Chiesa Evangelica Metodista di Padova
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Sermone: LA FIDUCIA DI DIO NELL’UOMO

16 Ottobre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Giobbe 15,1-16

Allora Elifaz di Teman rispose e disse: «Il saggio risponde forse con vana scienza? Si gonfia il petto di vento? Si difende con chiacchiere inutili e con parole che non giovano nulla? Tu, poi, distruggi il timor di Dio, sminuisci la preghiera che gli è dovuta. La tua iniquità ti detta le parole, e adoperi il linguaggio degli astuti. Non io, la tua bocca ti condanna; le tue labbra stesse depongono contro di te. Sei forse tu il primo uomo che nacque? Fosti tu formato prima dei monti? Hai forse sentito quanto si è detto nel Consiglio di Dio? Hai forse accaparrato la saggezza tutta quanta per te solo? Che sai tu che noi non sappiamo? Che conoscenza hai tu che non sia anche nostra? Ci sono fra noi uomini canuti e anche vecchi più attempati di tuo padre. Fai così poco caso delle consolazioni di Dio e delle dolci parole che ti abbiam rivolte? Dove ti trascina il cuore, e che vogliono dire codeste torve occhiate? Come! Tu volgi la tua collera contro Dio, e ti lasci uscir di bocca tali parole? Chi è mai l’uomo per esser puro, il nato di donna per esser giusto? Ecco, Dio non si fida nemmeno dei suoi santi, i cieli non sono puri ai suoi occhi; quanto meno quest’essere abominevole e corrotto, l’uomo, che tracanna iniquità come acqua!

 

Isaia 58,5-12

È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l’uomo si umilia?

Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al SIGNORE?

Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?

Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?

Allora la tua luce spunterà come l’aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del SIGNORE sarà la tua retroguardia.

Allora chiamerai e il SIGNORE ti risponderà; griderai, ed egli dirà: Eccomi!

Se tu togli di mezzo a te il giogo, il dito accusatore e il parlare con menzogna; se tu supplisci ai bisogni dell’affamato, e sazi l’afflitto, la tua luce spunterà nelle tenebre, e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno; il SIGNORE ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai.

I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine; tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età e sarai chiamato il riparatore delle brecce, il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese.

 

Cari fratelli e care sorelle,

Abbiamo letto dal libro di Giobbe quanto gli dice il suo amico Elifaz a fronte della profonda crisi che vive un uomo provato dal dolore e dalla sventura.  Forse un amico del genere è meglio perderlo che trovarlo, visto che certamente costui non dà a chi sta male consolazione e soprattutto rispetto per il sentire travagliato.

Il messaggio di Elifaz è pessimista, è colpevolizzante, certamente deprimente e poco o per nulla fiducioso. Arriva a dire, abbiamo sentito, che “Dio non si fida nemmeno dei suoi santi e che perfino i cieli ai Suoi occhi non sono puri”!

Ma questa è la visione del mondo di Elifaz, molto perbenista e punitiva e con un concetto che non possiamo condividere: ogni malanno e ogni sventura sono la punizione divina per qualcosa di male che l’uomo fa e per il fatto che l’uomo si senta scoraggiato e metta in discussione la propria fede.

Ma non è così. Questa visione lasciamola a Elifaz e lasciamola anche a coloro che, a fronte delle prove talvolta dure della vita dicono “Che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?”

Riflettiamo invece su quanto abbiamo letto in Isaia, dove possiamo dire che Dio ci crede capaci di tante cose!

Dio ci crede capaci di far spuntare la nostra luce come l’aurora!

Ci crede capaci di far spuntare la nostra luce nelle tenebre, affinché la nostra notte oscura sia come il mezzogiorno!  Dio ci crede capaci di essere come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai.

Sì, Dio ci crede capaci di ricostruire, di riparare le brecce e di restaurare i sentieri!

Dio, allora, crede te e crede me veramente capaci di tante cose!

Come, però, potrà realizzarsi quello di cui Dio ci crede capaci?

Il testo di Isaia risponde a questa nostra domanda dandoci delle indicazioni concrete: “Che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo ….. Che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne”.

Noi riusciamo ad essere una luce in mezzo alle tenebre, siamo come un giardino ben annaffiato e una sorgente la cui acqua non manca, quando viviamo non solo per noi stessi ma anche per gli altri, quando abbiamo cura non solo del nostro benessere personale, ma anche del bene degli altri.

Queste affermazioni ci sembrano quasi scontate. Sì, sembrano proprio scontate e tuttavia così facili da rimuovere e facili da dimenticare.

Rimosse e quasi dimenticate le aveva anche il popolo d’Israele. Il profeta Isaia si rivolge al suo popolo che dopo lunghi anni di esilio in Babilonia era tornato a vivere nella propria terra.  Dopo l’esperienza concreta dell’esilio, dopo l’esperienza di essere stati trattati male, dovrebbe, allora, essere quasi naturale non fare del male ad altri, applicare il diritto e la giustizia e occuparsi dei “meno fortunati”.  La gente di allora, invece, stava attenta a tutt’altro. Si preoccupava di mantenere con grande rigore le pratiche religiose, i momenti di preghiera, le giornate di digiuno …. per essere certi di ricevere un atteggiamento di favore da parte del loro Dio.

Ma quello che Dio gradisce è proprio altro! Le parole del profeta non lasciano alcun dubbio.

All’Israele di allora doveva essere ricordato che per seguire la volontà di Dio non era sufficiente andare nel tempio a pregare e a digiunare, e poi non occuparsi di coloro che si erano dovuti vendere come schiavi o di altri ancora, che, magari erano liberi, ma costretti a lottare, giorno dopo giorno, per la propria sopravvivenza, contro la fame e la miseria.  All’Israele di allora veniva ricordato che un digiuno che Dio gradisce è quello che libera, che sazia e che apre le porte delle case a chi ha bisogno di essere sostenuto.

E a noi, che siamo riuniti qui stamattina in questa chiesa, che cosa vogliono dire queste parole del profeta? Come ci toccano le sue parole oggi?

Queste parole mi toccano, perché non mi lasciano tranquilla!  Mi propongono la domanda: dove io, come persona, mi impegno per altri e sostengo concretamente le persone che vivono nell’ombra della miseria e dell’ingiustizia?

Queste parole mi toccano, perché non mi lasciano tranquilla!

Infatti mi chiedono, sempre di nuovo: dove noi, come chiesa, siamo una chiesa per altri e non solo per noi stessi?

Queste parole del profeta ci toccano, perché ci ricordano il fatto che il culto che celebriamo la domenica perde quasi tutto il suo valore davanti a Dio, se questo nostro culto non ha niente a che fare con la nostra vita quotidiana, se questo nostro raduno domenicale è totalmente distaccato da ciò che facciamo durante la settimana.

Se la domenica lodiamo il Signore per la sua misericordia e per la sua giustizia, allora è nostro compito impegnarci nelle nostre relazioni interpersonali, ma anche nella società e nel mondo che ci circondano proprio per ottenere maggiore misericordia e giustizia.

Se la domenica chiediamo a Dio di darci la Sua pace, siamo chiamati a cercare di vivere la pace e la non-violenza fisica e verbale anche nelle nostre relazioni di tutti i giorni.

Se la domenica ringraziamo il Signore per la buona creazione e per tutto quello che è la base della nostra vita, siamo chiamati a salvaguardare il creato nella nostra vita di tutti i giorni con buone pratiche.

Siamo dunque continuamente chiamati a cercare di costruire un ponte dal culto domenicale al, potremmo chiamarlo così, culto feriale, affinché Dio gradisca i nostri culti.

Il bello è: Dio ci crede proprio capaci di fare questo!

Dio ci crede capaci di applicare la misericordia e la solidarietà nella nostra vita.  E ci promette che ne varrà la pena. Perché cosa si può dire di più bello di una persona se non che la sua luce spunterà come l’aurora?

Dio ci crede capaci di essere messaggeri e portatori della Sua speranza.  E com’è bello poter dire di una persona, che la sua luce spunterà nelle tenebre.

Dio, infatti, ci crede capaci di rendere più chiare situazioni di vita dominate dalle tenebre, di portare un po’ di gioia laddove regna la tristezza.

Com’è bello essere come un giardino ben annaffiato e come una sorgente la cui acqua non manca mai.  Dio ci crede anche capaci di dissetare, di dissetare la sete di pace e di giustizia, la sete di amore e di sicurezza.

E infine, com’è bello poter dire di una persona che ricostruisce e rialza, che ripara le brecce e restaura sentieri.

Dio ci crede capaci di rendere possibile la vita laddove fino ad ora era stata possibile solo la sopravvivenza. Egli ci crede capaci di vincere divisioni, di chiudere brecce che sono riuscite a separare gli uni dagli altri.

Dio ci crede capaci di fare veramente tante cose!

E non ci lascia soli con ciò che abbiamo da fare. Ci promette di essere con noi, di essere al nostro fianco. Ci promette di donarci la forza necessaria.

Dio ci crede veramente capaci di fare tante cose.

Fidiamoci di lui!

AMEN

past. Dorothee Mack – Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-10-16 18:56:042020-11-10 08:30:15Sermone: LA FIDUCIA DI DIO NELL’UOMO

Sermone: CUORE E PAROLE

9 Ottobre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Romani 10, 9-17

Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com’è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!» Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?» Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Care sorelle e cari fratelli, sono parole appassionate quelle che abbiamo ascoltato! Paolo cerca di convincere i suoi fratelli ebrei e di portarli alla fede in Cristo; usa formule incisive e fa riferimenti continui alla Scrittura.

Il primo elemento sul quale egli insiste è proprio la fede in Cristo come nuovo paradigma della fede in Dio. Siamo in un contesto polemico. Infatti i capitoli 9, 10 e 11 della Lettera ai Romani affrontano il tema spinoso “Israele e la fede in Cristo”. L’ebreo Paolo, convertito all’Evangelo, cerca di convincere i suoi ascoltatori ebrei che, in Cristo, la giustizia di Dio si è compiuta. E lo fa con urgenza, sa che il suo messaggio deve entrare in ogni casa, nelle case degli ebrei come dei pagani, dei ricchi come dei poveri, dei greci come dei romani.

Ma come si può giungere alla fede, come nasce la nostra fede, se non è capacità umana ma dono di Dio? L’abbiamo ascoltato dall’evangelo di Marco: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». Paolo ci fornisce una via per accedere alla fede, la sua via per accedere alla fede: credere con il cuore! “Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato.”

La bocca e il cuore. Da una parte la parola, la parola della confessione e della predicazione; dall’altra la sede delle emozioni, la casa delle emozioni, della gioia, dell’amore, del sostegno ricevuto da Dio, la casa della fede che crede nell’incredibile.

Mi viene in mente un pensiero di Blaise Pascal, riportato proprio in questi giorni dal lezionario “Un giorno una parola”: “Parlando delle realtà umane, bisogna conoscerle prima di poterle amare; parlando delle realtà divine, al contrario, bisogna prima amarle per poterle conoscere. Si entra infatti nella verità solo attraverso l’amore.”

Credere con il cuore, mettere al centro della nostra vita l’inspiegabile mistero di Pasqua, della resurrezione e della vita oltre questa vita; anche in un mondo che sa spiegare, curare, guarire, che indaga la complessità, il gigantesco e il minuscolo; anche in un mondo, il nostro, dove la fede ad alcuni sembra un controsenso, o un resto del passato.

La fede, scrive ancora Paolo, viene da ciò che si ascolta. Paolo ci mette di fronte alla nostra responsabilità come credenti: il primo veicolo dell’Evangelo sono io, sei tu, con le tue parole, con le tue esperienze, con la tua storia. Tu sei un testimone, non perché la chiesa ti ha confermato o consacrato, ma perché con la tua bocca hai confessato Cristo come Signore e con il cuore hai creduto che Dio l’ha risuscitato dai morti. Da te e da tutti noi nasce l’unica chiesa.

Che il Signore ci sia accanto nel cammino che abbiamo di fronte e ci renda in grado di accogliere questa Parola che ci chiama ad attivare il nostro cuore e la nostra bocca per essere, così, portatori di quella nuova vita che ci è riservata.

Amen

Paola Gonano

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-10-09 12:08:232020-11-10 08:30:08Sermone: CUORE E PAROLE

Sermone: AMORE, ACCETTAZIONE E PERDONO

1 Ottobre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Matteo 5: 38-48

Fra le persone che costellano la mia attuale vita ve ne sono due che hanno per me una valenza affettiva molto particolare, direi addirittura unica, tanto che sovente mi accade di pensare che non saprei cosa fare senza di loro.

Poiché le amicizie del cuore si sviluppano fra persone che hanno qualche similitudine, conoscendo me, potete ben pensare che anche questi due miei amici hanno un bel “caratterino”, pur con modalità espressive diverse.

A loro riconosco una grandissima carica umanitaria, una reale solidarietà verso chi soffre, una profonda sensibilità di pensiero.

Lei, la mia amica del cuore da più di 50 anni, non si sottrae mai al confronto con me, nei periodi gioiosi come nei momenti più bui ed ha una caratteristica che ci accomuna: è tenace e anche quando le nostre idee sono divergenti non rinuncia ad esprimerle.

Lui è una persona che definisco “troppo reattiva”, perché spesso cede agli impulsi del momento per esprimersi con parole talvolta eccessive, pena magari il fatto di pentirsene poco dopo.

Entrambi hanno più o meno la mia età, quindi ritengo che ormai i nostri caratteri siano ben lungi dal cambiare.

Talvolta il confronto con loro è per me assai impegnativo, se non addirittura doloroso; però l’amore profondo che mi lega a queste due persone ha sempre il sopravvento, perché probabilmente loro sanno di poter contare su di me e io sono certa di poter contare su di loro, in quanto ci accettiamo e stimiamo come persone, per quello che siamo, anche se talvolta i comportamenti sono discordi e quindi non possiamo far altro che perdonarci reciprocamente per le nostre intemperanze.

Perché, sorelle e fratelli, vi dico tutto ciò?  Perché nelle frequentazioni con la Scrittura mi sono recentemente imbattuta in questo passo di Matteo e l’associazione mi è venuta spontanea.

Leggiamo insieme dall’Evangelo di Matteo 5: 38-48

Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello.

Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle. Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.

 

Il passo che abbiamo letto fa parte del capitolo di Matteo in cui è riferito il Sermone sul monte e, a primo acchito, potrebbe sembrare un invito alla debolezza (e in questo senso è stato purtroppo talvolta interpretato).

Quello che invece voglio sottolineare oggi è che il porgere l’altra guancia qui è messo in contrasto con la legge del taglione (… occhio per occhio e dente per dente).

Premesso che la legge del taglione, riportata in Esodo 21, Levitico 24 e Deuteronomio 19 non era da intendersi come “vendetta”, con l’accezione negativa che questo detto ha assunto nel nostro parlare comune, bensì come “equilibrio di giustizia” a fronte di un danno, una malefatta, un’ingiustizia perpetrata, così che la reazione non dovesse essere sproporzionata all’azione negativa. Quindi sbaglia chi ritenesse la legge del taglione una forma primitiva di vendetta.

Ciò premesso, quindi pensando che Gesù si rivolgeva a persone che interpretavano la legge del taglione come una legge giusta ed equilibrata, lo sconvolgimento nel suo dire è a dir poco plateale.

Ma non è finita qui. Gesù dice ancora “… a chi vuol prenderti la tunica, lascia anche il mantello”. Ancora una volta non siamo di fronte ad un invito alla debolezza, alla inutile passività, a un vuoto buonismo, ma il riferimento è ancora alla legge, così come contenuta in Esodo 22, 26-27 “Se prendi in pegno il vestito del tuo prossimo, glielo restituirai prima che tramonti il sole; perché esso è l’unica sua coperta, è la veste con cui si avvolge il corpo. Con che dormirebbe? E se egli grida a me, io lo udrò; perché sono misericordioso.”, dove vengono date precise indicazioni contro l’usura.

Gesù quindi non vuole indurre in coloro che lo seguono un atteggiamento di arrendevolezza, ma vuole andare oltre. Vuole superare le leggi necessarie al vivere civile insinuando la legge dell’amore, dell’accettazione dell’altro, della partecipazione alla vita del prossimo (“Da’ a chi ti chiede e a chi desidera un prestito da te non voltare le spalle”), fino ad arrivare al saluto rivolto non solo ai fratelli, ma evidentemente anche agli sconosciuti.  Il paradosso infine è contenuto nell’invito all’amore per il nemico.

Orbene, o siamo convinti che Gesù fosse un grullo, oppure dobbiamo cercare di capire il perché di tutto ciò.  E il motivo sta nell’affermazione conclusiva del nostro passo: “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.”

Ecco il nodo della questione!

Nella sua perfezione, il Padre, che è padre di tutti, cosa fa? PERDONA, o meglio AMA E PERDONA.

Ci perdona costantemente per le nostre infedeltà e per il nostro peccato. Questo credono i cristiani e chi ha accolto la Parola di Dio non ha alcun dubbio in merito. Noi credenti non abbiamo dubbi sul fatto che il perdono ci viene donato per grazia e non per meriti. Certo, abbiamo il dovere di guardare la nostra vita e di valutare le nostre azioni per ciò che sostanzialmente sono. Abbiamo il dovere di riconoscere i nostri errori, la nostra situazione di peccato nella quale costantemente viviamo malgrado le migliori intenzioni. Abbiamo il dovere dell’umiltà di presentarci al nostro Signore per invocare il suo perdono, ma abbiamo anche la certezza che Egli ci conosce come un pastore conosce le proprie pecore, una ad una, e conosce il loro nome e per salvare solo una di esse è disposto a lasciare il gregge che non corre pericoli.

In altre parole, abbiamo il dovere, se credenti, dell’esercizio dell’amore e del perdono similmente a quanto Dio fa con noi, trattandoci in base all’amore che Egli nutre per i suoi figli e non in base ai singoli e temporanei comportamenti.

E se Lui con noi fa questo, chi siamo noi per non imitarlo, per non cercare di seguire le Sue orme?

Ma, per tornare al nostro passo, secondo questa interpretazione possiamo dire che il discorso di Gesù va ben oltre la legge. La strada indicata da Gesù è quella dell’amore, della fratellanza, della comprensione, della solidarietà verso il prossimo, tutto il prossimo, anche quello che non ci piace. E su questo anche la nostra umanità ha avuto fulgidi esempi; giusto per farne uno: Martin Luther King che predicava la non violenza.

Ma potreste dirmi: “Cosa c’entra questo con i riferimenti che hai fatto all’inizio ai tuoi due amici? Perché leggendo questo passo del vangelo ti è venuta l’associazione con queste due persone?”  Presto detto. Io amo molto costoro. Li amo profondamente per ciò che sono, anche se talvolta il loro comportamento è difforme dal mio, anche se talvolta vengo colta da atroce dolore perché non andiamo d’accordo. Li amo anche quando ho timore di perdere il loro amore e la loro amicizia perché magari litighiamo. Il mio amore per loro ha superato il limite dell’affetto per ciò che FANNO e si è situato nel sentimento positivo per ciò che costoro SONO.

E questo non è solo un modo di dire. Pensate, ad esempio, ad un grande amore che molti di noi hanno sperimentato per un figlio. Certamente ci sarà capitato di ricevere anche cocenti delusioni per il comportamento del figlio, quasi certamente il figlio non è come noi avremmo voluto che fosse. Eppure lo amiamo e continuiamo a farlo anche quando i suoi comportamenti ci inducono al litigio, alla mortificazione delle nostre aspettative, perfino al dolore profondo.

Potremmo essere delusi e amareggiati dal figlio, ma se lo amiamo veramente gli staremo sempre alle spalle, pronti ad aiutarlo e sorreggerlo, pronti a perdonarlo.

E se questo siamo disposti a farlo per un figlio, perché mai non può essere che siamo disposti a farlo per altri che amiamo a titolo diverso?

Se siamo credenti, se abbiamo accolto nel nostro cuore la Parola, non abbiamo altra scelta che cercare di proiettare verso i fratelli ciò che il Padre fa nei nostri riguardi: perdono e amore.

Potranno cambiare le situazioni, certo. Magari potrà accadere che la nostra vita non si intrecci più con la vita di coloro che amiamo, ma una cosa è certa: se di vero amore si tratta, esso non verrà mai meno e resterà scolpito nei nostri cuori.

E se siamo convinti che, secondo gli insegnamenti cristiani, è l’amore la vera forza della vita, il porgere l’altra guancia non è un segno di debolezza, bensì l’unica alternativa che abbiamo, perché la ragione è dalla nostra parte e l’amore ci obbliga talvolta anche alla sofferenza di ricevere un altro schiaffo, nella speranza che colui che ci percuote possa ravvedersi.  Come dire: “tu mi percuoti, ma io ho ragione per ché credo che la forza dell’amore non può essere negata e non posso fare altro che porgerti l’altra guancia per non disconoscere ciò in cui credo”.

In conclusione possiamo quindi dire che l’amore ci induce all’accettazione della persona per come è, essendo disponibili a perdonare ciò che talvolta dice o fa, nella speranza che anche gli altri facciano lo stesso nei nostri confronti e sappiano accettare le nostre scuse e il nostro autentico sentimento di ravvedimento per i nostri comportamenti.  Ecco qual è la proiezione nella nostra dimensione orizzontale di ciò che crediamo Dio faccia con noi.

Ma se noi non facciamo un’analisi in questo senso della nostra vita, del nostro condurci in questa esistenza, come possiamo presentarci al cospetto di Dio per chiedere che Lui faccia nei nostri confronti ciò che noi NON VOGLIAMO FARE nei confronti degli altri?

AMEN

Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-10-01 19:07:282020-11-10 08:30:51Sermone: AMORE, ACCETTAZIONE E PERDONO

Sermone: IL POPOLO DEL LIBRO

29 Settembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Salmo 1 (BIR)

1 Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio dei malvagi, non si ferma sulla strada dei trasgressori e non si siede nel consesso degli schernitori, 2 al contrario, il suo piacere è nella legge di Yhwh e sulla sua legge rimugina giorno e notte. 3 Sarà come albero trapiantato presso canali d’acqua, che dà frutto a suo tempo, il cui fogliame non appassisce e tutto ciò che fa gli riesce. 4 Non così sono i malvagi, anzi, sono come pula che il vento sospinge. 5 Perciò i malvagi non potranno resistere nel giudizio, né i trasgressori nell’assemblea dei giusti. 6 Infatti Yhwh conosce la via dei giusti, ma la via dei malvagi si perderà.

Care sorelle e cari fratelli,

Sono ormai passati quasi cinquecento anni da quando Lutero a Worms pronunciò la famosa frase: Hier stehe ich, qui io sto fermo, per affermare che era irremovibile nel suo intento di seguire la Scrittura come unica regola della sua fede. Davanti a lui da una parte stava il consiglio degli opportunisti che circondava l’imperatore, e dall’altra la Parola di Dio. Lutero scelse con chiarezza, e così fecero dopo di lui e dietro a lui diversi principi di varie nazionalità, intellettuali di ogni ambito, uomini e donne di ogni estrazione sociale. Di fronte alla minaccia delle armi rivolta a chi voleva seguire la via del Signore, di fronte agli schernitori di professione che gettavano fango su chiunque osasse opporsi al potere del papa e dell’imperatore, queste persone hanno fatto una scelta, pagandola sovente molto cara.

Una situazione simile viene prospettata dal Salmo 1. Il lettore, infatti, viene posto di fronte ad un’alternativa radicale. Da una parte stanno gli empi, gli schernitori, quelli che sono, è vero, come pula che il vento disperde, ma che ai nostri occhi appaiono sovente potenti e vittoriosi; dall’altra sta chi rimugina la Scrittura, la torah di Dio. Noi con chi stiamo? Dietro a noi stanno generazioni di uomini e di donne che questa scelta l’hanno fatta, costruendo quella storia che ci piace tanto ricordare, celebrare, ma un po’ meno vivere nel nostro quotidiano. E noi?

Chi sceglie la via della Scrittura viene detto beato, e chi è beato è anche salvato agli occhi di Dio, sta in piedi saldo davanti al Suo giudizio. Ma non solo. Noi tendiamo a proiettare nel futuro escatologico questa beatitudine, il salmista ce la riporta al presente, non solo perché il giudizio di Dio è un giudizio quotidiano, ma anche perché la sua dimensione esistenziale è orientata principalmente al presente. Chi evita malvagi, trasgressori e schernitori, e trova il suo piacere nella parola di Dio e su essa medita, si china a leggerla e a rileggerla, (l’immagine del Salmo ci richiama una persona che legge e rilegge, mormorando alle sue stesse orecchie questo insegnamento), questi è come un albero piantato vicino all’acqua che vive la sua vita rispettandone l’armonia, i tempi, le fasi, vivendo la sicurezza interiore del credente, di colui che vive la sua vita sapendo che le sue scelte sono accompagnate da quella Parola che sola può condurci sul retto sentiero. Vive, insomma, la solidità di chi nel suo proprio tempo sa che cosa deve fare e quando. Per questo ha successo e produce frutto abbondante.

Degli avversari, invece, viene evidenziata l’instabilità, la fugacità, la debolezza. Quando arriva il vento l’albero rimane stabile, mentre loro sono portati in giro senza pietà, senza potersi ancorare a nessuna radice. Mentre chi si affida alla torah di Dio rimane saldo di fronte al giudizio di Dio e della storia, chi si affida alle mode del momento, alle tentazioni di questo mondo, sparirà nel nulla e, se verrà ricordato, sarà solo per il male che ha fatto.

Questa scelta di fondo, naturalmente, si ripropone a noi come credenti e come chiesa ogni giorno e non solo nei momenti cruciali della storia. Forse nessuno di noi viene chiamato a comparire di fronte all’imperatore o al papa re, ma gli empi, i trasgressori, gli schernitori sono sempre lì. L’Italia è un paese divorato dalla corruzione, a tutti i livelli: che cosa scegliamo di fronte alla tentazione? Nel tempo del “volemose bene” e in cui tutto sembra essere uguale, noi siamo capaci di dire che la Parola di Dio è diversa e può fare la differenza nel piccolo della nostra quotidianità? In un tempo di totale assenza di un pensiero alternativo di opposizione che difenda la dignità delle persone, dei lavoratori, dei più deboli della nostra società, sappiamo noi dire una parola meditata, rimuginata e non superficiale, una parola di conforto e di speranza, per non dire di giustizia? In ogni scelta della vita quotidiana si cela la contrapposizione evocata dal salmista. Senza per forza diventare paranoici o moralisti, la sappiamo riconoscere senza cadere nella trappola del tentatore?

Di fronte alla scelta, il salmista ci dice chiaramente che l’unico modo che abbiamo per sapere dove stiamo andando e se stiamo facendo davvero la scelta giusta è leggere ogni giorno la Parola del Signore, lasciarci interrogare da essa e dalla sua sapienza antica, lasciarci sconvolgere dall’annuncio dell’evangelo… Anni fa al tempo della crisi degli ospedali il pastore G. Tourn invitò la chiesa a chiudersi nella caverna di Elia a riflettere. Ma, quando ci siamo entrati nella caverna, non è che abbiamo dimenticato fuori la Bibbia? Questo, infatti, è il dato più duro con cui noi valdesi e metodisti del 2017 dobbiamo fare i conti: noi non siamo più il popolo del Libro. Agli studi biblici vengono solo pochi eletti, la maggior parte dei membri di chiesa, quando va bene, si accontenta di ascoltare il culto. Quanti davvero hanno la Scrittura come bussola della propria vita? Quanti la leggono e la rimuginano? Anche da questo punto di vista abbiamo delegato tutto ai pastori, dal compiere le scelte radicali di vita alla lettura quotidiana della Scrittura. Ricordiamoci, però, che il teologo al massimo può lanciare una provocazione. Se non ci fossero state schiere di “semplici” credenti dietro i Riformatori, Lutero sarebbe finito sul rogo come Jan Hus e tanti altri. Noi valdesi e metodisti, oggi, ci siamo profondamente clericalizzati, ma ricordiamoci sempre che se si clericalizza, il protestantesimo muore. Se il popolo di Dio non legge la Bibbia, noi protestanti diventiamo del tutto inutili.

Per questo credo molto nel progetto della nuova traduzione della “Bibbia della Riforma”. Perché è un progetto inter-protestante che vuole riportare la Bibbia al centro del dibattito religioso e culturale e vuol sfidare i nostri membri di chiesa a leggerla e rileggerla, a rimuginarla e a meditarla come fecero i Riformatori e la loro generazione. Nella traduzione abbiamo lanciato qualche provocazione, per cercare di uscire dal nostro linguaggio ecclesiastico intra-protestante, perché divenga più accessibile a tutti, senza però fare una tradizione più libera, come la TILC. La speranza del comitato di traduzione è che non solo sia letta, ma sia discussa a tutti i livelli. Perciò, per favore, devastate la nostra traduzione, fatela a pezzi, non abbiate alcuna pietà: se lo farete vorrà dire che avremo raggiunto il nostro obbiettivo, perché vorrà dire che si è tornati a discutere di Bibbia, del suo senso, della Parola che ci porta. E magari poi potremo anche fare delle correzioni perché la “Bibbia della Riforma” possa davvero diventare la nostra traduzione. Infine, per favore, non lasciate assolutamente che la leggano solo i pastori. Magari leggetela con loro, se non avete il coraggio di farlo da soli, ma tutte e tutti la devono leggere. Lo ripeto: se i laici non leggono la Bibbia e non parlano di teologia, la nostra chiesa è morta.

Beati noi, dunque, se ancora una volta sapremo essere il popolo del Libro, se ciascuno e ciascuna di noi avrà ancora piacere a leggere e studiare la torah di Dio, a chinarsi su quelle pagine antiche per rimuginarle, per meditarle, e trarre senso per la propria vita, ispirazione per vivere la quotidianità e volgerla al bene, offrendo una speranza a noi stessi e a chi ci è vicino. Allora saremo veramente beati, benedetti dal Signore, saldi e forti come albero trapiantato presso canali d’acqua, che dà frutto a suo tempo, il cui fogliame non appassisce e tutto ciò che fa gli riesce.

Amen

Eric Noffke

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-09-29 18:12:312020-11-10 08:30:41Sermone: IL POPOLO DEL LIBRO

Sermone: IL PERDONO

17 Settembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Matteo al cap. 18, 21-35
“Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto”. Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ma quel servo, uscito, trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: “Paga quello che devi!” Perciò quel servo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me, e ti pagherò”. Ma l’altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. Gli altri servi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l’accaduto. Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu mi hai supplicato; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?” E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello.

La parabola appena letta non ha paralleli negli altri Vangeli e si trova solo nell’evangelo di Matteo. Si articola in quattro scene. Le prime due sono simmetriche, e mettono in evidenza il contrasto tra il diverso comportamento dei due creditori; la terza pone in risalto l’atteggiamento degli altri servi che notano il comportamento senza pietà del servo appena condonato, mentre l’ultima scena descrive il castigo comminato al servo spietato.
La situazione di partenza è simile nelle due scene parallele: un debitore, che non era in grado di rispondere dei propri debiti, secondo la legge del tempo poteva essere condannato al carcere. Nel caso in questione entrambi i debitori vengono condannati ed entrambi implorano misericordia. La loro richiesta è formulata con le stesse parole, ma con esito opposto: nella prima scena il debito viene cancellato, nella seconda invece no.
La parabola forza persino in maniera esagerata il contrasto presente tra i due debitori, sottolineando l’enorme sproporzione tra le due cifre da saldare. La prima è astronomica, ed è troppo alta anche per un re; la seconda, invece, è piccola anche per un semplice servo. In questo modo si esalta ancora di più la generosità del re e si sottolinea l’ostinazione spietata del servo.
Contribuisce inoltre a dare un maggiore effetto anche il poco lasso di tempo che intercorre tra le due scene. “Appena uscito” dalla casa del re, ci si aspetterebbe che dalla gioia ancora viva dallo scampato pericolo, corrispondano sentimenti di benevolenza verso gli altri. Invece non è così, e ciò porta il protagonista a ritrovarsi nuovamente davanti al re, per sentirsi dire che l’annullamento della condanna è stato a sua volta annullato: il debito è ripristinato e la legge deve fare il suo corso. Ci ritroviamo al punto di partenza, con la differenza che la conclusione tragica prima evitata ora è messa in atto. Qualcosa ha rovinato tutto. Il re, che prima aveva perdonato, ora non è più disposto a perdonare, e questo perché, come spiega il re stesso: “Dovevi perdonare anche tu come io ho perdonato a te”.
Fin qui la parabola, abbastanza immediata nella sua vivace dinamicità.
Ma il testo, meditato con pazienza, può scavare dentro di noi e interrogarci, noi uomini del XXI secolo, sul senso e sul significato del perdono.
Il perdono è centrale nella vita del cristiano. Non è un caso che ogni nostro culto comincia con una confessione di peccato, personale e collettiva, seguita dall’annuncio del perdono a chi si pente e crede in Cristo. La storia di Israele stessa nell’AT è la storia di una esperienza di peccato, a livello sia collettivo (il vitello d’oro!), sia individuale (pensiamo all’adulterio e all’omicidio compiuto dal re Davide). E’ la storia di una esperienza di ira e castigo divino (si pensi all’esilio di Babilonia). Ma alla fine, è una esperienza di perdono, perché il Dio che Israele ha conosciuto nella sua tormentata storia è un Dio – come recita il Salmo 103 – «pietoso e clemente, lento all’ira e ricco di bontà… Egli non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci castiga secondo le nostre colpe. Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così è grande la sua bontà verso quelli che lo temono. Come è lontano l’oriente dall’occidente, così ha egli allontanato da noi le nostre colpe».
La stessa esperienza l’ha fatta e continua a farla oggi la Chiesa. Essa stessa è il frutto del perdono dei peccati. Se non ci fosse il perdono, non ci sarebbe la Chiesa, che è la comunità dei peccatori perdonati. La storia della salvezza, che percorre tutta la Bibbia e giunge fino a noi, è la storia del perdono di Dio, che cancella il peccato risparmiando il peccatore. E questo perdono ha delle caratteristiche molto particolari in questo testo, che ho provato a sintetizzare così: è un perdono senza limiti, è un perdono per tutti, è un perdono che richiede a noi di fare altrettanto, è una offerta di libertà, è un atto di fede.

Innanzitutto, come detto, è un perdono senza limiti. Se ci pensate, la domanda iniziale di Pietro, “Signore quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me?”, non è solo un generico quesito posto a Gesù su quante volte lui dovrà perdonare il fratello che pecca. Pietro pone una domanda concretissima: il fratello ha peccato “contro di lui”, dice il testo, cioè sono stati violati quelli che noi oggi chiameremmo in termini moderni i suoi diritti personali.
E la risposta di Gesù: “Fino a settanta volte sette”, espressione semitica che indica, come sappiamo, senza limiti, sottolinea la misura sconfinata del perdono, e ci lascia intravedere anche il significato profondo della riconciliazione cristiana: non si tratta di un perdono singolo, offerto ad una singola offesa. Cristo non ci chiede solo di perdonare le singole offese, ma di fronte alla rivendicazione inflessibile dei nostri diritti violati ci chiede di essere in primo luogo uomini di riconciliazione. Il perdono cristiano coincide quindi con l’accettazione incondizionata degli altri, perché il perdono illimitato, richiesto da Cristo ai suoi discepoli, non è un perdono che si dà alla singola offesa, bensì un perdono anteriore a ogni possibile offesa, che consiste appunto nell’accettazione del prossimo nelle sue diversità, nelle sue caratteristiche peculiari, nei suoi sbagli, nelle sue molteplici forme di immaturità.
Il senso profondo della riconciliazione cristiana consiste nella capacità di perdonare al nostro prossimo il peccato più grave che siamo soliti rimproverargli: quello di non essere come noi lo vorremmo. L’accettazione incondizionata degli altri è la misura, senza misura, indicata da Cristo a proposito del perdono.
Secondo punto: come dicevo, è un perdono “per tutti”. Il versetto iniziale della parabola recita “…il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi”. Il mistero del Regno viene presentato come un giudizio, giudizio in cui sono convocati tutti i servi, non solo quelli che gli sono debitori; questa omissione ci porta a identificare la condizione di servo con la condizione del debitore. Essere servi è dunque lo stesso che essere debitori, ossia essere uomini è lo stesso che essere peccatori, e quindi necessariamente bisognosi del perdono di Dio; Dio ci chiama a libertà sottolineando con forza il nostro bisogno di essere accolti e perdonati da Lui.
La buona notizia per tutti gli uomini, ed anche per noi oggi, è questa: il peccato può essere cancellato; “il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito” L’Evangelo in fondo è proprio questa notizia: il peccato è stato cancellato da Gesù sulla croce. Come dice Paolo ai Romani: “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù”.
La nostra piccola e fragile esperienza di Dio si fonda sull’esperienza che abbiamo del perdono. L’esperienza del perdono e l’esperienza di Dio, in fondo, coincidono. «Beato l’uomo a cui la trasgressione è perdonata, e il cui peccato è coperto!» recita il Salmo 32. Certo, molti negano che esista il peccato, e negando il peccato, negano pure la necessità del perdono, di cui non ne capiscono il senso. E dove il perdono svanisce, anche Dio diventa evanescente e presto scompare del tutto. Là dove invece, misurando la nostra umanità su quella di Gesù, prendiamo coscienza del nostro peccato, là c’è la ricerca e l’attesa del perdono, e, ricevendolo, si sperimenta la beatitudine narrata un giorno da Gesù sul monte.
Ma Gesù va persino oltre, sconvolgendo le mie certezze, e mi dice: la richiesta di perdono che rivolgete a Dio è credibile se è accompagnata dalla disponibilità e dalla concreta pratica del perdono fraterno, come recita il Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. E ancora: “Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi, ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15). Anche la liturgia giudaica afferma che nel giorno dell’espiazione e del perdono (Yom Kippur), vengono perdonati solo i peccati commessi contro Dio, mentre per le trasgressioni commesse tra uomo e uomo “lo Yom Kippur procura il perdono solo se uno prima si è rappacificato con il proprio fratello”.
Difatti il vero debito del servo è la mancanza di disponibilità a fare altrettanto con gli altri; il servo, cioè, non viene punito per l’enorme somma che non ha restituito al suo padrone, ma perché non lo ha imitato nella medesima generosità. E proprio Matteo ci ricorda che persino il criterio con cui saremo giudicati è in qualche maniera dipendente dalla misura che noi applichiamo agli altri nel giudicarli. “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato: vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi”.
Infine un ultimo particolare, per me il più inquietante. La parabola mostra che il perdono non necessariamente muta il cuore di colui che lo riceve. La potenza e la grandezza del perdono stanno nella unilateralità con cui l’offeso non tiene conto dell’offesa ricevuta, ricrea le condizioni per la relazione con colui che lo ha offeso con un atto di totale gratuità, e accetta di veder rigettato e umiliato il suo gesto. Il cristiano contempla il pieno dispiegarsi di questa unilateralità del perdono nel Cristo crocifisso. Gesù è colui che, in modo asimmetrico, restaura la reciprocità, risponde all’odio con l’amore, offre il perdono a tutti, anche a chi non lo domanda. Questa unilateralità è la via scelta da Gesù Cristo per sconfiggere la mancanza di reciprocità di chi non riconosce il bisogno di perdono.
Lui ci offre questa possibilità, questa libertà: quella di perdonare gli altri, perché abbiamo sperimentato e sperimentiamo ogni giorno di essere stati perdonati da Dio. Ma rimane sempre aperta una possibilità: “Non dovevi forse anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” Una domanda carica dello stupore di come possa verificarsi che, chi ha sperimentato tanto amore su di sé, non sia poi disponibile verso gli altri.
L’azione di Dio sta all’origine. Dio che per primo condona, usa misericordia e rende l’uomo capace di misericordia. Ma non è un colpo di spugna, il perdono di Dio non è mai un far finta che il peccato non ci sia, ma è un reale intervento per risolvere il problema: il perdono di Dio davvero trasforma la persona, la cambia dal di dentro e la abilita a fare qualcosa che non sarebbe in grado di fare da sola.
Sono note le parole scritte da Dietrich Bonhoeffer sulla «grazia a buon mercato», che egli descrive così: «Grazia a buon mercato è predicare il perdono senza chiedere il pentimento, il battesimo senza la disciplina ecclesiastica, la comunione senza la confessione [di peccato], l’assoluzione senza la contrizione. Grazia a buon mercato è la grazia senza discepolato, grazia senza la croce, grazia senza Gesù Cristo, vivente ed incarnato». Quello che Bonhoeffer dice della grazia, si può e deve dire del perdono. C’è un perdono a buon mercato, che non è quello di Dio e neppure quello del cristiano.
Difatti, ciò che non viene chiesto prima, viene però sollecitato dopo, e viene reclamato come conseguenza: Dio è misericordioso con noi, quindi, come conseguenza, noi possiamo essere misericordiosi.
Termino con questa ultima sottolineatura: il perdono che Gesù ci offre interroga la nostra fede in lui. Le sue parole non sono – come spesso noi siamo soliti tradurle – una indicazione di tendenza, un bel programma di vita, affascinante, ma sostanzialmente irrealizzabile, e neppure un dovere morale, un obbligo; sono una bella notizia, una beatitudine: noi possiamo essere misericordiosi, dal momento che Dio è misericordioso con noi.
Se ho fede veramente nel Dio rivelato nelle Scritture, se non mi sono fatto un Dio a mio uso, posso perdonare, che in definitiva significa affidare a Dio il mio risentimento e il mio desiderio di vendetta.
Infatti il finale della parabola ce lo ricorda: al re, e solo a lui, rimane il giudizio sul servo che non ha condonato il suo debitore; a Dio è lasciata l’ultima parola e il giudizio sull’uomo.
A noi invece viene proposta l’obbedienza a questa Parola: riconoscere di essere stati perdonati, e quindi, con la forza della fede nella sua Parola, credere per sola fede di poter perdonare, credere all’impossibile che Dio realizza in noi ogni giorno.

Fabio Barzon

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-09-17 17:56:492020-11-10 08:30:33Sermone: IL PERDONO

Sermone: IL PERDONO

17 Settembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Matteo al cap. 18, 21-35

“Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto”. Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ma quel servo, uscito, trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: “Paga quello che devi!” Perciò quel servo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me, e ti pagherò”. Ma l’altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. Gli altri servi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l’accaduto. Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu mi hai supplicato; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?” E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello.

 

La parabola appena letta non ha paralleli negli altri Vangeli e si trova solo nell’evangelo di Matteo. Si articola in quattro scene. Le prime due sono simmetriche, e mettono in evidenza il contrasto tra il diverso comportamento dei due creditori; la terza pone in risalto l’atteggiamento degli altri servi che notano il comportamento senza pietà del servo appena condonato, mentre l’ultima scena descrive il castigo comminato al servo spietato.

La situazione di partenza è simile nelle due scene parallele: un debitore, che non era in grado di rispondere dei propri debiti, secondo la legge del tempo poteva essere condannato al carcere. Nel caso in questione entrambi i debitori vengono condannati ed entrambi implorano misericordia. La loro richiesta è formulata con le stesse parole, ma con esito opposto: nella prima scena il debito viene cancellato, nella seconda invece no.

La parabola forza persino in maniera esagerata il contrasto presente tra i due debitori, sottolineando l’enorme sproporzione tra le due cifre da saldare. La prima è astronomica, ed è troppo alta anche per un re; la seconda, invece, è piccola anche per un semplice servo. In questo modo si esalta ancora di più la generosità del re e si sottolinea l’ostinazione spietata del servo.

Contribuisce inoltre a dare un maggiore effetto anche il poco lasso di tempo che intercorre tra le due scene. “Appena uscito” dalla casa del re, ci si aspetterebbe che dalla gioia ancora viva dallo scampato pericolo, corrispondano sentimenti di benevolenza verso gli altri. Invece non è così, e ciò porta il protagonista a ritrovarsi nuovamente davanti al re, per sentirsi dire che l’annullamento della condanna è stato a sua volta annullato: il debito è ripristinato e la legge deve fare il suo corso. Ci ritroviamo al punto di partenza, con la differenza che la conclusione tragica prima evitata ora è messa in atto. Qualcosa ha rovinato tutto. Il re, che prima aveva perdonato, ora non è più disposto a perdonare, e questo perché, come spiega il re stesso: “Dovevi perdonare anche tu come io ho perdonato a te”.

Fin qui la parabola, abbastanza immediata nella sua vivace dinamicità.

Ma il testo, meditato con pazienza, può scavare dentro di noi e interrogarci, noi uomini del XXI secolo, sul senso e sul significato del perdono.

Il perdono è centrale nella vita del cristiano. Non è un caso che ogni nostro culto comincia con una confessione di peccato, personale e collettiva, seguita dall’annuncio del perdono a chi si pente e crede in Cristo. La storia di Israele stessa nell’AT è la storia di una esperienza di peccato, a livello sia collettivo (il vitello d’oro!), sia individuale (pensiamo all’adulterio e all’omicidio compiuto dal re Davide). E’ la storia di una esperienza di ira e castigo divino (si pensi all’esilio di Babilonia). Ma alla fine, è una esperienza di perdono, perché il Dio che Israele ha conosciuto nella sua tormentata storia è un Dio – come recita il Salmo 103 – «pietoso e clemente, lento all’ira e ricco di bontà… Egli non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci castiga secondo le nostre colpe. Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così è grande la sua bontà verso quelli che lo temono. Come è lontano l’oriente dall’occidente, così ha egli allontanato da noi le nostre colpe».

La stessa esperienza l’ha fatta e continua a farla oggi la Chiesa. Essa stessa è il frutto del perdono dei peccati. Se non ci fosse il perdono, non ci sarebbe la Chiesa, che è la comunità dei peccatori perdonati. La storia della salvezza, che percorre tutta la Bibbia e giunge fino a noi, è la storia del perdono di Dio, che cancella il peccato risparmiando il peccatore. E questo perdono ha delle caratteristiche molto particolari in questo testo, che ho provato a sintetizzare così: è un perdono senza limiti, è un perdono per tutti, è un perdono che richiede a noi di fare altrettanto, è una offerta di libertà, è un atto di fede.

 

Innanzitutto, come detto, è un perdono senza limiti. Se ci pensate, la domanda iniziale di Pietro, “Signore quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me?”, non è solo un generico quesito posto a Gesù su quante volte lui dovrà perdonare il fratello che pecca. Pietro pone una domanda concretissima: il fratello ha peccato “contro di lui”, dice il testo, cioè sono stati violati quelli che noi oggi chiameremmo in termini moderni i suoi diritti personali.

E la risposta di Gesù: “Fino a settanta volte sette”, espressione semitica che indica, come sappiamo, senza limiti, sottolinea la misura sconfinata del perdono, e ci lascia intravedere anche il significato profondo della riconciliazione cristiana: non si tratta di un perdono singolo, offerto ad una singola offesa. Cristo non ci chiede solo di perdonare le singole offese, ma di fronte alla rivendicazione inflessibile dei nostri diritti violati ci chiede di essere in primo luogo uomini di riconciliazione. Il perdono cristiano coincide quindi con l’accettazione incondizionata degli altri, perché il perdono illimitato, richiesto da Cristo ai suoi discepoli, non è un perdono che si dà alla singola offesa, bensì un perdono anteriore a ogni possibile offesa, che consiste appunto nell’accettazione del prossimo nelle sue diversità, nelle sue caratteristiche peculiari, nei suoi sbagli, nelle sue molteplici forme di immaturità.

Il senso profondo della riconciliazione cristiana consiste nella capacità di perdonare al nostro prossimo il peccato più grave che siamo soliti rimproverargli: quello di non essere come noi lo vorremmo. L’accettazione incondizionata degli altri è la misura, senza misura, indicata da Cristo a proposito del perdono.

Secondo punto: come dicevo, è un perdono “per tutti”. Il versetto iniziale della parabola recita “…il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi”. Il mistero del Regno viene presentato come un giudizio, giudizio in cui sono convocati tutti i servi, non solo quelli che gli sono debitori; questa omissione ci porta a identificare la condizione di servo con la condizione del debitore. Essere servi è dunque lo stesso che essere debitori, ossia essere uomini è lo stesso che essere peccatori, e quindi necessariamente bisognosi del perdono di Dio; Dio ci chiama a libertà sottolineando con forza il nostro bisogno di essere accolti e perdonati da Lui.

La buona notizia per tutti gli uomini, ed anche per noi oggi, è questa: il peccato può essere cancellato; “il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito” L’Evangelo in fondo è proprio questa notizia: il peccato è stato cancellato da Gesù sulla croce. Come dice Paolo ai Romani: “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù”.

La nostra piccola e fragile esperienza di Dio si fonda sull’esperienza che abbiamo del perdono. L’esperienza del perdono e l’esperienza di Dio, in fondo, coincidono. «Beato l’uomo a cui la trasgressione è perdonata, e il cui peccato è coperto!» recita il Salmo 32. Certo, molti negano che esista il peccato, e negando il peccato, negano pure la necessità del perdono, di cui non ne capiscono il senso. E dove il perdono svanisce, anche Dio diventa evanescente e presto scompare del tutto. Là dove invece, misurando la nostra umanità su quella di Gesù, prendiamo coscienza del nostro peccato, là c’è la ricerca e l’attesa del perdono, e, ricevendolo, si sperimenta la beatitudine narrata un giorno da Gesù sul monte.

Ma Gesù va persino oltre, sconvolgendo le mie certezze, e mi dice: la richiesta di perdono che rivolgete a Dio è credibile se è accompagnata dalla disponibilità e dalla concreta pratica del perdono fraterno, come recita il Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. E ancora: “Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi, ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15). Anche la liturgia giudaica afferma che nel giorno dell’espiazione e del perdono (Yom Kippur), vengono perdonati solo i peccati commessi contro Dio, mentre per le trasgressioni commesse tra uomo e uomo “lo Yom Kippur procura il perdono solo se uno prima si è rappacificato con il proprio fratello”.

Difatti il vero debito del servo è la mancanza di disponibilità a fare altrettanto con gli altri; il servo, cioè, non viene punito per l’enorme somma che non ha restituito al suo padrone, ma perché non lo ha imitato nella medesima generosità. E proprio Matteo ci ricorda che persino il criterio con cui saremo giudicati è in qualche maniera dipendente dalla misura che noi applichiamo agli altri nel giudicarli. “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato: vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi”.

Infine un ultimo particolare, per me il più inquietante. La parabola mostra che il perdono non necessariamente muta il cuore di colui che lo riceve. La potenza e la grandezza del perdono stanno nella unilateralità con cui l’offeso non tiene conto dell’offesa ricevuta, ricrea le condizioni per la relazione con colui che lo ha offeso con un atto di totale gratuità, e accetta di veder rigettato e umiliato il suo gesto. Il cristiano contempla il pieno dispiegarsi di questa unilateralità del perdono nel Cristo crocifisso. Gesù è colui che, in modo asimmetrico, restaura la reciprocità, risponde all’odio con l’amore, offre il perdono a tutti, anche a chi non lo domanda. Questa unilateralità è la via scelta da Gesù Cristo per sconfiggere la mancanza di reciprocità di chi non riconosce il bisogno di perdono.

Lui ci offre questa possibilità, questa libertà: quella di perdonare gli altri, perché abbiamo sperimentato e sperimentiamo ogni giorno di essere stati perdonati da Dio. Ma rimane sempre aperta una possibilità: “Non dovevi forse anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” Una domanda carica dello stupore di come possa verificarsi che, chi ha sperimentato tanto amore su di sé, non sia poi disponibile verso gli altri.

L’azione di Dio sta all’origine. Dio che per primo condona, usa misericordia e rende l’uomo capace di misericordia. Ma non è un colpo di spugna, il perdono di Dio non è mai un far finta che il peccato non ci sia, ma è un reale intervento per risolvere il problema: il perdono di Dio davvero trasforma la persona, la cambia dal di dentro e la abilita a fare qualcosa che non sarebbe in grado di fare da sola.

Sono note le parole scritte da Dietrich Bonhoeffer sulla «grazia a buon mercato», che egli descrive così: «Grazia a buon mercato è predicare il perdono senza chiedere il pentimento, il battesimo senza la disciplina ecclesiastica, la comunione senza la confessione [di peccato], l’assoluzione senza la contrizione. Grazia a buon mercato è la grazia senza discepolato, grazia senza la croce, grazia senza Gesù Cristo, vivente ed incarnato».  Quello che Bonhoeffer dice della grazia, si può e deve dire del perdono. C’è un perdono a buon mercato, che non è quello di Dio e neppure quello del cristiano.

Difatti, ciò che non viene chiesto prima, viene però sollecitato dopo, e viene reclamato come conseguenza: Dio è misericordioso con noi, quindi, come conseguenza, noi possiamo essere misericordiosi.

Termino con questa ultima sottolineatura: il perdono che Gesù ci offre interroga la nostra fede in lui. Le sue parole non sono – come spesso noi siamo soliti tradurle – una indicazione di tendenza, un bel programma di vita, affascinante, ma sostanzialmente irrealizzabile, e neppure un dovere morale, un obbligo; sono una bella notizia, una beatitudine: noi possiamo essere misericordiosi, dal momento che Dio è misericordioso con noi.

Se ho fede veramente nel Dio rivelato nelle Scritture, se non mi sono fatto un Dio a mio uso, posso perdonare, che in definitiva significa affidare a Dio il mio risentimento e il mio desiderio di vendetta.

Infatti il finale della parabola ce lo ricorda: al re, e solo a lui, rimane il giudizio sul servo che non ha condonato il suo debitore; a Dio è lasciata l’ultima parola e il giudizio sull’uomo.

A noi invece viene proposta l’obbedienza a questa Parola: riconoscere di essere stati perdonati, e quindi, con la forza della fede nella sua Parola, credere per sola fede di poter perdonare, credere all’impossibile che Dio realizza in noi ogni giorno.

Fabio Barzon

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-09-17 17:51:352020-11-10 08:31:21Sermone: IL PERDONO

Sermone: FREQUENTARE LA BIBBIA

12 Settembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

LETTURE BIBLICHE: Salmo 31,1-8.21-24; Giovanni 15,1-8

O SIGNORE, poiché ho confidato in te, fa’ che io non sia mai confuso; per la tua giustizia liberami. 2 Porgi a me il tuo orecchio; affrèttati a liberarmi; sii per me una forte rocca, una fortezza dove tu mi porti in salvo. 3 Tu sei la mia rocca e la mia fortezza; per amor del tuo nome guidami e conducimi. 4 Tirami fuori dalla rete che m’han tesa di nascosto; poiché tu sei il mio baluardo. 5 Nelle tue mani rimetto il mio spirito; tu m’hai riscattato, o SIGNORE, Dio di verità. 6 Detesto quelli che si affidano alle vanità ingannatrici; ma io confido nel SIGNORE. 7 Esulterò e mi rallegrerò per la tua benevolenza; poiché tu hai visto la mia afflizione, hai conosciuto le angosce dell’anima mia, 8 e non mi hai dato in mano del nemico; tu m’hai messo i piedi in luogo favorevole. 21 Sia benedetto il SIGNORE; poich’egli ha reso mirabile la sua benevolenza per me, ponendomi come in una città fortificata. 22 Io, nel mio smarrimento, dicevo: «Sono respinto dalla tua presenza»; ma tu hai udito la voce delle mie suppliche, quand’ho gridato a te. 23 Amate il SIGNORE, voi tutti i suoi santi! Il SIGNORE preserva i fedeli, ma punisce con rigore chi agisce con orgoglio. 24 Siate saldi, e il vostro cuore si fortifichi, o voi tutti che sperate nel SIGNORE!

 

15:1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

 

Il salmo che abbiamo in parte letto oggi, e che vi invito a leggere interamente più tardi quando tornerete nelle vostre case, può stimolare molte riflessioni, ma su due in particolare vorrei concentrare la vostra attenzione. La prima è che le parole del versetto 5 (Nelle tue mani rimetto il mio spirito) sono quelle pronunciate da Gesù sulla croce, nella versione della Passione scritta da Luca. Ma sono anche le ultime parole dette da Stefano, il primo martire cristiano, e dopo di lui da molti altri che le hanno pronunciate prima di morire, come Lutero o Girolamo Savonarola.

Questi uomini, non persone qualunque, evidentemente, prima di morire hanno sentito la necessità di pronunciare non delle parole qualsiasi, magari profonde o importanti, non sono rimasti neppure in silenzio, ma hanno citato un versetto di un salmo. Chi di noi è ancora in grado di farlo? Chi di noi conosce a memoria passi più o meno lunghi della Bibbia? Chi di noi è in grado di trovare il versetto giusto che lo aiuti nel momento del bisogno? Da molto tempo, ormai, abbiamo dimenticato questa necessità, abbiamo perso di vista questa opportunità: tanto abbiamo la nostra Bibbia con noi, tanto nei nostri cellulari è caricata la Bibbia intera a che serve conoscerla a memoria? O addirittura abbiamo perso un rapporto intimo e quotidiano con la Bibbia.

Intatti insieme ad aver perso la capacità di citare a memoria salmi e versetti, abbiamo anche, a poco a poco, perso la nostra dimestichezza col testo biblico, perso quella familiarità che era patrimonio comune fino all’epoca dei nostri genitori. Vorrei che tornando a casa riflettessimo un po’ anche su questo. Leggiamo tutti i giorni almeno qualche passo biblico? Ne conosciamo alcuni talmente bene che appartengono alla nostra vita? Mi rendo conto che sto facendo un discorso assai fuori moda, ma l’impressione che ho è che abbiamo perso o stiamo perdendo, noi tutti che siamo qui oggi qualcosa di importante, qualcosa di speciale. Perché siamo stanchi, abbiamo il lavoro, le nostre preoccupazioni. Abbiamo già la testa piena di tante altre cose!

Il cuore di questo salmo è la fiducia in Dio, che è la nostra rocca, la sicura fortezza. Siamo ancora capaci di vivere davvero nella certezza che Dio è la nostra rocca e la nostra fortezza? O non è piuttosto vero che al Signore dedichiamo giusto un pensiero fugace al mattino o alla sera prima di dormire? Non ci accade più spesso di chiedere aiuto a noi stessi o ad altri che si presentano a noi come salvatori? Guaritori, esperti in miracoli che ci faranno trovare lavoro, guarire dalle malattie, avere fortuna? Ma il salmo proclama con forza e con chiarezza:

3 Tu sei la mia rocca e la mia fortezza;

E prosegue: per amor del tuo nome guidami e conducimi.

Quindi il Signore è la nostra rocca, la nostra fortezza, a lui ci rivolgiamo per avere aiuto, ma è anche guida, conduzione: cioè gli chiediamo protezione e contemporaneamente accettiamo e accogliamo la Sua volontà, non la nostra; seguiamo la strada che Lui ci indica, non la nostra, anche se questo può significare che i nostri desideri umanissimi, e anche magari ragionevoli, non si realizzano. Ma è proprio questo il punto: possiamo continuare ad affidarci ad un Dio che non è come lo vorremmo? O non possiamo? O non riusciamo?

Essere nelle mani di Dio: un’immagine davvero potente! Noi piccoli, limitati, tormentati, noi che non siamo dei supereroi, ma degli uccellini nelle mani di Dio. Abbiamo il coraggio di affidarci totalmente? Siamo capaci di lasciarci totalmente abbracciare e proteggere dalle mani di Dio?

Ecco il nostro rifugio: il salmista ce lo descrive come concreto, reale, la nostra difesa. Si tratta di mani che ci liberano, che ci riscattano: da noi stessi, in primo luogo, e poi dalle nostre abitudini, dai legami che ci impediscono di cercare il nutrimento più importante. Chiedere aiuto a Dio ci ricorda che siamo piccoli e fragili e che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Non dell’aiuto di un prestigiatore o di un mago, non dell’aiuto di coloro che si fingono guaritori e facitori di miracoli, perché non è questo l’aiuto che il Signore ci dà. Rimettersi a Dio significa accettare la Sua presenza nella nostra vita, il Suo piano per noi e quindi accogliere la Sua volontà e non la nostra. Abbiamo il diritto di chiedere aiuto per la nostra vita concreta, e il diritto, concretissimo, di essere come bambini che si affidano totalmente nelle mani del Signore. Il diritto di chiudere gli occhi e sapere che siamo in buone mani, di rifugiarci nelle mani del Signore. Ma metterci nelle mani di Dio significa riconoscere il nostro bisogno, riconoscere che siamo tutti dei rifugiati, dei richiedenti asilo. Noi che stiamo bene, che abbiamo un lavoro, o almeno una casa, uno stipendio, o almeno una famiglia che ci aiuta, noi che viviamo in una parte di mondo dove esiste il benessere, noi, proprio noi, possiamo scoprirci e riscoprirci rifugiati in Dio. Possiamo finalmente accettare chi siamo veramente, non dei supereroi, ma dei rifugiati. Dei rifugiati che non si affidano al potere e al potente, ma a Dio e Dio è Colui che ha scelto di illuminare coloro che sono nell’ombra, coloro che non contano nulla, gli ultimi di questo nostro mondo, che invece cerca il potere, il danaro, la forza. Dio sceglie invece uomini e donne bisognosi di tutto, ma che, a differenza dei disperati del Mediterraneo, hanno la certezza di trovare rifugio, di trovare asilo. Noi siamo certi che saremo accolti, siamo certi che il miracolo avverrà ogni volta perché nel momento stesso in cui chiediamo di essere accolti, lo siamo davvero, perché anche noi, come il salmista nel versetto 22 nel nostro smarrimento ci sentiamo talvolta respinti, non amati, non accolti, ma il Signore ode la nostra voce, ascolta il nostro pianto e ci accoglie. E nel momento in cui ci accoglie diveniamo noi stessi le mani di Dio perché entriamo in comunione profonda con Lui e quindi facciamo e diventiamo il Suo volere.

Non siamo più noi che agiamo, ma Lui attraverso di noi: diventiamo davvero come la vite e i tralci di cui parla Gesù nel vangelo di Giovanni. Rimettendo il nostro spirito, rimettendo le nostre esistenze nelle mani di Dio, diventiamo noi stessi le mani di Dio. Le mani di Gesù. Faremo anche noi le opere che fa Gesù come ci dice Giovanni (Gio 14,12). Rimettendoci al Signore entriamo in comunione con Lui, dimoriamo in lui e lui in noi, e agiamo come Gesù. Non da soli, ma con tutti i figli e le figlie di Dio, insieme. Le mani nelle mani. Le sue mani, diventano le nostre mani, forti, potenti, guaritrici. Lasciandoci andare fiduciosi nelle mani del Signore troveremo le mani dei nostri fratelli e sorelle e riscopriremo il senso di questo antico salmo che da migliaia di anni ci racconta il mistero grande e profondo dell’amore di Dio.  Amen.

Erica Sfredda

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-09-12 10:04:102020-11-10 08:31:12Sermone: FREQUENTARE LA BIBBIA

Sermone: ADAMO DOVE SEI?

3 Settembre 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Genesi 3, 7-10

Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture.

Poi udirono la voce di Dio il SIGNORE, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza di Dio il SIGNORE fra gli alberi del giardino.

Dio il SIGNORE chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?»

Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto».

 

E’ una domanda che Dio rivolge a tutte e tutti noi in determinati momenti della vita. Dio che conosce il luogo del nostro esistere e il luogo del nostro credere, lo “scrutatore di cuori lo chiama Paolo” non desidera, ovviamente, ascoltare qualcosa che già sa, piuttosto desidera che noi, abitanti della distrazione, prendiamo consapevolezza di dove siamo, cioè a quale distanza siamo da Lui.

“Adamo dove sei?”: la domanda che risuona in particolari circostanze significative, tappe lungo la personale storia di fragile testimonianza, presenta però anche l’esigenza speculare di una risposta comunitaria.

Allora, anche in questi giorni, nella nostra vita individuale e comunitaria, è probabile che Dio ci stia chiedendo: “Dove siete?”

E serve come il pane che Dio ce lo chieda, perché per ciascuna e ciascuno di noi e per le nostre chiese è vitale capire se le nostre anime godono della luce dello Spirito di Cristo, oppure si nascondono nell’ombra, come fa Adamo, per la paura di confrontarsi, prima ancora che con Dio, con loro stesse e con la loro fede sfibrata.

Il nascondimento di natura spirituale, nel rifiutare il confronto con la parola di Dio, crea l’illusione che è sufficiente dirsi credenti per esserlo.

Se ci stiamo nascondendo, abbiamo soffocato in noi la vocazione ad essere, in Cristo, figlie e figli del Padre celeste, destinatari della sua grazia e chiamati a prendercene cura.

Se ci stiamo nascondendo, lo stiamo facendo a nostro danno , a danno dei nostri progetti, dei nostri ideali, a danno del significato che volevamo la nostra esistenza cristiana assumesse.

Se ci stiamo nascondendo a Dio e a noi stessi inaridiamo e con noi inaridiscono le nostre comunità.

E dunque, di fronte a questo rischio, si potrebbe impiegare questo tempo anche per capire la vita intima del credente e delle chiese, prima e oltre a ciò che testimoniano fattivamente nella società.

Riflettere. Bisogna riflettere e valutare qual è il grado di intensità interna e di risonanza esterna della spiritualità evangelica, quella che innanzitutto nasce nella meditazione della Scrittura e si sviluppa poi nella preghiera.

“Dove siete?” ci chiede oggi il Signore, e non “Cosa fate?”

La domanda di Dio invita a esaminare il nostro essere credenti prima del nostro agire come credenti.

L’interrogativo posto ad Adamo riguarda la spiritualità in quanto sostanza della relazione con Dio, in quanto forma e contenuto dell’esistenza del credente, in quanto accesso all’unica posizione che ci è permesso assumere davanti a Lui: quella dell’orante.

Solo dopo aver verificato secondo quale percentuale il nostro esistere è un esistere al cospetto del Signore, possiamo dedicarci a capire se la vita, come pratica della spiritualità, quella vita che tutte e tutti noi a Lui consacriamo, si sviluppa su coordinate analoghe che possano fare di noi una Chiesa coesa.

Coordinate che sono segnali di fede: lavorare non solo per vivere ma con la prospettiva che la Creazione, grazie al nostro impegno, resti luogo di dono inestimabile del Signore; studiare e formarsi per acquisire la “follia” di Dio e non la saggezza del mondo; godere del valore spesso negato del tempo nella sua dimensione non produttiva.

Un esempio? Il tempo”sprecato” del culto. E infine, ma come culmine, capire se le nostre esistenze e quelle delle nostre chiese si muovono secondo un progetto spirituale, dunque reale, di incontro. Un incontro libero e aperto, pronto nel dare e grato nel ricevere. Un incontro che a volte magari si realizza solo con chi ci è più vicino, ma mosso dalla volontà di raggiungere tutti:

“Il mondo è la mia parrocchia” diceva Wesley; un’affermazione quanto mai attuale.

E ancora una volta risuona la domanda di Dio, cui fanno eco le nostre.

L’annuncio e l’ascolto della Parola, la preghiera che da essa nasce, ci sostengono nella testimonianza quotidiana?

Siamo dentro questo tipo di vita o ne siamo fuori?

Siamo nel luogo della fede vissuta nel cuore e nella mente prima ancora che agìta?

“Dove sei Adamo? ” Dove siete ? Dove siamo tutti noi?

Adamo ha dato la sua risposta sincera, ora credo tocchi a noi affrontare la voce del Signore: una sosta obbligata per poter riprendere il cammino al servizio del Vangelo.

AMEN

Pastora Eleonora Natoli

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-09-03 10:01:052020-11-10 08:31:30Sermone: ADAMO DOVE SEI?

Sermone: LEVATRICI CORAGGIOSE

29 Agosto 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Esodo 1, 8-22

8Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. 9Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses. 12Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza. 15Il re d’Egitto parlò anche alle levatrici ebree, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua, e disse: 16«Quando assisterete le donne ebree al tempo del parto, quando sono sulla sedia, se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, lasciatela vivere». 17Ma le levatrici temettero Dio, non fecero quello che il re d’Egitto aveva ordinato loro e lasciarono vivere anche i maschi. 18Allora il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i maschi?» 19Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane; esse sono vigorose e, prima che la levatrice arrivi da loro, hanno partorito». 20Dio fece del bene a quelle levatrici. Il popolo si moltiplicò e divenne molto potente. 21Poiché quelle levatrici avevano temuto Dio, egli fece prosperare le loro case. 22Allora il faraone diede quest’ordine al suo popolo: «Ogni maschio che nasce, gettatelo nel Fiume, ma lasciate vivere tutte le femmine».

 

Non è un caso che nel libro dell’Esodo, che racconta la nascita del popolo scelto da Dio, siano ricordati i nomi di due ostetriche. Sifra e Puà entrano in scena proprio quando iniziano le prime doglie: un popolo piange e si contrae dal dolore. Un popolo che ancora non lo sa, ma presto nascerà a libertà perché Dio ascolta quel grido.

Ma il popolo non sa neanche del pericolo di morte in agguato, non sa di quel terribile ordine dato alle levatrici, donne chiamate a custodire la porta della vita: il tiranno si crede Dio, pensa di avere potere di vita e di morte sui propri sudditi ridotti a schiavi, umiliati, piegati. Il faraone convoca le due ostetriche ed ordina loro di non lasciar nascere i maschi del popolo. Le femmine possono vivere, sono innocue e inutili…

Ma Sifra e Puà decidono di non eseguire gli ordini del tiranno e continuano a far nascere i bambini, femmine e maschi. Temono Dio più del faraone, ci dice il testo. Preferiscono ascoltare i gemiti delle partorienti piuttosto che gli ordini del loro sovrano.

Gesto coraggioso, che ferma il genocidio e salva la vita a molti neonati. Disubbidienza a caro prezzo, però, a rischio della loro stessa vita. Dovranno rendere conto al faraone del loro boicottaggio. Infatti, sono convocate davanti alle autorità, chiamate a spiegare il loro operato sovversivo. Lo fanno, non però come ci aspetteremmo, con la solennità dei martiri, di chi sa di compiere un’azione eroica. Sono pronte a morire, ma senza far troppo rumore. Usano, piuttosto, l’ironia, arma tipica dei soggetti deboli, cara alle donne.

Arma che permette di capovolgere le categorie interpretative, di trasformare la debolezza in forza e di ridicolizzare il potente. “Le donne ebree, prima che la levatrice arrivi, hanno già partorito”.

Sifra e Puà riescono a fermare solo per un attimo la macchina di morte del faraone, ma ecco che dopo di loro una rete di donne si metterà in moto per custodire la vita: una madre ebrea, una ragazzina, una giovane principessa e le sue ancelle si alleano per salvare un bambino e farlo crescere al sicuro – Mosè, che sarà strumento divino per liberare il popolo.

Ma mentre tremiamo per la vita di un popolo in pericolo, ci chiediamo: dov’è Dio, mentre il faraone pianifica il genocidio? Dov’è Dio, mentre le levatrici e le altre donne, successivamente, cercavano di resistere alla macchina mortale del potere? Dorme? E’ latitante? Qualcuno sostiene che Dio, dietro le quinte, si muova per mezzo di queste donne, prima di entrare in scena direttamente con Mosè.

Noi osiamo suggerire che Dio, mentre le donne agiscono nella prima pagina del Libro dei nomi, osservi con orgoglio questa rete di solidarietà laica, fatta dalle più piccole, e proprio da queste trovi ispirazione per compiere poi i gesti della liberazione. Quando Dio entrerà in scena, di fatto, riprodurrà con le sue azioni l’agire delle donne: vede l’afflizione del popolo come la principessa vede il cesto sul fiume; ode il pianto e manda Mosè a tirare fuori il popolo dalla schiavitù, come le ancelle mandate a tirare fuori il cesto dal fiume. Dio, nella grande epopea del Libro dei nomi, viene ricordato come il liberatore, colui che, come coraggioso guerriero, con braccio forte e potente, si fa coinvolgere in una lotta cosmica contro il potere demoniaco del faraone.

Ricordando però la presenza delle donne all’inizio dell’epopea, è come se il narratore volesse addolcire tale immagine divina, accostando a Dio un’altra immagine: quella della grande levatrice che aiuta il popolo a nascere, facendolo passare attraverso le acque per deporlo al sicuro nel deserto, dove sarà svezzato, imparerà a camminare e a parlare il linguaggio della libertà.

Ricordare i nomi delle donne nell’epopea dell’Esodo, non è solo compiere un atto di giustizia verso la memoria biblica che ricorda quelle levatrici che hanno osato disubbidire al potente per custodire delle vite. Ci aiuta anche a capire che Dio, per salvare il mondo, non si serve dei potenti, ma dei più deboli. Non è solo una questione di strumenti: con quali mezzi Dio agisce nella storia.

Nel Libro in cui Dio rivela il proprio nome a Mosè, ogni gesto ha un carattere di rivelazione: ci indica una precisa immagine di Dio. In questo senso il Libro ebraico dei nomi – Shemot -ci dice anche i nomi di Dio. Tra questi, Dio è una levatrice che si prende cura della vita proprio come Sifra e Puà.

Amen.

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-08-29 09:34:112020-11-10 08:31:01Sermone: LEVATRICI CORAGGIOSE

Sermone: PASQUA IN AGOSTO?

19 Luglio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Giovanni 6,55-65

Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui. Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo a motivo del Padre, cosí chi mi mangia vivrà anch’egli a motivo di me. Questo è il pane che è disceso dal cielo; non come quello che i padri mangiarono e morirono; chi mangia di questo pane vivrà in eterno». Queste cose disse Gesú, insegnando nella sinagoga di Capernaum. Perciò molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?» Gesú, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: «Questo vi scandalizza? E che sarebbe se vedeste il Figlio dell’uomo ascendere dov’era prima? È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma tra di voi ci sono alcuni che non credono». Gesú sapeva infatti fin dal principio chi erano quelli che non credevano, e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre».

Il testo biblico di quest’oggi può apparire strano per questo periodo dell’anno. In altri lezionari, appartiene a quei cicli di testi che accompagnano la chiesa nel cammino verso la Pasqua. È vero che ogni domenica ricorda alle chiese cristiane il giorno della risurrezione del Signore, ma una “pasqua” nel bel mezzo dell’estate è quanto meno anomala per il ritmo dei nostri calendari! Eppure, proprio questo testo ci offre una chiara presentazione di ciò che la Pasqua significa per la nostra fede. Lo fa con termini che per il nostro orecchio moderno – che è anche l’orecchio di persone che hanno già udito l’annuncio dell’Evangelo e lo hanno fatto proprio – suonano strani; tuttavia, facciamo attenzione, perché queste parole non suonano strane solamente a noi. Gesù, l’abbiamo sentito, fa un riferimento al mangiare la sua carne e al bere il suo sangue: è chiaro che siamo portati a pensare alla condivisione del pane e del vino nella Cena del Signore, ma, al tempo stesso, queste parole hanno in sé un qualcosa di brutale, qualcosa che ci colpisce con la sua violenta concretezza. Questa medesima percezione ci accomuna, in qualche misura, agli ascoltatori nella sinagoga di Capernaum. Pensateci bene: quale schiaffo per la religiosità ebraica il sentir parlare di bere del sangue! Tra i divieti fondamentali della legge ebraica, che regola e regolava l’alimentazione degli Ebrei osservanti, vi è proprio il divieto di consumare il sangue dell’animale ucciso; questo perché nel sangue si ritiene che sia contenuta la vitalità stessa dell’animale e quindi non ci si può “appropriare” della vita di un’altra creatura. L’evangelista Giovanni precisa che queste parole sono state pronunciate in un luogo in cui l’attenzione per ciò che Gesù avrebbe detto era garantita: tanto maggiore sarà quindi stato lo sconcerto dei presenti.

Ora, il nostro compito non è quello di fermarci allo sconcerto degli ascoltatori di Capernaum o di immedesimarci in esso. Possiamo piuttosto provare ad ascoltare con maggior attenzione la spiegazione che Cristo stesso offre delle sue parole, per comprendere meglio quale sia la sua intenzione. Che cosa mangiare la carne e bere il sangue significhi, viene spiegato ancora nella prima parte del nostro testo. Gesù usa l’espressione “dimorare in me”, rimanere in lui si potrebbe anche dire. Mangiare la carne e bere il sangue di Cristo significa essere partecipi della sua vita, del suo modo di vivere; condividere in profondità la nostra esistenza con la sua, vivere in una profonda comunione, il che non significa limitarsi a sfiorare ciò che sta alla base della nostra vita, ma vedere rinnovata e addirittura cambiata questa base. Si potrebbe dire che questa dimensione del dimorare in Cristo ci invita ad una comunione spirituale con lui, ma è necessario precisare questa parola “spirituale”. Una comunione spirituale non è qualcosa che non si intreccia con la nostra vita concreta; se comprendiamo in questo modo la comunione con Cristo allora la fiducia che riponiamo in lui, la fede che ci guida in questo rapporto non sarà altro che una caricatura, qualcosa che diciamo di considerare importante, ma che in realtà mettiamo sempre in disparte quando si tratta di prendere delle decisioni importanti per la nostra esistenza. In questo senso, l’immagine forte usata da Gesù (il verbo usato per dire mangiare significa letteralmente “masticare”) ci riporta a tutta la concretezza della comunione spirituale con Cristo: quella medesima concretezza che noi abbiamo in mente quando pensiamo all’affetto o all’amore che ci lega ad una persona. Una concretezza di questa comunione spirituale che proprio e anche la celebrazione della Cena del Signore intende confermare: nella condivisione del pane e del vino la comunità cristiana si confronta con il fatto che in questo segno concreto, c’è un riflesso di quella comunione profonda che promette e dona vita in Cristo. Chi mangia di questo pane, chi dimora in Cristo, chi vive spiritualmente con lui, vive in eterno.

Qual è la reazione di fronte ad un discorso di questo tipo? Come possono reagire delle persone di fronte ad un discorso che non le invita soltanto a nutrirsi di qualche bel pensiero, ma esprime con tale forza una pretesa concreta sulla loro vita? Come si reagisce quando qualcuno ti spiega che l’impegno che ti è richiesto non è solo una volta ogni tanto ed esclusi, ovviamente, tutti i giorni festivi? Si dice spesso che le persone nella nostra società sono allergiche di fronte alle proposte che sembrano richiedere un impegno continuativo. In questo, mi pare di poter dire, possiamo individuare una seconda somiglianza con la reazione degli ascoltatori di Gesù. Che cosa rispondono quanti l’ascoltano nella sinagoga. “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?”. È opportuno dividere questa frasetta in due momenti: “Questo parlare è duro” non significa che sia duro da capire. A Capernaum hanno capito benissimo quanto Gesù diceva e chiedeva. Questo parlare è duro da ascoltare e quindi, “chi può ascoltarlo?”. In questa espressione il verbo ascoltare significa anche ubbidire. Chi può ubbidire a quanto Gesù dice, chi può mangiare questa carne che è difficile da digerire, chi può dimorare in Cristo vivendo quella comunione che impegna tutta la vita? Credo che queste domande interpellino anche la nostra coscienza di credenti.

Ciò che suscita queste domande che ci rendono inquieti è la parola esigente che Gesù ci rivolge; una parola che come viene detto poco dopo è spirito e vita, cioè dona vita in abbondanza, dona questa comunione vivente con Cristo e con il Padre. Ma è anche una parola che chiede ubbidienza nella concretezza della vita. Quando penso a questa dimensione esigente della Parola che ci viene rivolta, di questa parola che vivifica, mi sembra tanto più ingiusto il giudizio che abbastanza spesso si sente da parte di persone che rimangono al di fuori della chiesa nei confronti di quanti vivono la vita di una comunità cristiana. Spesso ci sono persone che partono dal presupposto che il vivere come cristiani sia fondamentalmente un atteggiamento, che non necessita di tante parole. Forse questo modo di pensare deriva da delusioni che hanno vissuto con dei cristiani che si riempivano solamente la bocca dei buoni propositi della loro fede. Eppure chi pensa che l’essere cristiani sia solo un modo di comportarsi, banalizza molto questa parola esigente e concreta che cambia la vita di chi la incontra, perché crea quella comunione vivente con Gesù Cristo, la quale non si può esprimere solamente in una serie di “buoni comportamenti”. Un pastore racconta di aver fatto una volta una visita in una famiglia di persone che non frequentavano la chiesa. Sentendosi in obbligo di giustificare questa assenza costante, un membro di quella famiglia disse: «Sa, pastore, noi non veniamo in chiesa, ma siamo comunque delle brave persone: quelli che sono tutte le domeniche seduti allo stesso posto non sono necessariamente migliori di noi!». Il pastore ha saggiamente risposto: «Avete ragione, quelli che vengono in chiesa la domenica non sono automaticamente migliori di voi per il fatto di venire in chiesa. Ma quelli che vengono in chiesa e ascoltano, quelli sì che lo sono!». L’ascolto – che in questo caso significa anche ubbidienza – della parola esigente di Cristo ci rende migliori, sorelle e fratelli, anche quando questo non si può tradurre in un comportamento da mostrare con un po’ di orgoglio. E la parte migliore che ci viene offerta è la maggiore profondità di comunione con Cristo.

Ecco, dunque, nel bel mezzo dell’estate, ritorniamo verso la Pasqua, ricordandoci che il messaggio centrale della nostra fede ci parla di vita nuova, non immaginata o semplicemente sognata da qualcuno. È una vita piena e fatta di legami concreti, innanzitutto con Gesù Cristo, che si rivolge a noi per offrirci ciò che niente e nessuno possono strapparci. E la Parola che ci annuncia questo, è anche capace di creare questa realtà. Questo ha insegnato Gesù a Capernaum e insegna anche a noi oggi.

Amen.

Pastore William Jourdan

 

 

 

 

 

 

Matteo 13, 1-9.18-23

In quel giorno Gesù, uscito di casa, si mise a sedere presso il mare; e una grande folla si radunò intorno a lui; cosicché egli, salito su una barca, vi sedette; e tutta la folla stava sulla riva.  Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo: «Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi oda».

«Voi dunque ascoltate che cosa significhi la parabola del seminatore! Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada.  Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato. Quello che ha ricevuto il seme tra le spine è colui che ode la parola; poi gli impegni mondani e l’inganno delle ricchezze soffocano la parola che rimane infruttuosa. Ma quello che ha ricevuto il seme in terra buona è colui che ode la parola e la comprende; egli porta del frutto e, così, l’uno rende il cento, l’altro il sessanta e l’altro il trenta».

 

Care sorelle e cari fratelli,

eccoci di fronte a una famosa parabola, che molti di noi ricordano sin dalla Scuola Domenicale!

Ascoltandola ci torna subito alla mente il famoso ritratto di Vincent Van Gogh, il seminatore al tramonto. Un’immagine oggi non abituale per noi; oggi fatichiamo a vedere anche i mezzi meccanici intenti alla semina, e la semina manuale è un’attività che avviene solo negli orti.

Era un’immagine abituale, invece, per le folle che stavano ascoltando Gesù: secondo le usanze agricole palestinesi la semina avveniva prima che il terreno fertile venisse arato. Il contadino spargeva il seme con abbondanza per ogni dove, in un modo che certamente ci stupisce: così – dice Gesù – una parte del seme cade lungo la strada, dove viene divorata dagli uccelli; un’altra parte cade tra i sassi e subito germoglia ma poi, allo spuntare del sole, secca per mancanza di radici; un’altra parte cade tra le spine, che ben presto la soffocano; un’altra parte cade infine sulla terra buona e porta frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.

Ci sentiamo interrogati in molte maniere da questa parabola: ci interroga sul nostro essere testimoni della Parola, sulla nostra capacità di superare la delusione di una testimonianza apparentemente inefficace, sulla nostra capacità di porre ogni nostra fiducia sulla Parola.

Ci interroga anche sulla nostra capacità di ricevere la Parola.

Su questo vorrei porre la mia attenzione oggi, e vorrei farvi una domanda: quale terreno vi sentite di essere oggi? Quale terreno pensate di essere, voi, oggi?

Ecco, io credo che i quattro terreni di cui parla Gesù siano tutti rappresentati, di volta in volta, nel nostro unico cuore, siano quattro possibili risposte alla Parola che ciascuno, ciascuna di noi ha sperimentato nella propria vita!

Non siamo un terreno lastricato, un terreno sabbioso, o un terreno coperto di rovi; eppure ciascuno, ciascuna di noi ha sperimentato la difficoltà di rispondere pienamente alla Parola di Dio.

Quante volte ascoltiamo la Parola di Dio, ma è come non l’avessimo ascoltata; incontra in noi una sorta di impermeabilità. Succede quando la misuriamo sui nostri pensieri: se va bene col nostro pensiero l’accettiamo, se va male la eliminiamo, la accantoniamo; succede quando ascoltiamo la Parola, però ci diciamo “Siamo concreti, la vita è un’altra cosa”, come se la Parola di Dio non c’entrasse con la vita. Questo è perfettamente umano, è normale, eppure è diabolico: “viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada”.

Altre volte, invece, accogliamo la Parola con gioia, con entusiasmo, almeno sul momento, poi di fronte alle difficoltà, ripieghiamo. Di fronte alle preoccupazioni del mondo, di cosa vivremo, di cosa mangeremo, di cosa vestiremo, cadiamo. La difficoltà vera è che la Parola entri nella quotidianità della vita, che diventi quell’amore vincente che poi norma l’esistenza quotidiana. La difficoltà vera è che riuscire a rispendere alla Parola con la nostra vita; saper vivere secondo la Parola, anche, e soprattutto, quando questo significa fare scelte difficili, scelte che non seguono i valori del mondo. Perché le preoccupazioni del mondo sono in tutti e tutte noi. La mondanità è dentro di noi, anche quella brama di avere, di potere, di apparire, quelle garanzie, quelle sicurezze che in fondo sostituiscono un po’ Dio.

Occorre interiorizzare la Parola, «ruminarla» con attenzione; occorre perseverare nell’ascolto: è facile accogliere la Parola con gioia per breve tempo, lasciare che essa porti frutto per un attimo, come il seme tra i sassi; ma così si è persone «di un momento», prive di radici, incapaci di fare fronte alla prova del tempo e alle tribolazioni che un ascolto autentico comporta. Occorre lottare contro gli idoli mondani che ci seducono; eppure in questo cammino, che sicuramente sarà fatto di cadute, di strade sbagliate, di momenti in cui ci fermiamo, su una cosa possiamo contare, su una cosa possiamo fare affidamento: su un seminatore che sparge il suo seme su ogni terreno, che non calcola quanto il terreno è produttivo, e che torna a seminare di nuovo, e di nuovo ancora.

Il nostro Signore è un Dio che ci ha amati e amate sino al punto di dare il suo unico figlio per la nostra salvezza; è un Dio che ci rialza ad ogni nostra caduta, che ci viene a cercare quando ci smarriamo.

Allora credo che la parabola del seminatore più che distinguere i veri credenti dagli increduli, coloro che perseverano nella fede rispetto a quanti accolgono la Parola in maniera superficiale, vuol farci comprendere che anche nelle avversità della vita, anche quando la terra sembra essere oscurata dal male, non bisogna temere: la parola di Dio farà il suo corso, perché “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata” (Isaia 55, 10-11).

Amen

Maria Paola Gonano

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-07-19 18:21:592020-11-10 08:27:35Sermone: PASQUA IN AGOSTO?
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