LEGALITA’ E TESTIMONIANZA

Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua.  Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la salverà.

Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina sé stesso?  Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli.

Ora io vi dico in verità che alcuni di quelli che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio». (Luca 9,23-27)

Coloro che hanno ascoltato (o letto) le mie predicazioni sanno che rifiuto vigorosamente una visione doloristica del messaggio evangelico, perché ritengo che lo stesso sia invece un annunzio di gioia, un invito inoltre a non vivere in maniera personalistica ma di apertura verso l’altro, senza rinchiudersi nel proprio sentimento individuale, sia esso lieto o di sofferenza.

Ma allora, come interpretare questo passo dove SEMBRA che Gesù inviti il credente ad immolarsi, dove SEMBRA che al credente venga detto di soffrire per seguire il Signore (rif. “… prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”).

Non ho mai avuto simpatia per quei detti popolari che richiamano la croce come un dolore, una sventura, un simbolo di sofferenza. Li conosciamo: “ogni giorno ha la sua croce” oppure, in caso di eventi negativi che colpiscono la persona, “ha una croce da portare”.

Noi sappiamo bene che non ha significato interpretare la Scrittura in maniera letterale, perché nel corso del tempo la lingua cambia, i termini assumono altri significati, non previsti nel momento in cui chi li ha scritti li ha utilizzati.

Ad esempio, come ben noto nelle nostre chiese, sappiamo che il termine “protestante” che viene spesso interpretato con la connotazione negativa di “essere contro”, in realtà ha il significato di “affermare a favore” (dal latino pro-testare).  Ma perché questo discorso sull’etimologia delle parole?

Perché conoscere il significato “antico” dei termini ci consente di dare interpretazioni diverse anche ai passi biblici. Vediamo allora il passo di oggi.

Gesù dice: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua». E questa affermazione, questo imperioso invito, viene fatto appena dopo essersi palesato come il Cristo, il Figlio di Dio, il Messia che era atteso. E non è un caso che tutti e tre i vangeli sinottici riportino questo passo.

In questa affermazione di Gesù c’è il vigoroso invito a quella che chiamiamo la sequela, il seguirne gli insegnamenti, l’accoglimento senza titubanze della chiamata, della vocazione che ci viene rivolta.

Ma è interessante anche il contesto in cui vengono pronunciate queste parole. Il versetto precedente al passo che abbiamo letto ci riferisce la consapevolezza di Gesù per la sua sorte, predicendo la sua stessa morte, quella morte che avviene poi sulla croce (rif v. 22 «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e risusciti il terzo giorno»). È un lampante riferimento a quello che possiamo chiamare il “martirio” della croce, ma questa visione non è limitata alla sofferenza che si concentra sull’uccisione della persona, ma, se guariamo meno distrattamente noteremo anche le ultime parole del versetto, dove Gesù parla e preannuncia la sua resurrezione.

Se ci concentriamo sulla visione limitata della morte, si concede tutto ad una interpretazione doloristica che possiamo credere venga ribaltata su di noi, noi credenti cristiani.

Ma non è così, o almeno non è solo così.  E qui entra in ballo il significato delle parole che assumono valenze positive o negative in rapporto al contesto in cui vengono usate.

È vero che la croce per i cristiani diventa elemento di “martirio”, ma dobbiamo intendere martire nel senso originario del termine.  Originariamente il termine “martire” era diffuso soprattutto in ambito giuridico e stava a indicare un testimone che garantiva la verità degli avvenimenti e che normalmente prendeva le difese dell’accusato. Col tempo il termine è stato usato anche in ambito filosofico, di testimonianza della verità, e solo successivamente assume il significato di testimonianza di un avvenimento religioso di cui il credente, con la sua vita e la sua predicazione è testimone. E osserviamo che questo termine non è mai stato usato in ambito biblico (né giudaico, né cristiano) nel significato odierno di “testimonianza sino anche alla morte”, se non dopo la nascita del cristianesimo, con l’avvento delle persecuzioni.

La lettura dell’evento annunciato del martirio della croce, quindi non può prescindere dall’annuncio di ciò che accade il terzo giorno. Ecco allora che la croce non assume il significato unico di “patimento”, ma quello più importante di “segno di testimonianza”, appunto di “martirio” nel senso originario del termine.

Ecco allora che l’imperativo che rivolge Gesù sulla sequela è un invito vigoroso alla testimonianza, una testimonianza che deve essere realizzata dal singolo e dalla chiesa tutta, una testimonianza che i credenti in Cristo sono tenuti a dare sull’amore di Dio, fondamento del patto missionario.

Ma a chi è rivolto questo invito?  Per chi sono le parole che i tre evangelisti Marco, Matteo e Luca riferiscono?

Sicuramente a coloro che hanno udito direttamente le parole di Gesù, hanno potuto verificare il suo amore per la gente (per tutta la gente, non solo per i suoi seguaci, ma anche per coloro che non credevano in lui come Messia e che magari si rivolgevano a lui come ultimo appiglio nel dolore di fronte alla malattia o alla morte di un congiunto). Ma l’invito è rivolto anche a coloro che non lo hanno conosciuto se non attraverso le parole e i racconti dei suoi discepoli, di coloro che hanno testimoniato su ciò che egli era e, nel tempo quindi anche a noi, a noi che, come moltissimi altri nei secoli, abbiamo letto oppure abbiamo sentito raccontare le vicende di Gesù di Nazareth, colui che interpretiamo come il figlio di Dio fatto uomo per il riscatto dell’umanità.

Ecco allora che l’invito alla testimonianza arriva dritto dritto fino a noi, impegnandoci a non affermare solo a parole quello in cui diciamo di credere, impegnandoci a non vivere solo per noi stessi, perché “chi vorrà salvare la propria vita (leggi la SOLA propria vita) la perderà”.

Ma cosa c’entra la testimonianza con la domenica della legalità che celebriamo oggi?

Nel momento in cui accettiamo di essere seguaci di Cristo, sappiamo che il suo messaggio non riguarda il singolo, sappiamo che la dimensione di quella salvezza annunciata non è individuale, bensì collettiva e, per ciò stesso, la persona che intenda seguire gli insegnamenti evangelici non può rintanarsi nella propria individualità, ma deve uscire da sé stesso per giudicare con occhi non egoistici gli accadimenti che lo circondano, assumendo un ruolo di testimone non silenzioso di fronte al dilagare dell’ingiustizia, alla privazione dei diritti per coloro che calpestano assieme a noi il suolo di questa terra.

Se credo nella grazia di Dio, nella sua misericordia, nella sua giustizia, debbo essere consapevole che non sono solo io la persona chiamata a salvezza, ma sono anche gli altri. Ed ecco allora che il mio essere (inteso come corpo e spirito, senza alcuna dualità) che credo sia destinatario dell’amore di Dio, non può essere inteso come uno scrigno che contiene le sole mie emozioni ed i soli miei pensieri, ma deve diventare un unicum con gli altri, con coloro che con me sono figli e figlie del medesimo Padre.

In questa prospettiva, quindi, non posso come individuo o come chiesa tacere di fronte alle ingiustizie, girare il capo da un’altra parte per non vedere, non essere testimone che credere nella croce e nella resurrezione richiede l’affermazione che tutti gli esseri umani sono uguali, a prescindere dal colore della pelle, dalla provenienza geografica, dalle abitudini sociali, dai comportamenti sessuali o da chissà cos’altro ancora.

Tutti uguali, tutti con uguale dignità, tutti con i medesimi diritti, tutti degni di uguale rispetto.  E, in questo senso, a nulla valgono le pretese politiche e sociali che anche di recente abbiamo sentito affermare e a nulla valgono le banali idee di “proprietà” del nostro orticello, così come proclamate da coloro che dicono “padroni a casa nostra” o che giustificano mezzi eccessivi di difesa del proprio ambiente o che strumentalizzano e sfruttano illegalmente gli altri.

Nella domenica della legalità siamo tenuti a fare una seria riflessione come singoli e come chiesa sulla nostra vocazione e soprattutto sul nostro impegno affinché tutti gli uomini e le donne siano considerati uguali.

E se noi ci vergogneremo di affermare questo con parole e fatti, se ci vergogneremo di annunziare che il messaggio evangelico non attiene solo alla sfera spirituale e mistica, ma riguarda la vita stessa degli individui, se decideremo di indugiare all’immobilismo, preferendo magari la nostra dorata solitudine, cosa diremo quando Qualcun altro si vergognerà di noi?

A cosa varranno allora i nostri piccoli e grandi poteri dei quali ci inebriamo? A cosa serviranno perfino le nostre depressioni che ci fanno guardare solo al nostro ombelico? A cosa sarà servito girarci dall’altra parte di fronte a chi soffre per l’ingiustizia?

Che il Signore ci aiuti e ci ispiri per camminare sulle sue vie.

AMEN

Liviana Maggiore

LA MORTE DEL SEME

Due premesse:

  1. Da un mese a Padova c’è una mostra di fotografie che sta riscuotendo un enorme successo. L’esposizione porta il titolo “Un’Idea di India” e, a corredo della mostra, sono organizzate conferenze su vari aspetti della cultura e della spiritualità indiani.

Poiché faccio gioiosamente parte dello staff organizzativo, da tempo ho avuto l’occasione di confrontarmi non solo con le immagini, ma anche con ciò che vari professori dell’Università Ca’ Foscari presentano nelle loro conferenze.

“Ti stai facendo affascinare dalle religioni di quel Paese?” – potrà chiedermi qualcuno, visto che molti occidentali si sono convertiti al buddismo o all’induismo o ad altre religioni orientali.

La mia risposta è NO. Tuttavia studiare ed esplorare altre realtà spirituali mi permette di fare alcune valutazioni sulla mia, sulla nostra religiosità e su come nelle predicazioni di un mondo cristianizzato spesso si propongano interpretazioni che forse non sono del tutto aderenti al messaggio evangelico e che possono essere origine di una cultura che non risente della gioia, ma è più incentrata sulla mistica della sofferenza e sul peso del peccato.

  • Il titolo dato a questa quarta domenica di passione è “Laetare”, cioè “Essere felici”.  Un titolo che potrebbe apparire paradossale in un tempo ecclesiastico che celebra la passione di Cristo.  Eppure non è così.

Ma c’è di più: il verbo latino “laetare” è un verbo transitivo e non riflessivo, cioè è una formulazione verbale che muove verso l’altro perché significa anche “allietare, portare gioia”. All’inizio del nostro culto abbiamo letto il passo di Isaia 66 che invita a “gioire con Gerusalemme”, un chiaro invito a gioire con l’altro, a partecipare alla sua gioia, magari perfino a recare gioia all’altro.

E tutto questo in un periodo di passione, un periodo che prelude alla morte del nostro Signore e – perché no? – un periodo che ci invita anche a guardare alla nostra vita come un cammino verso la morte certa, quella morte corporale alla quale tutti dobbiamo arrivare.

E, con le riflessioni causate da queste due premesse, mi sono imbattuta nel versetto del giorno, dall’evangelo di Giovanni, che vado a leggere e che è oggetto del sermone.

“Se il seme di frumento, caduto in terra, non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto.” (Giovanni 12,24)

È questo un versetto molto conosciuto, ma credo che, nei secoli, sia stato spesso interpretato secondo una lettura doloristica e non gioiosa, una lettura che tende ad esaltare la sofferenza e la morte come tramiti necessari alla salvezza, alla rinascita.

Certo, è vero che il seme deve morire, deve disintegrarsi per dar luogo alla spiga, ma non credo che Gesù volesse dare una connotazione triste e dolorosa quando ha predetto la sua stessa morte con questa frase.

Credo invece che il suo intento fosse quello di comunicare che la morte è un evento contingente dal quale scaturisce una trasformazione in una vita meno effimera, una nuova vita ben più rigogliosa e sorprendente di quella che stiamo vivendo qui ed ora, proprio come la spiga che matura, si apre al sole e dà frutto che nutre, che sazia, che produce altri semi, destinati a morire per poi riprodurre altre piante e perpetuare così il ciclo della vita.

Insomma: una morte non vista con dolore, paura, pessimismo, ultima tappa, bensì come una fine che possa essere capace di dare un senso alla vita stessa, non solo egoisticamente personale, ma allargata a tutti, proprio come da un solo seme ne possono nascere molti altri.

Una morte quindi che non è termine puro e semplice di una vita, ma è invece preludio di un’altra vita, che non sappiamo certo come sarà, ma che, da credenti, non possiamo pensare altro che sia nelle mani del nostro Signore e, per ciò stesso, inspiegabile e imperscrutabile.

Uno dei professori che ha tenuto le conferenze ha cercato di spiegare che la visione della morte e della vita nella cultura indiana porta l’individuo a credere di essere inserito in una dimensione costante di vita che si ripete sotto varie forme, mentre nella visione cristiana la morte preluderebbe ad una salvezza individuale del singolo che sarebbe chiamato a bearsi per l’eternità nella visione di Dio.

Nel dibattito, con gentilezza, ma altrettanta fermezza, mi sono permessa di contestare questa visione, perché mancante del senso collettivo della visione cristiana, una dimensione plurale che non termina con l’invito alla fratellanza qui in terra, altrimenti significherebbe che il messaggio evangelico richiede una fuga dall’umano, dalla persona che vive qui ed ora nella legittima ricerca della serenità e del piacere e non del dolore che faccia espiare le colpe (le quali peraltro ci sono).

Da credente cristiana sono profondamente convinta che la sequela del Signore non può comportare la mortificazione della mia umanità, relegandomi in un’idea di espiazione che deve avvenire nel corso della vita terrena, ma seguire il mio Signore comporta invece godere delle gioie che Egli mi dona, farle abitare nel mio cuore, cercando nel contempo di perfezionare e mettere a frutto tutti gli altri doni che mi vengono elargiti, tutte le facoltà intellettuali, morali, caratteriali che possono portarmi non solo ad essere lieta, ma a portare gioia e conforto ai miei simili, senza aver paura dei cambiamenti che la vita mi propone.

E, se accolgo questi cambiamenti, se non fuggo da essi, so bene che sarà ogni volta come far morire la vecchia persona per dar luogo ad un uomo, ad una donna nuovi. Questo credo che sia il vero significato di far morire l’uomo vecchio che è in noi per procedere verso una progressiva rinascita dell’individuo.

Insomma, c’è una morte vivificante perché dal seme fa crescere una spiga e questa non deve essere temuta, perché il seme non è più quello di prima, noi non siamo più quelli di prima.

Ma possiamo anche scegliere di non crescere, di non accogliere i cambiamenti in noi, di non affrontare le crisi e le incertezze che ci possono colpire, possiamo scegliere di rimanere ancorati al nostro passato, ai nostri ricordi, alle cose che abbiamo imparato un tempo e che continuiamo ad assolutizzare, ai beni materiali che non vogliamo mettere in gioco. Ma allora sì che la vita diventa un lento morire e noi rischiamo di cadere in una fede tiepida, fatta di risposte già preconfezionate, di precetti che ci rassicurano perché non vengono messi in discussione. Ma questa non è fede! Questa è in realtà la paura del cambiamento. Questa è morte infeconda!

Non è sempre facile, perché di fronte alla vita, al futuro che siamo chiamati a costruire con l’impiego dei nostri talenti, sapendo che comunque la vita terminerà, possiamo assumere due atteggiamenti opposti:

  1. Farci paralizzare dalla paura del cambiamento, scegliendo di non crescere.

E allora la vita stessa diventa un lento morire, in attesa di una morte che non può essere feconda, perché diventa un accadimento al termine di una vita improntata sulla mistica della sofferenza.

2.Accettare la sfida (e anche i rischi) del cambiamento di sé.

E allora questo continuo morire dell’uomo vecchio diventa una morte feconda perché si apre alla vita, ad una vita diversa, ad un nuovo frutto. In altre parole: il cambiamento e la crescita, la piena realizzazione di sé, implicano sempre una forma di “morte” perché non siamo più quelli di prima. Ma il superamento deciso delle nostre paure è l’unica strada per colmare di senso la vita, per mettere a frutto gli anni che il destino ci ha assegnato e per lasciare una traccia duratura del nostro passaggio in questo mondo.

Ecco allora che non si può dire che la prospettiva ultraterrena del credente cristiano è di bearsi al cospetto di Dio in un Regno dei cieli che non riusciamo a immaginarci.

Non sappiamo come sarà il cosiddetto “Regno di Dio”, non sappiamo cosa ci aspetterà dopo la morte e, a costo di dire un’eresia, francamente non mi interessa, perché questa ritengo sia una domanda che può essere alimentata da un’esigenza di prosecuzione, di paura della morte.

Da credente però sono certa di due cose:

  1. veramente le vie del Signore sono imperscrutabili, per cui è inutile ch’io cerchi di darmi risposte logiche o scientificamente provabili;
  2. se ho fede nel mio Signore, non posso fare altro che credere che Egli provvederà a me e ai miei fratelli (tutti i miei fratelli) nel modo migliore, per cui a me resta il compito di AFFIDARMI completamente a Lui e di lodarlo e ringrazialo nel modo migliore possibile, mettendo a frutto i doni che mi ha elargito e rendendomi disponibile al cambiamento nel cuore e nella mente, affinché, come dice Paolo ai Colossesi al capitolo 3, possiamo spogliarci dell’uomo vecchio e rivestirci del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza, a immagine di colui che l’ha creato.

Voglia il Signore donarci la forza per affidarci veramente a lui, non per lenire le nostre paure di morte, ma per fortificarci nel percorso della vita che ci è stata donata. AMEN

Liviana Maggiore

AMATE I VOSTRI NEMICI

Lc 6,27-38

Gesù si rivolge oggi a te che sei venuto qui per ascoltare: comincia a parlare dicendo “A voi che ascoltate”: l’insegnamento è per te che sei alla ricerca di qualcosa, forse non sai bene che cosa, ma vuoi ascoltare parole di vita e verità.

E subito l’insegnamento comincia con la sua forza sconvolgente: amate i vostri nemici, benedite chi vi insulta, prega per chi ti è ostile. Ma perché? C’è una obiezione che in ogni tempo ha sempre risuonato davanti a queste parole: se porgo l’altra guancia il male vince, se mi lascio portare via la tunica oltre al mantello resto nudo e il violento trionfa. Questa obiezione l’ha elaborata in modo molto raffinato un grande intellettuale del secolo scorso, Max Weber, che sosteneva che l’etica del Vangelo è impraticabile nel mondo. Anzi, Weber sostiene che se davvero si praticasse un’etica così il lo Stato finirebbe, il mondo finirebbe, perché la violenza consumerebbe tutto. A chi crediamo? Pensiamo davvero che Gesù esagerasse? Che Gesù quando ha detto queste parole intendesse solo stupire la gente, ma non intendesse veramente le cose che ha detto?

La risposta è sotto i nostri occhi quando pensiamo alla sua vita e alla sua morte: Gesù di Nazareth, il Maestro, non ha soltanto detto e insegnato la non-violenza, ma l’ha praticata concretamente. Non c’è stata una sola parola di odio sulla sua bocca. Non una parola di discriminazione, di disprezzo.

La lezione di Gesù va imparata e praticata ogni giorno, minuto per minuto, incontro per incontro.

E vorrei indicare tre pensieri che ci aiutino a entrare più profondamente nel cuore dell’insegnamento di Gesù, perché è una scuola fondamentale per la nostra vita.

  • Il primo pensiero: seguire l’insegnamento di Gesù di Nazareth significa immergersi completamente nella storia.

Non c’è spazio per l’illusione, non c’è spazio per immaginare di costruire un piccolo mondo separato dove tutti sono giusti e buoni. Questo atteggiamento è tipico di alcuni gruppi, e di alcune sette che immaginano di essere una isola di diversi, di santi e di puri in mezzo al mondo cattivo: ebbene ricordiamoci che Gesù non ha isolato i suoi discepoli dal mondo, non li ha portati a vivere lontano dalle città, dalla gente e dai problemi. L’insegnamento di Gesù di Nazareth ci porta dritto nel centro dei problemi, in mezzo alla gente, senza protezione, siamo esattamente come tutti gli uomini e le donne del mondo, né più né meno, e abbiamo da affrontare tutti gli stessi problemi.

Il primo problema è quello di un mondo costruito sulla violenza: Gesù parla subito di nemici, perché la realtà in cui siamo immersi è quella della violenza, e non insegna a isolarsi per evitarla. È evidente che nel nostro mondo il meccanismo prevalente è quello della forza, sia la forza fisica della violenza brutale, la guerra, sia la violenza della prevaricazione e del ricatto economico, per cui chi ha di più tiene schiavo chi ha di meno, Paesi ricchi possono depredare e tenere politicamente sottoposti paesi più poveri. La violenza si esprime in grande, nelle leggi che opprimono e tolgono libertà alle donne, ai poveri, nelle istituzioni in cui qualcuno viene discriminato, escluso, in tutte le infinite forme di competizione e di esclusione in cui viviamo. Siamo abituati fin da piccoli a competere, a vincere, a cercare di strappare il nostro posto al sole: è proprio costruito così il nostro mondo, e l’insegnamento del rabbi di Nazareth ci porta proprio lì in mezzo e ci dice: guarda bene che la realtà in cui sei immerso non è buona, è violenta e si regge su meccanismi di prevaricazione e di morte, e tu proprio lì in mezzo puoi portare qualcosa di radicalmente nuovo: la vita, l’amore, la libertà della differenza.

Come? C’è un unico modo. Ed è faticoso. Doloroso e pericoloso.

Ma è anche grandioso e parla l’unico linguaggio capace di aprire il cuore malato e indurito degli uomini e delle donne di ogni tempo.

Gesù chiede, come chiedono molte altre voci in altre tradizioni spirituali, di smontare dall’interno la logica della violenza.

Gesù insegna un modo di agire che rompe il meccanismo della sopraffazione.

Quando davanti a un insulto, a una accusa, tu reagisci con un altro insulto, quando davanti a uno sgarbo reagisci con una brutta parola o un gesto di chiusura, tu sei soltanto il burattino del male. Il male ti vince non nello schiaffo che ricevi, ma in quello che restituisci. Il male ti vince non nel mantello rubato, ma nel tuo aggrapparti alla tunica, come se da quella dipendesse la tua vera vita. Se siamo capaci di rispondere all’affetto con affetto in fondo siamo meccanici: quello che arriva restituiamo. Ma la vera libertà è decidere tu, liberamente, indipendentemente da cosa fa l’altro, decidere tu liberamente come comportarti.

Avere in te la libertà di provare ad avere comportamenti buoni anche quando hai ricevuto il male. Non rispondere a chi ti colpisce, non restituire il colpo: questa è libertà.

Credo che Weber facesse una buona analisi dell’etica e della politica, ma in una cosa il suo calcolo non è corretto: se la dinamica cambia, se i rapporti vengono modificati dalla forza dell’amore, non è affatto vero che la società finisce. Finirebbe certamente la realtà così come la conosciamo, ma se ne aprirebbe una nuova, diversa, basata su dinamiche di solidarietà e di cooperazione invece che su quelle di competizione violenta.

  • La seconda osservazione è che per praticare questa strada ci vuole una forza enorme: il comportamento che Gesù chiede a chi vuole ascoltarlo è possibile solo a uomini e donne veramente maturi, veramente forti. Mi viene in mente il lavoro enorme sul sathiagraha portato avanti da Gandhi per la liberazione dell’India, la non violenza attiva, che ha dimostrato storicamente la necessità di una grande forza, determinazione e anche di una forte disciplina: non possiamo immaginare di obbedire all’insegnamento di Gesù senza lavorare duramente su noi stessi, sul nostro cuore, sui nostri istinti. Non possiamo immaginare di farcela senza questa disciplina, che è anche disciplina di preghiera e di meditazione.
  • Il terzo punto su cui soffermarci lo troviamo nelle parole che Gesù pronuncia dicendo: sarete figli dell’Altissimo. Questa è la promessa che Cristo fa a chi vuole ascoltarlo.

Essere figli dell’Altissimo, figli di HaShem, il Nome del Signore che è sorgente di un amore sovrabbondante, che non risponde secondo meccanismi violenti, ma secondo una volontà creativa di bellezza e di amore, di crescita, di sviluppo, di vita.

Il bene più grande nella vita di un essere umano è la ricerca del volto del Signore, è la vicinanza, la presenza di Adonai: e Gesù di Nazareth indica la via perché questa presenza di Adonai nel mondo si renda sensibile. Il Signore stesso accetta di farsi vivamente presente nelle tue mani, nelle tue parole, nelle espressioni del tuo viso rivolto ad altri. Dio intende manifestare il suo amore infinito e assoluto dentro i tuoi gesti umani, limitati nel tempo e nello spazio, ma infiniti nella logica della vita e dell’amore. Questa è la promessa. Agisci da figlio dell’Altissimo e sarai davvero figlio dell’Altissimo.

Il teologo della liberazione Jon Sobrino scriveva che il compito fondamentale di un essere umano è umanizzare la realtà a partire dalla verità e dalla misericordia di fronte alla sofferenza delle vittime. Umanizzare la realtà, che ne ha bisogno perché è disumana: noi siamo qui proprio per questo, perché nel mondo ci sia una luce, una forza capace di resistere alla logica disumanizzate, capace di portare un modello diverso nei nostri rapporti. E quando la forza ci manca ricordiamo che abbiamo un Maestro che ci ha insegnato a chiederla al Signore, e che ci ha mostrato la strada da percorrere splendendo di amore e di bellezza anche nel momento più atroce della sua morte. Quando ti troverai davanti a un gesto, a una parola che fa nascere in te un sentimento di rabbia e di violenza ricorda le parole del tuo Maestro: a voi che ascoltate io dico…. E sarete figli dell’Altissimo. Amen

Past. Ilenya Goss

LA GIUSTIZIA DI DIO

(Geremia 31, 23-28 – Deuteronomio 16, 11-20)

Abbiamo letto in Geremia il passo che parla del rinnovo del Patto che Dio ha fatto con l’uomo e nel passo del Deuteronomio abbiamo sentito un forte invito alla gioia (senza indugiare alla mistica della sofferenza) e, soprattutto, alla giustizia.

Ma cos’hanno in comune questi due concetti: il Patto e la Giustizia? Molto!

Nel linguaggio comune praticare la giustizia significa agire concretamente nei confronti degli altri con rettitudine, operando secondo le varie situazioni con equità e comprensione, senza prevaricazioni, ma nella Bibbia troviamo anche un altro tipo di concetto: la giustizia di Dio.

Ma cos’è, o meglio, com’è la giustizia di Dio?

La giustizia di Dio è la sostanziale e completa fedeltà del Signore al Patto che lui ha stabilito con l’uomo, un patto al quale l’uomo è chiamato ad aderire, senza riserve e senza contrattazione alcuna, perché è un patto di totale misericordia quello che il Signore ci offre, un accordo che termina con le parole: “Poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò del loro peccato” (Ger 31,28).

Questo versetto è pregno d’amore, è manifestazione e promessa di perdono.

Se guardiamo a molti episodi del Nuovo Testamento, possiamo vedere che il comportamento di Gesù può apparire molto “ingiusto”, secondo le categorie mentali e le leggi del tempo (ma non solo del tempo!).

Pensiamo all’adultera, che avrebbe dovuto legittimamente essere lapidata, ma ricordiamo anche come il padre misericordioso accoglie il figlio che aveva sperperato ogni avere, mentre il fratello era rimasto diligentemente a lavorare coi servi.  E cosa dire ancora delle amicizie “ingiuste” per un Messia (pubblicani e prostitute), oppure della guarigione di familiari di persone che esercitavano il potere repressivo di Roma e che si rivolgono a Gesù, probabilmente non sospinti dalla fede in lui, ma per disperazione umana?

Obiettivamente spesso il comportamento del nostro Signore può apparire ingiusto ai nostri occhi (“gli ultimi saranno primi”). Ma Egli è il figlio di Dio e la sua giustizia è la giustizia del Padre, la realizzazione del Patto.

E noi, che ci definiamo credenti, quante volte parliamo o abbiamo parlato di giustizia!

Ma allora cos’è la giustizia per il credente? Certamente non può essere un concetto simile ai principi del diritto civile, dove per giustizia si può intendere l’esercizio dei propri diritti che si fermano dove iniziano i diritti dell’altro. Giustizia per un credente è qualcosa di diverso, di più ampio, perché deve ispirarsi alla giustizia divina.

Come per il Signore, nel suo Patto con l’uomo, la giustizia è la manifestazione totale della misericordia, del perdono, dell’amore incondizionato, anche per il credente la giustizia non esiste senza l’armonia con altri vocaboli: Amore, Perdono, Fratellanza, Libertà.

AMORE non è un generico “volersi bene”, ma comprende l’accettazione dell’altro, anche se molto diverso da me, anche se di tradizioni culturali diverse, anche se di diverso colore della pelle, perfino se magari a me ostile. Amore significa cercare di conoscere l’altro, non accontentarsi di un temporaneo incontro socievole e non conflittuale e poi non occuparsene più.

PERDONO significa cercare di avvicinarsi o riavvicinarsi anche a coloro che ci hanno offeso, che ci hanno fatto del male o ci hanno causato sofferenza; perdono significa operare per allacciare rapporti positivi, essere disposti a convertire noi stessi all’amore verso coloro che incrociano la loro strada con la nostra, senza lasciare posto all’indifferenza, se non addirittura al rancore. Perdono significa anche guardarsi dentro con la consapevolezza di necessitare del perdono anche verso noi stessi, imparare a perdonare a noi stessi. Perdono significa riempire di contenuti quella frase del Padre nostro, dove diciamo “perdona a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (anche se sarebbe molto meglio, ma forse più stimolante di crisi per noi, dire “come noi li abbiamo già rimessi ai nostri debitori”).

FRATELLANZA significa credere nel profondo che ogni uomo e donna è mio fratello/sorella, figlio/figlia del medesimo Padre, per cui io sono tenuto a condividere con lui/lei ciò che ho e quel che sono, non solo a dare quel tanto in più che mi avanza, solo un’elemosina per sgravarmi la coscienza. Sono tenuto a dividere “l’unico mantello che ho”.

LIBERTÀ che non significa poter operare come voglio, ma significa essere consapevoli che Dio ci ha creati liberi e per questo noi, sicuramente più fortunati di altri, dobbiamo rimanere al fianco e adoperarci fattivamente per coloro che liberi non sono, perché io, come figlio/a di Dio, posso essere veramente libero/a solamente se anche il mio prossimo è libero. E il mio prossimo che non è libero è certamente chi vive in situazioni di guerra e prevaricazioni per motivi politici, religiosi, di etnia, ma non è libero nemmeno colui che lascia la sua terra per cercare lavoro, anche se non scappa da situazioni di guerra.

Giustizia, Amore, Perdono, Fratellanza, Libertà. Immaginiamo questi termni come le dita di una grande mano, pronta a cogliere una diversa esistenza per l’essere umano, per TUTTI gli esseri umani, tutti veramente uguali e non certo qualcuno più uguale dell’altro, magari giudice dell’altro.

Voglia il Signore aiutarci per tutto questo ed ispirarci per una reale conversione di vita, per una giustizia che tenti di avvicinarsi a quella che siamo certi Lui pratica con noi, nell’attesa della venuta del Suo Regno.

AMEN

Liviana Maggiore

IL DUBBIO E LA FEDE

Il tema che vorrei affrontare oggi, alla luce del brano biblico che fra poco leggerò, è quello del rapporto tra fede e dubbio.

Nella mentalità comune tra fede e dubbio esiste quanto meno una tensione, per non dire che sono in qualche modo alternative; dove c’è la fede non c’è il dubbio, e dove c’è dubbio non c’è la fede.

La figura biblica emblematica di questa alternativa è naturalmente l’apostolo Tommaso che, per primo, ha messo in discussione il fatto centrale della fede cristiana, cioè la risurrezione di Gesù, e quindi ha dubitato dell’evento costitutivo del cristianesimo. Però proprio lui, che ha incarnato questo dubbio radicale, è anche colui che sfocia nella prima grande confessione di fede, la più grande confessione di fede di tutta la Bibbia, chiamando Gesù non solo “mio Signore”, ma “Dio mio”. Tommaso è quindi l’emblema della transizione dal dubbio radicale alla fede suprema.

Un altro episodio evangelico che ci interroga sul rapporto tra dubbio e fede è quello che leggo adesso dall’evangelo di Marco, al capitolo 9,14-27

“E arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi”.

Qui, abbiamo letto, un ragazzo epilettico ha una crisi della sua malattia proprio davanti agli occhi di Gesù. Ne nasce un dialogo molto serrato tra Gesù e il padre di questo ragazzo, il quale lo incalza dicendo: “Se tu sei in grado di fare qualche cosa in questa situazione, ti prego aiutaci”. Egli non è sicuro che Gesù possa, la cosa, per lui, è dubbia. Gesù risponde in un modo che apre nuove prospettive, perché dicendogli: ”Ogni  cosa è possibile a chi crede” in qualche modo gli rimanda la palla della questione. E’ come se dicesse: “Il problema non è se io posso, il problema è se tu credi!

La risposta del padre è tanto famosa quanto sconvolgente: “Credo, ma vieni in aiuto alla mia incredulità”. Cosa vuol dire se non: credo, ma dubito; credo ma nello stesso tempo non sono sicuro di credere; credo ma … nel “ma” c’è il dubbio, quasi che alla fede dell’uomo sia congenito il dubbio. Io credo ma dubito, ci sono tante buone ragioni per non credere, non mi voglio affidare a una parola, a una promessa, soltanto tu puoi rendere la mia fede vittoriosa sul mio dubbio. L’opera nostra è il dubbio, l’opera di Dio è la fede , alla quale ci possiamo aprire, ma che non ci possiamo dare: possiamo solo riceverla.

E quanti altri innumerevoli testi nella Bibbia evidenziano questa lacerazione tra fede e dubbio, di quanti “perché” è pieno il testo biblico. Persino le ultime parole di Gesù sulla croce, che riprendono l’inizio del Salmo 22, sono un perché, anzi il perché più straziante di tutti i tempi:” Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” E i versetti successivi del Salmo 22 continuano così: “Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito! Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte, senza interruzione”.

Perché c’è questa contraddizione tra quello che credo e quello che sto vivendo? Perché tu sei il Dio che mi ha chiamato e ora anche il Dio che mi ha abbandonato? Perché sei un Dio che si contraddice? Che fai il contrario di quello che prometti?

I Perché della Bibbia lasciano aperta la possibilità che Dio non risponda a queste domande, e anzi l’uomo moderno ha in un certo senso coltivato questo dubbio fino a sfociare nell’incredulità.

Ci sono però anche esperienze opposte, in cui il dubbio può essere invece l’anticamera della fede, nel senso che la ragione, mediante il dubbio, solleva dei quesiti ai quali essa non è in grado di rispondere. La fede SI. Il dubbio pone delle domande a cui la ragione umana non sa rispondere, e solo la fede può dare queste risposte: il dubbio può aprire la strada e preparare alla fede.

Quindi il dubbio ha queste due facce: propedeutico alla incredulità e possibile spazio per la fede.

Io penso che comunque il dubbio vada elogiato e coltivato, e questo perché il dubbio è parente stretto del pensiero. Un pensiero che non dubita è nella migliore delle ipotesi un pensiero infantile, elementare, e nella peggiore un pensiero paralizzato. Invece il dubbio ci permette di distinguere tra realtà ed apparenza, e in un certo senso è il migliore antidoto a tutte le illusioni. Il dubbio ha inoltre una funzione critica non soltanto verso la realtà che ci circonda, ma anche nei confronti di noi stessi: noi possiamo vagliare criticamente la nostra vita, le nostre scelte. Nella Bibbia il personaggio che evidenzia questo dubbio su sé stesso è il fariseo Paolo, il quale aveva impostato la sua vita secondo le rigide regole farisaiche, e a un certo punto, attraverso l’esperienza di Damasco, è stato travolto dal dubbio radicale di avere sbagliato tutto, e trascinato a una revisione radicale della sua esistenza: dal dubbio è nata una conversione.

La capacità, direi anzi la libertà, di dubitare di sé è la radice di ogni conversione.

E’ proprio il principio della Sapienza biblica questo essere capaci di farsi domande, rivedere criticamente la propria vita, le proprie abitudini, le proprie scelte, questo interrogare le scelte del mondo e interrogarsi sulle proprie scelte.

E anche nell’ambito della fede il dubbio, il pensiero critico della fede, ha un proprio valore. L’idea che la fede comincia la dove il pensiero finisce, o che la fede comporti una abdicazione della ragione, o che per credere bisogna rinunciare a pensare, o che per credere bisogna entrare nel territorio dell’assurdo, questa idea è completamente sbagliata. “La fede non è ignoranza ma conoscenza” dice Calvino. L’idea che la fede fiorisce e prospera lì dove prospera l’ignoranza è una idea sbagliata. La fede pensa; credere significa anche pensare. Non che pensare significhi credere – il pensiero può anche non credere – ma la fede non può non pensare. E’ indubbiamente vero che c’è una razionalità, un modo di ragionare, un modo di pensare completamente diverso da quello della fede, anzi addirittura antitetico da quello della fede, così come è vero – come dice l’apostolo Paolo – che c’è una ragione umana che deve diventare pazza per diventare savia, è verissimo che c’è una sapienza di Dio che sembra pazzia all’uomo, che c’è una sapienza del mondo che sembra pazzia davanti a Dio. Ma questo non significa che non ci sia una razionalità della fede, che ha le sue ragioni, che non sono le ragioni della ragione, ma sono ragioni.

È ragionevole il perdono del peccatore? No, sarebbe più ragionevole la sua punizione. È ragionevole che l’innocente Gesù «muoia per gli empi»? No, sarebbe più ragionevole che gli empi muoiano e l’innocente viva. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che c’è una logica di Dio molto diversa da quella degli uomini. C’è una logica del Regno, che capovolge la logica del mondo. Ci sono due logiche, due razionalità, due modi di ragionare. Non è che chi non crede ragioni meglio o sia più intelligente di chi crede, o inversamente che chi crede ragioni meglio di chi non crede. Si tratta di due diverse visioni del mondo, dell’uomo e di Dio che comportano due logiche differenti. Io non penso che la scienza metta in pericolo la fede; ci sono scienziati atei e ci sono scienziati credenti. Non penso che l’intelligenza porti a non credere: né la fede né l’incredulità nascono da un ragionamento, anche se poi entrambe portano le loro ragioni; l’intelligenza entra in gioco dopo, non prima, sia per l’una che per l’altra.

Credere non significa entrare nell’irrazionale. Non solo la fede non ha nessun timore davanti al pensiero, ma volentieri lo incontra, e volentieri ne accetta la sfida. Dio, dice Giovanni, è Logos, e Logo significa Parola, ma significa anche pensiero. Dio è libertà, soprattutto libertà di amare, ma Dio è anche pensiero, Dio pensa, si potrebbe azzardare. Come si dice al salmo 92:” O Signore, come sono profondi i tuoi pensieri!; e al salmo 139: “Oh quanto sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio! Quanto è grande il loro insieme” e in Isaia:” «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il Signore. “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri”.

Ecco perché la fede pensa: la fede pensa perché Dio pensa. La fede pensa e osa affermare una verità ultima, definitiva, e cioè Dio. La fede sa benissimo che questa verità non può essere in alcun modo dimostrata, né che questa verità spieghi tutto, ma è una verità che illumina tutto. Non tutto diventa chiaro, ma tutto diventa illuminato. Al dubbio radicale, di cui comprendiamo le ragioni, noi affianchiamo una certezza radicale, che non è fondata su nessuna evidenza, ma è fondata su una Parola che è diventata storia umana nella vicenda di Gesù di Nazareth.

La fede è infatti figlia della Parola di Dio, non della ragione, ma non è di per sé ostile alla ragione. Fede e ragione possono entrare in conflitto, ma non sono necessariamente nemiche. Esiste, certo, una ragione che non crede, come esiste, purtroppo, una fede che non ragiona. Ma la fede può ampliare l’orizzonte della ragione, e la ragione può aiutare la fede a non diventare credulona, superstiziosa o fanatica.

Il dubbio resta fuori della fede anche se accanto alla fede. La fede è certezza. Il dubbio accanto alla fede serve a tenere vigile la fede, a mantenerla in dialogo con la realtà che la circonda, la obbliga a tenere aperte le questioni vitali. Nella lettera agli Ebrei c’è questa bellissima definizione della fede che è “certezza di cose che si sperano”, cioè le cose che si sperano a un certo punto sono incerte perché devono ancora accadere, è il paradosso della fede che è certezza dell’incerto, cioè attraverso la fede l’incerto diventa certo, questa è la fede. In questo senso il dubbio è più alleato che nemico della fede. E lo è anche in un altro senso: il dubbio preserva la fede dal diventare fondamentalista, cioè dal credere in un dogma, uno qualunque, anziché in Dio, cioè identificare la fede con un oggetto della fede che non è Dio. La fede che crede in sé stessa più che in Dio non è fede, perché la fede è proprio fede in Dio e non in qualcos’altro che non sia lui.

E’ come abbiamo sentito prima risuonare dalla prima lettera di Pietro: “Per mezzo di Gesù credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio”.

Dio lo voglia per tutti noi. AMEN

Fabio Barzon