Chiesa Evangelica Metodista di Padova
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Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 9 GIUGNO 2013 (Lc 14:15-24; At 13:32-39; testo di predicazione: Is 55:1-3)

2 Settembre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

ASCOLTATE E VENITE A ME

Davvero sorprendente, questo inizio del cap. 55 di Isaia. Una serie di inviti, ma inviti che suonano come ordini; per giunta, senza alcun contenuto religioso. Gli ascoltatori vengono esortati a comprare acqua, vino e latte e grano; e poi vengono esortati a mangiare di gusto, a saziarsi, a passarsela allegramente. Sembrano le grida di un venditore che cerca di attirare i passanti; in effetti, è probabile che questi versetti abbiano il loro modello proprio nelle grida dei venditori che reclamizzavano le loro mercanzie sulle piazze, usando formule fisse, familiari agli uditori. Quelli di noi che hanno una certa età forse potranno ricordare come anche nelle nostre città, in passato, le strade risuonassero di inviti di questo genere, provenienti da venditori ambulanti o dalle bancarelle al mercato. Dunque, una serie di richiami clamorosi, proprio “da mercato”. Ma l’altro fatto sorprendente è che questi richiami vogliono, sì, “piazzare” un insieme di generi alimentari di prima necessità e di larghissimo consumo; ma non li vogliono vendere. Vogliono offrirli gratuitamente, questi beni; vogliono regalarli. A chi? A tutti, a ogni categoria di persone; perché l’invito, questo invito perentorio, questo invito al quale sembra impossibile sottrarsi, è rivolto tanto a coloro che “non hanno denaro” quanto a quelli che denaro ne hanno, e lo spendono liberamente, ma rischiano di fare cattivi affari, di farsi imbrogliare acquistando, magari a caro prezzo, merci senza valore, alimenti che non soddisfano il palato e nemmeno nutrono. Quando mai ci capita di vederci rivolto un invito del genere? Mai, certamente. E se anche ci capitasse, credo che questo invito lo accoglieremmo con una certa diffidenza. Cibi squisiti offerti gratuitamente? Sì, certo, ne abbiamo esperienza in occasioni particolari: matrimoni per esempio, o inaugurazioni di mostre, o convegni importanti o altri eventi mondani o culturali, quando ricchi buffet colmi di cibi stuzzicanti e appetitosi e di bevande di ogni tipo vengono messi a disposizione degli invitati, i quali di solito non si fanno pregare e si avventano sui tavoli come cavallette affamate. Ma qui, è chiaro che l’offerta gratuita non è rivolta a un ristretto e selezionato gruppo di persone e non riguarda tartine, pasticcini e bicchieri di prosecco. L’offerta è rivolta all’intero popolo di Israele – e in esso all’intera umanità – e riguarda prodotti che sono fondamentali per la sussistenza umana, indispensabili addirittura, dato che fra questi c’è l’acqua, senza la quale non si sopravvive; e questi prodotti offerti in dono vengono garantiti come di primissima qualità. E allora, è inevitabile che scatti il sospetto: qui c’è qualcosa sotto. Nessuno offre qualcosa di importanza vitale senza richiedere un contraccambio. Che la merce propagandata con tanta insistenza sia davvero qualcosa di indispensabile alla vita, e quindi qualcosa di straordinariamente prezioso, ce lo fa comprendere il v. 3, con il brusco cambiamento di tono, lo scarto improvviso che ci porta dal vociare del mercato alla Voce per eccellenza, la voce solenne e autorevole di Dio che, come in tanti altri testi profetici, esige di essere ascoltata. Il tema dell’ascolto era già apparso alla fine del versetto precedente, con l’invito ad “ascoltare” (“ascoltatemi attentamente, e mangerete ciò che è buono”) che subentra all’invito a “comprare”. Ma ora ci viene detto che ciò che l’essere umano ricava dall’ascoltare non è più soltanto il mangiare, il mangiare di gusto, a sazietà; no, dall’ascoltare deriva il “vivere”. Il vivere, come viene subito precisato, nell’ambito di “un patto eterno”, un patto che offre all’intero popolo di Israele quelle stesse “grazie stabili” (cioè durature, imperiture) che Dio ha garantito a Davide (cfr. per es. 2 Sam 7: 8-16). Il venditore che propaganda le sue merci, dunque, altri non è che Dio; e la merce che Egli offre a costo zero è la sua grazia. In altre parole, Dio offre come merce gratuita null’altro che sé stesso. Ecco perché risuona così appassionato, così urgente il suo appello, questo appello nel quale Dio non chiede soltanto “ascoltatemi”; soggiunge anche “venite a me”. Da “comprate e mangiate” si passa dunque ad “ascoltate e venite a me”; dall’invito che è un ordine si passa all’invito che è una supplica. Sì: qui Dio quasi supplica il suo popolo – supplica ciascuno di noi – di degnarlo della sua, della nostra attenzione; di non passare oltre, di non lasciarlo lì come una merce rimasta invenduta sul banco, perché nessun possibile acquirente l’ha trovata utile né interessante. Notano gli esegeti che il grido di un venditore sul mercato non differisce dall’invito a un banchetto. Luca riporta la parabola, narrata da Gesù, di un uomo che aveva preparato “una gran cena” invitando una quantità di ospiti, e venuto il momento aveva inviato il suo servo a cercarli, uno per uno, per condurli nella sua casa, al banchetto. Naturalmente questo ricco e generoso padrone di casa è figura di Dio, ed è singolare che anche qui, come nel testo di Isaia, Dio si presenti in atteggiamento di umile ricerca di attenzione: si offre alla sua creatura, all’essere umano, andando addirittura a cercarlo per mettergli liberamente a disposizione i suoi beni, la sua casa, tutto sé stesso. Isaia non accenna alla risposta di Israele all’invito divino, mentre il punto nodale della parabola di Luca sta proprio nelle varie risposte degli invitati, che consistono tutte in più o meno motivati ed educati rifiuti. Gli invitati reagiscono appunto come saremmo portati, credo, a reagire tutti noi dinanzi a un’offerta troppo generosa, troppo eccezionale rispetto ai modesti e mediocri standard ai quali siamo abituati. I casi sono due: o sotto a tanta liberalità c’è un imbroglio, o questo padrone di casa è un riccone eccentrico, che vuole introdurci in un ambiente che non è il nostro. In ogni caso, non abbiamo bisogno di lui. Meglio lasciarlo perdere e ripiegarci sulla nostra routine, sulle occupazioni e sulle incombenze che ci sono familiari, sul nostro grigiore quotidiano. Nel testo di Isaia, Dio dichiara che l’acqua e il grano e il vino e il latte e tutti i “cibi succulenti” da lui gratuitamente offerti al suo popolo si identificano con le “grazie stabili promesse a Davide”. Nel discorso riportato dagli Atti degli apostoli, Paolo indica la piena realizzazione di queste promesse fatte a Davide nel perdono dei peccati altrettanto gratuitamente offerto da Dio per mezzo della morte e risurrezione di Gesù. Perdono offerto da Dio a “chiunque crede”: “chiunque crede” dice infatti Paolo ai suoi ascoltatori, gli appartenenti alla comunità ebraica di Antiochia, “è giustificato di tutte le cose, delle quali voi non avete potuto essere giustificati mediante la legge di Mosè”. Tanto gli inviti che risuonano in Isaia quanto la parabola di Luca adombrano dunque null’altro che il cuore della fede cristiana: l’annuncio della salvezza per grazia. Per sola grazia, come sottolineò Lutero. Perché la grazia è un dono che va, sì, comprato; ma comprato in modo paradossale, comprato senza denaro, in quanto non ha prezzo. Va comprato semplicemente ascoltando l’invito, andando verso il padrone di casa, accettando ciò che ha da offrirci. Va comprato solo pronunciando un “sì”. Se accettiamo l’invito rivoltoci dalla parola di salvezza di Dio, la pienezza della sua benedizione ci attende. Ma il problema resta sempre lo stesso: noi tendiamo a non ascoltare l’invito. Perché? Sostanzialmente, direi, per due motivi. Il primo: noi non riusciamo a credere che la grazia possa essere “comprata senza denaro”, senza che noi, in qualche modo, ci diamo da fare per meritarla – perché tutto ciò che ha veramente valore bisogna, in qualche modo, guadagnarselo, e una grazia che ci piove addosso, che ci investe senza alcun nostro sforzo o merito non può essere vera grazia. Lo abbiamo dipinto con tratti un po’ sommari e grossolani, ma in sostanza questo è il modo di rapportarsi a Dio comune a tanti cristiani, non soltanto a coloro che si riconoscono nella tradizione della chiesa di Roma; e qui, allora, si profila in tutta la sua urgenza, per le chiese nate dalla Riforma, il dovere di riscoprire e di testimoniare con coerenza e vigore l’annuncio – che è davvero un lieto annuncio, un evangelo – della giustificazione per sola grazia. Parlo di riscoprire, perché si tratta di un annuncio che anche nell’ambito del protestantesimo si è un po’ appannato, tende ad essere relegato in secondo piano, come se fosse semplicemente un’arida questione dottrinale e non un caso di vita o di morte (“ascoltate e voi vivrete”, abbiamo letto in Isaia). E qui arriviamo al secondo motivo per cui noi tendiamo a non ascoltare l’invito di Dio: perché “la merce non interessa”. Giustificazione? Chi ha bisogno di giustificazione? Noi ci sentiamo a nostro agio con noi stessi, non ci sentiamo in condizione di peccato. Perché la nostra coscienza è diventata pressoché impermeabile alla nozione stessa di “peccato”, e di conseguenza non sente alcun bisogno del perdono di Dio, che è l’essenza stessa della sua grazia. E quello che per noi fa testo è ciò che noi sentiamo di essere, non ciò che la parola di Dio dice che noi siamo. Sorelle e fratelli, facciamocene una ragione: non è da noi che viene la salvezza. Ciò di cui abbiamo bisogno è imparare di nuovo ad ascoltare “attentamente”, come dice Isaia – che cosa? Non certo la nostra coscienza, che è ingannevole, perché la nostra è una coscienza addomesticata che ci porta a respingere l’invito, a lasciare sul banco la merce preziosa senza degnarla di uno sguardo; ma la parola di Dio, che ci svela la nostra vera identità di peccatori sempre di nuovo bisognosi della sua grazia. Ascoltiamo questa parola, e vivremo. Amen.

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

 

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-09-02 22:14:582020-10-28 12:26:41Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 9 GIUGNO 2013 (Lc 14:15-24; At 13:32-39; testo di predicazione: Is 55:1-3)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 26 MAGGIO 2013 (Lc 6:27-28; 1 Cor 4:11-13. Testo di predicazione Nm 6: 22-27)

20 Agosto 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

“Ti benedica il Signore e ti protegga”

Come avrete notato, è già la seconda domenica che il lezionario propone come testo di predicazione un passo tratto dal libro dei Numeri, un libro biblico che certo non siamo molto abituati a frequentare. È un libro che tendiamo a considerare arido, quindi tutto sommato trascurabile; a penalizzarlo contribuisce anche il titolo, certo non accattivante, che viene dalla traduzione greca della Bibbia detta “dei Settanta”. Il titolo ebraico del libro è molto diverso: per certi versi ancora più arido, ma anche più suggestivo del titolo greco: be-midhar, “nel deserto”, e deriva dal primo versetto del libro: “Il Signore parlò a Mosè, nel deserto”. Queste ultime due parole sono state trasformate nel titolo del libro. Titolo, dicevo, forse più suggestivo del titolo greco: il deserto, infatti, ha un suo fascino, contiene in sé un mistero; soprattutto, porta a dimenticare tutto ciò che non è essenziale e ispira alla contemplazione, in un silenzio che può essere colmo e denso, anche di visioni. Ed è infatti “nel deserto” che il Signore rivolge la sua parola a Mosè. Gli rivolge la parola ripetutamente, fino a dargli questo ordine, un ordine da rivolgere ad Aronne e ai suoi figli. Questo ordine consiste in una formula di benedizione. Una formula, questa sì, molto familiare a tutti noi, perché spesso la usiamo a chiusura del culto; si è soliti chiamarla “benedizione di Aronne”. Si tratta del rituale della benedizione dei sacerdoti sul popolo, sulla comunità dei credenti. Nel 1979, in una necropoli presso Gerusalenne, vennero scoperte due sottilissime lamine d’argento, risalenti almeno al sec. VII a. C., riportanti questa benedizione che ancora oggi viene usata nella liturgia sinagogale proprio col suo nome, birkat kohanim, la benedizione sacerdotale. L’amore per questa benedizione, dunque, unisce ebrei e cristiani. E questa benedizione è molto amata perché è veramente bella: ha uno stile poetico perfetto, immagini indimenticabili. È divisa, questa benedizione, in tre versetti. Il primo promette la benedizione di Dio ai suoi figli. Questa benedizione “paterna” è un tema ricorrente nella Bibbia ebraica: Dio la rivolge alla prima coppia, la rivolge ad Abramo nel chiamarlo a una missione estremamente impegnativa, e promette che in lui “saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gn 1: 28; 12: 1-3); Giacobbe e Mosè concludono la loro vita terrena benedicendo le nuove generazioni ( Gn 49 e Dt 33). I libri dei grandi profeti si concludono con parole di benedizione. Che cosa significa tutto questo? Significa, in sostanza, che noi possiamo contare sulla presenza di Dio al nostro fianco: Egli ci precede, ci guida. Egli ha già preparato la nostra strada: non ci resta che percorrerla con piena fiducia. Possiamo farlo, perché questa benedizione non è una sorta di influsso astrale che ci arriva in forma anonima e astratta. Essa viene dal Dio vivente. Ce lo ricorda il secondo versetto del nostro testo, in cui Dio esprime la benedizione mediante lo splendore del suo volto. Il volto indica una persona. E questo Volto risplende: è dunque fonte di luce. L’immagine della luce evoca il calore del sole, il rinnovarsi della vita, lo splendore della gioia, ma anche e soprattutto la chiarezza della rivelazione, la salvezza dalle tenebre. Non a caso il vangelo di Giovanni dice che Gesù è “la vera luce che illumina ogni uomo” (Gv 1: 19). Nel terzo versetto la benedizione fa ancora un passo avanti: Dio non si limita a far risplendere il suo volto sui suoi figli, ma offre loro un dono, un dono estremamente prezioso, la pace. Ne abbiamo davvero bisogno, della pace: siamo tormentati dai nostri dolori e dai nostri errori, viviamo in un mondo triste e terribile. Ma Dio ci libera, e in quanto cristiani noi crediamo che questa liberazione ci raggiunge nella persona di Gesù. Non è un caso che il Risorto, quando incontra i suoi discepoli distrutti dal dolore e dallo sconforto, dica “Pace a voi” (Gv 20: 19). Annunciando la pace, Gesù non recita una formula di cortesia, ma vuole dimostrare che in lui si adempiono le Scritture, che riconoscono nel Messia il “principe della pace” (Is 9:5) e che prefigurano i tempi messianici come fondati su un “patto di pace” (Ez 34: 25 e 37: 26). Gesù è morto ed è risorto proprio per realizzare questo patto di pace. “Benedizione” è, dunque, una parola bellissima, ed è anche un concetto bellissimo, forse il più bello che ci sia, non solo nella Bibbia, ma nell’esperienza umana: è una luce che illumina il mondo, una stella nella notte, una grazia preparata per noi. Eppure, in fondo, se ne parla poco, forse per un senso di pudore – si ha spesso un certo pudore a parlare di temi che sentiamo come coinvolgenti, addirittura cruciali per la nostra vita –, ma più probabilmente perché tendiamo a dimenticare con facilità proprio questo aspetto fondamentale della vita e della fede. Questi versetti smentiscono dunque l’“aridità” spesso imputata al libro dei Numeri, proprio perché ci invitano a riflettere, a interrogarci su che cos’è, cosa significa, come va vissuta la benedizione del Signore che qui viene annunciata ai figli di Israele, e quindi anche a noi, per un tramite umano, la persona di Aronne, colui che nel nostro uso corrente “dà il nome” a questa benedizione. Ecco, direi che il primo spunto che qui possiamo cogliere è questo: parliamo di “benedizione di Aronne”, ma né Aronne né nessun altro essere umano può “benedire” in senso stretto. Perché questo può farlo solo Dio. Dio solo è la fonte di ogni benedizione; è lui, anzi, la benedizione per eccellenza. Osserviamo che “benedire” significa, alla lettera, “dire bene”: e l’unico che può “dire bene” in assoluto è Dio, e Lui soltanto. Dio infatti “dice bene” di noi quando dice che siamo giusti benché peccatori, perdonati benché colpevoli. Dio benedice, cioè (a differenza di noi) dice bene, perché (a differenza di noi) pensa bene: “Io so i pensieri che medito per voi, dice l’Eterno, pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza” (Ger 29: 11). Dio dice quello che pensa e fa quello che dice. Egli benedice, cioè dice bene, perché pensa bene e fa bene. Nessuno dunque, se non Dio solo, può conferire la benedizione, perché la benedizione appartiene a Dio solo, è lui l’unico titolare di ogni benedizione. Noi possiamo solo invocare la benedizione di Dio, non la possiamo dare, se non nel nome suo, che è l’unico che può e vuole effettivamente darla. Nessuno di noi potrà quindi “benedire”; potrà invece (appunto come Aronne) farsi portatore e trasmettitore, presso i suoi fratelli e le sue sorelle, di questo evangelo, di questo lieto annuncio: la benedizione è l’azione costante, l’occupazione quotidiana di Dio – ed è, in fondo, la nostra unica speranza. Comunicare agli altri questa benedizione, però, non è soltanto una facoltà che ci viene data; è un nostro preciso compito, è la vocazione che viene rivolta a ciascuno di noi. Qui è rivolta ad Aronne, tanto che si parla di “benedizione sacerdotale”; ma se guardiamo alla Bibbia nel suo insieme, vediamo che la benedizione di Dio circola liberamente all’interno del popolo di Dio e diventa in qualche modo patrimonio comune. La seconda considerazione, dunque, può essere questa: la benedizione di Dio non è più monopolio di qualcuno (a esempio di un clero o di un’autorità di qualunque tipo), ma diventa una parola di grazia e favore divino che gli uomini e le donne, nel nome di Dio, si scambiano a vicenda. Chi dunque può pronunciare la benedizione? Chiunque, purché sappia quello che fa e creda nel Dio che benedice, il Dio d’Israele e di Gesù. E mi sembra bellissimo il fatto che questa benedizione travalica i confini della chiesa, perché nei passi neotestamentari che abbiamo ascoltato Gesù dice ai discepoli: “Benedite quelli che vi maledicono”, e l’apostolo Paolo dice dei cristiani: “Ingiuriati, benediciamo”. Cioè: la benedizione è più forte della maledizione, lo spirito e la parola di Gesù trasformano in benedizione la maledizione. Tre brevissime osservazioni, infine, sulla pace, la pace nella quale si manifesta la pienezza della benedizione di Dio. La prima: questa pace non equivale a “quieto vivere”. In una lettera del 1944, Dietrich Bonhoeffer parla della benedizione come del ponte che collega Dio alla felicità umana; egli però ricorda anche che essere benedetti non significa essere esentati dalla prova e dalla sofferenza. Si pensi alla sorte di due “benedetti” come Giobbe, e come Gesù stesso. Nella Bibbia dunque non c’è contrapposizione assoluta tra benedizione e croce, né nella Bibbia ebraica né nel Nuovo Testamento. La differenza tra loro, dice Bonhoeffer, “sta solo nel fatto che nell’Antico Testamento la benedizione racchiude in sé anche la croce, nel Nuovo la croce racchiude in sé anche la benedizione”. Seconda considerazione, strettamente collegata alla precedente: questa pace è per noi un dono ma anche un compito, come ha ricordato Gesù dichiarando “beati” “quelli che si adoperano per la pace” (Mt 5: 9). Ne consegue la terza considerazione: “pace” non significa “adagiarsi”, accettare – e benedire – il mondo così com’è, adeguarci a un mondo fatto di competizione e di egoismo, di durezza e di vanità, di falsità e – dovunque – di ingiustizia. Con la “benedizione di Aronne”, Dio vuol dirci tutt’altra cosa. Vuole dirci che ci benedice affinché noi diventiamo testimonianza vivente della sua benedizione, perché, appunto, ci “adoperiamo”: e questo talvolta può richiederci di diventare persone scomode, persone che alzano la voce, che prendono posizione contro l’ingiustizia, dovunque essa si manifesti; perché senza giustizia – lo sappiamo – non può darsi vera pace. Persone scomode, che si adoperano per una pace scomoda. Ma solo così potremo diffondere la benedizione del Signore, divenendo a nostra volta una piccola benedizione su questa terra. Amen.

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-08-20 09:55:152020-10-28 12:26:29Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 26 MAGGIO 2013 (Lc 6:27-28; 1 Cor 4:11-13. Testo di predicazione Nm 6: 22-27)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 12 MAGGIO 2013 (Eccl.: 5,1-2; Lam, 3,25-26; Rom. 8,19-28)

2 Agosto 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

Quando stai davanti a Dio, fai silenzio!

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Nell’Antico Testamento incontriamo abbastanza di frequente la parola che abbiamo ascoltato nella lettura del Salmo 37: quando stai davanti a Dio, fai silenzio!Il silenzio è uno spazio anomalo nella nostra vita. Le nostre giornate sono piene di rumori e piene di parole. Sono fiumi di parole. Nei talk show, nelle conversazioni occasionali per via, sono fiumi di parole belle e brutte, spesso di rabbia, talvolta di ricerca di soluzioni. Quando le abbiamo ascoltate tutte quello che ne resta è un niente. Dentro di noi c’è rumore. Di tante parole che udiamo o che passano dentro di noi e che non è facile fermare ed elaborare perché trovino un senso compiuto; vengono e vanno sull’onda dei nostri stati d’animo. Vengono da tante preoccupazioni, dalla situazione contingente economica che opprime le nostre famiglie o quelle di chi sappiamo in condizione di sofferenza. Vengono dai nostri desideri e dalle nostre aspirazioni, da quello che vorremmo e non possiamo, ma anche dal vanto di qualcosa che abbiamo realizzato. Rumore nella mente generato dalle nostre passioni, dalle sofferenze come dalle speranze. Sappiamo che la preghiera è un rifugio dove ricondurre tutto ciò, ma non è detto che ci riusciamo: anche se la preghiera è entrata nelle nostre consuetudini, non è detto che riusciamo a pregare come si conviene. Abbiamo bisogno di aiuto; abbiamo sempre bisogno di imparare. Tutta la Bibbia invita a pregare. Del resto, non c’è espressione religiosa sulla faccia della terra che non inviti a pregare e detti le proprie ricette. Nel lontanissimo oriente gli oranti affidano la propria preghiera a dei lembi di stoffa colorata e li mettono in lunga fila in un alto luogo isolato: verrà il vento, passerà attraverso i fili del tessuto e raccoglierà le parole di ogni preghiera per porla ai piedi di Dio. Dalle parole antiche del Salmista, che riecheggiano in parecchi altri scritti biblici che questa mattina abbiamo appena accennato, viene un invito severo che è posto come premessa essenziale: quando ti poni davanti a Dio, fai silenzio! Interrompi il monologo in cui rovesci il rumore dei tuoi pensieri e dei tuoi sentimenti. Prima di tutto, fai silenzio! perché sei davanti a colui che ha creato l’universo, sei davanti al Solo talmente altro da te che è Egli stesso parola vivente creatrice, dal cui soffio vitale dipende la tua stessa esistenza. Fai silenzio, e nel silenzio attendi. E’ strano che i discepoli chiedano a Gesù di insegnare loro a pregare. Infatti, per gli ebrei la preghiera era ed è l’elemento di primaria importanza per l’osservanza e la pratica religiosa. Ma davanti alla predicazione di Gesù, così nuova, così diversa, i discepoli si sentono smarriti. Chiedono a Gesù come pregare perché si accorgono di non essere spiritualmente preparati. Come non lo siamo neanche noi. Noi siamo tutti impregnati della vita quotidiana, ed è giusto, oltre che naturale: siamo chiamati a molteplici doveri a seconda di dove siamo posti nei nuclei familiari e sociali, e sappiamo di essere responsabili delle nostre azioni; non sempre siamo ugualmente consapevoli della responsabilità che sta nelle parole che diciamo e che sono lo specchio del reale rapporto che intratteniamo con il nostro prossimo come con Dio: quando ne percepiamo la responsabilità, avviene anche che ne sentiamo tutto il peso. Avremmo bisogno di un metro di misura sicuro al quale riferirci. Ed eccoci al punto di partenza che chiude il cerchio: il metro di misura sta nella nostra capacità di stabilire un vero rapporto con Dio. Ma da soli non ne siamo capaci, abbiamo bisogno di aiuto. Paolo ne ha la piena consapevolezza e ce lo dice chiaramente: abbiamo bisogno che lo Spirito santo venga in nostro soccorso. Esattamente come ne abbiamo bisogno in ogni aspetto del nostro vivere. Per prima cosa lo Spirito ci aiuta a conoscere la nostra debolezza. Anche la nostra difficoltà a fare silenzio. E anche la nostra difficoltà a perseverare. Gesù pregava spesso: per farlo sceglieva un luogo appartato e senza rumori. E invita noi: se vuoi pregare ritirati nella cameretta del tuo cuore dove soltanto il tuo Dio ti vede e ti ascolta. Fai silenzio davanti a Lui, e nel silenzio ascoltalo. In quel silenzio lo Spirito ci aiuta a percepire anche quanto sia incerto lo scopo delle nostre richieste: dalla molteplicità dei nostri bisogni e dei nostri desideri lo Spirito ci aiuta a fare chiarezza e lì, in quella chiarezza, ci aiuta a capire quale sia la volontà di Dio che di gran lunga supera le nostre limitate cronologie e ci indica il progetto di bene e di salvezza che Egli ha già posto nel mondo intero e, soprattutto, dentro la nostra vita. Nel silenzio davanti a Dio, ci arriva la sua Parola. Il vangelo secondo Giovanni ci offre la parola di Gesù molte volte: credo che alcune delle sue parole hanno segnato momenti della nostra vita. In verità, io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, è passato dalla morte alla vita (Giov. 8,24). E, ancora, una promessa di vitale importanza per noi: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Giov. 8,31). E poi, anche, la chiave essenziale e determinante per tutto ciò che fin qui abbiamo detto: Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. (Giov. 4,23). L’amore è l’energia di vita che regge ogni cosa che esiste. Senza amore non siamo che un mucchietto di polvere.Dunque, se anche una sola volta abbiamo percepito l’amore di Dio nella nostra vita, dimoriamo nella sua parola. Lo Spirito ci assisterà a comprenderla, ci insegnerà a cercarla e ad amare. Tutto questo può sembrare un discorso strettamente individuale. Ma non è così. Non c’è niente di solitario nella nostra vita, anche quando avviene che siamo soli: ogni nostro dire e fare ha una ricaduta non solo per le persone che ci circondano, ma per la società intera, per il popolo di cui siamo parte: e ha la sua ricaduta nell’evolversi della storia.Così Gesù insegna ai suoi discepoli a pregare: affinché il nome di Dio sia riconosciuto e rifulga su tutto il mondo, perché il suo Regno di giustizia si compia e la sua volontà di salvezza avvenga per ogni essere, per ogni creatura vivente.Amen.

Sermone a cura della nostra Predicatrice Locale, Febe Cavazzutti Rossi

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-08-02 13:13:472020-10-28 12:29:35Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 12 MAGGIO 2013 (Eccl.: 5,1-2; Lam, 3,25-26; Rom. 8,19-28)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 05 MAGGIO 2013 (Sal 1; Gal 2: 20; Gv 16: 25-33 testo di predicazione)

2 Agosto 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

“Fatevi animo …. Io ho vinto il mondo!”

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Questo intensissimo passo del vangelo di Giovanni è incastonato nell’ultimo discorso rivolto da Gesù ai suoi discepoli prima del precipitare degli eventi, prima dell’arresto notturno che lo condurrà al processo, alla tortura e alla morte. Il capitolo che immediatamente segue e quello che immediatamente precede li abbiamo, forse, più impressi nella memoria: perché il cap. 15 è quello in cui Gesù descrive l’intimo legame tra sé e i suoi mediante un’immagine di straordinaria suggestione come quella della vite e dei tralci, mentre il cap. 17 ci tramanda la celebre preghiera sacerdotale, con la supplica al Padre “che siano tutti uno”: una supplica che ripetiamo ormai per tradizione, quasi per abitudine, nelle liturgie ecumeniche, una supplica nella quale Gesù chiede al Padre null’altro se non che la sua Chiesa ritrovi finalmente il suo volto originario, il volto che risponde al progetto di Dio su di lei, un volto non incrinato da fratture e discordie (e quando mai, possiamo domandarci in una sommessa parentesi, questa supplica verrà esaudita? Non occorre nemmeno guardare alle grandi divisioni tra chiese che dovrebbero trattarsi da sorelle; basta guardare nelle nostre rispettive case, basta guardare alle mille divisioni che lacerano le nostre comunità, anche le più piccole…). Il tema dell’amore è, insomma, il tema dominante di questi capitoli giovannei. Si tratta di amore divino e umano in tutte le sue possibili declinazioni: amore del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre; amore del Figlio per i suoi, per coloro che Gesù qui chiama suoi “amici” e che una volta risorto, nell’incontro con Maria di Magdala – ce lo ha ricordato il vangelo di Pasqua – chiamerà suoi “fratelli”; amore del Padre per questi “amici” e “fratelli” del Suo Figlio; amore reciproco che non può non sussistere tra questi amici e fratelli di Gesù. Una rete di legami luminosi, al cui intreccio appartiene anche l’affermazione di Gesù che risuona nel nostro testo: “il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato”. E accanto al tema dell’amore eccone un altro, quello della pace, che potremmo definire un prodotto, un frutto dell’amore. Gesù, che già in precedenza aveva assicurato ai suoi “vi lascio pace; vi do la mia pace” (Gv 14: 27), ora ribadisce: “Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me”. È davvero necessaria, questa garanzia di una pace “nonostante tutto”, di una pace “a dispetto di tutto”, una pace più forte, più salda, più stabile di qualsiasi forza negativa e distruttrice. C’è bisogno di questa certezza. Ce n’era bisogno, allora, per i discepoli ai quali qui Gesù preannuncia un futuro portatore di “tribolazione”. Si riferiva, in primo luogo, al loro immediato futuro, che li avrebbe costretti a confrontarsi con eventi così traumatici da uccidere in loro ogni fiducia, ogni speranza; e credo che gran parte della “tribolazione” patita dai discepoli sia consistita nella scoperta della loro debolezza, della loro inaffidabilità, della loro pavidità, della loro prontezza a rinnegare e ad abbandonare quel loro Maestro che li chiamava “amici”, della loro incapacità di confortarlo anche soltanto con la loro presenza (pensiamo al sonno che li coglierà nel giardino del Getsemani). “Mi lascerete solo”: preannuncia Gesù a coloro che chiamava “amici”: e lasciarsi soli, tra amici, è qualcosa che ammazza l’amicizia – quando, beninteso, si tratta di semplice amicizia umana. Ecco perché era così necessario, per i discepoli, ricevere in anticipo la rassicurazione che la pace donata da lui è tutt’altra cosa dalla pace che dà il mondo (Gv 14: 27), perché, dice Gesù, è “pace in me”. E una pace in Gesù è appunto una pace “nonostante”: nonostante ogni tradimento, nonostante ogni abbandono, nonostante ogni miseria umana. Perché emana, questa pace, da un amore che non è di questo mondo, da un’amicizia che non è di questo mondo. Per questa stessa ragione, la pace che dà Gesù, la pace in Gesù, è anche una pace “nonostante” qualsiasi sofferenza provocata dagli altri, “nonostante” qualsiasi persecuzione. E ce n’è bisogno, di questa certezza di pace, anche per noi che tentiamo oggi di essere discepoli, cioè amici, fratelli di Gesù. Anche noi, sempre di nuovo, siamo costretti a confrontarci con la nostra costante tendenza ad abbandonare, a lasciar solo, a rinnegare, a tradire quello che pure abbiamo liberamente scelto come il nostro Maestro. Siamo esposti a questo rischio allorché si profila la possibilità che la coerenza con la nostra fede richieda un sia pur minimo prezzo da pagare. “Avere tribolazione nel mondo”, per usare il linguaggio di Giovanni – soffrire in qualche modo, cioè, per la nostra fedeltà al Signore – ma davvero ci è mai capitato, sorelle e fratelli? Non è certo la prima volta che pongo questo interrogativo, a voi e a me stessa; perché credo che noi e le nostre chiese, in questi tempi e in questo nostro Paese, siamo molto poco attrezzati a patire “tribolazione” per la causa di Gesù e del suo Evangelo. Anche quando la “tribolazione” si limita a qualche piccola scomodità, a qualche incrinatura nella nostra tranquilla routine quotidiana. Può accadere per esempio, che la nostra fede cristiana – specie se professata come la professiamo noi, cioè nella sua declinazione protestante – rischi di creare un senso di estraneità, di generare qualche impaccio, qualche diffidenza tra noi e gli altri: tra noi e i colleghi che frequentiamo quotidianamente sul posto di lavoro, tra noi e certi conoscenti appartenenti a qualche “giro” che ci sta particolarmente a cuore, addirittura tra noi e qualcuno dei nostri familiari… E allora, in questi casi, la nostra reazione è spesso molto simile a quella dei discepoli, ed è, in sostanza, quella di fare del nostro meglio per mimetizzarci con l’ambiente che ci circonda. Per seguire – richiamandoci al salmo 1 – una via che forse non sarà proprio la via degli “empi”, ma certo non è la via del Signore. Tutto questo non deve stupirci. Tale è l’animo umano; inutile farci illusioni. È sano realismo, non pessimismo esasperato, quello del Catechismo di Heidelberg, nel quale, alla domanda se sia possibile adempiere perfettamente a ciò che esige da noi la legge divina, l’essere umano risponde, parlando in prima persona: “No, perché sono per natura incline a odiare Dio ed il mio prossimo”. “Odiare” Dio? “Odiare” il prossimo? Ma quando mai, ci verrebbe da dire. Eppure, se teniamo presente che qui “odiare” va inteso come “non amare”, o quanto meno “non amare abbastanza”, allora non possiamo non riconoscere quanto sia profondamente vero, quanto appartenga all’esperienza di ciascuno di noi riconoscere l’esistenza di questa nostra innata inclinazione forse non all’odio, non al male, ma certamente all’egocentrismo, alla ricerca di sicurezza e di comodità e, di conseguenza, alla tiepidezza, alla cautela anche in ciò che richiederebbe invece dedizione appassionata, come la nostra fede. Tutto questo Gesù lo sapeva bene, tanto da adombrarlo in queste parole riportate da Giovanni: “sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo”. Perché rompere la relazione con lui significa, inevitabilmente, anche rompere la relazione di amicizia e di fraternità che tiene unito il gurppo dei discepoli. Chi lascia solo Gesù non può non ritrovarsi solo a sua volta – ecco perché la solitudine è un malessere, potremmo dire una malattia, così diffusa oggi, anche tra coloro che si dicono cristiani. Perché per essere cristiani non basta “credere” a livello intellettuale. Era questo il “credere” dei discepoli: “Ora sappiamo che sai ogni cosa”, dichiarano, “perciò crediamo che sei proceduto da Dio”. Un “credere” di questo genere non merita altro che l’ironico ribattere di Gesù: “Adesso credete?”. Per il cristiano, Gesù Cristo non è l’oggetto di un insieme di dottrine o di dogmi. È qualcuno che vive, anzi il Vivente per eccellenza: qualcuno che lo ispira, lo anima, lo abita, e gli rende possibile affermare, con l’apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Si è cristiani solo quando si è incontrato Cristo e si continua a incontrarlo come qualcuno che ci parla come nessuno ci ha mai parlato, che ci ispira come mai siamo stati capaci di parlare o di amare, che ci fa felici come mai siamo stati, che rende feconda la nostra vita, generosa, allegra, coraggiosa come mai avremmo creduto possibile. Il cristiano non è una persona necessariamente migliore delle altre. È qualcosa di diverso: è uno che è abitato, uno che sa che abita in lui un Altro. Domandiamoci dunque, sorelle e fratelli: siamo abitati o siamo soli? Compiangiamo la nostra solitudine o viviamo con una presenza? Una cosa, tuttavia, deve essere ben chiara: non siamo autorizzati a compiangerci, non a demoralizzarci, per nessun motivo; nemmeno per la nostra inadeguatezza, quella irrimediabile inadeguatezza che connota da sempre i discepoli di Gesù. Questa domenica appartiene ancora al tempo di Pasqua, e il tempo di Pasqua è il tempo privilegiato per ricordare che allorché sono cominciati gli incontri con il Risorto il gruppo dei discepoli ha finito una volta per tutte di essere un gruppo di gente demoralizzata, demotivata, spenta, priva di prospettive e di speranze. Ma prima della risurrezione, prima ancora della morte, Gesù ha lasciato ai suoi discepoli di allora e di tutti i tempi questa parola: “coraggio”. Sapeva quanto ne avevano, quanto ne abbiamo bisogno, di questa parola, “coraggio”: come della parola “pace”. Come non può esserci pace senza amore, così non può esserci pace senza coraggio. “Coraggio” è una parola straordinariamente bella e nobile, indica, secondo me, la qualità più necessaria per stare al mondo seguendo “la via dei giusti”. È una qualità tutt’altro che comune; anzi, al contrario, è rara. Perché è davvero difficile “farsi coraggio”, se con questo intendiamo non il coraggio di quello che può essere un momento eccezionale, eroico, ma l’oscuro coraggio quotidiano, che ci aiuta a evitare la via dell’opportunismo, del conformismo, della ricerca di sicurezza a tutti i costi. È difficile, ma può diventare facile se avremo la certezza che chi vive in noi è Colui che ha vinto il mondo. Amen.

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-08-02 12:50:012020-10-28 12:26:09Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 05 MAGGIO 2013 (Sal 1; Gal 2: 20; Gv 16: 25-33 testo di predicazione)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 28 APRILE 2013 (Mt 11:25-30; Col 2:6-7; Is 12:1-6 testo di predicazione)

29 Aprile 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

 

Dio è la mia salvezza, io avrò fiducia e non avrò paura

Dio la mia forza

Un’esplosione di gioia incontenibile: non saprei definirli in altro modo, i versetti di Isaia che il lezionario ci propone per oggi, quinta domenica di Pasqua. Non a caso questa domenica ha il nome latino di Cantate e ci invita appunto a cantare al Signore, sulla scorta del salmo 98: “Cantate al Signore un cantico nuovo, perch’egli ha operato prodigi” (Sal 98: 1). E questo passo di Isaia assomiglia a un salmo, ha la struttura, la cadenza di un salmo. Come un piccolo salmo incastonato nel libro profetico; un piccolo salmo nel quale il popolo di Israele inneggia al suo Signore perché ne ha sperimentato la presenza, l’azione potente nella sua vita e nella sua storia. Ascoltiamo: è tutto un susseguirsi vertiginoso di espressioni che parlano di una ritrovata sicurezza che ormai non potrà più venire meno: “tu mi hai consolato / Dio è la mia salvezza / io avrò fiducia / non avrò paura / il Signore è la mia forza / è stato la mia salvezza. Questa sicurezza, divenuta ormai salda fiducia, viene riconosciuta come dono del Signore e genera una gioia riconoscente (“attingerete con gioia l’acqua dalle fonti della salvezza”) che non può avere altro sbocco che la lode (“io ti lodo / lodate il Signore”), una lode che può trovare piena espressione solo nel canto (“salmeggiate al Signore / grida, esulta”). Il cuore di questo passo – almeno secondo la mia sensibilità – lo riconosco nel v. 2b: “il Signore è la mia forza e il mio cantico; egli è stato la mia salvezza”. Riprende si può dire alla lettera, questo versetto, un altro versetto della Bibbia ebraica, un versetto che fa parte del cantico innalzato al Signore da Mosè e dai figli di Israele dopo il passaggio del Mar Rosso: “Il Signore è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza” (Es 15: 2a). Questo, perché in Isaia il ritorno dall’esilio è visto come un nuovo esodo, una nuova esperienza di liberazione. Per lodare degnamente un tale Dio, l’essere umano non può trovare parole adeguate: e infatti il vero cantico a Dio è Dio stesso, quel Dio che è insieme forza e cantico del suo popolo, che è, ad un tempo, la salvezza di Israele e la sola risposta di lode che Israele gli può innalzare, la sola risposta adeguata a tale salvezza, con la  proclamazione del suo Nome. “Il Signore è la mia forza e il mio cantico; egli è stato la mia salvezza”. In queste parole così semplici eppure così incisive, così radicali, è racchiusa una delle più belle professioni di fede che un cristiano possa pronunciare. È questa la risposta che noi cristiani dovremmo dare a chiunque ci chiedesse “chi è il tuo Dio? Cosa intendi quando parli del tuo Dio?”. “Il Signore è la mia forza”. Questo significa: il mio punto di appoggio, il mio punto di riferimento, il fondamento sicuro sul quale posso costruire la mia vita, e che al tempo stesso è l’unico capace di dare un senso alla mia vita, è il Signore, il Signore con la S maiuscola, Colui che gli ebrei indicano con il Nome che non si può pronunciare e che i cristiani riconoscono come il Padre di colui che l’ha rivelato, Gesù Cristo. Questo Signore è la mia forza: l’unico Signore, non uno dei tanti piccoli signori effimeri e inconsistenti che si affollano intorno a noi offrendoci falsi punti di forza e false sicurezze, piccoli signori che hanno nomi come successo, carriera, prestigio, ricchezza. Solo questo Signore, dunque, merita il nostro canto di lode; anzi, è lui stesso un canto. Ma adesso, sorelle e fratelli, secondo il mio solito vi invito a guardare sinceramente nell’intimo di voi stessi, nel vostro cuore, per usare il linguaggio della Scrittura. E io a mia volta guardo nel mio cuore. E quello che vedo contrasta radicalmente con quanto ho detto finora. Chi di noi si sente di definire Dio come di Colui che è sua forza e suo cantico – anzi, non di “definirlo”, questo è un verbo molto freddo; di inneggiare a Dio, di salmeggiare a Dio, proprio perché riconosce in Lui la propria forza? Dio, noi, lo lodiamo quando la liturgia ce lo impone. E quanto alla nostra forza, noi non abbiamo l’abitudine di cercarla in Dio. La cerchiamo nelle realtà più svariate, ma non in Dio. Ed è nelle realtà più svariate che riponiamo la nostra fiducia, che cerchiamo una fonte di energia spirituale e di coraggio; non in Dio. In fondo – ma nemmeno tanto in fondo – nei confronti di Dio l’atteggiamento prevalente da parte nostra è l’esatto contrario del gioioso, riconoscente abbandono descritto nei versetti di Isaia. In Dio, noi non abbiamo fiducia; piuttosto, anzi, diffidiamo di Lui. È profondamente radicata in noi la tendenza a percepire Dio come un personaggio potente ma capriccioso, il cui preciso dovere sarebbe quello di venire incontro alle nostre esigenze ma che non sempre è disposto a farlo, anzi troppo spesso ci delude. Infatti, un ritornello che ricorre anche sulla bocca di tanti cosiddetti credenti è “ma Dio, in fin dei conti, che cosa ha mai fatto per me?”. “Che cosa ha mai fatto Dio per me?”. Ecco, il punto è tutto qui. Torniamo a Isaia, e leggiamo ciò che segue a “il Signore è la mia forza e il mio cantico”: “egli è stato la mia salvezza”. Potremmo aspettarci, dopo “è la mia forza e il mio cantico”, un altro verbo al presente: “egli è la mia salvezza”. Invece no: il libro profetico dice “è stato”. Perché? Perché qui a parlare è un israelita che si identifica in pieno con le sorti del proprio popolo, o è addirittura il popolo stesso, l’intera collettività di Israele; e Israele, lo sappiamo, vive di memoria, pratica costantemente l’esercizio della memoria, sente la continua necessità di riandare a ciò che le passate generazioni hanno vissuto, e di cui appunto c’è memoria, per riconoscervi le tracce, le impronte dell’azione di salvezza del Signore, un’azione di salvezza alla quale non si può rispondere se non con una lode senza fine. Credo che noi cristiani abbiamo molto da imparare al riguardo. Credo sia necessario, urgente per noi apprendere questo esercizio della memoria, farlo diventare per noi un modo di essere, il nostro modo di rapportarci alla nostra vita e a quel Dio che è il Signore della nostra vita. Nel linguaggio corrente capita di sentir usare l’espressione “storia sacra” in riferimento alla storia del popolo di Israele così come ci viene narrata nella Bibbia ebraica; ebbene, perché non adottare questa espressione anche per definire la nostra storia, la storia di ciascuno di noi? Quando impareremo una buona volta a riconoscere che ogni storia umana – e per “storia” intendo anche e soprattutto le vicende individuali di ciascuno di noi – è storia sacra, perché sempre in qualche modo segnata dalla presenza e dall’intervento del Signore? Quando impareremo a capire che, davvero, non solo per l’antico popolo di Israele, ma anche per ciascuno di noi il Signore è stato la salvezza? Direte: ma come possiamo? La nostra storia personale non registra eventi straordinari. Non è mai stata segnata da spettacolari interventi del Signore. La nostra è una vita ordinaria, semplice, banale; insulsa, potremmo forse essere tentati di aggiungere. E questo la dice lunga su di noi. Perché se abbiamo una vita insulsa, vuol dire che abbiamo un Dio insulso. Un Dio che ci siamo costruiti a nostra immagine; quindi, un Dio insignificante, inconcludente, magari anche un po’ pasticcione. Un Dio nel quale possiamo, al più, riporre una tiepida speranza di salvezza personale nell’aldilà (qualunque cosa poi intendiamo con questa espressione). Ma che non riusciamo a riconoscere come Colui che nel nostro passato è stato fattore di salvezza, è stato la salvezza. E quando mai lo sarebbe stato? Credo che ciascuno di noi abbia la sua collezione privata di delusioni, di fallimenti, di lutti, di abbandoni, di malattie dalle quali Dio non lo ha salvato. In questo settore, l’operazione memoria funziona sempre benissimo: abbiamo registrato tutto, e tutto viene conservato nel nostro archivio mentale. Perché sono queste, e queste soltanto, le situazioni dolorose, pericolose, comunque sgradevoli dalle quali ci saremmo attesi salvezza e liberazione. Per il resto – non siamo mai stati salvati dalla schiavitù attraverso le acque di un mare, né siamo mai stati ricondotti in patria dopo un lungo esilio in terra straniera. Non che ci risulti, quanto meno. Eccolo qui il nostro problema: non sappiamo riconoscerci come schiavi liberati, né come esuli rimpatriati. E questo avviene perché l’esercizio di memoria di cui siamo capaci è un esercizio molto grossolano, che tiene fedelmente nota di tutti i fatti più esteriori, in fondo i più superficiali, e non sa scavare nelle pieghe più profonde della nostra esistenza. Siamo incapaci, in altre parole, di leggere i tanti segni che Dio ha lasciato di sé lungo la nostra strada perché in realtà siamo ciechi, incapaci di vedere, di vedere ciò che effettivamente Dio ha operato e continua a operare nella nostra vita. E questa cecità è dovuta a null’altro che a insufficienza di fede. Ecco perché ci riesce così difficile seguire quelle semplicissime indicazioni di cammino cristiano che ci vengono offerte dalla lettera ai Colossesi: un cammino che culmina nel ringraziamento, che “abbonda nel ringraziamento”, nello stesso spirito di lode riconoscente che anima i versetti di Isaia e che, nel vangelo di Matteo, muove Gesù a lodare il Padre. Una lode, notiamo, che fa seguito a un insuccesso pastorale di Gesù in tre cittadine di Galilea, che all’inizio sembravano interessate alla sua predicazione. Lodare Dio per un insuccesso? Uno di noi, al più, pregherebbe dicendo “Signore, dammi la forza di non avvilirmi per questo fallimento”. Ma Gesù è dotato di una capacità di discernimento profonda, che gli consente di riconoscere l’azione del Padre anche là dove noi non riusciremmo a vederla. Quante volte una sconfitta si è risolta per noi, forse quasi inavvertitamente, in un nuovo progetto di vita? Quante volte la mano del Signore è silenziosamente intervenuta a tirarci fuori da un nostro personale Egitto, a farci ritornare da un nostro personale esilio? Impariamo, dunque, ad affinare il nostro sguardo interiore e la nostra memoria, e a riconoscere quei momenti in cui il Signore è stato la nostra salvezza. Ma riusciremo a farlo soltanto se sapremo diventare come quei “piccoli” di cui parla Gesù: là dove “piccoli” non sta certo a indicare “sempliciotti”, e nemmeno “ostentatamente umili”, bensì persone che in Dio e in Dio soltanto trovano la loro forza e la loro ragione di vivere e di sperare.

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

 


 

 

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-04-29 21:14:472020-10-28 12:25:56Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 28 APRILE 2013 (Mt 11:25-30; Col 2:6-7; Is 12:1-6 testo di predicazione)

Eventi: PROSEGUONO I NOSTRI STUDI BIBLICI

25 Aprile 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

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Avete sempre desiderato leggere e studiare la Bibbia con la guida di un esperto e all’interno di un gruppo che vi sostenga?

Avete tentato di farlo da soli e sentite che vi manca qualcosa?

Avete avuto esperienze negative in passato?

Nessun problema! Da noi, tutto quello che avete sempre voluto chiedere sulla Sacra Bibbia e non avete mai osato chiedere!

La nostra Chiesa organizza, da un bel po’ di tempo e (a Dio piacendo) continua e continuerà a farlo, i seguenti Studi Biblici:

– Studio Biblico Interconfessionale: con la collaborazione di Mons. G. Brusegan, responsabile per l’Ecumenismo della Diocesi di Padova, questo momento di studio è aperto a tutti i fratelli cristiani, siano essi Cattolici, Ortodossi o Protestanti di altre denominazioni. E, naturalmente, anche a chi non ha ancora incontrato il Risorto lungo il suo personale cammino;

– Studio Biblico della Comunità: non fatevi ingannare dal nome, siamo aperti a chiunque. Avvisiamo però che il metodo interpretativo è quello storico-critico.

I prossimi incontri sono quindi:

– Venerdì 27 Aprile alle ore 17.00 presso la famiglia *** in pieno Centro Storico a Padova. Tema: la Lettera ai Galati dell’Apostolo Paolo;

– Venerdì 3 Maggio alle ore 21.00 presso i locali sociali (sopra la nostra sala di culto) in Corso Milano 6 (naturalmente a Padova).

Per partecipare, vi chiediamo cortesemente di contattare la nostra Pastora ai seguenti recapiti:

cgriffante@chiesavaldese.org

Telefono    049.650718

Cellulare    347.1720957

http://www.facebook.com/caterina.griffante

https://twitter.com/MetodistiaPadova

Se invece desiderate un contatto personale (one to one) ricordiamo anche che la nostra Pastora è sempre disponibile e felice di incontrarvi (naturalmente contattatela!).

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-04-25 21:24:512020-10-26 12:31:28Eventi: PROSEGUONO I NOSTRI STUDI BIBLICI

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 20 APRILE 2013 (Gv 3:19; Ap 21:1-2, 22-26; Gn 1:1-5 testo di predicazione)

25 Aprile 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

IN PRINCIPIO

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 Quello che il lezionario ci propone oggi. è un testo vertiginoso, un testo che ci fa affacciare su un abisso: è il bereshit, il racconto di come tutto ebbe inizio. Come avvenne l’inizio? Con la creazione del cielo e della terra, ci dice il primo versetto; ma in realtà il vero inizio ha origine con l’affermazione della volontà di Dio di mettere ordine nel caos, di dare un’armonia, un senso, uno scopo a ciò che nel primo momento della creazione si presentava come massa informe e vuota, come voragine tenebrosa, come qualcosa, di inerte, oscuro, confuso, qualcosa che certamente non presentava nulla di amabile, nulla di gioioso e quindi che ben difficilmente si sarebbe potuto definire “creatura di Dio”. Questi “cieli” e questa “terra” non erano tali da rallegrare il cuore di Dio: al punto che sarei quasi tentata di leggere un’inquietudine, un’insoddisfazione in quell’aleggiare dello Spirito di Dio “sulla superficie delle acque”. Come se Dio fosse un bravo artigiano che si aggira nel suo laboratorio non appagato da quanto ha fin allora prodotto. Ed ecco, allora, venire al mondo la vera prima creatura di Dio: la luce. Si tratta di una creatura uscita dalla voce di Dio, prodotta dal dabar, la Parola di Dio che, come sappiamo, nel linguaggio biblico è parola-azione, parola produttrice di effetti concreti, parola creatrice; e qui la vediamo appunto come la Parola creatrice per eccellenza, la Parola che viene pronunciata “nel principio” e dalla quale scaturisce l’intera attività creatrice di Dio. A cominciare, appunto, dalla luce.

Questa prima creatura, la luce, è una luce primordiale, perché creata prima del sole, della luna e delle stelle che scandiscono il tempo e le stagioni; ma il suo compito essenziale è quello di mettere ordine nel caos contrastando la notte, bucando l’assoluto di quelle tenebre che “coprivano la faccia dell’abisso”. Le tenebre sono negatività totale, e si prestano a scopi negativi come nascondere l’esistente, o confondere i contorni della realtà rendendola indecifrabile. La luce, invece, Dio vide che “era buona”, “buona” e anche “bella”, perché questo è il duplice significato dell’aggettivo ebraico tov; mentre le tenebre non sono né buone né belle. La luce è qualcosa di cui Dio può compiacersi, appunto come l’artista che è riuscito a dar forma a un’opera esattamente come l’aveva ideata. E, come la luce, tov appariranno via via agli occhi di Dio tutte le sue successive creature: il cielo, la terra, i mari, la vegetazione, il sole, la luna, le stelle, gli animali dell’acqua, dell’aria e della terra. Addirittura “molto tov” apparirà a Dio l’assetto finale da lui dato alla terra, una terra affidata all’ultima in ordine di tempo delle creature, l’essere umano. Dio contempla la propria creazione, e quello che vede gli dà un’immensa gioia: “vide tutto quello che aveva fatto: ecco, era molto buono” (Gn 1: 31a). Sembra quasi di vederlo ridere e battere le mani, e prepararsi a giocare tra le onde con il Leviatano, il mostro marino che – come dice il salmo 104 – Dio ha creato non per qualche scopo utilitaristico, ma proprio “perché si diverta” nel mare (Sal 104: 26).

Ma le tenebre non sono sconfitte con la creazione della luce. Sono soltanto “separate” dalla luce. La luce è cosa buona, ma il suo rincorrersi e avvicendarsi con la notte, segnando l’inizio del tempo (“Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”) segna anche l’inizio del difficile rapporto di Dio con il suo creato. Certo, al caos primordiale è subentrato l’ordine, e un alternarsi ordinato è appunto quello tra giorno e notte, tra luce e tenebre; ma questo alternarsi conserva sempre qualcosa della competizione, della lotta. La luce è ben lontana dall’aver vinto; al contrario, spesso appare sempre più debole, più fioca, incapace di affermarsi, mentre altrettanto spesso le tenebre appaiono sempre più vicine e più agguerrite, minacciosamente pronte a ingoiare la creazione e a riportarla al caos dal quale Dio l’ha fatta emergere – starei per dire, l’ha fatta faticosamente e amorosamente emergere, questa creazione, con quei suoi sei giorni di lavoro che parlano di cura delicata e meticolosa, di infinita attenzione, di rispetto, anche, per quella molteplicità e varietà di vite con le quali ha voluto animare il mondo perché sia più buono e più bello, più vario e più ricco.

Eppure l’essere umano, questo coronamento della creazione, fatica a entrare in sintonia con tanta bellezza, tanta bontà, tanta ricchezza; fatica a riconoscersi parte di questo meraviglioso creato sul quale splende la luce di Dio – luce che significa amore, grazia, libertà. Lo riconosce amaramente Gesù, nel vangelo di Giovanni, allorché afferma: “la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce”. “Gli uomini hanno preferito”. Si è trattato dunque di una libera scelta. Al male si potrebbe resistere, se si volesse. È una volontà precisa, non una legge ineluttabile, che inclina l’umanità al male. Gli esseri umani avrebbero potuto una volta, se avessero voluto, accogliere la luce che “splende nelle tenebre”, “la vera luce che illumina ogni uomo” (Gv 1: 5, 9a). Ma “hanno preferito” le tenebre, “hanno preferito” non accogliere la luce. E si sono orientati verso questa scelta fin dall’inizio della storia umana. È la scelta che noi siamo soliti indicare, in mancanza di meglio, con la formula “peccato originale”.

Se solo ci guardiamo intorno, non avremo difficoltà a riconoscere quanto sia vero che gli esseri umani preferiscono le tenebre. Nel mondo, è il male che sembra aver ottenuto una vittoria schiacciante, che sembra prevalere intorno a noi e dentro di noi, nel nostro cuore invidioso, avido e ostile, nelle nostre relazioni opache quando non violente, nei fallimenti in cui anneghiamo la giustizia e la pacificazione, la fratellanza e la liberazione. Ma perché questo? Perché, da sempre, gli esseri umani “hanno preferito” – e continuano a preferire – le tenebre invece che la luce? Gesù dice a Nicodemo: “gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvage”. Può darsi che con queste parole Gesù voglia indicare nelle “opere malvage” la causa, l’ostacolo che induce gli esseri umani a preferire le tenebre: un radicato abito mentale, l’assuefazione alle “opere malvage”, impedisce loro di scegliere la luce. Come pure può darsi che Gesù intenda dire: gli esseri umani preferiscono le tenebre perché queste si addicono ai loro obiettivi malvagi, perché lì, nelle tenebre, è facile per loro occultare l’incapacità di comprendere, le pigrizie del cuore, il desiderio di non cambiare. La luce fa paura perché smaschera la realtà, scopre i contorni delle cose, e anche le luci e le ombre dell’animo umano, dove le ombre – lo sappiamo bene – sono sempre più delle luci.

Il significato dell’osservazione di Gesù, comunque, è evidente: la fede nella luce richiede un gesto solo, ma quello costa la fatica di credere che vi sia speranza e che vi sarà salvezza. E a questa fatica, quale che ne sia la ragione, gli esseri umani sono da sempre refrattari. E questa refrattarietà è tutt’uno con il giudizio. Non è che gli esseri umani divengano oggetto di giudizio perché hanno preferito le tenebre alla luce; no, è il fatto in sé di preferire le tenebre alla luce che costituisce il giudizio. Gesù lo afferma esplicitamente: “il giudizio è questo”. La scelta di affidarsi alle tenebre piuttosto che alla luce giudica l’essere umano: il che vuol dire, lo rivela per ciò che veramente è. In questa prospettiva, tutti noi, nessuno escluso, siamo oggetto di un giudizio al quale non possiamo sfuggire. Perché tutti siamo orientati verso le tenebre piuttosto che verso la luce. Questo non vuol dire che siamo sempre e in ogni caso “malvagi”. Può significare, più semplicemente, che il nostro sguardo è offuscato, che siamo incapaci di discernere, cioè di distinguere, di separare: di separare la luce dalle tenebre, cioè di riprodurre l’atto compiuto da Dio quando “nel principio […] separò la luce dalle tenebre”. Per noi, non sempre le distinzioni sono così chiare, non sempre i confini fra i due ambiti opposti sono così netti. Tante volte ci capita di scambiare le tenebre per luce, e la luce per tenebre. Anche questa mancanza di una nitida visuale fa parte della condizione umana.

Ma allora, se questa è la condizione umana, che cosa possiamo fare – che cosa pretende Dio da noi, poveri esseri umani? In fin dei conti, non è la Scrittura stessa, là dove l’autore dell’Apocalisse tenta di descrivere la sua visione della nuova Gerusalemme, a rivelarci che solo alla fine dei tempi potrà realizzarsi quella condizione ideale in cui “la notte non vi sarà più”, e nemmeno ci sarà più bisogno delle “due grandi luci” create da Dio “nel principio”, il sole e la luna, perché ci sarà un’unica luce, quella emanata dall’Agnello? Ciò significa che fino a quel momento non cesserà la lotta tra tenebre e luce, e che in questa lotta l’essere umano continuerà a schierarsi dalla parte sbagliata: perché questo comporta la sua natura, una natura, per usare ancora una volta il linguaggio tradizionale, rovinosamente “decaduta”. Dunque, in questo tempo intermedio, davvero noi esseri umani non possiamo far nulla per sfuggire al giudizio, per liberarci da questa congenita attrazione verso le tenebre?

Qualcosa, credo, possiamo fare. Possiamo esercitarci, innanzitutto, ad affinare la nostra capacità di discernimento cercando di sottrarci a ciò che è opinione corrente, cercando di problematizzare ciò che appare ovvio. Possiamo provare a “separare la luce dalle tenebre” chiudendo gli occhi alle tante luci che sfolgorano invitanti tutto intorno a noi, e che altro non sono che tenebre travestite da luci. E possiamo tentare di creare dentro di noi il silenzio, per fare spazio all’unica Parola degna di questo nome, quella di Gesù. Allora, forse, questa Parola non andrà a vuoto. Il vangelo di Giovanni non ci riferisce che cosa sia avvenuto nell’animo di Nicodemo dopo il suo colloquio con Gesù; ma noi lo ritroveremo, Nicodemo, durante la festa delle Capanne, a cercare di difendere Gesù dai suoi accusatori (Gv 7: 50-51) e poi, ancora, dopo la crocifissione, a prendersi cura del corpo di Gesù (Gv 19: 39-42). Lo troviamo insomma, Nicodemo, dalla parte giusta. Una scintilla della vera luce lo aveva toccato, e gli stava insegnando a separare la luce dalle tenebre. Era la “nuova nascita” di cui gli aveva parlato Gesù. Una “nuova nascita” possibile anche per noi se saremo, come Nicodemo, desiderosi della luce e pronti a ricevere a quella Parola che crea la luce. Amen.

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-04-25 20:26:552020-10-28 12:25:44Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 20 APRILE 2013 (Gv 3:19; Ap 21:1-2, 22-26; Gn 1:1-5 testo di predicazione)

Eventi: PARLIAMO DI LAICITA’: GIOVEDI’ 18 APRILE CON LORENZA CARLASSARE

17 Aprile 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

PARLIAMO DI LAICITÀ

La Chiesa Evangelica Metodista di Padova, in collaborazione con la libreria IBS, da febbraio a maggio, presenta una serie di volumi sulla laicità dello Stato. I metodisti di Padova, proprio per il fatto di essere una chiesa cristiana, dicono:

SI’ alla libertà di ricerca

SI’ al testamento biologico

SI’ alla libertà di religione, di pensiero e coscienza

SI’ alla libertà nelle scelte procreative

SI’ all’autodeterminazione delle persone

NO all’omofobia

Insomma, la Chiesa Evangelica Metodista di Padova ritiene fermamente che lo Stato debba essere, necessariamente, laico. Con questa rassegna, i metodisti di Padova desiderano sensibilizzare l’opinione pubblica perché, anche a Padova, si costituisca, come in altre città italiane, Milano in primis, una “Consulta per la laicità dello Stato”.

 Prossimo appuntamento:

GIOVEDì 18 APRILE ORE 18

LIBRERIA IBS (ex MELBOOKS)
VIA MARTIRI DELLA LIBERTÀ, 1/A (angolo Piazza Insurrezione) – PADOVA

 LA PROF. SSA LORENZA CARLASSARE* presenta il
volume: Costituzione, laicità, democrazia. Torino,
Claudiana, 2010. Quaderni di laicità.

Carlassare

Per contatti ed informazioni:

Past. Caterina Griffante
Chiesa Evangelica Metodista Corso Milano, 6 35139 Padova
Tel. 049650718 – Cell. 3471720957
E-mail: cgriffante@chiesavaldese.org
http://www.facebook.com/caterina.griffante
https://twitter.com/MetodistiaPadova
 

* https://it.wikipedia.org/wiki/Lorenza_Carlassare

 
http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-04-17 16:29:502020-10-26 12:25:03Eventi: PARLIAMO DI LAICITA’: GIOVEDI’ 18 APRILE CON LORENZA CARLASSARE

IL Sermone: REV. SOL JACOB DAL SUDAFRICA A PADOVA: PREDICAZIONE DI DOMENICA 14 APRILE 2013

16 Aprile 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

Una voce metodista che viene da lontano

Domenica 14 aprile 2013 è stata, per la comunità metodista e valdese di Padova, una giornata particolare (anche se ci saremmo aspettati ben più dei 15 presenti al culto). Ci ha infatti onorati della sua presenza, il Reverendo Sol Jacob proveniente dalla Repubblica Sudafricana. Ma chi è costui? E’ un pastore della Chiesa Metodista del Sud Africa (Methodist Church of Southern Africa). Ha servito il Consiglio ecumenico delle Chiese del Sud Africa (South Africa Council of Churches) come direttore, collaborando nel peggior periodo dell’apartheid con il premio Nobel per la Pace Desmond Tutu. E’ stato incarcerato (senza che gli fosse formulata alcuna accusa) e tenuto in isolamento del carcere duro. Si è poi occupato di rifugiati anche con incarico dall’ONU.Negli ultimi anni ha ideato e organizzato un progetto per la cura e la lotta all’HIV/AIDS; sua moglie Isobel dirige la scuola materna da lui fondata nel 1976, interreligiosa e interrazziale, a Pietermaritzburg, nella Repubblica Sudafricana.

Il Rev. Jacob ha tenuto il sermone domenicale, gentilmente tradotto dalla nostra Mary Waite in collaborazione con Febe Cavazzutti Rossi.

Ecco il testo:

Mentre mi preparavo per lasciare il Sud Africa e venire in Europa sono stato raggiunto da due mail di persone amiche che mi descrivevano la pesante crisi che attraversa il vostro paese con i suoi aspetti tragici. Non ripeto qui le statistiche e i numeri che conoscete bene. Due cose mi hanno colpito particolarmente: che l’ultimo rapporto della Caritas definisce le migliaia che hanno perso il lavoro e sono i nuovi poveri come “i Ripartenti”, quelli che devono cominciare tutto da capo. Il mio amico chiudeva il suo scritto con queste parole: soprattutto manca la speranza! Secondo il calendario cristiano questi sono i giorni che seguono la resurrezione. Solo poche domeniche fa abbiamo cantato gli inni gioiosi della Pasqua. Siamo stati partecipi della gioia della resurrezione come l’hanno vissuta gli apostoli. Abbiamo provato con loro lo sgomento di fronte alla morte di Gesù e poi abbiamo ritrovato quella che è stata la loro felicità ed euforia quando hanno visto il loro Signore risorto. La lettera di Paolo agli Efesini di questa mattina è una delle più profonde ed esaltanti che siano mai state scritte. Paolo viveva giorni in cui nel mondo molte cose andavano male; tanti erano i preoccupati, i disillusi, disgustati e senza speranza: si trovavano in una situazione di disperazione (proprio come noi). Per quell’epoca oscura Paolo aveva un messaggio di buone notizie e di nuova speranza. La vita non è solo senza scopo, faticosa e priva di senso; la storia non è solo un riprodursi di cose in sé futili e prive di obiettivo. Vi è un segno che mostra qual è la finalità: il Cristo; l’elemento costituente di quel fine è Cristo che opera per mezzo della sua chiesa. Per tutto il corso della vita e della storia Dio ha sempre agito, tessendo un progetto e un fine preciso; quel fine è riassunto in una parola sola: il Cristo. Dio ci ha mostrato qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio … attuato in Cristo Gesù nostro Signore.  Oggi ci sono milioni di persone che hanno bisogno di conoscere la felice verità della Pasqua: che la perenne presenza del Signore vivente è con noi, nelle vostre pene e nel vostro dolore; nelle nostre paure e ansietà, nelle nostre delusioni, nella vostra solitudine come nelle nostre gioie.  In situazioni di assoluta disperazione quanti di noi cercano Gesù fra i morti? Quando la vita si fa difficile e dobbiamo affrontare l’ansietà; quando tutto sembra che vada storto; quando l’economia, il governo sono in crisi e la fede crolla; quando ci sono conflitti familiari e viviamo dolorosi rapporti di parentela; quando ci troviamo di fronte a difficoltà finanziarie, alla fame, alla povertà; quando siamo in lotta con i nostri figli per i loro atteggiamenti e le loro esigenze; quando perdiamo il lavoro e affrontiamo l’incertezza del vivere; quando la morte ci toglie un nostro caro o siamo costretti a separarci dai nostri cari – non ci domandiamo forse: – dove sei Gesù? Sei morto Gesù?  Nel Vangelo secondo Luca al capitolo 24, Luca prosegue nel raccontarci che, quello stesso pomeriggio, due discepoli erano in cammino da Gerusalemme verso un villaggio chiamato Emmaus. Andando per via parlavano con tristezza di ciò che era accaduto qualche giorno prima. Avevano le spalle curve. Camminavano come se avessero una palla di piombo ai piedi. È morto! Aveva promesso di essere il Messia che ci avrebbe salvato. “Ma adesso è morto: – così, come qualsiasi altro uomo” – esclamòil discepolo più giovane. “Ebbene, è morto. Aveva detto che avrebbe portato a compimento tutto ciò che i profeti hanno detto e che sarebbe risorto il terzo giorno. Ma adesso è morto” – gli rispose il discepolo più anziano di nome Cleopa. Mentre andavano così parlando uno straniero si unì a loro e domandò perché erano così tristi. Non si accorsero che era Gesù e gli dissero: “Sei uno straniero a Gerusalemme? Non sai cos’è successo in questi giorni? Quindi gli narrarono tutto ciò che avvenuto di Gesù di Nazareth: del processo, della crocifissione e della morte. Lo straniero disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore alle parole dei profeti. Non sapevate che bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” Essi non credevano: perché non vedevano con gli occhi della fede.  Si faceva scuro quando arrivarono a Emmaus ed essi invitarono lo straniero a restare con loro. Si sedettero per mangiare ed egli ruppe il pane, lo benedisse e lo diede loro. In quel momento i loro occhi si aprirono e riconobbero Gesù. Poi Egli scomparve dalla loro vista. Allora i discepoli decisero di tornare a Gerusalemme per dire agli altri che avevano visto Gesù e che era vivente.  La storia che Luca ci racconta nel Vangelo ci dice due cose. La prima, quale fosse la capacità di Gesù di dare senso alle cose. A questi discepoli l’intera situazione pareva priva di senso. Le loro speranze e i loro sogni si erano infranti. Dicevano: credevamo che avrebbe riscattato Israele; quelle erano le parole di persone la cui speranza era ormai morta e sepolta. Allora Gesù è andato da loro, ha parlato con loro e la loro tenebra si è tramutata in luce. Luca ci racconta questa scoperta sconvolgente: i loro occhi si aprirono e lo riconobbero.  Con gli occhi della fede i due discepoli sulla via di Emmaus poterono guardare Gesù negli occhi e riconoscerlo. Quando guardate negli occhi di Gesù anche voi scoprirete il senso della vita nel mezzo della crisi economica, della povertà, della fame e del non avere una dimora, dei fallimenti della politica, delle delusioni e dello smarrimento della fede. In secondo luogo, questo racconto ci dice anche in che modo si è fatto conoscere ai discepoli: rompendo il pane. Questo non era il sacramento. Era un comune pasto in una casa comune. Luca ci dice che mentre Gesù rompeva il pane, i loro occhi si aprirono e lo riconobbero. Cosa ha fatto sì che i loro occhi lo riconoscessero? Sono state le sue mani. Avevano visto Gesù rompere il pane tante volte quando era con loro. Secondo la tradizione della chiesa antica i due discepoli erano presenti quando Gesù moltiplicò i pani per dare cibo ai cinquemila. Quando Gesù rompeva il pane nella loro dimora vedevano le sue mani e lo riconoscevano. Avevano già visto le sue mani; erano le mani che toccavano i malati, gli zoppi e i ciechi: le mani che avevano lavato i piedi dei discepoli. Le mani che avevano rotto il pane alla festa annuale della pasqua ebraica la notte prima della sua morte. Vorrei chiudere con due storie personali che mi sono state di grande aiuto nel mio pellegrinaggio spirituale.  Agli inizi degli anni ’80 quando ero direttore del Consiglio delle Chiese del Sud Africa, ho visitato una baraccopoli nella regione orientale del Capo insieme ad un operatore per una indagine sulla povertà delle condizioni di vita degli africani neri sotto l’apartheid – condizioni di povertà le più deplorevoli in tutta l’Africa. In una di queste baracche una vecchia nonna (Gogo), che viveva con tre nipotini orfani, ci disse delle loro condizioni di vita, della povertà e di come lottasse per dare da mangiare e far crescere i bambini di cui si prendeva cura. Era l’ora di pranzo. Mentre ci preparavamo a pregare per poi dirle addio, ci disse: vi prego, condividete il pasto con noi. Ci siamo accorti che aveva mezzo filone di pane nero e una brocca d’acqua indolcita con un po’ di zucchero che aveva preparato per sé e per i bambini. Ci siamo guardati ed io, cortesemente, ho rifiutato. Allora la vecchia Gogo ha insistito: “è nostro costume africano che i nostri ospiti condividano il pasto con noi!. Abbiamo accettato. Eravamo in piedi, in cerchio. Abbiamo pregato. Lei ruppe il pane e a ciascuno di noi sei ne dette un pezzetto. Per me, quello è stato “il Sacramento”. Mi sono ricordato di un nostro inno metodista che dice così: “il Pane del cielo è dato in sacramento di vita”. Cristo rotto per noi in sacramento di vita. Nel condividere la povertà e la loro ospitalità, i poveri donano a noi la speranza nella disperazione. Nel 1983 ero al lavoro in un campo di re insediamento dove venivano sistemati i neri cacciati dalle loro case e dai loro villaggi, nella regione orientale del Capo. Il regime dell’apartheid trasferiva le comunità nere dalle città e dai luoghi dei bianchi in campi di re insediamento. Venivano costruite della case di una sola stanza, con il tetto di lamiera, per accogliere una famiglia intera. Non c’erano servizi igienici, niente acqua, niente negozi, cliniche o ospedali; niente scuole o chiese: la gente pregava nel culto sotto gli alberi e sul fianco della collina; dovevano coltivarsi un po’ di cibo nel piccolissimo terreno intorno alla casa. C’erano povertà, fame e sofferenza dappertutto. Ricordo di quando ero in piedi sotto un albero e parlavo con gli uomini del campo: si lamentavano di tutto: del governo dell’apartheid, dei loro capi africani, degli uomini disoccupati; dei bambini che non volevano andare a scuola perché la scuola più vicina era a cinquanta kilometri di distanza. Ma ciò di cui si lamentavano di più era che, anche avendo un po’ di suolo, mancavano di qualsiasi strumento per coltivare o far crescere l’erba per il pascolo di una mucca per avere latte e carne. Nel mezzo di tutte queste generali lamentele, un vecchio, che aveva circa 90 anni, disse: “Perché vi lamentate? Perché siete così abbattuti? Dio ci promette la pioggia per i nostri raccolti. Ci promette il sole per far maturare il raccolto. Ci dà la vita e la forza per piantare e raccogliere. Vediamo un po’ cosa siamo capaci noi di fare, avendo Dio al nostro fianco!” Il vecchio ricordò a tutti noi che, per passare dalla disperazione alla speranza, eravamo noi stessi che dovevamo fare qualcosa per cambiare la situazione o la crisi della nostra vita. Dobbiamo agire; abbiamo bisogno di cominciare con il poco che abbiamo e quando facciamo anche quel poco, Cristo agisce con noi e le peggiori situazioni cominciano a cambiare. La missione di Gesù è proclamare la buona notizia ai poveri (Mat.11,5; Lc.4,18). E’ ai poveri che il Regno dei cieli è proclamato. Il Regno dei cieli è loro. I poveri sono i disprezzati della società. Quando Gesù dice “benedetti siete voi poveri” (Lc. 6,20) parla di povertà materiale. Sono i poveri e gli oppressi del mondo che confessano la propria povertà e che si pongono davanti a Dio come poveri. I poveri sono affamati e assetati, sono nudi, malati e incarcerati. I poveri della Bibbia sono gli indifesi, gli oppressi, gli umiliati ed emarginati. Non è la natura che li ha messi in questa condizione, sono stati ingiustamente spogliati e impoveriti dai potenti: i poveri sono quelli che soffrono qualche genere di reale oppressione. Portano il peso del disprezzo pubblico e dell’aver perso la speranza della salvezza di Dio. Gesù denuncia i ricchi a causa del loro peccato contro il Regno di Dio (Lc. 6,24; 12,16; 12,31). Gesù considera un’ingiustizia che vi siano dei poveri e dei ricchi. Denuncia la situazione sociale di ingiustizia. Egli dice: dallo ai poveri (Mat. 19,21; Mc. 10,21; Lc.18,22). Oggi Gesù viene a noi: per toccarci nelle nostre gioie e nei nostri dispiaceri, nelle nostre solitudini e nel vostro dolore; nella nostra crisi economica e politica, nella nostra disperazione e mancanza di speranza. Prendiamo la sua mano e lasciamo che egli ci sollevi dal nostro abbattimento e ci doni la speranza. Il buio e il grigiore dell’inverno sono sempre seguiti dalla nuova vita della primavera. In Europa vi sono luoghi dove si conosce il freddo più pungente, Ma nella neve ci sono fiori che lottano per mostrarci la bellezza dei colori primaverili. Grazie alla fedeltà di Dio la primavera segue sempre l’inverno. La Pasqua viene dopo il venerdì santo. La SPERANZA segue la disperazione. Noi siamo il popolo dei ripartenti, quelli che cercano una nuova occasione: cogliamola, per non essere lasciati indietro nel nostro viaggio di fede e, come cristiani, abbandoniamo la disperazione e muoviamoci verso la speranza. Così come il Cristo si protende verso di noi con amore, anche noi protendiamoci verso di lui con fede. Che i nostri occhi si aprano alla sua risorta presenza, e così sia dei poveri e sofferenti in Africa come in tutto il mondo. Accogliamo con cuore grato i beni che ci vengono dal suo amore che ci redime. AMEN

Si ringraziano Mary Waite per la “traduzione simultanea” e la nostra predicatrice locale Febe Cavazzutti Rossi per la traduzione “su carta” del sermone.

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-04-16 15:34:002020-10-28 12:24:36IL Sermone: REV. SOL JACOB DAL SUDAFRICA A PADOVA: PREDICAZIONE DI DOMENICA 14 APRILE 2013

Eventi: PARLIAMO DI LAICITA’: VENERDI’ 12 APRILE ORE 18 ALLA LIBRERIA IBS (EX MELBOOKS) A PADOVA

10 Aprile 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

VENERDI’ 12 APRILE – ORE 18

 

LIBRERIA IBS

 

VIA MARTIRI DELLA LIBERTA’ 1/A – PADOVA

 

DANIELE GARRONE  *

Professore di Antico Testamento

Facoltà Valdese di Teologia

 

PRESENTA

 

CHIESA E POTERE – Claudiana Editrice 2013 

Continua la collaborazione tra la Chiesa Metodista di Padova e la libreria IBS.

Iniziata a febbraio 2013, terminerà a maggio e consiste nella presentazione di una serie di volumi sulla laicità dello Stato.

La Chiesa Metodista di Padova, proprio per il fatto di essere una chiesa cristiana, con questi incontri, ribadisce con forza il suo:

– SI’ alla libertà di ricerca

– SI’ al testamento biologico

– SI’ alla libertà di religione, di pensiero e coscienza

– SI’ alla libertà nelle scelte procreative e all’autodeterminazione delle persone

– NO all’omofobia.

La Chiesa Metodista di Padova, ritiene insomma che lo Stato debba essere, necessariamente, laico.

Con questa rassegna la chiesa metodista di Padova desidera infine sensibilizzare l’opinione pubblica perché, anche a Padova, si costituisca una “Consulta per la laicità dello Stato”.

* http://it.wikipedia.org/wiki/Daniele_Garrone

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-04-10 22:37:582020-10-26 12:25:36Eventi: PARLIAMO DI LAICITA’: VENERDI’ 12 APRILE ORE 18 ALLA LIBRERIA IBS (EX MELBOOKS) A PADOVA
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