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Sermone: È risorto

16 Aprile 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Martin Lutero ha iniziato uno dei suoi sermoni per il giorno di pasqua con queste parole: La festa di oggi ci mette davanti agli occhi il più consolante e gioioso articolo della nostra fede, come testimoniamo: Cristo è risorto il terzo giorno dai morti; così è necessario che prima si conosca in modo semplice la storia e si impari perché sia successo e come noi possiamo godere tutto ciò.

Lutero ci dice che prima dobbiamo cogliere che cosa sia successo e non dobbiamo solo coglierlo con la testa ma soprattutto col cuore, in modo semplice e solo quando abbiamo colto col cuore il messaggio della risurrezione possiamo anche goderci questo messaggio.

La storia è questa: Gesù, dopo l’ultima cena con i suoi discepoli, è andato nel giardino, che chiamiamo Getsemani. Lì è stato tradito da Giuda con un bacio e catturato dagli ebrei. Portato dal sommo sacerdote viene interrogato fino a quando si decidono di portarlo a Pilato perché era lui ad avere il potere giuridico. Egli lo manda dal re Erode e lui di nuovo indietro a Pilato e alla fine viene crocifisso. Verso mezzogiorno c’è un terremoto e il sole si oscura. Un ultimo segno di Dio che quell’uomo alla croce è suo figlio. E verso le tre del pomeriggio Gesù muore sulla croce.

Noi crediamo che Gesù non sia rimasto morto, ma è risorto il terzo giorno. Secondo i nostri conti oggi non sarebbero ancora passati tre giorni, ma gli ebrei contano un nuovo giorno a partire dalla notte. Vuol dire, venerdì è stato il primo giorno, sabato il secondo e sabato sera con il tramonto inizia il terzo giorno. Proprio in questo terzo giorno, dopo lo shabbat, la domenica, presto, inizia il racconto di pasqua. Sentiamo come l’evangelista Matteo ci racconta quest’evento.

Leggo dal vangelo secondp Matteo 28,1-10

Nella notte del sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro.  2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra.  3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve.  4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte.  5 Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso.  6 Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva.  7 E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ho detto».  8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunziarlo ai suoi discepoli.  9 Quand’ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’adorarono.  10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

Questo racconto della morte e della risurrezione di Gesù Cristo è il cuore della nostra fede cristiana. E penso che Martin Lutero abbia ragione: solo chi ha colto la profonda verità in questo racconto e intendo non solo con la ragione, ma col cuore, solo lui può gioire a Pasqua.

Possiamo parlare e discutere di tante verità della fede. Talvolta troviamo addirittura un consenso con non-cristiani, non è così difficile. Ci sono tante persone buone nel nostro mondo e nella nostra società. Ci sono tanti che si adoperano per la giustizia e la pace. Tanti sostengono progetti sociali, spesso con una dedizione meravigliosa. Non è difficile trovare dei punti in comune. Però alla croce si dividono le anime. Secondo un rilevamento il 72 percento dei protestanti credono nella risurrezione di Gesù. Io mi chiedo che cosa sia con il restante 28 percento che non crede nella risurrezione. È quasi un terzo della chiesa. Che cosa crede quel terzo dei membri delle chiese protestanti? Perché non vogliono o non possono credere nella risurrezione di Gesù Cristo? È credibile che ci siano persone che frequentano anno dopo anno una chiesa e non hanno mai colto che cosa vuol dire per loro personalmente che Gesù sia morto in croce anche per loro e che cosa abbia a che fare questa morte e risurrezione con la loro fede e vita?

Questo non è un fenomeno nuovo. Ci sono sempre state delle persone che non erano tanto certe della risurrezione, già Paolo ha combattuto con loro. Nella lettura abbiamo sentito che cosa ha scritto alla chiesa di Corinto. Vi leggo ora come prosegue il pensiero di Paolo: Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti?  13 Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato;  14 e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede.  15 Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano.  16 Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato;  17 e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede. (1 Corinzi 15,12-17)

Paolo ci dice chiaramente che non ha nessun senso per un credente rifiutare il pensiero della risurrezione, perché senza la risurrezione di Cristo tutta la fede è vana. Una fede cristiana senza la risurrezione di Gesù è assurda.

Mi ricordo di aver chiesto una volta a un collega che cosa gli piace di più fare come pastore. Mi sarei aspettata di sentire che gli piace predicare o fare visite o non lo so. Mi ha detto che gli piacciono i funerali. – Mi sembrava una risposta strana, ma vi dico che dopo qualche anno di servizio lo capisco. I funerali sono proprio i momenti in cui anch’io sento più forte la mia fede. Incontro persone che sì sono tristi, ma contemporaneamente anche serene; persone che sanno profondamente che la morte non ha l’ultima parola. E quando diciamo le ultime parole davanti alla tomba che si chiude: “Terra prendi il tuo, Dio ha preso il suo” mi sembra di sentire Gesù che chiama alla vita. È Gesù, il risorto che chiama i morti alla risurrezione.

E la fede che mi fa dire queste cose. Non ne ho delle prove, né per la risurrezione di Gesù, né per la risurrezione in generale, né per la mia risurrezione, però io ci credo nella risurrezione. Viviamo in uno stato laico. Nessuno devo credere, ma noi cristiani possiamo fidarci che Gesù ci sia vicino persino nella morte e che ci dona vita eterna. Non è che lo dobbiamo credere, ma possiamo crederlo, possiamo fidarci di questo Dio.

Adesso in primavera inizia di nuovo la stagione nella quale le persone vanno al cimitero. Portano i fiori che sono un segno d’amore per la persona morta.

Anche la prima domenica di pasqua c’erano delle donne che andavano al cimitero per vedere la tomba di Gesù. Donne che conoscevano Gesù che erano anche presenti alla sua crocifissione. Non hanno con loro un innaffiatoio o dei fiori, ma delle creme, oli e panni freschi. In sé è una cosa normalissima quando dei parenti o amici visitano il cimitero, ma in questa domenica Matteo ci racconta di un terremoto.

In ogni vita umana conosciamo questi momenti che ci scuotono, che ci fanno paura. La vita non è sempre solo bella. Esistono dei fallimenti, dei colpi del destino, delle disgrazie. Tali turbamenti possono mettere tutta la vita sotto sopra. E direi che queste due donne alla tomba di Gesù si sentono abbastanza scosse, fuori e dentro. – E poi c’è uno che dice loro: Voi, non temete. Non avere paura! Talvolta serve che qualcuno ci dica queste parole, perché non funziona bene quando sono io a dovermele dire, serve qualcun altro. Per questo noi cristiani viviamo in comunità per potercelo dire gli uni agli altri. Non temere, non avere paura. È vero che Gesù è morto. È vero però anche che Gesù è risorto e anche tu risorgerai!

Tanti uomini credono oggi che la religione sia una cosa privata e che possano trovare Dio meglio in un bosco che in una chiesa. Ma quale albero può dire a queste persone le parole confortanti: Non temere, non avere paura.

Le due donne credono nelle parole dell’angelo. I discepoli sulla via verso Emmaus credono quando vedono Gesù spezzare il pane. Tommaso crede quando può toccare il suo Signore. Saulo vede la luce che gli toglie la vista e crede. – La Bibbia ci racconta di tanti modi diversi in cui le persone sono venute in contatto con il Risorto. Non ha importanza il come, ma il fatto in sé. È importante che si realizzi questo incontro.

Gesù c’è. Anche adesso in mezzo a noi, perché ha detto: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro Matteo 18,20 Cristo è presente in mezzo a noi.

Questo è l’animo di pasqua. Sapere che Gesù è con noi nella nostra vita e nella morte. Se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore.(Rom 14,8)

Auguro a tutti voi questa speranza di essere nella vita come nella morte con Dio. Amen.

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-04-16 14:07:162020-11-10 08:25:35Sermone: È risorto

Sermone: Gesù Cristo una star?

9 Aprile 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

A Vicenza viviamo abbastanza vicino al Teatro cittadino e talvolta succede che venga lì qualcuno di famoso. Mi ricordo le audizioni di ‘Italia’s got Talent’ e l’agitazione dei ragazzi che venivano a presentarsi o semplicemente a vedere, fotografare, per sentirsi parte di un mondo diverso, un mondo di successo e di gloria.

Ascoltando il racconto dell’entrata di Gesù a Gerusalemme abbiamo detto che la gente accoglie anche lui come una star. Le persone lungo le strade di Gerusalemme avevano in mano dei rami di palma, oggi abbiamo in mano i cellulari per fare le foto. Ciò che è sempre uguale è che in questo modo non si vede veramente la persona. Si vede ciò che si vuole vedere, una star, una stella sulla quale possiamo proiettare le nostre illusioni e i nostri desideri. Succede un po’ come al cinema, dove sulla parete si proiettano illusioni di un mondo bello, voglia di riconoscimento, forza e successo e tutto ciò viene in qualche modo identificato con la persona che sta recitando.

Gesù, una superstar. – È più facile convivere con una star che non con una persona normale. Una star si può mettere sul podio, lì rimane e non mi viene troppo vicino. Questo è il vantaggio delle star, non vogliono nulla di concreto da me.

Vorrei raccontarvi oggi di una star che ci viene descritta nel primo testamento dal profeta Isaia. Questa persona non ha un nome concreto, è conosciuta con lo pseudonimo del servo di Dio e Isaia lo descrive in vari inni. Vi leggo ora il terzo di questi inni del servo di Dio che viene riportato nel libro del profeta Isaia al capitolo 50

4 Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli.  5 Il Signore, DIO, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro.  6 Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi.  7 Ma il Signore, DIO, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò svergognato.  8 Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Compariamo assieme! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino!  9 Il Signore, DIO, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà.

Il servo di Dio è un personaggio sul quale vengono proiettate delle attese. È, in un certo senso, una star dalla quale i suoi fan si aspettano qualcosa. – Che cosa esattamente?

Isaia scrive quest’inno mentre il popolo d’Israele si trova in esilio. Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Così viene descritto l’esilio nel Salmo 137.

Avevano perso una guerra. Gerusalemme è stata assediata per più anni dai babilonesi e quindi è caduta. Gli Israeliti sono stati deportati lontani dalla loro patria. In Babilonia vivevano come in ghetti e dovevano accettare molte disposizioni che andavano contro la loro fede. Uno degli aspetti per loro più difficile da accettare era l’impossibilità di seppellire i loro morti secondo le tradizioni ebraiche. – E se posso dirlo, anche oggi, dopo migliaia di anni, non è ancora cambiato molto. Anche oggi, nella nostra civile Europa, è difficile se si proviene da un Paese straniero che venga concesso di vivere secondo le proprie tradizioni. Pensate alla ragazza alla quale abbiamo fatto il funerale qualche settimana fa; abbiamo visto che neanche da noi è scontato, nel nostro paese cristiano, che venga dato un pezzo di terra per seppellire i propri morti. Ma di questo dovremmo forse parlare in un altro momento.

Gli Israeliti sentivano la mancanza del loro Paese, ma anche del loro cibo, dei loro amici, delle loro abitudini; ma, cosa ancora più grave, sentivano la mancanza di Dio.

Non è facile da cogliere per noi oggi. Noi pensiamo che Dio sia con noi, indipendentemente da dove siamo. Israele la vedeva diversamente. Nel loro pensiero, Dio era legato a un luogo specifico. Quel luogo era l’arca dell’alleanza nella quale si custodivano le due tavole con i dieci comandamenti. Per questo si portava quell’arca anche in guerra per assicurarsi che Dio donasse vittoria.

L’arca dell’alleanza, cioè Dio stesso, era presente per lunghi anni in una tenda, fino a quando il re Salomone costruì il primo tempio dove Dio manifestava la propria presenza nel Santissimo. Gli Israeliti andavano regolarmente a Gerusalemme per portare sacrifici, però non potevano accedere al Santissimo. Solo una volta l’anno il Sommo Sacerdote entrava in quella stanza, dove si manifestava la presenza di Dio.

Forse potete ora cogliere, perché gli Israeliti erano disperati nell’esilio. Non vedevano nessuna possibilità di mettersi in contatto con Dio. Avevano una brama grandissima di libertà, e di Dio.

E accanto a questa brama sorgeva la domanda: come è potuto accadere tutto ciò? Come è stato possibile che il tempio venisse distrutto? Dov’era Dio? Non è stato abbastanza forte? Dov’è Dio ora? Ha abbandonato il suo popolo?

Isaia risponde a queste domande con l’inno del servo di Dio. Un salvatore, una star che metterà fine a tutta questa miseria in Babilonia. Qualcuno che riporterà il popolo a Gerusalemme, qualcuno che è molto vicino a Dio, un uomo che vive in totale comunione con Dio. Qualcuno che dovrebbe superare la divisione da Dio e ricucire la lacerazione.

Chi è quel servo di Dio? – Non lo sappiamo a chi abbia pensato Isaia quando ha scritto questa poesia. Forse aveva una persona concreta davanti agli occhi, forse addirittura se stesso, forse aveva una visione divina e parla di colui che oggi identifichiamo con il servo di Dio, cioè Gesù Cristo. Gesù che ha superato in modo definitivo la separazione da Dio, tramite la sua morte in croce. Gesù non ha solo fatto dimenticare la separazione, ma è andato a fondo del problema. Ha pagato con la sua morte per liberarci dal potere del peccato e della morte. Gesù ha preso il nostro peccato su di sé.

Nel canto di Isaia viene descritto il cammino di questo servo di Dio. È un cammino di stenti e miseria. Possiamo vedere tre fasi in questa via: la prima fase descrive l’ascolto e il parlare.

Il servo di Dio è uno che ogni mattina ascolta, si “sintonizza” con Dio. Questo è un segno di ogni discepolo, non solo del servo di Dio, ma di ogni servo, di ogni discepolo. La preghiera dà alla giornata una base sulla quale può crescere quella fiducia che aiuta a superare anche i giorni meno belli.

La seconda fase della via del servo di Dio viene descritta in termini orribili: sopportare, farsi prendere a pugni e porgere l’altra guancia. Isaia racconta di oltraggi. Sul servo di Dio si sputa, gli strappano i peli della barba. È orrendo, e lui sopporta.

Per non perdere l’equilibrio voglio parlarvi direttamente anche della terza fase, nella quale ci viene descritta una forza che viene da Dio. Se cerco di tradurre questo equilibrio nella nostra vita, direi: la sofferenza nella nostra vita non la possiamo capire e neanche combattere fino in fondo. Non aiuta mettersi la maschera del vincitore, essere sempre sereni e contenti, prendere ogni difficoltà con stoicismo. Non posso sempre stare bene, non posso sempre essere forte, non posso sempre sorridere. Può essere molto liberante ammettere: sì, sono bastonato e mi sento così, e non lo devo nascondere, posso farlo vedere, posso accettare la mia condizione.

Però serve anche l’altro aspetto, altrimenti si cadrebbe nella depressione più nera. Non è giusto accontentarsi di una situazione che non va. Purtroppo è stato predicato così per lunghi anni: questa è la tua condizione, non devi né puoi cambiarla. No, per me è sbagliato pensare così.

Non devo nascondere la mia condizione, forse devo anche accettare che qualcosa non si può cambiare, però devo anche riconoscere che cresce una nuova forza in me. Posso cambiare ciò che è cambiabile e col resto so che Dio è con me. Il servo di Dio lo esprime dicendo: DIO, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Queste sono parole di uno che è sicuro di sé, non di uno che sta bene nella propria miseria. Così parla uno che vive la sua vita in maniera forte, che può combattere l’ingiustizia e cambiare ciò che si può cambiare.

E così si attraversa la sofferenza e lo stento senza frantumarsi. Autentico, forte, forse più forte di prima.

Però io non voglio darvi qui qualche idea per una buona vita. Se parliamo del servo di Dio è importante come noi vediamo Dio e come noi viviamo con Dio.

Se parliamo del «servo» di solito abbiamo associazioni più negative. Uno che deve servire, deve fare ciò che vogliono altri, uno senza una propria volontà. – Se pensiamo ai costumi dell’epoca era diverso. Un servo non stava veramente male. Un lavoratore a giornata sì, lui rimaneva estraneo, ma il servo e la serva facevano in qualche modo parte della famiglia. Se qui Isaia parla del servo di Dio ci troviamo già molto vicino a Dio, siamo già dentro alla casa di Dio. Gesù ha poi fatto un altro passo e ci ha detto: siete figlie e figli di Dio. Potete rivolgervi a Dio come padre, addirittura come Abba, cioè come babbo, un papà amato.

Provo a raccogliere ancora una volta i tanti pensieri attorno a questo testo: vediamo un popolo che cerca libertà e cerca il suo Dio. Questo popolo desidera un salvatore che lo riporti nella comunione con Dio. Questo salvatore è il servo di Dio. Uno che è in contatto strettissimo con Dio, uno che è disposto a soffrire e che è nella sua sofferenza un simbolo per tutto il popolo d’Israele.

Queste star come il servo di Dio, personaggi su cui si proiettano i propri desideri, sono sempre esistite. Forse perché sono sempre servite.

Anche Isaia ha fallito nonostante tutti i suoi sforzi. La sua missione non ha avuto successo. Dopo il ritorno dall’esilio, il popolo ha preso di nuovo le distanze da Dio e finirà poi sotto il potere dei romani.

La chiesa cristiana ha identificato Gesù come il vero servo di Dio. Quando parlava lui, Dio era presente. In tutta la sua vita mostrava la volontà di Dio. Non era una delle solite star, ma ha percorso la via della perdita e della sconfitta fino alla croce. Ha sacrificato se stesso per molti. Egli è il vero servo di Dio e con lui possiamo intraprendere insieme la via che porta dal padre.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-04-09 14:51:182020-11-10 08:24:51Sermone: Gesù Cristo una star?

Sermone: Il sacrificio del pedone

2 Aprile 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Chi gioca a scacchi sa che cos‘è il sacrificio del pedone. Si verifica quando è necessario perdere un pezzo minore per vincere qualcosa di più prezioso. Talvolta si deve perdere zavorra per poter continuare il viaggio. Tanti di noi hanno già dovuto fare dei sacrifici nella propria vita per raggiungere una determinata meta. L’hanno raggiunta ma hanno perso contemporaneamente qualcosa di amato.

Talvolta dobbiamo prendere delle decisioni difficili. Talvolta si deve pronunciare un giudizio – dopo una lunga riflessione e talvolta anche contro ciò che dice la pancia e il cuore.

Il testo che vi ho portato oggi parla di qualcosa di simile. Una commissione ecclesiastica deve prendere una decisione, deve esprimere un giudizio e non è facile. Così quelli che fanno parte del sinedrio sono in seduta a porte chiuse. C’è un unico punto all’ordine del giorno: un tale fa dei segni, dei miracoli – e tutto il popolo segue questo adescatore. Tutta la struttura del potere tra tempio e stato potrebbe crollare. Una rivolta da parte dei suoi seguaci e la repressione dello Stato potrebbe distruggere tutto il piccolo mondo attorno al tempio. Tutte le prerogative potrebbero essere perse. Il sinedrio deve decidersi. Si deve pesare bene questa decisione. È meglio che perisca uno che non tutto il sistema. Non prendere la decisione sarebbe anche una decisione. C’è timore che un piccolo gesto sbagliato possa portare alla catastrofe.

In un certo senso capisco i farisei e sacerdoti che emettono la loro sentenza che ora voglio leggervi. La troviamo nel vangelo di Giovanni 11,47-53

47 I capi dei sacerdoti e i farisei, quindi, riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Perché quest’uomo fa molti segni miracolosi.  48 Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno come città e come nazione».  49 Uno di loro, Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla,  50 e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione».  51 Or egli non disse questo di suo; ma, siccome era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione;  52 e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi.  53 Da quel giorno dunque deliberarono di farlo morire.

Gesù era diventato troppo famoso. Il suo ultimo miracolo, la risurrezione di Lazzaro non poteva più essere negato. Ricordiamoci: Lazzaro era già morto e messo nella tomba quando Gesù l’aveva richiamato in vita. Le persone presenti a questo miracolo volevano trattenere Gesù e gli dicevano: Non andare alla tomba – dobbiamo intendere una cava, una grotta dove si poteva entrare. Non entrare, gli dicono, puzza già! È veramente morto.

Però il potere di Gesù è più forte della morte. E questo è ciò che tutti dovevano accettare quando Gesù riportava il fratello alle sue amiche Maria e Marta. Questo segno era talmente potente e chiaro che nell’uno o nell’altro modo le autorità del tempio dovevano prendere posizione. O questo Gesù è il figlio di Dio, il Salvatore, come affermano i suoi discepoli, o è un imbroglione e delinquente che fa i suoi miracoli basandosi su un potere satanico. Altre soluzioni non ci sono. Gesù non poteva essere solo una buona persona o un esempio nella fede. Anche noi dobbiamo decidere chi sia Gesù per noi.

Il ragionamento del sommo sacerdote Caifa è sensato. Meglio sacrificare uno per poter salvare tutto il popolo. E l’evangelista Giovanni è d’accordo: Sì, doveva essere così. Gesù doveva morire per il popolo, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi. Vediamo che il piano di Dio non era di dare inizio con Gesù ad una rivolta contro i romani e al regno di Dio inteso come regno di questo mondo. Il messaggio di Gesù tratta qualcosa di più grande e qualcosa a lungo termine. Questo messaggio non si può ridurre ad un singolo momento o ad una lotta specifica.

Gesù vuole che gli uomini cambino interiormente. Gesù vorrebbe che noi trovassimo Dio liberamente e questo non si può fare utilizzando la forza.

Però Gesù deve raggiungere Gerusalemme, perché tutti i cambiamenti importanti che riguardano gli ebrei, si annunciano a Gerusalemme nel tempio. Gesù deve andare a Gerusalemme per proclamare lì la sua pretesa di essere il figlio di Dio, il Salvatore. E lì, a Gerusalemme, Gesù si mette tra i fronti. Deve morire. Dev’essere consegnato al sinedrio e dev’essere messo in croce se l’alternativa è di dare inizio ad una rivolta che porterebbe ad un bagno di sangue; e questo sarebbe ovviamente contro tutto ciò che egli aveva cercato di predicare. Non ci sono alternative a questa morte se Gesù non vuole rinunciare al suo incarico. Per l’evangelista Giovanni è molto chiaro: le sofferenze e la morte di Gesù erano predeterminati e fanno parte del piano di Dio. Gesù è morto, per dare vita al popolo e a tutte e tutti che credono in questa via di salvezza. Gesù è morto, così che noi che oggi poniamo la nostra fede in lui, possiamo vivere.

Con la vita e la morte di Gesù ha inizio qualcosa di nuovo che vale questo sacrificio. Che cos’è questo momento nuovo e grande che ha un impatto a lungo termine e porta verso il futuro, che cambierà tutto, ma non subito? Il nostro testo ci dice: Gesù doveva morire per il popolo e per riunire i figli dispersi di Dio. E questo è successo effettivamente. Da tutte le nazioni, da tutti gli angoli della terra si riuniscono da 2000 anni delle persone nel nome di questo Dio. Anche noi facciamo parte di questa riunione. Dalle nazioni sparse è nata la nuova Israele.

Talvolta mi guardo la nostra chiesa, non solo quella qui a Padova ma anche in tutta l’Italia e penso: perché siamo tanto pochi, perché siamo così deboli e perché si ascolta così poco ciò che abbiamo da dire? C’è ancora qualcuno che ci ascolta quando parliamo di temi sociali, ma che questa chiesa avesse anche un messaggio biblico da portare non viene più colto. Il messaggio del Cristo morto e risorto non suscita grande interesse.

A Vicenza c’è un predicatore evangelico, un africano che predica in piazza Signori. Quando l’ho conosciuto, utilizzava ancora una Bibbia in inglese e nessuno si fermava da lui. Dopo qualche anno ha cambiato e parla ora in italiano, però non vedo quasi mai qualcuno che si ferma per ascoltarlo. Sarà il modo che non va, però dobbiamo anche ammettere che noi abbiamo smesso di portare il messaggio salvifico in questo modo nel mondo perché è difficile, perché uno si sente impotente davanti alle masse che credono tutt’altro, perché questo messaggio non è facile da portare nella nostra società.

Però è proprio questa buona novella che la chiesa racconta da 2000 anni. Le società sono sempre cambiate, il messaggio no. Talvolta la chiesa ha vissuto dei periodi privilegiati, talvolta ha dovuto nascondersi, il messaggio è sempre rimasto lo stesso. E poi succede che comunque questo messaggio di Dio trova delle persone che sono disposte a sentirlo, persone che rimangono colpite e trovano conforto in questo messaggio che ci dice: Gesù Cristo è morto per abbattere le frontiere. Nella sua morte la tenda nel tempio si è spezzata, la via verso il padre è aperta, possiamo venire liberamente verso un Dio che ci ama. Un Dio che non vede più tutto ciò che ci separa da lui, perché Gesù ha risanato questa separazione.

Mi rendo conto che questo è un concetto vecchio e oggi non più facilmente comprensibile. Alla fine, la maggior parte delle persone non sente tanto la separazione da Dio, questo peccato che ci allontana dal Dio d’amore. I peccatori sono gli altri, noi siamo brava gente, non facciamo niente di male.

L’evangelista Giovanni che scrive il nostro testo, l’apostolo Paolo e poi i Riformatori, loro hanno sentito fortemente il distacco tra l’uomo e Dio, cioè il peccato. Loro hanno sentito che questo distacco è un vero abisso che noi esseri umani non riusciamo a superare, che serve l’intervento di Dio. – L’uomo naturale deve morire, è questo il suo destino. Paolo dice: il salario del peccato è la morte. Questa è la natura, finisce tutto. Noi crediamo invece che con la morte di Gesù che è morto per noi ha avuto inizio qualcosa di nuovo, noi che crediamo in questo Dio che è morto e risorto abbiamo vita eterna. Vita eterna che ha inizio già adesso. Vita eterna che ci apre una nuova prospettiva sulla nostra vita, perché non c’è più la fine minacciosa, la via è libera verso l’eternità. Non c’è più la tenda dietro la quale non sappiamo bene che cosa succede. Dio ha tolto la tenda e si è dato un volto che è quello di Gesù. Un volto d’amore che ci dà speranza.

Gesù è andato in croce per aprire questa via. È stato da solo, forse ha perso lui stesso la speranza, forse ha pensato anche lui di non poter fare niente essendo solo. – Noi invece non siamo soli. Noi siamo stati uniti da Cristo, abbiamo altri membri di questo corpo di Cristo attorno a noi con i quali possiamo vivere insieme la nostra fede. Viviamo insieme per poterci confortare a vicenda, per poterci confrontare e per indirizzarci sempre di nuovo verso Dio. Abbiamo altri che per noi possono essere un esempio e noi possiamo a nostra volta essere esempio per altri. Insieme formiamo la chiesa, quest’unità che si è formata dai figli dispersi di Dio. Insieme possiamo ricordarci che Gesù ci ha aperto la via verso il Dio d’amore che ha così tanto amore che ha scelto addirittura di subire la morte per procurare vera vita per i suoi figli.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-04-02 16:25:472020-11-10 08:24:41Sermone: Il sacrificio del pedone

Sermone: Gesù sazia la tua fame di vita

26 Marzo 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Tempo fa, era ancora in Germania, ho visto in tv un documentario su una famiglia. Mamma, papà, un figlio; sembrava tutto carino e tranquillo, una simpatica famigliola. Si erano trasferiti dalla città in paese e cercavano contatti, tutto nella norma. Poi nel corso dell’intervista si capiva che sia lei sia lui guadagnavano i loro soldi in ambienti a luci rossi e, come succede nei paesi, si era subito sparso la voce.

Questa famiglia cercava contatti e praticamente tutti gli altri genitori, sia dell’asilo sia della squadra di calcio si tenevano a distanza. – Mi sono chiesta quanto sono disposta io ad accettare gli altri, soprattutto quando sono di mezzo i miei figli. So che anch’io cerco di proteggerli di fronte a persone che non mi sembrano adatte.

Comunque, questa famiglia aveva soldi in abbondanza, ma niente amicizie e soprattutto la giovane mamma soffriva per questo. Uno potrebbe dire: fatti due pensieri sul modo in cui guadagni i tuoi soldi. Ma questa mamma voleva solo che suo figlio avesse un amico, voleva poter parlare con le altre mamme dell’asilo, forse incontrarsi una volta per un caffè, per poter condividere i tipici pensieri da mamma.- Quei semplici desideri che non avrebbe potuto comprare con tutti i suoi soldi. Questa donna aveva fame di amicizia. Niente di speciale una semplice, umile, vera amicizia.

Vi ho portato oggi una storia che parla di fame e di sazietà. Leggo dal vangelo di Giovanni 6,47-51:

47 In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna.  48 Io sono il pane della vita.  49 I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono.  50 Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia.  51 Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo».

È un racconto di fame e di sazietà, un racconto di pane che ci propone solo ed esclusivamente l’evangelista Giovanni. Gesù parla alla gente poco dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e pesci per i 5000. Ricordiamoci: Gesù predicava, parlava con la folla, con uomini, donne e bambini che l’avevano seguito. Si era fatto tardi. La gente aveva fame, nessuno sapeva bene che cosa dire o fare, non era previsto tutto ciò. Nessuno sapeva come saziare tutte queste persone prima che dovessero affrontare il ritorno.

Lo percepite che questo testo non parla solo della fame che si sente nella pancia. Qui parliamo di una fame molto più profonda, una fame che logora tutto l’essere.

I discepoli invece sono ancora fissati sulle pance delle persone. Dicono che neanche pane per 200 denari basterebbe per tutte queste persone. Ricordiamoci che nella parabola dei lavoratori delle diverse ore, loro ricevono tutti 1 denaro al giorno. 200 denari sarebbero quindi il guadagno di più di un mezz’anno. Parliamo di tanti soldi. Ma non bastano.

Poi viene un bambino che porta cinque pani d’orzo e due pesci. Porta ciò che ha, insieme ad una grande fede – e la gente viene saziata. La fame di 5000 persone è calmata. Un miracolo, però la fame si calma solo per una notte.

Dopo Gesù parla di nuovo con il popolo d’Israele e ricorda i tempi nel deserto dopo la miracolosa fuga dall’Egitto quando Dio saziava il popolo con manna e quaglie. Gesù ricorda al popolo questo pane che veniva dal cielo e dice di se stesso: Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo.

L’altra settimana a Ecumene abbiamo fatto un campo sulle leggi – soprattutto leggi civili – ma la domenica ho raccontato loro il percorso del popolo d’Israele fino ad arrivare al Sinai dove Dio consegnava a Mosè i 10 comandamenti. Questi racconti del popolo nel deserto, prima e dopo il Sinai, hanno sempre lo stesso schema: Il popolo sta male – Dio manda aiuto e per un po’ di tempo stanno meglio – Il popolo non vuole ascoltare Dio – Il popolo sta male.

Con questo ciclo, ci sono tanti, tantissimi racconti biblici. Con la manna era così: gli Israeliti avevano appena attraversato il Mar Rosso, dopo anni di oppressioni, dopo le 10 piaghe e la fuga nella notte, finalmente trovano libertà e il primo versetto del nuovo periodo nel deserto inizia con delle lamentele. Non sentiamo nulla della gratitudine, iniziano con preoccupazioni e reclami. Dicono a Mosè: «Fossimo pur morti per mano del SIGNORE nel paese d’Egitto, quando sedevamo intorno a pentole piene di carne e mangiavamo pane a sazietà! Voi ci avete condotti in questo deserto perché tutta questa assemblea morisse di fame!» (Esodo 16,3) Che cosa succede? Dio ascolta le lamentele del suo popolo e manda la manna, il pane dal cielo. A quel punto potrebbe in teoria finire la storia, ma si trova sempre uno che ha da lamentarsi e vuole tornare nella schiavitù.

Perché vi racconto questo? Nel nostro testo Gesù sottolinea che tutti coloro che sono stati mantenuti nel deserto miracolosamente con la manna dovevano comunque morire. Forse potremmo anche dire che tutti coloro che hanno mangiato una parte di quei cinque pani e due pesci dovranno morire. In contrasto a questo possiamo sentire la promesso di vita che offre Gesù Cristo: Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

Se Dio porge del pane dal cielo, vuole anche che se ne mangi; se Dio porge nella persona di Gesù il vero pane dal cielo, vuole anche che si accetti questo pane, che si accetti Gesù, nella fede. Questo testo è un invito alla fede. Questo testo ci sollecita a rispondere alla chiamata di Dio. – Potrebbe essere tanto facile: se ti viene offerto del pane, tu mangi. Dio ti offre suo figlio, che fai?

La Bibbia ci racconta che gli Israeliti, dopo poco tempo, non erano più contenti con la manna, non li soddisfava più. Anche oggi il pane semplice non è più tanto ben visto. Troppi carboidrati, troppo poco gusto. Va bene come base per la nutella, ma pane così, semplice e secco non vale la pena mangiarlo. E non illudiamoci che si parli di qualche pane speciale. Gesù pensa al pane azimo. È secco e non sa di niente, è un pasto povero. Gesù dice: Io sono il pane. Pane semplice, non la baguette o la brioche, non la brezel o il muffin – semplice pane.

E prosegue dicendo: se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. Non una vita con ricchezze, una vita di lusso e sovrabbondanza, no. Vita semplice ma eterna. Questo ci offre Gesù.

La vita eterna comincia dove non devo far vedere il mio valore con ciò che guadagno ma ho valore perché sono amato, una figlia, un figlio di Dio.

La vera vita si mostra dove non devo più organizzare ogni dettaglio al minimo, ma posso anche fidarmi della protezione, dell’accompagnamento di un Dio che conosceva la mia vita quando io non c’ero ancora.

Ci basta una vita del genere o ci serve di più? Che cosa serve per vivere?

Su questa domanda possiamo trovare delle risposte molto diverse: In questi tempi si citano spesso i famosi 30 euro al giorno di cui qualcuno dice che sarebbe tanto, un altro lo vede giusto o anzi poco per vivere.

Se chiediamo invece alla Caritas ci dicono che due pugni di riso al giorno devono bastare in tante parti dell’Asia per sopravvivere.

Se chiedo ai giovani che cosa serve per vivere ci sono tanti che parlano dei loro amici, o anche del cellulare o computer senza il quale loro non si sentono completi, in qualche modo staccati dalla loro realtà.

Se chiedo a degli amici mi dicono che serve un lavoro fisso per mantenere la famiglia, una casetta nel verde non sarebbe male e una volta all’anno vacanze al mare.

Se chiedo ai più anziani che cosa serve per vivere, non contano più i soldi, ma vorrebbero persone attorno a sé. Persone che hanno tempo, che possono ascoltare, e sono comprensive.

Che cosa serve per vivere? Gesù ci dice: può essere che voi pensiate di avere bisogno di tutte queste cose. Va benissimo se le avete, ma alla fine, veramente avete solo bisogno di ME.  Io sono il pane vivente,(…); se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

Torniamo ancora una volta all’inizio quando vi ho raccontato di questa mamma che cercava amicizia. Non lo so che cosa direbbe lei se qualcuno le chiedesse che cosa serve per vivere. Forse parlerebbe di soldi e vestiti, vacanze e macchine. Però si è visto chiaramente: ciò che serviva davvero è pane di vita. Una base nella vita.

Lei ha cercato disperatamente qualcosa per alimentare la sua fame, forse non avrebbe neanche potuto esprimere di che cosa aveva fame.

Proprio per persone come lei è venuto Gesù. A loro e a noi offre il pane della vita, non solo pane per lo stomaco, non solo pane per questa vita, ma pane per la vita eterna.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-03-26 16:49:482020-11-10 08:24:32Sermone: Gesù sazia la tua fame di vita

Sermone: Il cerchio perfetto dell’amore

20 Marzo 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Voglio oggi partire per la nostra riflessione condividendo con voi il mio sentire per due persone assai speciali nella mia vita.

A gennaio è mancato un mio carissimo amico, un piacevole compagno di chiacchierate notturne al telefono, visto che per entrambi le ore della notte sono finalmente tranquille e danno la possibilità di riflettere senza la frenesia delle cose da fare durante il giorno. Lui era psichiatra e la sua dipartita ha lasciato un gran vuoto in moltissime persone che continuano ad attestare la loro stima ed il loro dolore per la sua mancanza.

Nik era una bella persona, colta, disponibile, empatico, sempre partecipe nei sentimenti dell’altro. Ma Nik era anche agnostico e ricordo ancora con un sorriso i nostri confronti durante i quali lui si stupiva della laicità sostanziale in una persona credente. Una caratteristica indiscussa di questo mio amico era l’umiltà che manifestava nel relazionarsi con tutti. Mi manca, mi manca molto.

Per mia fortuna un’altra persona è ancora presente nella mia vita. Anch’egli medico, anch’egli agnostico (seppure attirato dalla visione etica delle chiese valdesi e metodiste). Il mio amico è una persona buona, che ha come punto focale della sua vita la professione come mezzo per realizzare uno dei suoi principali obiettivi: lenire il dolore delle persone. Per esperienza so che, qualsiasi sia il problema esistenziale che sta vivendo, interpellato come medico, lui è presente, in ogni momento, con ogni persona che richieda il suo aiuto. Però, anche con lui, nelle nostre chiacchierate, percepisco l’incredulità nei confronti di Dio.

Perché il riferimento a queste due persone così importanti nella mia vita?

Perché io, come voi sorelle e fratelli, sono credente e non nutro dubbio alcuno sulla presenza del nostro Signore nella mia vita e nella storia del mondo.

Certo l’amore per il prossimo, la solidarietà, il mettersi a disposizione dell’altro, il donare all’altro ciò che siamo, ciò che sappiamo e ciò che abbiamo non è caratteristica del cristiano. Il mondo, la storia, perfino le nostre conoscenze personali sono zeppi di individui che hanno saputo relazionarsi con gli altri con spirito “fraterno”. E questo, a prescindere dalla nostra scelta di fede, va loro riconosciuto.

Ma allora, qual è la specificità del credente? Quali sono le riflessioni che dobbiamo fare e che ci rendono diversi dai non credenti? CERTO NON MIGLIORI, ma diversi sì.

 

Leggo dall’evangelo di Matteo 22: 34-40

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?»

Gesù gli disse: «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento.

Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti.»

 

Questo notissimo passo, riportato anche in Luca 10 con la parabola del buon Samaritano, è entrato fra i versetti più conosciuti a memoria da credenti e non credenti.

In entrambi gli Evangeli l’affermazione nasce da una provocazione, da un intervento che un dottore della legge fa per mettere alla prova Gesù. In Matteo il gran comandamento della legge è messo in bocca a Gesù, in Luca, invece, è Gesù che chiede al suo interlocutore quale sia il comandamento ed egli risponde, per cui possiamo dedurre che questa legge, questo comandamento fosse anche al tempo ben conosciuto.

Luca riporta al cap 10, laddove parla della parabola del buon Samaritano: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso”.

Sostanzialmente lo stesso comandamento. Tuttavia mi vien da dire che normalmente o quantomeno spesso questo dettato è stato utilizzato solo per esprimere l’atteggiamento che il cristiano dovrebbe avere nei confronti del “prossimo” (fratellanza, solidarietà, amore, compassione, condivisione, ecc.).

Interpretazione certo corretta, ma parziale, che magari ha anche talvolta il sapore di un inutile e ipocrita buonismo caritatevole, perché, se ci pensiamo bene, i destinatari dell’amore non sono uno (il prossimo), bensì tre:

  1. Il Signore,
  2. Il prossimo,
  3. Te stesso.

E questo non è un caso, perché ciò che troviamo nella Bibbia non è stato scritto per caso.

Sono tre i pilastri dell’amore sui quali per un credente deve fondarsi la vita.

Se volessimo raffigurare fisicamente questa situazione, potremmo immaginare tre colonne sulle quali è posato un cerchio orizzontale, il cerchio dell’amore che dovrebbe essere ben presente in coloro che hanno fatto l’esperienza del grande dono della fede.

Proviamo ad analizzare questi tre pilastri, sapendo che ciascuno di essi è assolutamente fondamentale per la stabilità della costruzione, perché nessuno dei tre pilastri può essere più alto o più basso degli altri, altrimenti viene meno il sostegno al cerchio.

  1. Amare il Signore

Cosa significa? Vuol forse dire che, per abitudine, per educazione religiosa, per una sorta di timore o per altri motivi, riconosciamo l’esistenza di Dio nell’alto dei cieli perché spesso l’uomo ha bisogno di aggrapparsi al trascendente?

NO, certo che no! Amare il Signore vuol dire aver accolto nella nostra vita la sua presenza, aver fatto l’esperienza dei suoi doni che ci sono stati abbondantemente elargiti; doni che non possiamo sotterrare, ma dell’uso dei quali dovremo un giorno rendere conto.

Amare il Signore significa essere profondamente consapevoli che in Lui abbiamo un padre amorevole, un padre che non impone nulla ma lascia liberi i propri figli nelle scelte che vogliono fare, fossero anche scelte di rottura e di allontanamento, ma un padre che è sempre disposto ad accoglierci a braccia aperte e donarci il suo perdono, come nella parabola del figliol prodigo (meglio definita “del padre misericordioso”).

Un Signore che, pur chiedendoci di rendere conto delle nostre azioni, saprà accoglierci fra le sue braccia, dopo questo scampolo di anni che è la nostra vita terrena.

Amare il Signore vuol dire sapere che in Lui vi è il nostro inizio e la nostra fine ed è grazie al gran dono che ci ha fatto in suo figlio Gesù Cristo che noi possiamo aspirare alla vita eterna, per la sua grazia e non certo per i nostri meriti.

Amare il Signore significa non relegarlo nell’alto dei cieli, in uno spazio siderale lontano da noi, ma mettersi in contatto con Lui mediante la regolare frequentazione della Parola e la preghiera, per rendere la Sua presenza una realtà della nostra vita.

Amare il Signore significa esercitare la nostra capacità di affidarci a Lui, a colui che, fra i grandi doni che ci ha fatto, ha mandato suo Figlio per riscattarci dal peccato e per illuminarci sulla strada della vita.

  1. Amare il prossimo

Se possiamo ignorare il Signore, facendo finta che non ci sia o contestandone l’esistenza, il nostro prossimo non possiamo ignorarlo. E’ qui, vicino a noi, nella vita quotidiana.

Il nostro prossimo è rappresentato da coloro che incrociamo nella vita, a qualsiasi titolo questo contatto avvenga. Il nostro prossimo non lo scegliamo: ci capita e basta. Può essere certo una persona che amiamo, magari con la quale vogliamo instaurare un rapporto duraturo, ma può essere anche una persona che entra nella nostra vita mediata da altre conoscenze o da occasioni del tutto inaspettate.

Il mio prossimo è colui che, con un’espressione che mi avete sentito dire più volte, incrocia la sua vita con la mia; e non importa per quanto tempo avremo un percorso comune, né importa se ci siamo scelti oppure se è stato il caso a farci incontrare.

Ma dirò di più: il mio prossimo non lo scelgo io e può essere perfino che non mi piaccia perché caratterialmente, culturalmente e magari religiosamente è lontano dal mio sentire. Eppure anche costui è mio fratello e a me, come credente, è dato il compito di essere comunque gentile, solidale, partecipe alle sue gioie e ai suoi dolori, SENZA ATTENDERMI NULLA IN CAMBIO.

Questo, badate bene, non è vuoto buonismo, ma è la profonda consapevolezza che tutti i doni che ho ricevuto, siano essi materiali, psicologici o spirituali, non sono una mia esclusiva proprietà, ma mi sono stati affidati dal Signore affinché io ne faccia buon uso e li condivida con gli altri.

In questa prospettiva la disponibilità ad entrare in relazione con l’altro, lasciandogli sempre la libertà e non cercando che lui faccia ciò che vorrei facesse, crea una rete di comunicazione affettiva, di solidarietà, di condivisione, grazie alla quale noi stessi diventiamo il prossimo degli altri.

Recentemente ad un amico che manifestava quasi imbarazzato una profonda gratitudine solo perché, attraverso una rete di amicizie con fratelli di chiesa di un’altra città, abbiamo potuto avvicinare e verificare la situazione di un anziano a lui caro, ma geograficamente lontano, ho risposto che per l’amore non è dovuta gratitudine, ma che la cosa importante è che ciascuno riesca a seminare amore gratuitamente, senza aspettarsi nulla in cambio.

Visto che lui è agnostico, non credo che abbia ben percepito cosa significhi per un credente l’espressione che troviamo in Mt 10:8 “gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date”.

Da ultimo va detto che amare il prossimo significa condividere ciò che abbiamo e ciò che siamo, non elemosinare le rimanenze affettive o pratiche.

  1. Amare se stessi

Nei versetti che abbiamo letto c’è una forte connotazione psicologica che non va sottovalutata: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

A prima vista sembra facile, quasi fosse scontato il fatto che noi amiamo noi stessi, ma se ci riflettiamo un pochino, comprendiamo che non è così. I testi di studio di psicologia e psicoanalisi sarebbero totalmente inutili se gli esseri umani non soffrissero di mancanza di accettazione nei propri confronti. Immagino che ciascuno di noi abbia lati del proprio essere che non riesce ad accettare, perché non conformi a modelli che ci siamo costruiti, o magari a “fantasmi” creati dalla nostra mente ai quali vorremmo uniformarci e, non riuscendoci, di conseguenza rimaniamo insoddisfatti per nostri aspetti caratteriali, psicologici o fisici che non ci piacciono.

La mancata accettazione di noi stessi porta a conseguenze negative molto pesanti, perché potremmo certo evitare l’incontro con persone che non ci piacciono, ma non possiamo evitare di vivere con noi stessi e allora può accadere che, per sopravvivenza, proiettiamo sugli altri la nostra mancata auto accettazione.

E’ scontato che possiamo dare all’altro solamente ciò che siamo, per cui è evidente che una persona che non abbia risolto i propri problemi di accettazione guardandosi nel profondo e facendo un percorso, talvolta doloroso, di consapevolezza, non potrà porsi nei confronti del prossimo in maniera autenticamente positiva.

Questo è l’aspetto dal punto di vista esistenziale, ma, da credenti, vi è un aspetto ben più importante nei confronti del quale non possiamo rifiutare la riflessione e le conseguenti scelte. La nostra vita, il nostro essere, ciò che siamo e ciò che possediamo sono DONI DI DIO e come tali vanno rispettati, coltivati, impiegati.

Noi siamo coloro che Dio ama. Ci ama con i nostri difetti, con le nostre intemperanze, perfino con le nostre infedeltà. Il nostro Signore ci ama anche con le nostre caratteristiche fisiche e il suo amore si spande su di noi a prescindere dalle nostre scelte di tipo sociale, politico, sessuale, etico, lavorativo, religioso, ecc.

Orbene, CHI SIAMO NOI per banalizzare un tale infinito amore? CHI SIAMO NOI per svalutare i doni che ci sono stati fatti? CHI SIAMO NOI per volere che gli altri facciano ciò che noi vogliamo, ben sapendo che spesso ciò che noi vogliamo è una proiezione verso l’esterno della nostra mancata accettazione di noi stessi o del bisogno che abbiamo di essere confermati nelle nostre certezze fasulle?

Se facciamo una riflessione di questo tipo vediamo che l’amore verso se stessi non è così scontato, perché AMORE per me stessa, come creatura di Dio, non è da confondere con EGOCENTRISMO e sopravvalutazione del mio ego.  L’amore per me stesso richiede che io mi guardi dentro, disponibile anche a soffrire per questo, e comprenda quali sono in me i grandi talenti che il Signore mi ha affidato e non corra al campo per sotterrarli, ma li metta a frutto nella condivisione con il mio prossimo.

E’ solo facendo questo percorso di accettazione che potrò più facilmente rifuggire da atteggiamenti che rovinano la vita: insoddisfazione, depressione, ira frequente, mancanza di volontà nel fare le scelte, mancanza di voglia di vivere con gli altri, incapacità ad esercitare l’empatia e facilità del dare giudizi sugli altri.

L’amore per se stessi porta arricchimento nella disponibilità e nell’amore per gli altri, per il prossimo, e causa riconoscenza profonda verso quel Dio in cui diciamo di credere.

 

Solo guardando e mantenendo saldi i tre pilastri dell’amore, senza privilegiare posizioni solo fideistiche, oppure realizzando unicamente azioni di solidarietà, o disconoscendo il dono di noi stessi, il cerchio dell’amore di cui abbiamo parlato all’inizio della nostra riflessione potrà rimanere saldamente in equilibrio, in un continuo scambio di energia positiva che si muove fra i tre punti che ci presenta il più grande comandamento, come ha detto Gesù nel passo di Matteo.

AMEN

Liviana Maggiore

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-03-20 10:31:362020-11-10 08:24:22Sermone: Il cerchio perfetto dell’amore

Sermone: Segni e miracoli

12 Marzo 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Vorrei oggi raccontarvi di una mia amica dei tempi della scuola. Per me è una persona concreta e speciale ma mi pare che il suo atteggiamento nei confronti della fede sia un esempio di qualcosa che possiamo ritrovare in molte persone dei nostri tempi.

Questa mia amica ha poco a che fare con la chiesa e ancora di meno con Dio. E quando parliamo della fede le sento sempre di nuovo dire: “Se Dio volesse veramente che io creda, mi manderebbe un segno inequivocabile.” Un miracolo, un segno in modo chiaro. – Vi confesso che talvolta piacerebbe anche a me avere qualcosa di più concreto in mano che non una fede che talvolta sembra essere astratta. Certe volte vorrei essere stata una delle discepole di Gesù che potevano vedere e toccare e nel suo nome fare dei miracoli che portavano nuovamente persone a Gesù. A me basterebbe qualcosa di poco spettacolare, forse qualche guarigione o qualcosa simile. Un miracolo che basti per generare fede, per far vedere chiaramente che Gesù è il messia che tutti aspettano, il verso salvatore.

Ai tempi di Gesù erano in particolare gli scribi e i farisei a valutare questi segni, perché come custodi della religione era loro il compito di smascherare i ciarlatani. Loro erano responsabili di combattere l’eresia – e parlare nel nome di Dio senza avere il potere da parte di Dio è eresia. Per questo loro pretendono da Gesù un segno che mostri l’autorità divina.

Per me è molto comprensibile ciò che loro fanno. Se qualcuno entrasse qui da noi parlando nel nome di Dio, anch’io pretenderei un segno concreto o forse lo accompagnerei direttamente alla porta. Comunque Gesù si rifiuta di fare vedere dei segni e lo spiega con delle parole che non sono facilmente comprensibili.

Leggo dal vangelo di Matteo 12,38-42

38 Allora alcuni scribi e farisei presero a dirgli: «Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno».  39 Ma egli rispose loro: «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona.  40 Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti.  41 I Niniviti compariranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco, qui c’è più che Giona!  42 La regina del mezzogiorno comparirà nel giudizio con questa generazione e la condannerà; perché ella venne dalle estremità della terra per udire la sapienza di Salomone; ed ecco, qui c’è più che Salomone!

Questi farisei e scribi danno voce al pensiero di tante persone che vorrebbero di pieno cuore vedere un segno, un miracolo, qualcosa che porta alla fede. Ci piacerebbe vedere dei segni grandi e potenti da parte di Dio.

Qualcuno mi chiede: perché Dio non può guarire la mia mamma che crede profondamente in lui? Perché non fa questo miracolo? Perché Dio non si immischia nei fenomeni naturali così che tutti possano vedere la sua potenza? Perché Dio non fa niente nel nostro mondo segnato da guerre e violenze e disuguaglianze sociali? Perché non dice una parola forte?

Ci sono tante persone che hanno il sogno di vedere chiaramente Dio e la sua volontà, persone che vorrebbero vedere delle prove evidenti dell’esistenza di Dio.

Però io conosco anche la mia amica della quale vi ho parlato e so come lei reagirebbe davanti ad un miracolo del genere. Sarebbe meravigliata, forse contenta o anche entusiasta, ma poi basta. Sono certa che non cambierebbe niente in sostanza, non importa quale miracolo Dio si possa far venire in mente.

Penso che sia proprio questo il motivo per il quale Gesù nega di fare vedere dei segni. Non esistono segni, attestati o prove perché in questo modo Gesù non vuole fare vedere la sua autorità divina. Lui non cerca una fede del genere che si basa soltanto sui segni eccezionali e anomali. Una fede del genere sarebbe al di più un Credere-che-sia-vero, una fede che afferma: “sì, Dio esiste veramente”, una fede domenicale che ha poche conseguenze per la vita quotidiana.

Gesù cerca altro. Lui cerca una vera relazione con i suoi discepoli, un legame vivo che coinvolge tutta la persona e non solo l’intelletto.

Quando qualcuno incontra Gesù per la prima volta, i segni possono essere importanti per superare il primo periodo del cammino nella fede. Vi racconto il mio personale miracolo che è successo tanti anni fa. Era ai tempi della scuola. Dovevo fare una verifica di matematica per la quale avevo studiato tanto e capito poco. Mi ricordo bene che prima di entrare in classe pregavo nel corridoio dicendo: “Gesù se tu esisti e se hai interesse alla mia vita, aiutami con questo compito!” Poi succedeva ciò che era da prevedere. Capivo poco di ciò che mi veniva chiesto, ho iniziato male e fatto un gran disastro. A quel punto accade qualcosa: il mio insegnante si alza, viene da me, si guarda il compito e mi fa vedere dov’era l’errore. Non è mai successo qualcosa del genere, né prima, né dopo. Questo era il mio miracolo. Il momento nel quale Gesù mi ha detto: Tu sei importante per me e i tuoi problemi sono importanti per me. – Oggi sorrido quando vi racconto questo episodio della mia adolescenza. Ma in quel momento è stato importante. È stato il mio punto di partenza, o diciamo meglio uno dei vari punti di partenza nella vita della fede.

Comunque posso sorridere oggi, perché la mia fede non è rimasta legata a questo miracolo, se lo vogliamo chiamare così. La mia fede è cresciuta come io sono cresciuta e oggi spero di non avere più bisogno di miracoli del genere. – Come una relazione tra due persone non può rimanere al punto in cui loro si dicono una volta nella vita un ‘Sì’, così anche la relazione tra noi e Gesù si evolve. L’amore vuol essere vissuto. Questo vale per l’amore tra due persone come per l’amore tra il credente e Dio. – Se parliamo di un matrimonio, è ovvio che debba fallire se dopo il giorno del matrimonio non succede più niente. Vale anche per la relazione con Dio che si fonda su un miracolo iniziale. Dev’esserci di più, sennò fallirà.

Ho pensato varie volte: se Dio potesse dare alla mia amica un bel segno, forse si sveglierebbe. E dopo penso: no, sarebbe nel primo momento la grande emozione, e poi rimarrebbe la domanda: che cosa vuol dire questo miracolo per la mia vita?

E poi mi dico: quanti segni dà Dio che non riusciamo a cogliere? Quanti segni ci deve ancora dare la natura prima che qualcuno capisca che c’è qualcosa che non va? Che cosa deve ancora succedere nella nostra società, prima che qualcuno si svegli? Quante guerre dobbiamo ancora combattere prima di capire che a Dio non piacciono?

Qualcuno vede ancora i segni di Dio? Sono abbastanza sicura che la mia amica sarebbe contenta, o forse avrebbe paura, sarebbe meravigliata e poi tornerebbe alla vita quotidiana. Per questo Gesù si rifiuta di fare il mago davanti ai farisei.

Però… dice Gesù e racconta due storie bibliche che i farisei e gli scribi conoscono bene. La prima è il racconto del profeta Giona che fugge davanti a Dio perché ha paura di predicare il giudizio di Dio ai Niniviti. Questa città era conosciuta per la sua incredulità. Il resto della storia la conosciamo: Giona finisce nel ventre di un pesce dopo che è stato gettato in mare durante la sua fuga, arriva comunque a Ninive e predica la fine entro 40 giorno se loro non si pentono e si convertono a Dio. E guarda, guarda, i Niniviti si convertivano dalla loro malvagità, e (Dio) si pentì del male che aveva minacciato di far loro; e non lo fece. (Giona 3,10) Questo comportamento non piace minimamente al profeta che esclama: “Deh, o Eterno, non era forse questo che dicevo quand’ero ancora nel mio paese? (…) Sapevo che sei un Dio misericordioso e pieno di compassione lento all’ira e di gran benignità, e che ti penti del male minacciato. (Giona 4,2)

Questo è il segno di Giona del quale parla Gesù. Lì dove i credenti si fanno muovere dalla parola di Dio. Dove qualcuno lascia la vecchia via, lì nasce una nuova e viva relazione tra Dio e il credente. Dove qualcuno si pente c’è spazio per la misericordia e per Dio, per la sua compassione e grande benignità.

Ninive è passato. Gesù ci chiede che cosa vogliamo noi lasciarci dietro. Giona annuncia ai Niniviti 40 giorni per il cambiamento. Questo tempo l’abbiamo anche noi. Sono i 40 giorni della Quaresima. 40 giorni per chiedere come sta la nostra relazione con Dio. 40 giorni per cambiamenti, per nuove vie, per esperimenti insieme a Dio.

Il secondo segno che ricorda Gesù è il racconto della regina del Mezzogiorno, la regina di Saba che ci viene presentata nell’Antico Testamento. Lei lascia il suo trono – teniamo presente che è una regina gentile – e affronta il viaggio attraverso il deserto per incontrare il re Salomone della cui saggezza ha sentito parlare. Lascia il trono, affronta le vie sabbiose del deserto per farsi arricchire dalla saggezza di Salomone. È talmente grande il suo desiderio di saggezza che riesce a lasciare dietro di sé tutto ciò che conosce e nel momento in cui incontra Salomone, incontra Dio.

Questo è molto coraggioso: dimenticare il proprio stato sociale, il possesso, il prestigio ed incamminarsi. Questo è un segno di una relazione viva con Dio. Questo desiderio che porta ad attraversare deserti, a lasciare correre le sicurezze, a lasciarsi sconvolgere le idee per incontrare Dio. Questo è il vero miracolo.

Gli abitanti di Ninive e la regina del Mezzogiorno: loro incontrano Dio non in un miracolo, ma piuttosto sulla via. Una via che porta verso la vita. Lì Dio è presente. Lì gli uomini che hanno paura della fine incontrano la misericordia, lì il desiderio trova la saggezza.

Gesù paragona la relazione tra Dio e il suo popolo con un matrimonio. C’è una promessa di fedeltà tra Dio e il popolo d’Israele. Però il popolo ha lasciato la relazione. È una generazione malvagia e adultera (che) chiede un segno.

L’ho già detto all’inizio. Anche in un matrimonio il giorno più importante non è quel primo giorno della festa, ma la somma di tutti i giorni che seguono. Una relazione non conosce solo livelli massimi, ma anche quelli minimi. Per questo non è un unico giorno che può dare stabilità, né a un matrimonio tra due coniugi, né alla relazione tra Dio e i suoi discepoli. È la fedeltà che rende invece stabile, anche in tempi di deserto e anche quando i segni e miracoli sono passati da molto tempo.

I credenti non hanno fondato la loro fede su dei miracoli ma sulla relazione con Dio che sperimenta solo chi si fa muovere e plasmare da quel Dio.

Così Gesù gira la domanda riguardo ai segni e ci chiede della nostra fede. Su che cosa si fonda la tua fede? È fondata su un grande miracolo che ti lascia senza parole davanti a Dio o su un incontro tramite il pentimento e il desiderio della sapienza e misericordia divina. Dio non vuol essere ridotto a un segno da ammirare, vuol essere vivo e intraprendere insieme a noi il cammino verso la vita.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-03-12 17:00:032020-11-10 08:23:59Sermone: Segni e miracoli

Sermone: Il miracolo della crescita

19 Febbraio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Abbiamo a casa un piccolo albero di Baobab che un amico ci ha regalato un autunno prima della nascita di Jean-Daniel, quando l’albero era solo un rametto. L’abbiamo piantato nella terra, in un bel vaso grande e per mesi durante l’inverno non è successo niente. Quando già mi ero detta: ‘Dai, lo buttiamo via, è troppo strano vedere un ramo secco piantato nella terra.’ A questo punto l’alberino ha messo le prime foglie. Per qualche motivo questo pezzettino di legno aveva capito che fuori inizia la primavera. Sono venute delle piccole foglie verdi e durante la primavera e l’estate è cresciuto in maniera miracolosa almeno il quadruplo della sua grandezza fino a quando è arrivato l’autunno e l’albero ha perso tutte le foglie; adesso è nuovamente nudo e aspetta sulla mia scrivania la primavera. Spero ogni anno che anche in quella primavera inizi a mettere di nuovo le foglie, ma non posso fare nient’altro che aspettare che le foglie ritornino.

Gesù racconta una parabola nella quale si parla del miracolo della crescita. Come anche il racconto che abbiamo sentito la settimana scorsa, questa parabola si trova solo una volta nella Bibbia, solo nel vangelo di Marco e non sappiamo perché gli altri non l’abbiano inserita nei loro vangeli.

Vi leggo dal vangelo di Marco, capitolo 4 i versetti da 26 a 29:

Diceva ancora: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, 27 e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come.  28 La terra da sé stessa dà il suo frutto: prima l’erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato.  29 Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l’ora della mietitura è venuta».

Mi potrei immaginare che gli ascoltatori di Gesù all’epoca non fossero tutti d’accordo con questa parabola. Sicuramente c’era tra di loro anche un contadino che diceva: Non è così facile, non posso solo seminare e poi non fare niente fino alla mietitura. È un duro lavoro coltivare la terra, togliere l’erbaccia, fare attenzione che il grano sia abbastanza innaffiato e tutte le mille altre cose che sono da fare. Un contadino non è mica un pelandrone! Deve lavorare duramente se vuole avere da vivere per sé e per tutta la sua famiglia.

Questo vale più o meno anche oggi in tempi nei quali possiamo addirittura influenzare la crescita del grano. Non si semina più un seme qualsiasi di grano, usiamo piuttosto dei super-semi, resistenti contro diverse malattie con i grani geneticamente modificati per essere ancora più grandi e belli e buoni. Non si semina neanche più su qualsiasi terra, ma il terreno viene preparato al massimo per nutrire al meglio il grano e per aumentare il guadagno del contadino.

Forse c’era tra gli ascoltatori di Gesù anche qualcuno che diceva: Sì è proprio vero: facciamo tante cose, ma alla fine non è per niente nelle nostre mani. Non siamo noi che facciamo crescere il grano, se non cresce, noi non possiamo fare niente; e se cresce non è il nostro merito.

Ma Gesù non voleva dare dei consigli ai contadini. Quando racconta questa storia, vuole offrire un’immagine per il regno di Dio. Chi siamo noi uomini in quest’immagine? Viene spontaneo dire: siamo il contadino. Ma questo vale solo fino al punto nel quale gli viene dato il potere di usare la falce: allora è chiaro che questo contadino non possiamo essere noi, ma è Dio stesso. Egli bada alla crescita del suo regno. Forse l’immagine da anche a voi un senso di tranquillità. Non siamo responsabili noi per la crescita del regno di Dio. Egli stesso porterà il suo progetto fino alla fine. Dio stesso è tranquillo e può aspettare con calma lo sviluppo. Non ci dobbiamo preoccupare noi. Questa parabola ci dice chiaramente chi è il Signore. Egli ha già previsto tutto e sta aspettando la mietitura.

Noi viviamo oggi in un tempo tanto confuso. Tanti valori che erano fermi per secoli, li abbiamo lasciati perdere, tante verità si sono verificate essere delle falsità. Chi può dire di conoscere la verità? Non ci affidiamo più a nessuna verità nella paura che anche quella potrebbe essere una truffa. Oggi non c’è più verità che duri più di un mezz’anno, e dopo tutto è già di nuovo cambiato. Questi sono tempi brutti per un Dio che pretende di affermare delle verità eterne, perché quasi nessuno si aspetta più niente da Dio.

Oggi dopo tante guerre e crisi, dopo la disoccupazione e i problemi col clima, oggi ci viene raccontato una nuova verità, cioè che la salvezza ed il futuro si trova nelle riforme. Riforma vuol dire cambiamento. In concreto: tu devi cambiare! Tu devi fare, devi rinunciare, devi mettere in movimento tutte le forze che hai. Lo fai se inizi subito, se dai il tuo contributo.

Questa è la verità di oggi: un grandissimo azionismo. Chi ha perso la fiducia che c’è uno più grande di noi che ci conduce, può solo più confidare in se stesso. – Non voglio dire che le riforme non hanno senso, non sarebbe da me. Dobbiamo fare qualcosa per il nostro futuro e non possiamo pensare che tutto andrà bene perché ha funzionato così gli ultimi anni o decenni. Le riforme sono sempre importanti, soprattutto per una chiesa che si definisce riformata.

Ma non dobbiamo cadere nella tentazione di pensare che potremmo risolvere noi tutti i problemi di questo mondo e della nostra chiesa. E visto che comunque cerchiamo di fare tutto da soli, così non smettiamo neanche di farci problemi e premure. Abbiamo dimenticato che è Dio che dà vestiti ai fiori sul campo, che nutre gli uccelli sotto il cielo, che ci dà il nostro pane quotidiano e che ci promette che il suo regno verrà.

Che cosa ne sarà di questo mondo? Quale cammino dobbiamo intraprendere? Come sarà la nostra chiesa fra qualche anno? I sociologi ci dicono che nel 2030 ci sarà un grandissimo crollo nella chiesa perché la generazione che oggi tiene ancora le nostre attività in piedi non ci sarà più? Chi verrà ancora qui nella chiesa metodista di Padova fra dieci o quindici anni?

A queste domande risponde Gesù con il racconto del contadino che va in primavera sul campo per seminare la terra, dorme e si alza, fa le sue cose e mentre lo fa il seme cresce senza che egli possa farne qualcosa. Gesù ci racconta questo per dirci: lo sai ancora, uomo, che c’è un altro che gira la ruota? Non sei tu. È Dio che lascia crescere il seme e arriverà là dove vuole arrivare.

Quando guardiamo Gesù, possiamo anche vedere come questa consapevolezza incide sulla vita umana. Gesù che aveva tutto il potere e tutta la sapienza, avrebbe potuto fare tantissimo in questo mondo. Aveva visto la sofferenza dei moribondi, la paura, le ingiustizie. Aveva visto e sentito e percepito tutto questo non solo come uomo, ma come salvatore. Non avrebbe dovuto iniziare subito a combattere tutto il male di questo mondo, senza pausa, senza quiete prima che sia troppo tardi?

Questo è un pensiero tanto umano ma Gesù ha reagito diversamente. Egli andava dai pubblicani e dalle vedove, da quelli ai margini della società e aiutava le anime delle singole persone. Sembra che non gli interessasse che con questa tattica potesse raggiungere solo poche persone. Sembra che Gesù non vedesse la prospettiva universale del suo mandato quando poteva aiutare una singola persona di cui oggi non sappiamo forse neanche più il nome.

Gesù sa bene come funziona con la crescita e la mietitura. Per questo può dire nel suo primo discorso a Nazaret: Sono venuto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi. (Luca 4,18). Gesù non dice che farà tutto lui, né che noi dobbiamo farlo.

Martin Lutero ha detto una volta la bellissima frase: ‘Mentre io bevo il mio boccale di birra a Wittenberg, il vangelo corre per il mondo.’ È vero! Il regno di Dio non possiamo realizzarlo noi. Può solo svilupparsi se lasciamo fare Dio. Per questo Lutero può bersi in santa pace la sua birra, non deve sempre predicare e urlare e viaggiare da nord a sud, può aspettare.

Il nostro errore spesso non è quello di fare troppo poco o di rinunciare ai nostri doveri. Piuttosto ci dovremmo chiedere una volta se siamo ancora in grado di essere anche pigri nel nome di Dio. Questo può essere durante un culto nel quale si ascolta soltanto o durante una preghiera o semplicemente nel silenzio davanti a Dio. – E ascoltate bene, non vi propongo la pigrizia del nostro mondo quella davanti alla tv quando spegniamo il nostro cervello. Vi sto parlando di far tacere le preoccupazioni e di affidarci pienamente a Dio.

Questa sarebbe una prospettiva che ci toglierebbe tanti pensieri. Quando sappiamo che le cose grandi possiamo lasciarle a Dio, allora le nostre mani sono libere per fare quello che ci è vicino. Dobbiamo di nuovo imparare a distinguere le cose grandi da quelle piccole. Quelli che pensano che dovrebbero fare tutto loro alla fine possono solo fallire. Ma chi ha appreso la parabola del seme che cresce da solo e chi, come il contadino nella parabola, dopo aver fatto il suo lavoro può guardarsi ancora una volta i suoi campi e poi si mette a dormire nel nome di Dio – quell’uomo fa un servizio pio e saggio. Perché pietà e saggezza sono tanto più vicine di quanto spesso pensiamo.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-02-19 16:57:432020-11-10 08:24:10Sermone: Il miracolo della crescita

Sermone: Nella sottomissione si mostra la vera libertà

12 Febbraio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Con questa domenica si conclude il periodo legato al Natale, nel quale abbiamo riflettuto sulla luce dell’Epifania; entriamo ora nel ciclo liturgico legato alla Pasqua. Più o meno così, sull’orlo del cambiamento, si trovano anche i discepoli nel testo previsto per oggi. Loro hanno sperimentato molto con Gesù. Hanno imparato tanto, hanno condiviso dei momenti stimolanti, belli, forse anche divertenti. Ora sentono che sta per cambiare qualcosa. Si concluderà il periodo di gioia e loro devono intraprendere insieme a Gesù il cammino verso Gerusalemme.

Anche oggi sento dire e condivido l’impressione che i tempi cambiano. Già qualche anno fa il libro di un giornalista tedesco che si intitolava. “È finito lo spasso” ha avuto un grandissimo successo. Mi ricordo di aver trovato quel titolo eccessivo. Oggi non sarei più così sicura. – Anche Gesù cerca di comunicare qualcosa di simile ai suoi discepoli. È finito lo spasso, ora inizia la dura e cruda realtà.

Loro vorrebbero prepararsi. Vorrebbero essere pronti per ciò che viene loro incontro e per questo chiedono al loro maestro: «Aumentaci la fede» (Lc 17,5). Hanno colto di non essere ancora abbastanza attrezzati per poter affrontare ciò che sta davanti a loro. Vorrebbero prepararsi al meglio. Però invece di aumentare qualcosa, Gesù gli ricorda quanto sia piccola la loro fede, se fosse almeno grande quanto un granello di senape – il semino più piccolo conosciuto all’epoca – se fosse almeno grande così la loro fede potrebbe già spostare i monti.

E poi Gesù racconta una parabola che è riportata solamente nel vangelo di Luca. Leggo Luca 17,7-10:

«Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: “Vieni subito a metterti a tavola”?  8 Non gli dirà invece: “Preparami la cena, rimbòccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu”?  9 Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato?  10 Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: “Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare”».

È la prima volta in quindici anni di servizio pastorale che predico su questo testo. L’ho sempre evitato perché mi era troppo antipatico e ancora oggi la mia prima reazione a quel testo è il rifiuto. Mi piace raccontarvi quanto sia buono Dio e quanto ci ama e, a prima vista, ne trovo poco di quest’amore nel nostro testo. Però forse questo testo non parla neanche di Dio. Parla piuttosto di noi, dei discepoli.

Voglio cercare insieme a voi di scoprire che cosa questo testo può dirci. Conosciamo bene tanti altri testi biblici nei quali il nostro Signore si comporta molto diversamente da quel signore del quale racconta Gesù; cerchiamo ora di scoprire perché questo testo così particolare è stato anche accolto tra gli scritti biblici.

Penso che in questo testo troviamo un pensiero profondamente evangelico che ci ricorda la nostra inutilità davanti a Dio o, forse, potremmo dire la nostra non indispensabilità. Quando i discepoli chiedono a Gesù di aumentare loro la fede pensano che così potrebbero meglio affrontare ciò che li attende. Pensano che se solo si impegnano abbastanza, se credono abbastanza, se lavorano duramente possono sussistere. Invece no. Questo testo ci dice che noi con tutto ciò che siamo in grado di fare non siamo indispensabili per Dio. Dio non ha alla fin fine bisogno di noi. Siamo noi che abbiamo bisogno di Dio. Siamo noi che dobbiamo essere contenti di poter vivere e lavorare alla sua presenza. Questo testo cerca di ridimensionare il nostro ego che facilmente diventa troppo grande e ingombrante.

Tutto ciò mi fa pensare a Martin Lutero che si dibatteva per lungo tempo in queste domande. Lui sentiva fortemente che ciò che poteva portare e mostrare a Dio non sarebbe bastato mai. Lui sentiva che la sua fede era troppo piccola, sentiva la grande distanza tra ciò che avrebbe voluto fare e ciò che effettivamente faceva. L’apostolo Paolo esprime questa contraddizione nella lettera ai Romani (Rm 7,19): il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. Questo lo sentiva anche Lutero. Sapeva bene che cosa avrebbe voluto fare e non riusciva a raggiungere l’obbiettivo. Vedeva la propria fede e si disperava perché non aveva neanche la grandezza di un granello di senape.

Non lo so se voi conoscete questi pensieri. Per Lutero è stato un inferno sentirsi così inutile, così piccolo e nullo davanti a Dio. Aveva una paura tremenda di non poter dare abbastanza, di non avere abbastanza fede, di non poter esprimere la sua fede con opere adeguate.

Proprio per questi pensieri Lutero ci dice: il credente non ha niente di cui vantarsi davanti a Dio. Non c’è niente che possiamo fare noi. Fa tutto Dio. Lutero riconosce pienamente di essere un ‘servo inutile’.

Ma forse dovremmo chiarire perché egli si percepisce come servo – anzi, quasi quasi potremmo tradurre anche come schiavo. Il primo pensiero base di Lutero è che noi esseri umani non siamo liberi. Siamo inevitabilmente sottomessi a qualcuno. E per lui c’è la duplice possibilità: o siamo sotto il potere di Dio o sotto quello del diavolo. Altro non esiste per Lutero. Non conosce il pensiero di una libertà in senso umanista. Per lui ogni essere umano è sottomesso e usa l’immagine di una bestia da soma che viene cavalcata o dal diavolo o da Dio. Per poi affermare: solo chi è sotto il potere del Signore può essere libero. E così Lutero afferma nel suo Piccolo Catechismo, commentando il secondo articolo del credo: “Credo, che Gesù Cristo …. è il mio Signore, che ha redento me, perduto e dannato, mi ha acquistato, riscattato da tutti i peccati, dalla morte e dal potere del Diavolo.”

Gesù ha acquistato questa povera bestia da soma e sotto la sua guida c’è libertà per il credente, altrimenti deve per forza essere sottomessa ad altri poteri che nella visione di Lutero possono solo essere negativi.

Mi sento profondamente metodista, per questo non sono proprio in tutto d’accordo con questi pensieri, però cerco di cogliere qualcosa che può aiutare anche la mia fede.

Proprio nei momenti deboli quando non sono in grado di fare e produrre e forse neanche in grado di reagire, mi può aiutare questa visione. Dio è responsabile. Lui mi ha comprato col suo sangue dal potere delle morte – malgrado tutti i miei peccati – e mi ha messo in un nuovo stato libero. Non è una libertà senza nessun’riferimento. È la libertà dei credenti che vivono la loro vita nella sfera di Dio. Per tornare al nostro testo potremmo anche dire: è la libertà dello schiavo che è stato comprato da un Signore buono che lo tratta bene e lo lascia vivere insieme a lui.

Lutero ci invita a vivere la nostra vita non più per noi stessi. Vi ricordate forse di un’altra immagine di Lutero che descrive l’uomo peccatore come un essere incurvato in se stesso. Uno che guarda il proprio ombelico, con i propri bisogni e desideri e non è più in grado di alzare la testa per vedere né Dio, né il prossimo. Il peccatore trova il culmine della vita in se stesso. Lutero ci invita invece a vivere come credenti fuori da noi stessi. A vivere in Dio e nel prossimo e a diventare così un Cristo per gli altri.

Questo è la vita del servo accanto a Dio. Vive insieme al suo Signore e diventa sempre più simile a lui. Diventa a sua volta un Cristo per altre persone. E qui c’entrano anche le opere che quel servo compie, che sono buone e desiderate e senz’altro il suo Signore si compiace per esse. Però il servo rimane sempre un servo e non diventa padrone solo perché ha fatto il suo dovere. – Forse questo è un insegnamento che talvolta ci fa bene sentire. Noi che ci chiamiamo discepoli di Cristo, noi che ci affidiamo a lui siamo e rimaniamo solo servi che alla fin fine sono inutili.

E Lutero sottolinea: solo in quest’atto di sottomissione o svuotamento dell’egocentrismo umano, diventiamo: «da infelici e superbi dei, uomini veri, cioè bisognosi e peccatori».

Questa è la verità sulla nostra vita, la nostra vera creaturalità: essere peccatori bisognosi. Abbiamo noi bisogno del Signore, non è che lui ha bisogno di noi.

Per Lutero questa è stata una scoperta liberante. Forse sembra strano, ma se penso ai poteri del nostro mondo che cercano tutti in qualche modo di sottometterci, riesco anch’io a cogliere la libertà sapendo che sono sotto il potere di un unico Signore che è però molto diverso di tutti i signori di questo mondo.

Il nostro testo si trova nel vangelo di Luca nel momento della preparazione a ciò che viene. Vorrei concludere leggendovi invece dallo stesso vangelo la prospettiva escatologica che Luca apre vari capitoli dopo. Anche lì parla del Signore che stavolta è senz’altro da identificare con Dio e i suoi servi e dice: Beati quei servi che il padrone, arrivando, troverà vigilanti! In verità io vi dico che egli si rimboccherà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. (Lc 12,37)

Questo è il Signore che conosco e al quale mi sottometto volentieri e di pieno cuore sapendo che proprio così acquisto piena libertà.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-02-12 19:12:542020-11-10 08:23:48Sermone: Nella sottomissione si mostra la vera libertà

Sermone: Con Gesù sulle acque

29 Gennaio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Iniziamo oggi con una barzelletta: C‘è un incontro ecumenico in Israele, al lago di Gennezaret. Il pomeriggio un prete, un pastore protestante e uno pentecostale fanno un giro e decidono di camminare sul lago. Il prete va per primo e cammina sull’acqua, il pentecostale lo segue, solo il protestante annega dopo qualche metro. Il prete dice al pentecostale: Glielo diciamo dove sono nascosto le pietre? Il pentecostale risponde: Quali pietre?

Forse potete immaginare quale sarà oggi il testo della predicazione. È il famoso racconto di Pietro che tenta di camminare sull’acqua, il racconto della paura dei discepoli e della presenza di Dio che è vicino nella paura senza però farla scomparire.

Vi leggo dal vangelo secondo Matteo capitolo 14 a partire dal versetto 22:

Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente.  23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo.  24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario.  25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare.  26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» E dalla paura gridarono.  27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!»  28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua».  29 Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù.  30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!»  31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»  32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò.  33 Allora quelli che erano nella barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!»

Dov’erano le pietre? O dobbiamo pensare che ci fosse del legno in acqua così che Gesù e Pietro potevano camminarci sopra? O forse l’acqua non era molto profonda, così Gesù poteva starci dentro? All’inizio del XIX secolo c’erano diversi teologi che pensavano a queste possibilità per dare una risposta razionale al racconto. Volevano aiutare la gente a capire la storia, ma non vedevano che con questi pensieri si allontanavano dal punto chiave del racconto. Possiamo intendere che cosa il testo ci vuole dire quando prendiamo sul serio l’immagine. Il tutto diventa interessante quando uno lascia in disparte il piano razionale e si domanda come il pastore pentecostale nella barzelletta: Quali pietre?

Il nostro testo viene raccontato dopo la moltiplicazione dei pani per i cinquemila. I discepoli e anche il popolo sono sazi, sono pieni. Gesù si mostra in piena presenza, da cibo per il corpo ma soprattutto cibo per l’anima. Così rinforzati, Gesù manda i discepoli dall’altro lato del lago. Devono prendere la barca e andare lì da soli, senza di lui, devono precederlo mentre lui prende un’altra strada. Gesù si rivolge verso il monte per pregare. Le montagne sono sempre nella Bibbia dei posti speciali per incontrare Dio. Possiamo pensare a Mosè che ha ricevuto i 10 comandamenti sul monte Sinai, o alla ‘trasfigurazione’, o al monte sul quale Gesù ha tenuto la predicazione delle beatitudini. Sul monte si incontra Dio, ma per i discepoli il monte vuol dire separazione dal loro insegnante, che fino a poco tempo prima li alimentava e adesso si ritira da solo a pregare.

A questo punto il racconto prende la prospettiva dei discepoli. Loro sono con la loro barca nel bel mezzo del lago di Genezzaret, chiamato anche il mare di Genezzaret. Sono lontani dalla riva e combattano contro le onde. C’è della gente in barca che sa benissimo che cosa fare sul lago, penso a Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni che hanno incontrato Gesù mentre rammendavano le loro reti da pescatori. Chi è una volta pescatore lo rimane per tutta la vita, non perde il senso per l’acqua. Conoscono benissimo il lago con tutte le sue correnti e sono ben abituati a navigare in barca. Tutto sembra a posto, ma appena hanno tolto gli ormeggi, cominciano i pericoli. – Chi legge il vangelo di Matteo dall’inizio alla fine si accorge, che così è già stato una volta. Il vento, il lago mosso, le onde. Con Gesù sulla barca che nel bel mezzo della tempesta e anche nel bel mezzo della paura, dormiva. Forse possiamo anche noi aggiungere una personale esperienza e dire: Sì, così è stato anche per me una volta, quando la paura diventava troppo grande, quando avevo terrore davanti al futuro, quando cercavo un rifugio e non trovavo niente, quando tutte le preghiere sembravano rimbalzare sul muro e sembrava che Dio dormisse.

Adesso siamo di nuovo allo stesso punto: le onde hanno il sopravvento sulla barca, la situazione diventa difficile e Gesù non c’è. Non è neanche sulla barca. Ma finora va ancora abbastanza bene tra i discepoli: sanno aiutarsi gli uni gli altri. C’è sempre uno che veglia. Uno, due, tre, nella quarta parte della notte viene Gesù.

Potremmo pensare, che adesso tutto si sistemi. Ma no: i discepoli si spaventano da morire, urlano di paura pensando ad un fantasma sul lago. – Visto che ci troviamo nel periodo dell’Epifania: anche questa è un’Epifania. Forse ci possiamo ricordare di come Mosè aveva visto Dio, ne abbiamo parlato due settimane fa. Lì Dio stesso lo custodiva di fronte alla sua gloria perché non morisse. Incontrare Dio non deve per forza essere un momento bello e piacevole. Dio ha la capacità di mettere sottosopra la nostra vita, può essere spaventoso incontrarlo. Ricordatevi dell’incontro tra Mosè e Dio sul quale abbiamo riflettuto due settimane fa. Lì Dio si è mostrato talmente forte che Mosè poteva solo vedere le sue spalle. – Forse abbiamo parlato un po’ troppo durante gli ultimi anni del buon Dio, del caro Signor Gesù che cerca di farci star bene. È giusto questo, ma la Bibbia sa raccontare anche dell’altro viso di Dio, quello che ci porta nella crisi per farci crescere nella fede.

I discepoli si spaventano davanti a Gesù perché pensano prima a un fantasma e non al loro Signore. E come una volta l’angelo sul campo diceva ai pastori: “Non temete!” così parla adesso Gesù al gruppo dei dodici: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» – Sono io. Chi legge tanto la Bibbia può pensare alla storia nella quale Dio si presenta a Mosè col suo nome: «Io sono colui che sono» (Ex 3,14). Forse possiamo capire con questi riferimenti che Matteo quando scriveva questo racconto non voleva porre l’accento sulle capacità specifiche di Gesù, ma piuttosto identificarlo come figlio del Dio d’Israele, Signore di tutte le forze che minacciano la vita, inclusa la morte.

Nella scena successiva lo sguardo si sposta totalmente su Pietro. Matteo ci racconta sempre di nuovo di questo discepolo che seguiva Gesù come uno dei primi, che ha lasciato dietro di sè le sue sicurezze, il suo mestiere, sua moglie e la famiglia. Pietro è stato il primo che esprime quello che gli altri non si sognano neanche, quando dice: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».(Mt 16,16) Pietro è anche stato quello che non voleva capire perché il suo amico e maestro doveva scegliere per forza la via del dolore e della morte. È stato quello che alla fine si faceva vincere dalla paura e poi si pente. Simon Pietro, il pescatore che conosce bene il lago dalla prospettiva di un pescatore ha il coraggio e vuole andare fuori dalla barca. L’elemento che per tanto tempo è stato il fondamento della sua vita, dovrà sostenerlo totalmente. Come Gesù anche Pietro non vuole annegare nell’acqua ma camminarci sopra. Non vuole più capitolare davanti alla realtà che si conosce, ma vuole superare questa realtà affidandosi a Gesù. – Se questo racconto fosse un film, adesso sicuramente diventerebbe tutto lento per poter vedere e sentire ogni piccolezza. Pietro stesso non è ancora così sicuro di che cosa succederà quando dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». Noi sappiamo che è Gesù, Pietro non lo sa ancora, ma viene chiamato e esce dalla barca e cammina sull’acqua. Sperimenta proprio questo momento di leggerezza assoluta. Vede che non tutto in questo mondo è così determinato. Non tutto quello che noi conosciamo come realtà deve per forza essere così.

Pietro e Gesù sono sul lago. È un attimo di tranquillità, di pace. Si vorrebbe rimanere con quest’immagine, ma già nel prossimo momento c’è di nuovo la paura che schiaccia. Ci sono di nuovo i pensieri: Che cosa succede se Gesù delude la mia fiducia? Forse non può aiutarmi in tutta questa paura? Forse non può mantenere la sua parola? Forse non è più potente delle onde nella mia vita quotidiana? Forse non è stata neanche la voce di Gesù a chiamare? Forse è stato proprio un fantasma? – Pietro è fuori dalla barca che gli dava almeno un po’ di sicurezza (se lo vediamo con occhi umani) e si trova nel bel mezzo di un mare di paura. La barca è lontana, si sente da solo, non trova più niente che lo sostiene, e inizia ad annegare.

Già vede le onde che lo sommergono. Con la paura di morire grida al suo Signore. Quello non fa sparire né le onde, né la tempesta. Ma è presente. Stringe la mano di Pietro e lo tiene. «Perché hai dubitato?» Questa volta Pietro non risponde, tiene solo la mano di Gesù. Uomo di poca fede! – Almeno questo. La fede di Pietro non è totalmente sparita: non c’è più la grande fede, ma un po’ di fede è rimasta anche nella paura. Gesù non chiede altro, non fa storie per una situazione che ognuno che crede conosce bene. Non dice a Pietro che non avrebbe dovuto temere, va semplicemente insieme con lui nella barca vicino agli altri. Tutto si calma, il vento tace.

Che cosa dobbiamo pensare di Pietro? È un po’ matto ad uscire dalla barca nel bel mezzo della tempesta? Avrebbe dovuto sapere che sarebbe finito sott’acqua? Ci sono tante situazioni nelle quali noi reagiamo proprio così dicendo: Ma si sa che questo non funziona. Non dobbiamo neanche provare ad andare su una strada nuova, perché la realtà ci insegna i nostri limiti. È questo che dovremmo imparare da questo racconto?

Io vorrei piuttosto tenere davanti agli occhi il momento nel quale Pietro cammina sulle acque. Guarda solo a Gesù, si fida profondamente di lui e tutte le leggi di questo mondo non valgono più. Non ci sono più i limiti che di solito ci impediscono di operare. Voglio fissare quest’immagine. Quando ci fidiamo di Gesù e di lui solo è possibile quello che non ci possiamo immaginare. Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 Liviana Maggiore http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png Liviana Maggiore2017-01-29 17:36:492020-11-09 15:59:05Sermone: Con Gesù sulle acque

Sermone: Il termine delle vergogna

23 Gennaio 2017/in Archivio/da Liviana Maggiore

Quando vi siete vergognati l’ultima volta? Intendo dire con le guance rosse, lo sguardo abbassato e con quella stranissima sensazione nello stomaco? Esistono delle persone che se vengono guardate anche una sola volta un po’ più intensamente, diventano subito rosse ma, ovviamente, questo fatto non piace loro e così diventano ancora più rosse in volto e non riescono neanche più a rispondere. Esistono, mi sembra, anche le persone che non si vergognano di niente. Quando torno la notte in macchina da Padova a Vicenza, c’è un programma in cui le persone chiamano per raccontare le proprie disavventure amorose. È incredibile che cosa raccontano pubblicamente senza vergognarsi nemmeno di dire il loro nome e la città in cui vivono. – Da una parte mi diverto ad ascoltare questi racconti frivoli, dall’altra mi vergogno io per loro.

Direi che la maggior parte di noi qui oggi, almeno ogni tanto si vergogna. Io personalmente provo facilmente vergona e sono anche una di quelle che diventano rosse, un fatto che ha sempre fatto divertire i miei amici.

Qualcuno si vergogna per la propria famiglia, altri per il lavoro che fanno o non fanno, per i soldi che hanno a disposizione, altri per il proprio fisico. Ci vergogniamo quando facciamo degli errori, quando abbiamo delle reazioni sbagliate, quando altri possono vedere i nostri punti deboli. Ci vergogniamo quando diventiamo troppo emotivi, quando perdiamo il controllo.

La vergogna ha a che fare con l’intimità – ci vergogniamo se ci ritroviamo “nudi” e ognuno può vedere ciò che vorremmo tenere nascosto. Ognuno di noi ha delle “porzioni” della propria vita che vuole tenere in ombra, ambiti che altri non devono conoscere e ai quali non devono neanche avvicinarsi.

Anche nel testo della predicazione di oggi si parla di vergogna. Leggo dalla lettera di Paolo ai Romani 1,16+17

16 Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Paolo inizia dicendo: non mi vergogno! Non dice “professo”, ma usa la forma negativa. Non mi vergogno. – Ci saranno state parecchie persone che pensavano che avrebbe avuto di che vergognarsi. Paolo avrà sentito da diverse parti battute, disprezzo, ironia. – La chiesa di Roma alla quale scrive la sua lettera era un bel misto di ebrei convertiti al cristianesimo, greci convertiti al cristianesimo e persone del posto cioè romani, anche loro convertiti cristiani. Persone provenienti da classi sociali molto diverse e con un background culturale totalmente diverso.

Oggi nella nostra chiesa – forse non qui a Padova, ma a livello nazionale sì –  siamo italiani e ghanesi, coreani, filippini, ivoriani… con qualche tedesca in mezzo, lì c’erano greci, romani ed ebrei. Alla fine i problemi sono sempre gli stessi. Gli ebrei tenevano tanto alla Torah e cercavano di vivere secondo le leggi divine, ma i pagani non entravano nella logica di queste tradizioni che per loro erano estranee; i greci poi avevano come misura personale la filosofia e la loro visione del mondo. Ve lo dico: per un pastore c’è da disperarsi con una chiesa del genere. A tutti loro Paolo dice: voi siete uguali davanti a Dio. Siete ugualmente peccatori. E Paolo dice a voce alta: Non mi vergogno!

Hanno contestato Paolo. Gli dicevano che non conosceva neanche Gesù di persona e adesso pareva che volesse predicarlo. Gli dicevano che non si atteneva alle regole giudaiche per il cibo. Gli dicevano che portava scompiglio e che viveva sulle spalle degli altri; addirittura una sua malattia, che lui descrive come una spina nella carne, era tema d’accusa. – Paolo cerca in tante delle sue lettere di giustificarsi, sembra toccato dalle accuse. Una persona meno sensibile, qualcuno che non provasse vergogna forse non avrebbe neanche cercato di giustificarsi. Posso immaginare bene che Paolo abbia sofferto per questi rimproveri, che abbia avuto delle giornate in cui voleva buttare tutto a mare o delle notti in bianco in cui si chiedeva se valeva proprio la pena continuare.

L’accusa principale con cui Paolo doveva confrontarsi non era però contro di lui e la sua persona, ma contro quella parola della croce che lui predicava. Il messaggio che lui portava era troppo ridicolo per poterlo prendere sul serio. Gli ebrei s’immaginavano il Messia come un uomo potente, volevano vedere un re non un povero predicatore ambulante. Con i greci, Paolo doveva discutere di filosofia. Avevano delle idee personali su che cosa fosse una buona vita e il pensiero che la salvezza fosse legata a Gesù Cristo il crocifisso non convinceva. E alla fine c’erano i pagani, cioè i romani, che giudicavano i loro leader sulla base delle loro vittorie militari e Gesù non brillava in questo campo. Il messaggio che Paolo portava era tutt’al più degno di vergogna, cioè ci si poteva vergognare o sentire in imbarazzo. – Anche oggi tante persone, pur reagendo con altre parole, hanno esattamente lo stesso pensiero quando sentono parlare del Cristo crocifisso, morto e risorto.

Conosco parecchie persone che non vogliono accettare che Dio si sia manifestato proprio nella persona di Gesù. Perché in lui? Perché in Israele e non in una delle metropoli del mondo? Perché 2000 anni fa e non oggi? Perché in un essere umano se possiamo vedere Dio anche nella natura? Perché serve la croce? C’è qualcosa che non va nel piano di Dio? Perché il sangue, non è poco estetico? Non si potrebbe toglierlo o almeno tacere di questi fatti disgustosi? Non sono tutti questi pensieri dei residui anticotestamentari che oggi non valgono più per noi? – Le domande sono oggi molto simili a quelle di una volta e sono sicura che anche voi vi siete già posti almeno una volta una di queste domande.

A fronte di tutte le altre concezioni di salvezza, a fronte di tutte le offerte del nostro mondo Paolo predicava e noi oggi predichiamo l’evangelo di Gesù Cristo; questo vangelo che gli uni considerano folle e scandaloso e per gli altri apre una nuova vita– perché esso è potenza di Dio. Nel testo originale sta scritto dynamis. Dinamite, materiale esplosivo è questo vangelo. Questa potenza è potenza di azione, una potenza che cambia, che crea. Dove si predica la parola di Dio succede qualcosa. Come nel momento della creazione quando Dio ha chiamato all’esistenza con una parola, così anche oggi questa parola ha il potere di cambiare l’essere di una persona. Questo potere, questa dinamite è data nelle mani di Paolo e di tutte le persone della chiesa che portano il vangelo nel mondo.

Questa buona novella ha un unico scopo che è quello di salvare chiunque crede. Per questo dev’essere predicata. Forse conoscete l’espressione di John Wesley che diceva: “Salvare anime è il mio mestiere.” – Non lo diremmo così oggi, forse non si diceva neanche così ai tempi di Wesley o di Paolo. Forse fa parte di questo vangelo, di questo messaggio esplosivo che qualcuno guarda anche stranito. Forse è necessario che qualcuno si senta offeso prima di accettare che anche a lui serve questa salvezza, una salvezza che noi non possiamo procurarci con la nostra intelligenza, con il nostro potere, con i nostri soldi e contatti. Per tutti quelli che credono in se stessi e nella potenza personale dev’essere per forza offensiva la parola della croce.

C’è salvezza per tutti quelli che credono. Non esiste una costrizione salvifica, non esiste un obbligo alla fede, non c’è lo schiacciasassi della grazia che sfracella tutto quello che trova sulla sua strada. Dio ci prende sul serio e si aspetta una risposta alla proposta che fa. Il vangelo viene predicato, la risposta – se la vogliamo dare – è credere.

Questo vangelo viene rivelato, così ci dice Paolo. Cioè non arriviamo con tutta la nostra saggezza a ciò che Dio ha da dirci. Sta scritto: poiché in esso (cioè nel vangelo) la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà. – Giustizia è la parola centrale della lettera ai romani. La giustizia di Dio della quale scrive Paolo è quella che affascinerà Lutero che dirà che alla luce di questo versetto si aprono per lui le porte del paradiso. Poteva vivere un’altra vita, senza paura, in libertà – sicuro della giustizia di Dio.

La giustizia di Dio ci dice qualcosa di Dio. Egli è il giusto. Tutta la giustizia si misura sul suo metro, e questa giustizia viene dalla fede dice Paolo. Noi non possiamo fare niente che ci renda giusti davanti a Dio. Non abbiamo in nessun modo il potere di toglierci la colpa e la vergogna, possiamo solo affidarci alla giustizia di Dio. Noi che sappiamo come uno si sente quando è pieno di vergogna, sappiamo che davanti a Dio possiamo solo stare con le mani vuote e senza la possibilità di nascondere alcuna cosa. Lui vede tutto e dovremmo vergognarci da morire davanti a lui se…

E adesso dipende se per noi è una realtà ciò che si predica ogni domenica: il vangelo, la buona novella di un Dio che ci ama. Questo ha qualcosa a che fare con noi. Questa è la buona novella per noi che dovremmo vergognarci da morire. A noi Paolo dice: non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede. Vale per noi questo vangelo che capovolge il mondo. Ciò che per il nostro mondo è così importante, i soldi, il potere, il prestigio – non valgono niente davanti a Dio. Il vangelo è il potere che ci porta via dalla vergogna. Il vangelo, l’amore di Dio, è il potere che vede ciò che non va e lo esprime, ma dice contemporaneamente: ti amo, così come sei, con tutte le tue macchie scure, ti voglio bene, non devi vergognarti.

Per Paolo è importante che questo vangelo non sia nuovo. È sostenuto dalle Sacre Scritture dall’Antico Testamento. Sta scritto. E così Paolo cita il profeta Abacuc che dice: Il giusto per fede vivrà.

Il vangelo è la base di una gioia senza vergogna. Gesù dice: Non devi vergognarti. Non puoi e non devi nascondere niente davanti a me. Alza gli occhi, ti amo.

Amen

Ulrike Jourdan

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