evitando le situazioni che mi creano ansia. Divento così succube di coloro che temo, ma anche di me stesso e quindi non solo non professerò ciò che sono e ciò in cui credo, ma mi adeguerò a coloro che non mi accettano per paura del loro rifiuto, perdendo così di vista la mia stessa libertà di essere come sono.

Ecco allora che quel “non temete” detto da Gesù riveste un’importanza fondamentale nella vita del credente e potrà portarlo a un’inversione di pensiero, una vera e propria conversione che gli permetterà di dire “sono in cuore a Dio” invece che “ho Dio nel mio cuore”.

Ma nel passo che abbiamo letto, oltre alla bella immagine, molto rassicurante del passero, c’è anche un altro aspetto assai rilevante. Gesù dice  “… non sono venuto a mettere pace, ma spada”.

È forse questa una minaccia?  Certo che no. Perché chi ama non minaccia, perché la fede in Dio proclamata da Gesù non si ottiene con le armi, né con la violenza.

E allora, che significato ha questa spada?

Ha il significato di “rottura”, di divisione da ciò che era vecchio. La venuta di Gesù ha aperto una nuova era. La realizzazione della promessa che era stata profetizzata ha cambiato il modo di approcciarsi al Signore. Una religiosità prevalentemente legalistica e rituale è stata soppiantata da un messaggio d’amore e di fratellanza, dalla consapevolezza profonda di essere tutti figli dello stesso Padre. Ed inoltre viene palesato quel grandissimo dono che è la grazia, una salvezza donata per puro amore, per la grande misericordia di Dio. È un vero e proprio stravolgimento di mentalità.

Ma anche Lutero con la sua riforma ha rotto con una chiesa ormai oppressa dalle norme degli uomini, una chiesa che si era adagiata sui bisogni materiali, una chiesa che strumentalizzava il messaggio evangelico per schiavizzare il popolo e tenerlo nell’ignoranza, una chiesa le cui direttive affossavano il grande messaggio d’amore e di perdono della Scrittura.

Lutero non ci sta e, forte della spada portata da Gesù, rompe con quella chiesa.

Ma non solo lui. Pensiamo anche a Wesley che ha rotto con una chiesa di stato, pensiamo anche ai missionari della nostra storia metodista che hanno avuto il coraggio di portare in Italia una chiesa di rottura, pensiamo anche ai vecchi valdesi che non hanno temuto di tornare al di qua delle Alpi sapendo cosa rischiavano nel giurare fedeltà all’evangelo, pensiamo a tutti coloro che nella storia passata e recente hanno sacrificato la loro vita per non rinnegare il loro credo. Grandi e piccoli personaggi di fede, alcuni martiri per la fede, ma certo non più meritevoli o santi degli altri, perché il messaggio di Cristo può essere certo di rottura, ma sicuramente non crea gerarchie di santità fra coloro che lo accolgono.

E noi, cristiani riformati, metodisti di Padova, come ci poniamo di fronte a tutto ciò? Siamo consapevoli della grande ricchezza che ci viene donata da Dio? Sappiamo noi salire sui tetti per proclamare la gloria del nostro Signore? Nutriamo il coraggio di essere noi stessi coloro che vogliono rompere gli schemi di una società ingiusta e materialista, di una religiosità spesso basata sul fare, sulle opere, invece che sulla completa fiducia che solo Dio salva? Siamo disposti a correre il rischio di essere derisi, di essere considerati fuori dal tempo, di essere interpretati come “bigotti” idealisti? Abbiamo la consapevolezza che perfino i capelli del nostro capo sono noti al Padre e sul serio, nel profondo del nostro cuore, siamo convinti di valere molto più di due passeri?

Se lo siamo veramente, non ci resta altro che coltivare la nostra fede e proclamarla al mondo, individualmente e come chiesa.

AMEN

Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-10-30 09:49:122020-11-10 08:29:57Sermone: FESTA DELLA RIFORMA – CINQUE “SOLA”

Sermone: IL GIOVANE RICCO

25 Ottobre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Marco 10,17-31

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre”».

Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».

Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».

Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.

Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!»

I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile [per quelli che confidano nelle ricchezze] entrare nel regno di Dio!  È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».

Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?»

Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito».

Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.  Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

L’episodio del giovane ricco è riportato da tutti i tre vangeli sinottici, questo indica che per la chiesa primitiva vi era un profondo significato nella mancata vocazione del giovane e nelle domande successive dei discepoli.

Anche per la nostra chiesa del 2017 queste parole del vangelo risuonano familiari e rilevanti. Chi non ricorda il paradosso di Gesù: ” è più  facile a un cammello passare per la cruna di un ago che ad un ricco entrare nel regno di Dio”.

Uno dei versetti più citati nel parlare profano, una immagine usata per la polemica contro i potenti della terra, una indicazione che non lascia dubbi. Se leggiamo la bibbia in maniera letterale, se usiamo i versetti per abbattere chi la pensa diversamente da noi, abbiamo già finito il sermone. Oggi abbiamo imparato che: i ricchi non sono salvati, noi che seguiamo Gesù sì.  Anzi possiamo aggiungere alla citazione un altro versetto dello stesso brano: “se lasci casa e famiglia per seguire Gesù ne ricevi in questo tempo, cento volte tanto”. E quindi potremmo affermare: noi che non siamo ricchi e seguiamo la chiesa di Cristo, riceveremo cento volte quello che abbiamo lasciato.

Semplice diretto e anche gradito alle nostre orecchie!

Il messaggio di questo brano del vangelo di Marco però non è questo!

Certo queste affermazioni sono chiare e vengono dalla predicazione di Gesù, ma non possono rappresentare l’intero significato della vita cristiana a cui il Cristo chiama i suoi discepoli. Se leggiamo il vangelo così, cercando risposte letterali, meccaniche, quasi mercantili andiamo fuori strada; andiamo dove il nostro orgoglio umano ci porta.

Pensate di ricevere una foto sul vostro telefonino, per uno scherzo della trasmissione si vedono solo i piedi della persona ritratta, quelle scarpe non possono rappresentare tutta la persona. Appartengono alla foto, da esse si capisce qualche cosa, ma non saprete certo di chi si sta parlando nella vostra chat!

Raccogliere dal vangelo le indicazioni stringenti di un solo versetto, ci porta ad usare il vangelo come fosse un manuale di comportamento. Ma nel vangelo c’è molto di più!

Ragionate sulla storia del popolo scelto da Dio.

I dieci comandamenti appartenevano ad Israele da secoli, perché allora avrebbero dovuto seguire  questo maestro galileo?  Se è sufficiente avere un manuale etico, una legge, Gesù è morto per nulla, per nulla Dio si è fatto uomo.

Consideriamo allora tutto il passo, scorriamo i due quadri delle azioni di questo incontro e del chiarimento successivo, troviamo le domande poste e comprenderemo quali sono le risposte, anzi se c’è una risposta, la risposta di Gesù.

Nel primo quadro, vediamo il giovane ricco inginocchiato davanti a Gesù che lo apostrofa: Maestro.  Gesù risponde, rifiuta il rapporto di adorazione e guardandolo in viso lo ama, un termine che si può tradurre anche lo abbraccia. Dopo la vocazione a seguire Gesù, vediamo il giovane ricco allontanarsi con gli occhi bassi e la testa china.

Nel secondo quadro vediamo Gesù attorniato dai discepoli che lo hanno seguito. Gesù li scuote con le sue parole, essi reagiscono fintanto che Pietro sbotta, ma noi che ti abbiamo seguito avremo di più di chi ti rifiuta?

Due quadri vivaci con la stessa ansia che percorre chi ascolta Gesù: il regno di Dio, la salvezza, come la otterremo? Come ci sarà assicurata?

Sia il giovane ricco, sia Pietro riconoscono Gesù come il maestro. Sia il giovane ricco sia Pietro vogliono conoscere la via per avere la vita eterna.  Insomma ci viene da chiedere anche a noi: “quale è il prezzo del regno dei cieli?”

Gesù dà una risposta articolata in tre punti: 1) Prendi la tua croce e seguimi. 2) Quello che per noi è impossibile, per Dio, che è buono, è possibile. 3) Molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi.

Queste sono le tre risposte che indirizzano il lettore: seguire Gesù, accettare l’onnipotenza del Padre nei cieli, annunciare il Regno di Dio che rivoluziona la nostra esistenza.

Dio chiama ricchi e poveri e li raggiunge nel concreto del loro peccato, anche se le nostre umane contraddizioni sembrano insuperabili, la bontà di Dio, il Santo Spirito, sovrabbonda, alleggerendo le ansie economiche di chi ha un tesoro e dando speranza a chi non ne ha. Il regno che ci attira in maniera irresistibile, il regno che ci dona la vita eterna, si insinua nel tempo che viviamo con aspetti paradossali: fortuna materiale accompagnata da persecuzioni, primi che si comportano come ultimi e ultimi che hanno l’onore dei primi.

In questa prospettiva piena di paradossi anche un cammello può sperare di passare per la cruna di un ago!

Confrontando le domande del ricco e di Pietro con le risposte di Gesù comprendiamo cosa dobbiamo cambiare nel nostro dialogo con Dio, nella nostra lettura della Bibbia.

Davanti alla Parola del Signore, ascoltando il vangelo, purtroppo noi pensiamo di essere in un supermercato, andiamo e prendiamo quel che ci piace e ci domandiamo solo: quanto costa? Siamo interessati ad una salvezza che meccanicamente ci dà la certezza di entrare nel regno di Dio anzi di esserci già ora.  Vogliamo la salvezza e la prosperità subito e a basso prezzo.

Gesù non evita le domande concrete, entra in dialogo con chi chiede in preghiera, dà delle risposte che entrano nel pieno della nostra vita, ma il prezzo ci sembra troppo alto per quello che noi vogliamo spendere.

La vocazione di Cristo ci raggiunge nel pieno della nostra inadeguatezza, ci accorgiamo che non usciremo dal supermercato avendo sotto braccio un pacco con su scritto “regno dei cieli”. La conclusione allora è quella del ricco? Dopo l’abbraccio di Gesù ce ne andiamo ad occhi bassi, rifiutiamo la vocazione del Signore?  No, non facciamo questo errore, infatti dal passo emerge una via di uscita che possiamo percorrere, la risposta di Gesù.

Gesù ci invita a seguirlo, mostra le difficoltà di questa via, ma ricorda dal primo verso all’ultimo che Dio che è buono ed opera per noi, rende possibile quello che ci sembra impossibile, nella sua onnipotenza rovescia le nostre logiche umane: “molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi”.

A noi viene chiesto di seguirlo con una grande fiducia nella sua potenza che rovescia la nostra logica, che rovescia il nostro ordine personale, l’ordine sociale nel quale siamo cresciuti.

Che il Signore ci dia l’intelligenza per scorgere la sua volontà, l’amore fraterno per metterla in pratica.

AMEN

Ruggero Mica

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