Chiesa Evangelica Metodista di Padova
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Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 25 AGOSTO 2013 (Mat 5,43-48; Giov 15,1-11)

20 Ottobre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

“Ascoltiamo la sua Parola e la perfezione del suo amore prenderà dimora in noi”

Giovanni racconta che molti dei discepoli di Gesù, dopo averlo ascoltato, dicevano: “Questo suo linguaggio è duro, chi può intenderlo?” (Giov.6,60). Se siamo persone che frequentano la sacra Scrittura con regolarità e metodo: se la leggiamo e meditiamo sentendo che in quel momento siamo sotto lo sguardo del nostro Signore, possiamo ammettere con sincerità che nella Bibbia troviamo molte parole che ci mettono in crisi e ci pongono forti interrogativi ai quali ci è difficile trovare risposta; soprattutto, alcune cose dette da Gesù ci turbano. Come si fa a prendere seriamente il comando di essere perfetti che Gesù dà ai suoi con tanta semplicità, e non provare un senso di smarrimento? Come possiamo credere possibile che Gesù chieda a noi – a noi che siamo qui, oggi, con il desiderio e la preghiera di essere suoi discepoli – di essere perfetti non in modo relativo, entro le misure che conosciamo, secondo le possibilità dei i nostri limiti e del nostro peccato, avendo come modello l’assoluto, la perfezione di Dio? Non è forse una richiesta irraggiungibile, quasi un assurdo? Per potere accogliere questa parola dura nella nostra vita la strada c’è: e non solo non è un assurdo ma addirittura è alla portata di ognuno. Prima di tutto è necessario distinguere e poi liberarci dai molti travisamenti e tradimenti che nel tempo hanno incrostato il significato di quella parola. Dopo potremo assaporarne bene il senso e troveremo al suo interno una tale ricchezza, una tale carica di vita che davvero sarà per noi una luce per tutto il nostro essere e una lampada al nostro piede, come dice il salmista (S. 119,115). Noi diciamo e consideriamo perfetto tutto ciò che è senza difetto, senza la più piccola macchia Passando al linguaggio religioso il pensiero va a uno stato di purezza e vorrei dire quasi di simbiosi con la dottrina di fede che una persona professa e che, in qualche modo, impersona. Purtroppo, questa idea alta della perfezione ha nel suo humus sottostante un elemento assai pericoloso: produce una immediata distinzione dagli altri; è un silenzioso giudizio morale su chi non è così. Che ne sarà, allora, di chi “non è così”? Cosa ne facciamo di tanti diversi che pure vorrebbero ma non ce la fanno o forse non osano neppure sperare di poter entrare in una condizione così elevata? Il pensiero teologico metodista ha completamente smantellato questa idea di perfezione che inesorabilmente reca un giudizio sul diverso e che nella storia delle religioni e della umanità ha creato danni terribili e ferite assai difficili da sanare. In aramaico, nell’ebraico dell’Antico Testamento come pure nel corrispondente termine greco, perfetto significa intero, non frammentato, indiviso; perfetto anche quando un elemento vitale sviluppa – nelle cose tangibili come in quelle dello spirito – l’energia dinamica riconoscibile nei risultati: di interezza, bellezza, vale a dire di perfezione. Il lievito è l’elemento vitale che fa di un po’ di farina e di acqua il pane che sazia. Anche noi abbiamo bisogno di un elemento che nel nostro impasto di singoli o di società produca umanità vera. Anche i nostri sentimenti e i nostri pensieri hanno bisogno di un elemento dinamico che dia loro pienezza di vita. Ebbene, sappiamo che l’elemento essenziale che dà senso alla nostra vita, che tutto può sanare e ricreare e mai potrà essere distrutto è l’amore. Ma qui, riguardo alla parola evangelica, quale amore intendiamo? Quello di cui noi siamo capaci, così difettoso, così possessivo e parziale che ci ritroviamo alla radice della nostra stessa natura? e come potremmo mai credere di poterlo cambiare in modo che seppur vagamente si avvicini all’assoluto di Dio? Perfetti come il Padre non può essere null’altro, non può significare altro che questo: perfetti dell’amore di Dio che immeritatamente vive in noi. Dentro la nostra vita, mal fatta com’è, come dono. Dal momento in cui abbiamo incontrato il Cristo, dal momento in cui abbiamo realizzato nel profondo dell’animo che nel Cristo siamo perdonati e riconciliati in Dio, il suo amore va a toccare la totalità della nostra persona nel tempo e oltre il tempo. Il suo amore perfetto prende dimora in noi. L’amore non si impara con lo studio o con l’esercizio eroico: è qualcosa che si scopre. Ci andiamo a inciampare, nostro malgrado ci compare davanti, e a un tratto ne siamo presi: ci abbraccia e noi liberamente lo abbracciamo. Solo allora sappiamo che per nulla al mondo lo vorremmo perdere. Così è quando scopriamo l’amore di Dio per noi, e lo scopriamo nel Cristo. Tuttavia, sarà bene fare attenzione: in tutto questo non c’è niente di sdolcinato. Non si tratta di un bel sentimento o di rare emozioni: è l’energia dinamica nell’universo dalla quale sgorga la vita. Che è esigente. L’amore di Dio rivelato nel Cristo per noi e in noi è esigente. Richiede che lo accogliamo sempre di nuovo, giorno dopo giorno, sapendoci nudi e poveri davanti a Dio. Esige che nel segreto come nella comunicazione con chi ci è prossimo siamo persone limpide, capaci di dire sì sì, no no. L’amore di Dio per noi e in noi chiede che noi lo rendiamo reale e presente: vuole verità e giustizia, in controcorrente con la mentalità del mondo. Non illudiamoci, non è una strada comoda: può essere ardua assai. Non è la strada larga di quelli che scambiano il male per bene e il bene per male come dice Isaia, o di chi con qualche compromesso mette a tacere la coscienza propria e altrui. Esige molto: pienezza di compassione e mano soccorrevole per quelli che non hanno di che nutrirsi e vestirsi, per ridare dignità a chi è oppresso dall’ingiustizia, per i sofferenti. Sa asciugare le lacrime di chi piange e gioire con chi ha allegrezza. Tutto questo è il dolce giogo al quale sottomettersi di cui ci parla Gesù: è la responsabilità posta su di noi dalla quale uomini donne attendono risposte nella concretezza della loro vita. Per infonderci coraggio Gesù offre di se stesso l’immagine della vite. Un ramo spezzato si secca e muore. Così siamo noi: perduti, inutili come un ramo secco, quando ci stacchiamo dalla realtà del Cristo. Ci smarriamo e siamo perduti se trascuriamo di invocare il soccorso dello Spirito santo che il Cristo ha promesso a chiunque ripone in lui la pienezza della sua fede. Se dimoriamo in lui l’amore perfetto di Dio ci cambia. Infatti, lo sappiamo nel minimo della nostra esperienza: l’amore cambia sempre la persona che lo accoglie e lo vive. Mentre lo vive, è già una persona diversa, nuova. Non scoraggiamoci se a volte ci sentiamo smarriti perché assaliti dal dubbio o dalle difficoltà che mettono a dura prova la nostra vita. Non scoraggiamoci di fronte agli orrori senza fine di questo mondo. La realtà del Figlio d’uomo che, nella pienezza della obbedienza al Padre ha fatto totale dono di sé, si è incuneato indelebile dentro la storia dell’umanità, è punto di crisi e di salvezza dentro la vita di ogni persona, qualsiasi sia la sua condizione e in qualsiasi luogo geografico o culturale si trovi. Ascoltiamo la sua Parola e la perfezione del suo amore prenderà dimora in noi; se anche noi lo amiamo davvero in sincerità di cuore, non potremo non innamorarci dei suoi comandamenti e in dono insperato ci verrà la forza dinamica perché siano messi in pratica per la salvezza di molti. Signore, noi ti invochiamo: rendi l’amore di Dio perfetto in noi e in tutti coloro che sulla terra ti invocano. Amen.

Sermone a cura della nostra Predicatrice Locale, Febe Cavazzutti Rossi

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-10-20 16:37:292020-10-28 12:29:42Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 25 AGOSTO 2013 (Mat 5,43-48; Giov 15,1-11)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 18 AGOSTO 2013 (Mt 5:5-7; Ap 21:1,5-6; testo di predicazione Is 42:3)

20 Ottobre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

“Manifesterà la giustizia secondo verità”

Questo versetto del Deuteroisaia, uno dei testi biblici che il lezionario ci propone per questa domenica, appartiene al primo dei cosiddetti “canti del Servo”. Come è noto, non è possibile sapere chi sia questo Servo che Dio ha scelto per portare a compimento la sua missione. Si tratta di un personaggio non definito né definibile; quel che è certo è che si tratta di un eletto, di qualcuno che Dio, per ragioni inaccessibili alla ragione umana, ha scelto tra molti affidandogli un compito particolare. Inutile cercare chiarimenti che il testo non ci offre. Meglio concentrarsi su ciò che esso ci dice, e ci dice in modo molto preciso. Qual è la missione del Servo? “Manifesterà la giustizia alle nazioni”, leggiamo al v. 1; “manifesterà la giustizia secondo verità”, dice il v. 3, il nostro versetto. In che modo il Servo svolgerà questa missione? Ciò che a Isaia preme comunicarci è come il Servo non la svolgerà, la sua missione. “Non griderà, non alzerà la voce”, ci spiega il v. 2. Il v. 3 aggiunge che “non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante”; il v. 4 conclude che “non verrà meno e non si abbatterà” fino a che, appunto, la giustizia non sia stata ristabilita sulla terra. Chiunque sia questo misterioso Servo, dunque, una cosa è certa: è qualcuno il cui modo di agire, il cui stile di comportamento è l’esatto opposto dei criteri ai quali si ispira il mondo. Secondo le consuetudini del mondo, chi ha un progetto che gli sta molto a cuore – anche, e forse soprattutto, se si tratta di un progetto ritenuto conforme al disegno di Dio e benefico per l’umanità, o per la società, o per la chiesa – chiunque nutra un progetto del genere difficilmente resiste alla tentazione di “alzare la voce”, di imporsi, di soverchiare le mille voci degli avversari o degli indifferenti. Altrettanto facile – altrettanto umano, direi, appunto secondo i criteri umani, che non sono quelli di Dio – è cedere alla tentazione opposta, quella alla quale accenna il v. 4: deprimersi, abbattersi fino al punto di rinunciare, di “mollare tutto”, di ripiegare nel silenzio e nel nascondimento, allorché il progetto sembra scontrarsi con ostacoli difficili da superare, o addirittura sembra destinato a fallimento sicuro. E poi ecco la terza tentazione, quella sulla quale siamo invitati a riflettere oggi: quella di frantumare la canna rotta, di spegnere il lucignolo fumante. In altre parole: eliminare tutto ciò che può ostacolare il buon esito del progetto perché è (o appare) fragile, debole, in condizioni precarie. Anche questa è legge del mondo, una legge particolarmente dura e spietata. Potremmo assimilarla alla legge darwiniana dell’eliminazione degli inadatti. Chi non ce la fa da solo, chi ha bisogno del supporto e dell’aiuto dei forti e dei sani, non solo è inutile, ma è dannoso, perché intralcia lo spedito procedere degli altri, fa loro disperdere energie preziose. Di che si tratta poi, in fin dei conti? Di oggetti umilissimi: una canna, lo stoppino di una lucerna. Oggetti che al tempo di Isaia si potevano trovare dovunque, oggetti che certo non era difficile rimpiazzare quando erano malandati e inservibili. Perché mai bisognerebbe preoccuparsi di simili oggetti, risparmiarli, averne cura? Perché il Servo di Dio non assesta il colpo di grazia alla canna già rotta, al lucignolo già moribondo? Investito di una missione nobile e grandiosa come quella di “manifestare la giustizia alle nazioni”, perché lascia che il suo cammino sia rallentato da questi riguardi assurdi, ridicoli quasi, per realtà insignificanti e, secondo ogni apparenza già destinate a perire? In altre parole: perché tanta delicatezza per i falliti, i perdenti, gli sconfitti dalla vita? Appunto per questo: perché la logica del Servo di Dio, la legge che lo ispira, sono la logica e la legge di Dio, non la logica e la legge del mondo e degli esseri umani. Come dice il Signore per bocca dello stesso Deuteroisaia: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie” (Is 55: 8). Le vie che il Servo percorre per realizzare il compito che gli è stato affidato sono altra cosa dalle vie umane. Il procedere del Servo – cioè, il procedere di Dio per mezzo del suo Servo – è un procedere paradossale. Il Servo è potente della potenza datagli da Dio, il quale nel primo versetto di questo capitolo dice di lui “io lo sosterrò”, “io ho messo il mio spirito su di lui”. Ma anche questa potenza è una potenza altra rispetto alla potenza secondo le categorie umane. Secondo le apparenze, anche il Servo è uno sconfitto, un fallito come lo sono la canna rotta e il lucignolo fumante. La sua vittoria non si realizzerà, non completamente almeno, se non alla fine dei tempi. Sembra che il mondo abbia bisogno della sofferenza, abbia addirittura bisogno di crearla. Sembra che per sussistere non possa fare a meno di incrinare canne, di spegnere lucignoli, di soffocare speranze. Ebbene, compito del Servo è mantenere viva la speranza, a dispetto di tutto e di tutti, nel tempo della sofferenza, che è il tempo della nostra storia. Compito del Servo è mostrare che c’è sempre uno spiraglio, testimoniare che c’è sempre una possibilità aperta, anche se non è facile vederla. Nel Servo (e nel Servo, ricordiamolo, è Dio che si manifesta) possiamo riconoscere il modello esemplare di quei “mansueti” che, secondo Gesù, “erediteranno la terra”. La erediteranno quando l’umanità tutta sarà divenuta non violenta: una condizione ideale che, purtroppo, si profila ancora molto lontana. Nemmeno il cristianesimo, infatti, si è messo alla scuola del Servo, nemmeno il cristianesimo ha saputo costruire una civiltà non violenta: anzi, al contrario, la cosiddetta “civiltà cristiana” è una civiltà molto violenta. Ancora: il Servo è modello ideale di coloro “che sono affamati e assetati di giustizia”. Non si darà pace finché non sarà saziato, cioè finché non sarà stata appagata l’esigenza della realizzazione della giustizia, che è bisogno primario dell’umanità ed è – come ci dice Isaia ma, in fondo, tutta la Scrittura – la grande passione di Dio. Nella Bibbia ebraica Dio preferisce la giustizia e il diritto ai culti, ai canti e alle liturgie. Nulla gli è così caro come la giustizia. Quelli che hanno fame e sete di giustizia sono coloro che hanno conosciuto Dio e non hanno ricevuto giustizia, o coloro che fanno propria la fame e la sete di giustizia di altri esseri umani. Là dove c’è una lotta, una passione vissuta, praticata, per la giustizia, e per la causa di tutti coloro ai quali non è stata resa giustizia, là questa fame e questa sete sono saziate. E infine, il Servo è modello ideale di quei “beati” che sono i misericordiosi: perché la giustizia si fa vera solo nella misericordia e la misericordia, per essere tale, non può non perseguire la giustizia. Torniamo alla nostra canna rotta, al nostro lucignolo fumante; torniamo all’interrogativo che essi ci pongono, anzi che ci pone lo strano comportamento del Servo. Perché salvaguardare canna e lucignolo? Perché questo attaccamento a ciò che è irrecuperabile? Perché non buttare via questi che sono ormai praticamente dei rifiuti, buttarli via insieme a tutto ciò che è vecchio, consunto, logorato, e provvedersi di nuove canne e di nuovi lucignoli che ci siano veramente utili nel nostro cammino verso il futuro – un futuro che deve vederci impegnati nella testimonianza e nell’azione per la buona causa di Dio, del suo regno, della sua giustizia? Questa testimonianza, questa azione sono un debito che noi abbiamo nei confronti di un’umanità (quell’umanità alla quale Isaia si riferisce con i termini “nazioni”, “isole”) affamata di giustizia e di diritto. Via, dunque, le canne e i lucignoli che ormai hanno fatto il loro tempo. Via il passato, almeno quando si tratta di un passato ormai segnato dalla fragilità e dall’impotenza. Del resto, in tutta la Bibbia, Dio non presenta forse sé stesso come il Dio che invita a non voltarsi indietro, a non farsi più condizionare da ciò che è vecchio e passato, ma ad aprirsi al nuovo? È appunto una visione di “cose nuove” che si spalanca nel libro dell’Apocalisse, quello che conclude le Scritture. Attenzione, però. Che cosa dice, in Ap 21, “colui che siede sul trono”? Dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Non si tratta di eliminare e di sostituire, come fa chi vuole rinnovare l’arredamento della propria casa; si tratta di rinnovare nel senso di trasfigurare, di ri-creare. È una nuova creazione, quella che sta compiendo l’Essere che siede sul trono. Che cosa significa? Significa dare nuovamente un significato a ciò che sembra ormai aver perso ogni significato. Significa dare nuovamente dignità a chi sembra ormai aver perso ogni dignità. Significa dare nuovamente un obiettivo e uno scopo a chi sembra ormai aver perso ogni obiettivo e ogni scopo. Significa, insomma, compiere ciò che prima dicevo essere la missione del Servo di Dio: dare nuovamente speranza a chi sembra ormai aver perso ogni speranza, a tutto ciò che sembra non contenere più alcun elemento di speranza. E questo in che modo? Agendo come agisce il Servo, cioè realizzando la beatitudine della misericordia, della misericordia unita alla giustizia. Questa unione di misericordia e di giustizia ha un nome che ci viene insegnato da tutta la Bibbia, ma in modo tutto particolare dal Nuovo Testamento. Il nome è “amore”, e si tratta di quella realtà che, come dice Paolo, non arretra dinanzi ad alcun ostacolo: “soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa” (1 Cor 13: 7). Un amore così, certamente, potrà trovare la sua compiuta realizzazione non nella storia, ma solo alla fine dei tempi; e non per opera degli esseri umani, ma solo di Colui che siederà sul trono alla fine dei tempi, Colui nel quale i cristiani riconoscono il Servo di cui parla Isaia. Questa consapevolezza, tuttavia, non deve costituire una comoda giustificazione per rinunciare a ogni tentativo di seguire la via paradossale indicata dal Servo. Guardiamoci intorno, troviamo occhi per vedere le canne incrinate e i lucignoli fumanti intorno a noi: i vecchi abbandonati e maltrattati negli ospizi, per esempio, o i carcerati detenuti in condizioni indegne di un Paese civile, o, sì, anche certe nostre comunità, certe chiese in difficoltà che sbrigativamente vengono date per morenti e gentilmente aiutate a morire del tutto: frantumate, spente. Non è di azioni di morte che la società e la chiesa hanno bisogno; hanno bisogno di azioni di speranza e di vita, perché solo così si potrà “manifestare la giustizia alle nazioni”.

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-10-20 16:19:062020-10-28 12:28:17Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 18 AGOSTO 2013 (Mt 5:5-7; Ap 21:1,5-6; testo di predicazione Is 42:3)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 11 AGOSTO 2013 (Giona 3:1-5,10; 4:1-4,10-11; Col 3:11-15 testo di predicazione: Lc 18:9-14)

18 Ottobre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

Non esiste alcun “giusto” nel quale identificarci, né alcun “peccatore” dal quale prendere le distanze

In questa parabola, certamente una tra le più note e le più citate dei vangeli, Gesù si conferma profondo conoscitore della psicologia umana. Se ci pensiamo, infatti, ci rendiamo facilmente conto che uno dei nostri giochi preferiti consiste nel paragonare persone, cose, esperienze. Questa logica del confronto a due termini finisce sempre per portare a una valutazione, a un giudizio, positivo o negativo che sia. Ecco, in questa parabola Gesù utilizza appunto questa logica. Chi sono le due persone poste a confronto? Un fariseo e un pubblicano. Sono termini che ovviamente ci sono familiari, dei quali conosciamo il significato grazie alla nostra formazione religiosa e alla nostra familiarità con la Bibbia, ma che ci dicono qualcosa solo se li collochiamo in un determinato ambiente e in un determinato periodo storico; dal punto di vista della nostra esperienza personale questi termini non sono gran che significativi. Non è difficile, tuttavia, sostituirli con altre espressioni, indicative di altri tipi umani: potremmo parlare, per esempio, di un membro di chiesa fervido e osservante e di un credente che in chiesa si fa vedere poco; al di fuori dell’ambito religioso, potremmo parlare di una persona per bene e di una persona dalla reputazione e dalla moralità discutibile, e così via. La parabola ci presenta, comunque, due persone che sono una l’antitesi dell’altra quanto a rigore di comportamenti e a stile di vita. Da una parte c’è il fariseo osservante, sicuro della purezza dei suoi riti e delle sue pratiche religiose. Indubbiamente non è un personaggio simpatico: ci colpisce subito, sgradevolmente, per la sua arroganza spirituale, per il suo autocompiacimento. Ma non abbiamo alcun motivo, né alcun diritto, di dubitare della sincerità della sua fede e del fatto che risponda a verità ciò che egli dice di sé stesso in quella preghiera che è la modifica di una comune preghiera rabbinica (“Ti ringrazio, Signore, perché io non sono come…”); non abbiamo diritto di dubitare, cioè, che le pratiche di devozione del fariseo vadano addirittura al di là di ciò che impone la legge. Dunque: da una parte, un uomo antipatico ma integerrimo. Dall’altra parte il pubblicano, l’incaricato della raccolta delle tasse. Ricordate? era il mestiere esercitato da Levi quando, come raccontano tutti e tre i sinottici, ebbe la sorpresa di sentirsi chiamato da Gesù. Anche Levi, come tutti gli esattori delle tasse, era considerato persona moralmente riprovevole: persona da evitare in quanto impura dal punto di vista religioso, collaborazionista con un governo straniero dal punto di vista politico. Due personaggi antitetici, si diceva. Sarebbe quindi facile prendere partito per l’uno o per l’altro. Sarebbe facile dire: io sono come il fariseo perché vado al culto, leggo la Bibbia, verso le contribuzioni, svolgo anche qualche incarico all’interno della chiesa. Sarebbe altrettanto facile dire: io sono come il pubblicano perché vado in chiesa non nei giorni destinati al culto, ma quando ne sento l’esigenza; certo, mi sento peccatrice e inadeguata, ma confido profondamente nella misericordia del Signore. Istintivamente, anzi, direi che tutti noi tendiamo a sentirci più vicini all’umanissimo pubblicano, consapevole dei propri limiti e delle proprie inadempienze, piuttosto che all’inappuntabile fariseo. Istintivamente, dunque, tendiamo a trovare in questa parabola una conferma del tipo di fede “disinvolta” che a tanti, forse a tutti noi in fondo in fondo piacerebbe tanto poter praticare: basta con il ritualismo e le regole rigide, evviva il perdono dei peccati per tutti i credenti. In altre parole: “O Dio, ti ringrazio perché io non sono come altri cristiani, come quel cattolico là, per esempio, vincolato ai dogmi e alle imposizioni di una chiesa intransigente; ti ringrazio perché sono protestante, e quindi libero dalle norme, dalle restrizioni, dall’osservanza”. Certo, è sempre possibile leggere i testi biblici in questo modo, cioè cercandovi l’indicazione di un modello di vita da condurre, di via da seguire, di scelte da compiere. Eppure una tale lettura che privilegia un modello contro un altro rimane abbastanza sterile. Una volta che abbiamo detto “Questo atteggiamento è corretto, quest’altro è sbagliato”, non abbiamo arricchito né la nostra fede né la nostra spiritualità. A lungo andare la terra del nostro essere credenti diventerà secca, arida. incapace di dare nuovi frutti. Sono convinta, in realtà, che questo testo biblico ci dia l’opportunità di superare una lettura basata solo sul confronto e sul giudizio. Partirò dalla fine, là dove Gesù dichiara: “chiunque si innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato” (v. 14). Un’evidenza: Gesù condanna l’arroganza del fariseo e invece loda l’umiltà del pubblicano. Eppure credo che con questa espressione Gesù non proponga un’antitesi tra un comportamento da condannare e un comportamento da riscattare; perché sono convinta che la logica di Gesù è altra cosa dalla logica nostra. E’ assolutamente vero, il nostro testo biblico gioca su varie antitesi: il fariseo/il pubblicano, innalzare/abbassare, parlare dentro di sé/parlare ad alta voce, ecc. Accanto a queste antitesi, ci sono anche delle azioni comuni ai due protagonisti: tutti e due salgono al Tempio di Gerusalemme per pregare; tutti e due si rivolgono a Dio nello stesso modo anche se la loro preghiera è diversa. Eppure, Gesù non è più di tanto interessato al contrasto tra i due uomini; cerca, piuttosto, di chiarire qualcos’altro. In sostanza Gesù dice, certo, che anche il pubblicano avrà accesso alla salvezza, non solo lui però, anche il fariseo. La parabola apre la prospettiva del regno a tutti: perché non c’è un solo modo di vivere la fede e la relazione a Dio, le modalità sono varie quanto sono varie le persone. Questa è una realtà che fa parte, se ci pensiamo, della nostra quotidiana esperienza dell’essere chiesa, del fare chiesa, del costruire la chiesa. È una realtà nota a tutti noi, ma alla quale talvolta non prestiamo sufficiente attenzione. Che cosa voglio dire, in sostanza, sulla scorta di questa parabola? Voglio dire che la fede è personale e quindi estremamente variegata. La comunità, la chiesa, la famiglia dei credenti si può paragonare a un grande mosaico. Nel testo di Luca questa diversità si esprime nel movimento. I due protagonisti salgono al Tempio e dopo aver pregato scendono di nuovo alla “pianura” della loro vita quotidiana. Ma la fede si esprime, prende forma, sia nel salire sia nel discendere, la fede si trova nel movimento incessante, nella varietà dei ritmi, nell’alternanza del fervore e della freddezza. Il fatto che il fariseo e il pubblicano, così diversi dal punto di vista della loro spiritualità, debbano salire e scendere indica che, al di là delle differenze pur profonde, c’è innanzitutto un movimento della fede, cioè cammini e velocità diversi per raggiungere una meta comune. Oggi, come spesso in passato, le nostre chiese si trovano di fronte alla stessa situazione. Sono sempre in agguato il rischio di divisione, la tentazione di stare solo con coloro che la pensano come noi. Credo che il testo di oggi ci inviti invece a condividere le differenze, a vivere una vera comunione in Cristo, una comunione che rispecchi la complessità della vita e dell’essere umano. Credo che voglia invitarci a vedere la chiesa – a costruire la chiesa – come una comunità gioiosa di credenti molto diversi che hanno voglia di vivere insieme la fede e le sue promesse. Come una comunità che cerca di vivere secondo la grazia di Dio e non secondo le regole del mondo Come una comunità che parla, dialoga, ascolta e si astiene dal criticare, giudicare e sparlare degli altri. Come una comunità, insomma, che cerca di conformarsi al modello tratteggiato nella lettera ai Colossesi, una comunità nella quale convivono, in spirito di reciproca accoglienta, credenti tanto diversi quali il greco e il giudeo, il barbaro e lo scita, lo schiavo e il libero. Una comunità che sa condividere i momenti gioiosi e i momenti tristi, e anche gli interrogativi e i dubbi, in uno spirito che supera le divisioni e invita tutti al tavolo della grazia e della libertà. Grazia e libertà. Ecco, questo mi sembra il punto centrale di questa parabola che certamente, quando Gesù la raccontò, costituì uno shock per i suoi ascoltatori: nell’ambito della comunità giudaica, se qualcuno dal Tempio non doveva tornare a casa giustificato, questo qualcuno poteva essere solo un esattore delle tasse. Ma anche per noi – se, come si diceva, i due protagonisti della parabola sono visti come normali membri di una normale comunità, senza etichette né pregiudizi – la parabola costituisce uno shock, un trauma che insieme ferisce e benedice. Perché questo racconto di null’altro parla se non della giustificazione divina dei peccatori e del fallimento finale di ogni autogiustificazione. La dottrina della gratuita e libera giustificazione del peccatore da parte di Dio: è la dottrina al centro del nostro modo protestante di vivere il cristianesimo, certamente, ma a ben guardare è una dottrina che percorre tutta la Scrittura. È il nucleo, tra l’altro, di quel racconto delizioso che è la missione di Giona a Ninive. Anche nel caso di Giona, la grazia che Dio riversa sui peccatori è uno shock, una sorpresa scandalosa. Sorelle e fratelli: che nessuno lasci questo luogo di culto pensando “Ti ringrazio, o Dio, che non sono come il fariseo”. Accettiamo questa realtà: non esiste alcun “giusto” nel quale identificarci, né alcun “peccatore” dal quale prendere le distanze. Siamo tutti un po’ Giona, un po’abitanti di Ninive. Siamo tutti un po’ fariseo e un po’ pubblicano. E nessuno è un essere spregevole: né Giona né i niniviti, né il fariseo né il pubblicano. Ma, al tempo stesso, nessuno è un eroe della fede. Per ciascuno di noi, ciò che veramente conta non è più la nostra salita verso il Tempio, ma l’avvicinarsi di Dio che ci rimanda a casa come donne e uomini liberi, resi liberi dal dono della sua grazia e dalla promessa del suo perdono. Che la nostra vita quotidiana, una volta usciti dal Tempio, si svolga nel segno di questa certezza. Amen

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-10-18 21:30:502020-10-28 12:28:04Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 11 AGOSTO 2013 (Giona 3:1-5,10; 4:1-4,10-11; Col 3:11-15 testo di predicazione: Lc 18:9-14)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 4 AGOSTO 2013 (Gv 18:33-38; testi di predicazione Ef 2:19; Eb 13:14)

15 Ottobre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

“Dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione”

Accingendomi a preparare questa predicazione ho aperto, come faccio di solito, il lezionario Un giorno una parola alla data di oggi, per vedere quali fossero i testi indicati per il culto. Come sapete, però, il lezionario oltre ai testi espressamente intesi per il culto propone anche altri versetti biblici. Ebbene, da uno di questi versetti sono stata particolarmente colpita: è quello tratto dalla lettera agli Efesini, che ricorda come i cristiani non siano “più né stranieri né ospiti”, quindi gente di passaggio, in uno stato provvisorio e precario, bensì persone che hanno trovato una residenza stabile, sicura, eterna, la migliore che si possa desiderare, perché sono diventati “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”. Un’unica grande famiglia, come spiega Paolo nei versetti precedenti; una famiglia “allargata”, potremmo dire usando un termine di attualità, e meravigliosamente allargata in quanto, “mediante il sangue di Cristo”, giudei e stranieri sono diventati un unico popolo; anzi, lo “straniero” proprio non esiste più, è una qualifica che a nessuno può essere più attribuita, dopo che Gesù Cristo “dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione” (Ef 2: 11 sgg.). Si tratta di un versetto bellissimo, anche in considerazione del contesto al quale fa riferimento, e già questo potrebbe spiegare il fatto che abbia attirato la mia attenzione. Ma c’era una ragione in più, una ragione che non mi è risultata immediatamente chiarissima: questo versetto me ne richiamava un altro, ma quale? Alla fine, la risposta è arrivata quando il mio sguardo è caduto sul segnalibro del lezionario, segnalibro sul quale la Federazione delle chiese evangeliche in Italia ha fatto stampare il “versetto dell’anno” 2013. Questo versetto, tratto dalla lettera agli Ebrei, dice: “Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”. Ecco, era questo il versetto che mi era venuto istintivo collegare nella mia mente a quello della lettera agli Efesini. I due versetti, a prima vista, sembrerebbero quasi dire l’opposto. Scrivendo agli Efesini, Paolo mette l’accento sulla fine del pellegrinare, sulla meta finalmente raggiunta, sulla città che spalanca le sue porte, una città che è al tempo stesso cerchia familiare, grembo accogliente, comunità che trasmette un senso di appartenenza, di stabilità, di calore – che dona, soprattutto, un’identità a chi non l’ha mai avuta. Per l’autore della lettera agli Ebrei, invece, il viaggio è ancora in pieno svolgimento, l’itinerario è tutt’altro che concluso, la città è tuttora oggetto di ricerca, una ricerca piena di desiderio, illuminata dalla speranza, ma che si prevede ancora molto, molto lunga. Ho pensato, allora, che sarebbe stato interessante prendere entrambi questi versetti a base della riflessione che vi propongo oggi, e cercare di capire che cosa essi vogliono veramente dirci – o, meglio, che cosa essi vogliono veramente dire non tanto a noi, quanto di noi. Chi siamo – chi siamo chiamati ad essere? Come ci vuole il Signore: cittadini o pellegrini? Stanziali o viandanti? Come ci vuole il Signore? È questa, certo, la domanda fondamentale che dobbiamo porci e alla quale dobbiamo cercare di rispondere. Ma domandiamoci, intanto: noi, che cosa vogliamo essere, che cosa ci sentiamo? Entrambe le cose, direi: cittadini e pellegrini, stanziali e viandanti. La nostra civiltà è certamente di matrice sedentaria, tant’è vero che tende istintivamente a respingere, a rifiutare i nomadi che si accampano ai bordi delle nostre città. D’altra parte, mai come in questi tempi l’umanità si è fatta frenetica nel voler viaggiare, migrare, cercare; in senso fisico, materiale, ma anche in senso spirituale. Spesso questa irrequietezza interiore è solo segno di scontentezza, di insoddisfazione, di un’attesa frustrata; ma può anche essere un sintomo positivo, il segno della nostra incapacità di appiattirci su un’esistenza opaca e banale e il nostro continuo bisogno di cercare qualcosa di altro, di diverso, la nostra esigenza di metterci in movimento verso una meta che forse non abbiamo del tutto chiara nella mente, ma dalla quale ci attendiamo che dia un senso al nostro vivere. In questo caso – nel caso cioè in cui la nostra irrequietezza deriva dal fatto che non ci sentiamo appagati da ciò che ci circonda e, soprattutto, da ciò che noi stessi siamo – direi che ci troviamo in piena sintonia con quanto leggiamo nel versetto della lettera agli Ebrei. Tra parentesi, un’esortazione analoga la troviamo attribuita a Gesù in un vangelo apocrifo, quello che va sotto il nome dell’apostolo Tommaso: “Siate gente di passaggio”. Mi piace molto questa esortazione così straordinariamente incisiva e suggestiva, e mi sembra del tutto in linea con la predicazione di Gesù quale ci viene tramandata dai testi canonici. Il cristiano è viandante e pellegrino, dunque. Eppure, al tempo stesso, ci dice la lettera agli Efesini, il cristiano ha già concluso il suo viaggio, è già entrato nella città. Contraddizione, dunque? No, nessuna contraddizione. Due diverse angolature, piuttosto, di un’unica realtà: la realtà del regno, quel regno che Gesù è venuto ad annunciare. Il regno è una realtà che ha molti volti, ma che si caratterizza soprattutto per un tratto: è un regno che proviene da “altrove”. Così è solito parlarne Gesù. Così ne parla, in particolare, nel passo di Giovanni che abbiamo ascoltato, un passo drammatico che tutti noi conosciamo bene ma sul quale sarà il caso di soffermarci ancora una volta, perché ci può essere di aiuto nel nostro tentativo di comprendere che cosa significa essere viandanti e, al tempo stesso, stabili residenti. Il regno del quale Gesù è Signore è un regno che non segue le regole dei regni di questo mondo, né è ispirato dallo spirito che domina in essi. A Pilato, che rappresenta il regno di questo mondo, Gesù intende dire: “Il mio regno non è di questo mondo, ma è in questo mondo, e io sono nato per questo, per testimoniare in questo mondo di un regno che non è di questo mondo. Ma io lo testimonio davanti a te, lo porto di fronte a te, Pilato”. Gesù dice, in sostanza: “C’è un altro modo di essere re, è possibile un altro regno. E io sono nato per testimoniarlo, per portarlo, per introdurlo nella storia del mondo, che finora è andata invece in una maniera completamente diversa”. È come se ci fossero due regni contrapposti, in questo mondo: uno è quello del potere, l’altro quello della croce. Per Pilato, questa dichiarazione di Gesù, se solo avesse voluto e saputo ascoltarla davvero, avrebbe potuto aprire prospettive insospettate: dunque esiste un altro modo di regnare, il modo di Gesù; esiste un altro modello di regno, un regno dalle dimensioni inedite, “nuove” perché rispecchiano un “nuovo” criterio di regalità. Pilato, almeno per quanto ne sappiamo, non fu toccato dalle parole di Gesù, non fu nemmeno sfiorato dal sospetto che questo “nuovo” criterio di regalità, questo criterio di regalità “altro” potesse davvero esistere; ma, insieme a Pilato e dopo Pilato, ogni successiva generazione è chiamata (e, quindi, anche noi lo siamo) a confrontarsi con questa rivelazione: esiste un “nuovo”, un diverso modo di regnare, e si tratta di un “regnare” che significa dare la propria vita su una croce. Pilato siede su un trono; Gesù regnerà dalla croce, e prima sarà flagellato, insultato, oltraggiato. In fin dei conti, la parola chiave che contrappone i due regni è questa: verità. Pilato non sa che cos’è la verità; Gesù sì. L’antitesi, dunque, non è soltanto tra un regno del potere e un regno della croce; è anche tra un regno del potere e un regno della verità. E questa verità è “straniera” nel regno del potere, così come Gesù è “straniero” al potere in quanto ne rappresenta l’esatto opposto: non solo in questo momento in cui è “legato” (cfr. Gv 18: 24), impossibilitato a difendersi, a opporre la minima resistenza, ma in tutta la sua vita. Gesù non ha, non ha mai avuto nulla in comune con l’uomo di potere. Lo conferma anche qui, dinanzi a Pilato, allorché afferma: “per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità”. Per testimoniare: non per comandare, per imporre. Questa è una grande differenza dai regni e dai regnanti di questo mondo, che comandano, ordinano, impongono, mentre Gesù testimonia. Testimonia che cosa? La verità, appunto, ma non la sua verità, bensì la verità di Dio. Una verità di cui Gesù non si appropria, una verità alla quale Gesù non mette, per così dire, le mani addosso, proprio in quanto vuol essere e presentarsi come testimone, non come padrone della verità. Pensiamo soltanto a che cosa sarebbe stata la storia cristiana di questi duemila anni se si fosse svolta secondo il paradigma che qui Gesù indica, quello di essere semplicemente testimoni della verità e non di imporla. Pensiamo a che cosa sarebbe la nostra vita di cristiani ora, se noi sapessimo “testimoniare” la verità nel senso di viverla, di lasciarci abitare dalla verità, di diventare donne e uomini che la verità guida, ispira, fa vivere. Senza mai dimenticare che la nostra parola “martire” deriva da un vocabolo greco che significa “testimone”, e che la testimonianza può quindi talvolta identificarsi con quello che noi chiamiamo martirio. Anche questa possibilità fa parte del regno “altro”, del regno della verità che si identifica con il regno della croce. Dunque, alla domanda: chi siamo? Cittadini o pellegrini? Stanziali o viandanti?, sulla scorta di questo passo di Giovanni potremmo forse rispondere così: siamo entrambe le cose, abbiamo una doppia appartenenza, una provvisoria e una definitiva, e questo comporta una sfida che Gesù ci chiede di raccogliere. Viandanti nel regno del potere, siamo chiamati a vivere in questo regno da stranieri, in quanto (“mediante il sangue di Cristo”) siamo cittadini del regno “altro”, quello della croce e della verità. Impariamo dunque una buona volta, sorelle e fratelli, a essere stranieri – stranieri a ogni logica di potere, di sopraffazione, di intolleranza – per diventare davvero cittadini, per riscoprire la nostra vera identità di “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”. Che il Signore ci guidi.  Amen

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-10-15 20:47:142020-10-28 12:27:51Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 4 AGOSTO 2013 (Gv 18:33-38; testi di predicazione Ef 2:19; Eb 13:14)

News: ARRIVEDERCI ANTONELLA

9 Ottobre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

 

Se n’è andata in una serena giornata di fine luglio. Eppure tutto era cominciato solo pochi mesi prima, quando le prime avvisaglie del suo male non lasciavano certo presagire il triste epilogo a soli 57 anni.

Antonella era una donna energica, decisa e al tempo stesso estremamente disponibile. Nella nostra Chiesa ricopriva da tempo la carica di responsabile dell’Unione Femminile e la ricordiamo mentre, indaffarata, preparava bazar e riunioni.

Proveniva da altre esperienze del variegato mondo protestante nella nostra città di Padova: dai Pentecostali ai Battisti Riformati fino a noi Metodisti. Un percorso, il suo, accompagnata dal fedele compagno di una vita, Giorgio, durato circa vent’anni e partito, come molti di noi, dall’appartenenza alla Chiesa Cattolica.

Dicevo che il suo calvario è stato breve, ma sicuramente intenso. Dai primi sintomi, ad aprile di quest’anno, fino al ricovero al reparto di Oncologia dell’Ospedale Sant’Antonio di Padova dapprima e poi, con l’aggravarsi delle sue condizioni, al reparto di Lungodegenza presso l’Opera Immacolata Concezione alla Mandria di Padova.

Ciò non le ha però impedito di essere presente ai nostri culti e di dare una mano, per quanto possibile, alle nostre attività. La ricordiamo infatti presente, per l’ultima volta nella sua Chiesa, in occasione dell’ingresso del nuovo membro di Chiesa, Daniele, alla Pentecoste di quest’anno. Anche in questo caso, organizzatrice e disponibile fino all’ultimo.

Ci stringiamo ora quindi, con affetto e nella comune speranza della Resurrezione, a Gianni, ai figli Greta e Diego, nonché a tutti i suoi familiari.

Lo facciamo riportando quanto scritto dalle sorelle di Chiesa Mary Waite e Sophia de Lange Ruaro, della nostra Unione Femminile, a ricordo della loro Presidente ed amica e letto ai funerali, oltre ad un ricordo della nostra Predicatrice Locale, Febe Cavazzutti Rossi, per anni punto di riferimento per Antonella nella nostra comunità.

“Antonella! Una persona allegra, gioiosa. Eppure, nei suoi non molti anni ne aveva avute di difficoltà, pene, e dolori da superare. Antonella! Una donna operosa: operosa in mille modi, con le sue mani, con la fantasia e l’intelligenza; sempre in cerca di soluzioni utili per il bene di ognuno della sua famiglia. Un donna vivace, curiosa del mondo e della vita. Ma queste sue doti naturali sono diventate vive, forti e vere il giorno in cui per fede ha conosciuto il suo Signore: quando ha incontrato il Cristo come esperienza di vita sul suo cammino quotidiano. Allora il suo cuore ha provato una grande festa, ed è stato ricolmo di gratitudine a Dio. Aveva voglia di dirlo a chiunque fosse disposto ad ascoltarla: guardate quanto è grande il nostro Dio che nel suo Figlio ci salva! Adesso che il Signore l’ha chiamata più in su, non lascia né oro né argento. Lascia invece una eredità più preziosa dell’oro finissimo: l’invito a riporre fede e speranza nel Cristo, ad ascoltarlo nella sua Parola e a seguirlo nelle difficili strade della nostra vita. Lascia questa preziosa eredità di speranza alla sua amata famiglia e anche a noi, piccola chiesa di Padova, che per brevi anni siamo stati la sua famiglia nella fede”.

Febe

“Antonella ci portò il suo sorriso, la sua presenza solare, in un momento di cambiamento nella nostra chiesa, un periodo nel quale avevamo grande bisogno di novità, di nuove energie. Le saremo sempre grati per questo dono. Presto da noi si è sentita come se fosse a casa sua, dopo anni in un’altra chiesa evangelica con la quale ormai non andava più d’accordo. Aveva molta energia da spendere, e volentieri il gruppo di donne che frequentavano l’Unione Femminile l’hanno votata Presidente, un incarico rimasto suo. Questa era una speciale dote di Antonella, che lavorava nella comunità, ma teneva contatti con varie organizzazioni nell’ambito della Chiesa Valdese e Metodista: era la nostra ambasciatrice presso la Federazione femminile evangelica nazionale, e ha partecipato diverse volte alla conferenza distrettuale che si tiene ogni anno a giugno. Contribuiva inoltre a tessere rapporti con il gruppo femminile della Chiesa Avventista di Padova, e con il gruppo di cattoliche di Limena che frequentano il nostro Studio biblico interconfessionale. Grande organizzatrice, lavorava instancabilmente per l’allestimento annuale del Bazar e Lotteria; e non mancava mai alle Agapi organizzate durante l’anno, che coronano momenti importanti nella vita della nostra chiesa – con il graditissimo aiuto anche del marito Giorgio nella preparazione di piatti deliziosi”.

Mary e Sophia

Alleghiamo infine anche il sermone, preparato dalla nostra Pastora, Caterina Griffante, tenuto in occasione dei funerali di Antonella. Anzi, dell’annuncio dell’Evangelo della Resurrezione, come preferiamo dire noi protestanti.

Antonella è stata accompagnata all’estrema dimora nella chiesa parrocchiale del suo paese, Tombelle di Saonara, con una cerimonia squisitamente ecumenica, come raramente se ne vedono. Un parroco cattolico (estremamente disponibile) e un pastore protestante assieme nella celebrazione, non è una costante nel nostro Veneto.

“La legge del peccato e della morte”, dice Paolo. È così. Per una legge inesorabile, noi tutti ci portiamo dietro una condanna a morte; è scritto all’interno di ogni essere vivente; è cifrato nel codice della vita. Ma solo noi tra tutti i viventi, solo noi esseri umani, abbiamo consapevolezza di questo: la consapevolezza di essere, secondo le parole di Paolo, “corpi mortali”. Solo noi sappiamo di dover morire, senza sapere dove, né come, né quando. E questo ci fa paura. Fa paura a voi che mi ascoltate, fa paura a me che vi parlo. Perché ci fa paura l’ignoto; e ci fa paura quell’abisso di sofferenza e di dolore che la morte e il morire portano con sé. Un abisso del quale tutti, purtroppo, abbiamo esperienza, perché tutti noi abbiamo subìto la perdita di persone care; ora ne avete fatto esperienza diretta voi, Giorgio, Greta e .Diego, accompagnando Antonella, giorno dopo giorno, fino alla conclusione del suo viaggio terreno. Sì, la morte fa paura a tutti, anche a noi che crediamo all’annuncio di Paolo: “colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”. È un annuncio che la chiesa ha fatto proprio e che, nei secoli, ha continuato e continua a proclamare: non a caso, nella tradizione protestante la celebrazione di un funerale viene comunemente chiamata “annuncio dell’evangelo della risurrezione”, appunto perché in ogni liturgia funebre risuona potente la confessione di fede cristiana, una confessione di fede che dice in sostanza: “noi poniamo la nostra fiducia nel Dio che risuscita i morti, perché è quello stesso Dio che ha risuscitato Gesù dai morti”.

Ma questa confessione di fede non è facile da pronunciare. Non lo è per nessuno di noi; non lo è, a maggior ragione, per chi come voi, familiari di Antonella, porta la ferita di un lutto recentissimo. Quello che è davanti ai vostri, ai nostri occhi in questo momento è un crudo dato di fatto: noi siamo “corpi mortali”. Sì: ha ragione Paolo. Siamo polvere che ha preso vita attraverso il soffio di Dio, ma che resta polvere. La morte ci fa paura, ci appare inaccettabile, perché è qualcosa che distrugge tutto il nostro essere. Questa è una realtà, e sarebbe assurdo volercela nascondere, volerla negare. Gesù stesso ha patito la morte come qualcosa di scandaloso: si è turbato e ha pianto di fronte alla morte dell’amico Lazzaro, e di fronte alla propria morte ha tremato di paura, e ha desiderato di sfuggirle. Eppure, quello stesso Paolo che ci mette davanti agli occhi la nostra realtà di “corpi mortali” ci annuncia che questa realtà è una realtà penultima, non ultima, perché Dio ha risuscitato Gesù dai morti, e che allo stesso modo “vivificherà i nostri corpi mortali”. Vivificherà il corpo mortale di Antonella, del quale voi familiari e tutti noi sentiamo così crudelmente l’assenza; come vivificherà il corpo mortale di tutti coloro che l’hanno preceduta, e di tutti coloro che la seguiranno. Perché agli occhi di Dio, e non solo ai nostri, il nostro povero corpo umano con tutte le sue miserie è qualcosa di prezioso, qualcosa che merita di essere salvaguardato, e credere la risurrezione significa anche questo: affermare che il nostro corpo, la nostra realtà materiale, ha una dimensione che non esiterei a chiamare “sacra”.

Ma che cosa significa esattamente, per noi, “risurrezione”? Ci è impossibile spiegarci questa parola esattamente. È l’unica parola della Bibbia che non appartiene al nostro linguaggio, perché non appartiene alla nostra esperienza; non è parola nostra, è parola di Dio, perché soltanto Dio risuscita. Possiamo parlare di risurrezione soltanto per indizi, per intuizioni, per barlumi, proprio perché è una realtà che non appartiene al nostro orizzonte. Più facile, semmai, dire che cosa la risurrezione non è. Per esempio, la “risurrezione” di Lazzaro della quale ci parla Giovanni in un passo che pure non finisce mai di coinvolgerci e di emozionarci, non è la vera risurrezione, la risurrezione promessa ad Antonella e a tutti noi. In questo passo si racconta, piuttosto, una “rianimazione”, dato che Lazzaro è destinato a morire di nuovo, e definitivamente. Come tutti i miracoli di Gesù, la “risurrezione” di Lazzaro è un segno che rimanda ad altro; è una forte illustrazione della vera risurrezione, del vero passaggio dalla morte alla vita, che è la fede in Gesù. Chi risuscita in questo testo di Giovanni è, piuttosto, Marta: la “risurrezione” sta nella fede, nella speranza che rinascono nel cuore di Marta; la risurrezione, Marta la incontra nel momento in cui parla con Gesù.

Ecco, dunque, un primo spunto su che cosa sia da intendere per risurrezione. Risurrezione e fede non sono la stessa cosa, ma si assomigliano. “Fede” è il nome del ponte che unisce risurrezione e vita; chi crede entra già, fin d’ora, nel mondo della risurrezione. Una fede che viene richiesta oggi a noi tutti e in modo particolare a voi, Giorgio, Greta e Diego . Una fede che non deve essere fraintesa come fede consolatoria, quel tipo di fede rassegnata che vede il dolore, la sofferenza, la morte come espressione della volontà di Dio, e la risurrezione come la vaga promessa di un conforto nell’aldilà. Su questo voglio essere molto chiara: fede nella risurrezione equivale a fede in un Dio che ama la vita, che promuove la vita. Quindi, un Dio ben diverso da quel Dio che purtroppo appartiene ancora all’immaginario di tanti cristiani: un Dio che condanna per l’eternità delle persone che non chiederebbero di meglio che andare verso di lui, un Dio che si vendica, che fa del male, che manda la malattia, la morte… Sorelle e fratelli, che non ci passi mai per la testa di usare quel linguaggio in apparenza devoto, in realtà addirittura blasfemo, che dinanzi a una morte dice: “E’ piaciuto a Dio chiamare a sé la nostra sorella, il nostro fratello…”. No, come cristiani ci rifiutiamo di credere che Dio abbia piacere a uccidere qualcuno, a separare, come nel caso di Antonella, una madre dai suoi figli, una moglie dal marito. Il Dio di Gesù Cristo è un Dio che non vuole il male, che non permette il male. La verità è, piuttosto, che Dio soffre talmente del nostro male che non ha saputo resistere ed è venuto a soffrire insieme a noi. Dio non permette il male. Lotta con tutte le sue forze contro il male; Dio ispira tutti quelli che lottano contro il male, che cercano di lenire il male, di liberare l’umanità dal male.

Alla luce di questa consapevolezza, avere fede nella risurrezione significa affermare che Dio avrà l’ultima parola, che il tiranno non può vincere, che Dio risveglierà chi dorme e risolleverà chi è caduto. La risurrezione si afferma proprio davanti alla morte: Dio protesta davanti alla morte, a ciascuna morte, soprattutto alle più assurde. La risurrezione è opera della memoria di Dio, che darà forma compiuta ai frammenti di bellezza, di bontà, di verità presenti nella nostra vita. “Risurrezione”, a ben guardare, è sinonimo di “Dio”. Perché risurrezione è ri-creazione, è trasformazione, è memoria che vive nell’eternità. È la vita di Antonella, la vita di ciascuna singola persona che Dio accoglie e custodisce (chiamandola teneramente per nome, come dice Isaia) per portarla poi a pienezza e a compimento. Non so molto della risurrezione, non so come avverrà la nostra, ma credo che la risurrezione di Cristo sia il segreto delle nostre storie personali, che i morti riposino nella memoria di Dio, che Dio tenga nel palmo della mano il senso della vita di ciascuno di noi.

La morte è solitudine estrema, perché rappresenta la fine di ogni possibilità di relazione: ce lo dice la nostra esperienza, lo sapete voi, familiari di Antonella, che vedete crudelmente troncata qualsiasi relazione con lei; ma ce lo dice anche la Bibbia. Ebbene: “risurrezione” significa non essere più soli, nonostante la morte, a dispetto della morte. Il Catechismo di Heidelberg si apre con la domanda: “Qual è la tua unica consolazione in vita e in morte?”, domanda che riceve una risposta memorabile: “Che col corpo e con l’anima, in vita e in morte, non sono mio, ma appartengo al mio fedele Salvatore Gesù Cristo, che col suo sangue prezioso ha pagato pienamente per tutti i miei peccati … Pertanto egli mi assicura anche la vita eterna per mezzo del suo Spirito Santo”. Un altro significato di “risurrezione” potrebbe allora essere: “venire accompagnati”. Noi abbiamo questa certezza: ovunque il nostro viaggio ci condurrà, noi saremo là dove c’è Gesù, e Gesù sarà là dove saremo noi, per dire a ciascuno di noi “tu sei mio”. E se noi siamo vissuti in comunione con Gesù, come è vissuta Antonella, in questa comunione con lui noi riceveremo qualcosa che la morte non potrà mai distruggere. Questo “qualcosa” sfugge completamente ai nostri concetti e alle nostre rappresentazioni, ma ha un nome: si chiama Spirito Santo.

Sorelle e fratelli, purtroppo in noi, che pure abbiamo ricevuto lo Spirito di adozione, è rimasto ancora qualcosa di quello “spirito di servitù” che, come dice Paolo, ci fa sempre di nuovo “ricadere nella paura” dinanzi alla morte. Tanto più, dunque, affermare la risurrezione che in Cristo aspetta Antonella, aspetta tutti noi, è un dovere davanti alla protervia, all’ingiustizia della morte dinanzi alla quale Gesù stesso si ribellava. Affermare la risurrezione significa affermare la nostra fiducia nella giustizia di Dio, significa richiamare Dio alla sua promessa, perché qui è in gioco l’onore di Dio. Lo Spirito di adozione non ci ha ancora fatti completamente suoi, perché allora non avremmo più paura; e tuttavia crediamo che il muro della morte, dell’incredulità, della paura è stato abbattuto una volta per tutte con la risurrezione di Gesù. E penso che il modo migliore di onorare la memoria della nostra Antonella sia appunto quello che stiamo facendo adesso, quello che spero continueremo a fare anche in futuro: trovarci a parlare di risurrezione insieme. A parlare con le nostre povere, balbettanti, incerte parole; ma a parlarne, per ricordare a noi stessi e al mondo che alla morte non spetta l’ultima parola. Amen.”

Is 43:1; Gv 11:20-44; Rm 8:1-2,11,15-17 (testo di predicazione)

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-10-09 14:09:222020-11-10 08:38:10News: ARRIVEDERCI ANTONELLA

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 28 LUGLIO 2013 (Mt. 6:19-24; Col. 3:1-15)

6 Settembre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

NESSUNO PUO’ SERVIRE DUE PADRONI

 

 

Non è possibile servire due padroni contemporaneamente: così dice Gesù. Veramente, nella strade del mondo avviene: fin troppo spesso! Nel corso della storia ci sono sempre stati personaggi pubblici, con responsabilità – non importa se piccole o grandi – che si sono presentati e fatti credere difensori del bene pubblico mentre erano in tutt’altro affaccendati. Per la disgrazia del nostro paese, questo fenomeno ci è fin troppo noto e tanto ne dobbiamo sentire tutti i giorni da esserne profondamente nauseati. Quando poi l’inganno si svela e la realtà sotterranea viene alla luce, quella pratica ha già prodotto mali devastanti e assai difficile è il risanamento. Gesù rivolgeva il suo insegnamento a persone che vivevano in un contesto tutto permeato di religiosità. Non parlava a un mondo di atei. Le sue parole più dure erano rivolte a coloro che la religione e il timore di Dio intendevano impersonare. Anche noi, oggi, ci troviamo in un contesto che è fortemente permeato di religiosità che, audacemente, dice di essere cristiana. Ma la domanda d’obbligo è questa: è possibile essere cristiani a metà? La parola dell’evangelo, le parole del Cristo lo escludono. No, non è possibile. Paolo dice ai Colossesi: voi siete morti. Siete morti in Cristo. Infatti, avendo conosciuto il Cristo e grazie alla fede in lui, i Colossesi avevano rotto nettamente i legami culturali e spirituali con un mondo che aveva una raffinata religiosità. Avevano anche rotto con la mentalità del tempo e del luogo dove vivevano: Colosso, fra il 60 e l’80 d.C., posta in quella che oggi è la Turchia, era una città prevalentemente pagana ma percorsa da molte correnti religiose e filosofiche; era anche assai ricca per i traffici e i commerci che aveva sviluppato. Tutto questo mondo aveva perso di qualsiasi valore ai credenti di Colosso. Adesso la loro vita era diversa, era nuova rispetto al contesto che li circondava. Nei versetti che abbiamo letto Paolo elenca tutto il negativo di cui ci spogliamo e poi dà una piccola descrizione di quello che caratterizza la nuova vita come la indica anche nella lettera ai Galati: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, e autocontrollo. Solo la comunione con lo Spirito santo può produrre questa svolta straordinaria e del tutto immeritata. Da qui viene l’appello: abbiate l’animo alle cose di sopra, non a quelle che sono sulla terra! Resuscitati con Cristo come è possibile proporsi un altro fine se non quello di piacere al Signore facendo la sua volontà? È chiaro: chi porta il nome di cristiano non può più servire due padroni. Chi ha incontrato il Cristo ne ha la vita sconvolta: ora vive un’altra vita che, però, sfugge allo sguardo degli uomini, perché è nascosta con Cristo in Dio. La vita! Questo fenomeno misterioso si manifesta in noi in modi diversi e in diversi gradi:

 

— vita dei sensi, con la quale entriamo nel mondo;

 

— vita dell’intelligenza, che pone principi, deduce conseguenze, penetra cause, crea per mezzo delle idee;

 

— vita dei sentimenti, quella che compenetra e dirige le altre: infatti, cosa sarebbe l’esistenza senza di lei!

 

Superando queste sfere che strutturano il nostro essere, troviamo la vita della fede. Non è distinta dalle altre, anzi: le penetra e dà loro una impronta particolare; dà compiutezza, vorrei dire coronamento. Per mezzo della fede ci è dato di entrare in comunicazione con l’invisibile e con l’inarrivabile. Ci è dato di potere attingere a verità eterne e persino di poter contemplare, attraverso le opere che egli compie in noi e nel mondo, Colui che dal profondo dei cieli ci ama e ci attende. Veniamo sanati dalle frustrazioni inutili e futili, perché possiamo fiduciosamente umiliarci delle nostre colpe e sentirci sollevati e consolati dalla sua mano. Paolo spiega ai credenti che la loro vita è nascosta perché il suo principio è interioree la maggior parte delle sue manifestazioni sono invisibili. Chi può dire i drammi che talora si svolgono nel profondo dell’anima cristiana? Quando assale la prova, quando il dolore ferisce, chi può vedere quali rivoluzioni avvengono talvolta senza che alcuno se ne avveda? Ma ciò che gli uomini immediatamente non vedono è visto da Dio che è appunto il nostro fermento interiore: è nascosto perche lotta con noi e per noi. La vita cristiana è nascosta anche perché non cerca la gloria di questo mondo: non fa niente che non sia alla luce del sole, ma evita i fasti e le manifestazioni esteriori. Resta umile davanti a Dio e davanti agli uomini e, finché è così, è realmente efficace. Ma vi è un’altra ragione ancora: è nascosta perché in questo mondo è solo abbozzata; è una vita in germe, in crescita, è in continuo divenire giorno dopo giorno fino all’ultimo dei giorni. Il credente morto e risuscitato con Cristo, è unito a Dio per mezzo di questa sua nuova vita che circola in noi come una linfa. Ci sono domande che dobbiamo sempre tornare a porci: siamo coscienti di possedere questa vita? E se la possediamo non la lasciamo mai ristagnare? Non ha intermittenze? Nella preghiera, nel nostro vivere quotidiano, torniamo al principio dal quale ci viene la vita: a Dio. Allora essa riprenderà il suo corso in noi verso le rive dell’eternità. Un giorno, questa nostra condizione paradossale di gente la cui vita non ha realtà nel mondo se non nella fede, nella speranza e nell’amore, verrà meno, cesserà – e colui che è la nostra vita non sarà più nascosto in Dio, ma sarà presente in tutti e in tutto. Che il nostro cuore ne provi gratitudine e gioia. AMEN.

 

Sermone a cura della nostra Predicatrice Locale, Febe Cavazzutti Rossi

 

 

 

 

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-09-06 15:40:372020-10-28 12:27:38Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 28 LUGLIO 2013 (Mt. 6:19-24; Col. 3:1-15)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 14 LUGLIO 2013 (Gv 18:33-38; testo di predicazione: Ef 2:19; Eb 13:14)

3 Settembre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

Cittadini del regno “altro”

Dei due popoli ne ha fatto uno solo

Accingendomi a preparare questa predicazione ho aperto, come faccio di solito, il lezionario Un giorno una parola alla data di oggi, per vedere quali fossero i testi indicati per il culto. Come sapete, però, il lezionario oltre ai testi espressamente intesi per il culto propone anche altri versetti biblici. Ebbene, da uno di questi versetti sono stata particolarmente colpita: è quello tratto dalla lettera agli Efesini, che ricorda come i cristiani non siano “più né stranieri né ospiti”, quindi gente di passaggio, in uno stato provvisorio e precario, bensì persone che hanno trovato una residenza stabile, sicura, eterna, la migliore che si possa desiderare, perché sono diventati “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”. Un’unica grande famiglia, come spiega Paolo nei versetti precedenti; una famiglia “allargata”, potremmo dire usando un termine di attualità, e meravigliosamente allargata in quanto, “mediante il sangue di Cristo”, giudei e stranieri sono diventati un unico popolo; anzi, lo “straniero” proprio non esiste più, è una qualifica che a nessuno può essere più attribuita, dopo che Gesù Cristo “dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione” (Ef 2: 11 sgg.). Si tratta di un versetto bellissimo, anche in considerazione del contesto al quale fa riferimento, e già questo potrebbe spiegare il fatto che abbia attirato la mia attenzione. Ma c’era una ragione in più, una ragione che non mi è risultata immediatamente chiarissima: questo versetto me ne richiamava un altro, ma quale? Alla fine, la risposta è arrivata quando il mio sguardo è caduto sul segnalibro del lezionario, segnalibro sul quale la Federazione delle chiese evangeliche in Italia ha fatto stampare il “versetto dell’anno” 2013. Questo versetto, tratto dalla lettera agli Ebrei, dice: “Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”. Ecco, era questo il versetto che mi era venuto istintivo collegare nella mia mente a quello della lettera agli Efesini. I due versetti, a prima vista, sembrerebbero quasi dire l’opposto. Scrivendo agli Efesini, Paolo mette l’accento sulla fine del pellegrinare, sulla meta finalmente raggiunta, sulla città che spalanca le sue porte, una città che è al tempo stesso cerchia familiare, grembo accogliente, comunità che trasmette un senso di appartenenza, di stabilità, di calore – che dona, soprattutto, un’identità a chi non l’ha mai avuta. Per l’autore della lettera agli Ebrei, invece, il viaggio è ancora in pieno svolgimento, l’itinerario è tutt’altro che concluso, la città è tuttora oggetto di ricerca, una ricerca piena di desiderio, illuminata dalla speranza, ma che si prevede ancora molto, molto lunga. Ho pensato, allora, che sarebbe stato interessante prendere entrambi questi versetti a base della riflessione che vi propongo oggi, e cercare di capire che cosa essi vogliono veramente dirci – o, meglio, che cosa essi vogliono veramente dire non tanto a noi, quanto di noi. Chi siamo – chi siamo chiamati ad essere? Come ci vuole il Signore: cittadini o pellegrini? Stanziali o viandanti? Come ci vuole il Signore? È questa, certo, la domanda fondamentale che dobbiamo porci e alla quale dobbiamo cercare di rispondere. Ma domandiamoci, intanto: noi, che cosa vogliamo essere, che cosa ci sentiamo? Entrambe le cose, direi: cittadini e pellegrini, stanziali e viandanti. La nostra civiltà è certamente di matrice sedentaria, tant’è vero che tende istintivamente a respingere, a rifiutare i nomadi che si accampano ai bordi delle nostre città. D’altra parte, mai come in questi tempi l’umanità si è fatta frenetica nel voler viaggiare, migrare, cercare; in senso fisico, materiale, ma anche in senso spirituale. Spesso questa irrequietezza interiore è solo segno di scontentezza, di insoddisfazione, di un’attesa frustrata; ma può anche essere un sintomo positivo, il segno della nostra incapacità di appiattirci su un’esistenza opaca e banale e il nostro continuo bisogno di cercare qualcosa di altro, di diverso, la nostra esigenza di metterci in movimento verso una meta che forse non abbiamo del tutto chiara nella mente, ma dalla quale ci attendiamo che dia un senso al nostro vivere. In questo caso – nel caso cioè in cui la nostra irrequietezza deriva dal fatto che non ci sentiamo appagati da ciò che ci circonda e, soprattutto, da ciò che noi stessi siamo – direi che ci troviamo in piena sintonia con quanto leggiamo nel versetto della lettera agli Ebrei. Tra parentesi, un’esortazione analoga la troviamo attribuita a Gesù in un vangelo apocrifo, quello che va sotto il nome dell’apostolo Tommaso: “Siate gente di passaggio”. Mi piace molto questa esortazione così straordinariamente incisiva e suggestiva, e mi sembra del tutto in linea con la predicazione di Gesù quale ci viene tramandata dai testi canonici. Il cristiano è viandante e pellegrino, dunque. Eppure, al tempo stesso, ci dice la lettera agli Efesini, il cristiano ha già concluso il suo viaggio, è già entrato nella città. Contraddizione, dunque? No, nessuna contraddizione. Due diverse angolature, piuttosto, di un’unica realtà: la realtà del regno, quel regno che Gesù è venuto ad annunciare. Il regno è una realtà che ha molti volti, ma che si caratterizza soprattutto per un tratto: è un regno che proviene da “altrove”. Così è solito parlarne Gesù. Così ne parla, in particolare, nel passo di Giovanni che abbiamo ascoltato, un passo drammatico che tutti noi conosciamo bene ma sul quale sarà il caso di soffermarci ancora una volta, perché ci può essere di aiuto nel nostro tentativo di comprendere che cosa significa essere viandanti e, al tempo stesso, stabili residenti. Il regno del quale Gesù è Signore è un regno che non segue le regole dei regni di questo mondo, né è ispirato dallo spirito che domina in essi. A Pilato, che rappresenta il regno di questo mondo, Gesù intende dire: “Il mio regno non è di questo mondo, ma è in questo mondo, e io sono nato per questo, per testimoniare in questo mondo di un regno che non è di questo mondo. Ma io lo testimonio davanti a te, lo porto di fronte a te, Pilato”. Gesù dice, in sostanza: “C’è un altro modo di essere re, è possibile un altro regno. E io sono nato per testimoniarlo, per portarlo, per introdurlo nella storia del mondo, che finora è andata invece in una maniera completamente diversa”. È come se ci fossero due regni contrapposti, in questo mondo: uno è quello del potere, l’altro quello della croce. Per Pilato, questa dichiarazione di Gesù, se solo avesse voluto e saputo ascoltarla davvero, avrebbe potuto aprire prospettive insospettate: dunque esiste un altro modo di regnare, il modo di Gesù; esiste un altro modello di regno, un regno dalle dimensioni inedite, “nuove” perché rispecchiano un “nuovo” criterio di regalità. Pilato, almeno per quanto ne sappiamo, non fu toccato dalle parole di Gesù, non fu nemmeno sfiorato dal sospetto che questo “nuovo” criterio di regalità, questo criterio di regalità “altro” potesse davvero esistere; ma, insieme a Pilato e dopo Pilato, ogni successiva generazione è chiamata (e, quindi, anche noi lo siamo) a confrontarsi con questa rivelazione: esiste un “nuovo”, un diverso modo di regnare, e si tratta di un “regnare” che significa dare la propria vita su una croce. Pilato siede su un trono; Gesù regnerà dalla croce, e prima sarà flagellato, insultato, oltraggiato. In fin dei conti, la parola chiave che contrappone i due regni è questa: verità. Pilato non sa che cos’è la verità; Gesù sì. L’antitesi, dunque, non è soltanto tra un regno del potere e un regno della croce; è anche tra un regno del potere e un regno della verità. E questa verità è “straniera” nel regno del potere, così come Gesù è “straniero” al potere in quanto ne rappresenta l’esatto opposto: non solo in questo momento in cui è “legato” (cfr. Gv 18: 24), impossibilitato a difendersi, a opporre la minima resistenza, ma in tutta la sua vita. Gesù non ha, non ha mai avuto nulla in comune con l’uomo di potere. Lo conferma anche qui, dinanzi a Pilato, allorché afferma: “per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità”. Per testimoniare: non per comandare, per imporre. Questa è una grande differenza dai regni e dai regnanti di questo mondo, che comandano, ordinano, impongono, mentre Gesù testimonia. Testimonia che cosa? La verità, appunto, ma non la sua verità, bensì la verità di Dio. Una verità di cui Gesù non si appropria, una verità alla quale Gesù non mette, per così dire, le mani addosso, proprio in quanto vuol essere e presentarsi come testimone, non come padrone della verità. Pensiamo soltanto a che cosa sarebbe stata la storia cristiana di questi duemila anni se si fosse svolta secondo il paradigma che qui Gesù indica, quello di essere semplicemente testimoni della verità e non di imporla. Pensiamo a che cosa sarebbe la nostra vita di cristiani ora, se noi sapessimo “testimoniare” la verità nel senso di viverla, di lasciarci abitare dalla verità, di diventare donne e uomini che la verità guida, ispira, fa vivere. Senza mai dimenticare che la nostra parola “martire” deriva da un vocabolo greco che significa “testimone”, e che la testimonianza può quindi talvolta identificarsi con quello che noi chiamiamo martirio. Anche questa possibilità fa parte del regno “altro”, del regno della verità che si identifica con il regno della croce. Dunque, alla domanda: chi siamo? Cittadini o pellegrini? Stanziali o viandanti?, sulla scorta di questo passo di Giovanni potremmo forse rispondere così: siamo entrambe le cose, abbiamo una doppia appartenenza, una provvisoria e una definitiva, e questo comporta una sfida che Gesù ci chiede di raccogliere. Viandanti nel regno del potere, siamo chiamati a vivere in questo regno da stranieri, in quanto (“mediante il sangue di Cristo”) siamo cittadini del regno “altro”, quello della croce e della verità. Impariamo dunque una buona volta, sorelle e fratelli, a essere stranieri – stranieri a ogni logica di potere, di sopraffazione, di intolleranza – per diventare davvero cittadini, per riscoprire la nostra vera identità di “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”. Che il Signore ci guidi. Amen

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-09-03 19:46:592020-10-28 12:27:27Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 14 LUGLIO 2013 (Gv 18:33-38; testo di predicazione: Ef 2:19; Eb 13:14)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 7 LUGLIO 2013 (Is 43:1-7; Mt 28:16-20)

3 Settembre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

Domenica 7 Luglio è stata una giornata speciale. I giovani evangelici del Nord Italia che si riconoscono nella F.G.E.I. (Federazione Giovanile Evangelica Italiana) hanno tenuto un “precongresso” in vista del grande Congresso nazionale in autunno. Il tutto per unire, in un grande spirito fraterno, i  giovani e le giovani delle Chiese Battiste, Metodiste e Valdesi con proposte, idee ed obiettivi . I giovani hanno scelto di condividere con la nostra comunità il momento del culto, prendendosi carico dell’organizzazione della liturgia e della predicazione.

Ecco quindi il testo del sermone, tenuto da Stefano Bertuzzi, della Chiesa Evangelica Metodista di Trieste e consigliere della F.G.EI.

Tu sei prezioso ai miei occhi

Tu sei prezioso

“Quale dichiarazione d’amore intensa e straordinaria è quella che fa il Signore, per mezzo delle parole del profeta Isaia, nei confronti del suo popolo: “Tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo!”; “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!”. Un annuncio, oltre che di amore, anche di salvezza. Forse uno dei più caldi, avvolgenti e forti dell’antico testamento, che troviamo, tra l’altro, in uno dei libri caratterizzati da parole di condanna tra le più severe e dure di tutta la Scrittura. Dobbiamo precisare però, che a differenza dei primi capitoli dello stesso libro, scritti probabilmente da Isaia in persona, qui ci troviamo di fronte alle parole del cosiddetto Deuteroisaia, un secondo profeta con lo stesso nome del primo, o forse, addirittura, un gruppo di profeti provenienti dalla “scuola” del primo. E questo profeta, si trova a predicare in un tempo ed in un contesto molto differenti rispetto al primo, cioè nel sesto secolo prima di Cristo, durante l’esilio di Israele in Babilonia. Se avete avuto modo di seguire il percorso che la Fgei – la Federazione Giovanile Evangelica Italiana – ha fatto negli ultimi anni, vi ricorderete che il tema del sermone consigliato per il culto giovani nel 2012 era centrato sul capitolo 29 del libro di Geremia, profeta che anch’esso si rivolge agli esiliati in Babilonia attraverso – tra i molti altri – lo storico versetto 7: “Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene”. Seguito, poco più avanti, da un’altra frase d’amore: “Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; io mi lascerò trovare da voi”. Qui però, quello stesso sentimento d’amore che troviamo in Isaia è “a parti invertite”: sarà Israele a cercare con tutto il suo cuore il Signore; sarà Israele ad amarlo! D’altra parte Geremia è un profeta concreto, quasi un “politico” – come lo avevamo definito durante il culto organizzato a Trieste su questo tema – il quale vuole indicare al popolo la strada da seguire per una permanenza serena in Babilonia e per un rapido ritorno in patria. Isaia, il cui nome in ebraico significa “il Signore ha salvato”, è invece il poeta della fede, il profeta – appunto – della salvezza. Possiamo dire quasi che, mentre Geremia sembra parlare alla testa, al cervello, Isaia invece si rivolge al cuore – o forse di più – direttamente alle membra di chi lo ascolta. Due esperienze profetiche straordinarie e complementari che racchiudono l’eccezionale unicità della voce del Signore. Nei pochi versetti di Isaia che abbiamo letto quest’oggi, quella voce di Dio è capace di ripercorrere metaforicamente – ma anche pragmaticamente – la storia del rapporto con il suo popolo: “Cosí parla il Signore, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele”. Un chiaro riferimento sia alla creazione del genere umano sia alla scelta della discendenza di Abramo, Isacco e poi Giacobbe – o Israele – come popolo eletto. Ma ci sono anche i riferimenti all’attraversamento delle acque – e il pensiero va subito a quelle del Mar Rosso – così come quello del fiume; due attraversamenti che fanno pensare all’inizio e alla fine dell’esodo, con l’ingresso glorioso nella terra promessa attraverso il Giordano. E poi ancora il fuoco, nel quale Dio si è manifestato più volte e in diverso modo. Un fuoco che diventerà persino lampada al piede che non brucia ma illumina il sentiero, e guida nel cammino. Tuttavia il Signore non si ferma alla storia, al passato: così, dopo la dichiarazione d’amore, scopriamo la profezia, la promessa: “Non temere, perché io sono con te; io ricondurrò la tua discendenza da oriente, e ti raccoglierò da occidente”. Il Signore, dunque, non ama “e basta”: il suo amore si tramuta in azioni tangibili, in questo caso nel ritorno dall’esilio in Babilonia verso la terra della promessa, nella riunificazione della sua grande famiglia con Lui stesso. Un impegno tremendamente importante per un popolo che certamente si sentiva solo e abbandonato e che, probabilmente, iniziava a dubitare della potenza, se non addirittura della presenza del suo Dio. Ora, con queste parole, il Signore di Israele gli dona nuova speranza: Lui c’è, è forte, lo ama, lo ricondurrà nella terra che gli appartiene, ricreando la Sua comunità, la Sua famiglia. Eppure la promessa e la profezia che leggiamo nel capitolo 43 di Isaia contengono qualcosa di più. La Parola che illumina e guida qui non è soltanto rivolta al popolo di Israele in esilio, ma interessa tutte e tutti noi: “Dirò al settentrione: «Da’!» E al mezzogiorno: «Non trattenere»; fa’ venire i miei figli da lontano e le mie figlie dalle estremità della terra : tutti quelli cioè che portano il mio nome, che io ho creati per la mia gloria, che ho formati, che ho fatti”. I figli e le figlie di Dio devono giungere a lui “da tutte le estremità della terra”, da ogni luogo su questo pianeta per riunirsi in quella grande famiglia di cui dicevamo poco fa. Ed è impossibile non rileggere queste parole alla luce di quanto detto da Gesù in Matteo al capitolo 28: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. “Tutti i popoli”! “Le estremità della terra”! Ecco che qui scopriamo come il Signore non si rivolga soltanto al popolo di Israele: la chiamata di Dio avviene per tutte e tutti in maniera collettiva, ma nel contempo è anche personale! E lo stesso vale per le sue dichiarazioni d’amore. Sorelle e fratelli, il Signore chiama per nome ognuna e ognuno di noi: in “Giacobbe”, in “Israele”, oggi leggiamo Federico, Alberto, Caterina. “Ti ho chiamato per nome, tu sei mio”! Ciascuna e ciascuno può sentirsi ora formato da Dio, riscattato dal giogo della schiavitù; può appartenere a Lui nella libertà che Egli ci dona con la Sua infinita bontà. Adesso siamo finalmente consapevoli che quando ci troviamo ad affrontare le acque tempestose delle nostre tribolazioni, i fiumi in piena fatti di ostacoli all’apparenza insormontabili, il fuoco dei problemi quotidiani dai quali, spesso, ci sentiamo divorati, Egli è con noi per darci forza, coraggio, aiuto e soprattutto protezione. Ciascuna e ciascuno di noi è prezioso ai suoi occhi: prezioso per come è, prezioso perché è una sua figlia o un suo figlio. Il Signore, dunque, ci ama personalmente. Il Signore, dunque, ci salva personalmente! Preparando il sermone di oggi ho incrociato una frase che mi ha molto colpito e che credo descriva bene l’importanza che deve avere Dio nelle nostre vite, anche e soprattutto alla luce delle parole che abbiamo appena letto, anche e soprattutto alla luce delle sue dichiarazioni di amore, aiuto e protezione: “dobbiamo smettere di dire a Dio quanto grandi siano i nostri problemi e cominciare a dire ai nostri problemi quanto grande sia Dio”! Sorelle e fratelli, siamo qui oggi a celebrare una domenica “speciale”, un culto che noi giovani abbiamo voluto condividere con questa bellissima e accogliente comunità, all’interno di una serie di incontri giovanili che hanno attraversato tutto il nord Italia. Incontri che fanno parte, a loro volta, di un percorso molto più ampio di avvicinamento al Congresso della Fgei, previsto nel prossimo autunno. E in questa giornata abbiamo voluto sentirci tutte e tutti insieme chiamati a far parte della stessa comunità, della stessa famiglia. Se, infatti, è vero che il messaggio di Isaia è rivolto al popolo di Israele in esilio, e contemporaneamente a ciascuno e ciascuna di noi – passando dunque dal “collettivo” al “personale”, con l’avvento di Gesù quell’annuncio percorre anche la strada inversa. L’“Io sono con te” di Isaia diventa l’“io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” che abbiamo letto in Matteo. La promessa del Signore è dunque quella di rimanerci accanto, come singoli ma anche – e forse soprattutto – come comunità. E in quanto giovani della Fgei – anche se, a dire il vero, non molto numerosi in questa occasione – in quanto giovani battisti, metodisti e valdesi, in quanto giovani delle – e nelle – nostre chiese, vogliamo oggi condividere con voi il messaggio di unità che ci è stato dato: unità nelle differenze, nelle diverse radici e storie personali; unità tra generazioni e culture a volte lontane; unità nell’amore unico che il Signore dimostra a noi, alla sua chiesa e al suo popolo. Popolo che ha riscattato e salvato, e accanto alla quale sarà per i secoli dei secoli. Amen”

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-09-03 19:35:252020-10-28 12:27:16Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 7 LUGLIO 2013 (Is 43:1-7; Mt 28:16-20)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 30 GIUGNO 2013 (Ez 34:11-16; 1Tm 1:15-16; testo di predicazione: Lc 19:1-10)

2 Settembre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

SOLA GRATIA

In questa notissima pericope di Luca possiamo riconoscere una delle tante variazioni che il Nuovo Testamento ci offre su un unico tema, un messaggio che è il nucleo, il cuore dell’evangelo: la salvezza per grazia. Ebbene, nella storia di Zaccheo l’annuncio della salvezza per grazia – questo annuncio di una serietà estrema, l’annuncio cruciale, determinante per ciascuno di noi – viene trasmesso in una forma imprevedibile: sotto forma di commedia. Sì, proprio così: di commedia. Sappiamo che questa parola denota un lavoro teatrale divertente per intreccio e per dialogo e, nel significato più antico del termine (quello usato anche da Dante) un’opera letteraria che narra una vicenda a lieto fine; e tutti questi caratteri noi li ritroviamo nel nostro racconto. Un racconto evangelico che, non a caso, affascina i bambini e ha un grande successo quando viene proposto alla scuola domenicale. La scena è Gerico, una città della Giudea il cui nome è familiare al lettore della Bibbia; all’epoca era stata riedificata da Erode il Grande, che l’aveva dotata di un ippodromo e di un anfiteatro. Una città ricca, dunque. E “ricco”, ci informa Luca, è anche il protagonista, Zaccheo; ricco di una ricchezza male acquistata perché gli derivava dalla sua professione di “capo dei pubblicani”, cioè dei collettori di tasse per conto della potenza occupante, i romani. I pubblicani erano odiati e temuti dai loro connazionali, e sapevano bene di esserlo. Potremmo dunque aspettarci di trovarci di fronte a un personaggio da un lato conscio del suo status e del suo potere, e quindi freddo e altero, dall’altro emarginato, e quindi cupo, diffidente, scostante; una figura, in ogni caso, drammatica ben più che comica. Ma Zaccheo è tutt’altro. Non è un notabile che incede tronfio e solenne; è un ometto “piccolo di statura” e curiosissimo, deciso a tutti i costi a dare almeno una sbirciata a questo famoso predicatore itinerante di passaggio per la città. Sembra di vederlo correre affannosamente qua e là come un topolino, allungando il collo per cercare di riuscire a vedere qualcosa tra la folla, e alla fine rischiare di esporsi al ridicolo, nonché alla possibilità di una caduta rovinosa, comportandosi come un ragazzino, arrampicandosi su un albero. Zaccheo è proprio un personaggio da commedia; ed è irresistibilmente simpatico. Simpatico non soltanto per il suo modo di agire così buffo ma così spontaneo, ma perché questo suo impuntarsi a voler vedere Gesù lo presenta come una persona non appagata di sé, del proprio ambiente, della propria vita; lo presenta come un ricco che, tuttavia, sente dentro di sé una povertà sostanziale, sente un vuoto. Il rabbi itinerante ha fama di taumaturgo; e forse, inconsciamente, Zaccheo sente di avere anche lui bisogno di un intervento miracoloso. E l’intervento miracoloso si verifica, nella forma semplicissima di un dialogo. Un dialogo condotto nel segno della spontaneità – della stessa spontaneità che aveva spinto Zaccheo ad arrampicarsi sul sicomoro – e della festa. Perché qui si parla di un invito a casa, un invito a casa che certamente implica un invito a pranzo, e i banchetti hanno sempre qualcosa di festoso. Ma l’invito a casa, in questa circostanza, avviene in una forma davvero singolare: perché non parte dal padrone di casa, parte dall’ospite, dall’invitato che si autoinvita, contravvenendo a tutti i precetti della buona educazione. E non si tratta nemmeno di una richiesta, dell’espressione di un desiderio: “mi piacerebbe fermarmi a casa tua, posso essere tuo ospite?”. No, è un’affermazione perentoria quella di Gesù: sbrigati a scendere da quell’albero, dice a Zaccheo, “perché oggi debbo fermarmi a casa tua”. A Zaccheo non viene lasciata alcuna possibilità di scelta: la visita deve avvenire oggi, non in un altro giorno; e non è rinviabile, perché si tratta di una necessità assoluta: “oggi debbo fermarmi a casa tua”. Preso così alla sprovvista, per giunta pubblicamente stanato dal suo nascondiglio tra i rami dell’albero, Zaccheo potrebbe sentirsi a disagio, imbarazzato, anche offeso. Al contrario: è felice dell’invito di Gesù, e probabilmente è anche gratificato, perché si sente prescelto: proprio lui tra i tanti, proprio lui in mezzo a quella grande folla che gli impediva di vedere. Lui che si sforzava faticosamente di vedere, è stato visto. È, la sua, la gioia di chi sente che sta per accadergli qualcosa di molto importante, qualcosa che darà alla sua vita una svolta, ma una svolta in positivo. La sua vita verrà capovolta e rinnovata, addirittura ri-creata. Il senso di quanto sta avvenendo è già anticipato nella prima parola che gli rivolge Gesù: è il suo nome, “Zaccheo”, che significa “Dio ricorda”. Dio “si ricorda” dell’essere umano e con questo “ricordarsi” di lui gli dà la vita: “si ricorda del suo santo patto, del giuramento che fece ad Abramo nostro padre, di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita”, canta il quasi omonimo di Zaccheo, Zaccaria (Lc 1: 72-75). Questo ricordo, questa memoria costante di Dio nei confronti di ciascuna delle sue creature, nel caso di Zaccheo si manifesta innanzitutto nello sguardo che Gesù rivolge al pubblicano, e poi nella sua strana e un po’ scandalosa decisione, commentata dalla folla con un mormorio indispettito e probabilmente un po’ invidioso. Perché non solo Zaccheo ha visto Gesù, non solo Gesù ha visto Zaccheo, ma anche la folla ha visto. Che cosa ha visto la folla? Che Gesù “è andato ad alloggiare in casa di un peccatore”. Verissimo. Tanto vera, questa affermazione, che è lo stesso Zaccheo a confermarla implicitamente, con la sua promessa di restituire il quadruplo di ciò che ha frodato. Un’altra conferma viene dallo stesso Gesù, quando afferma di essere venuto “per cercare e salvare ciò che era perduto”. Che Zaccheo sia un peccatore è, dunque, fuori discussione. Ma anche qui sentiamo la cadenza lieve della commedia. Il dramma è completamente assente da questa scena. Zaccheo prende coscienza della sua condizione di peccatore, eppure non se ne sente sopraffatto, non è spinto alla disperazione; tutt’altro. Perché il momento in cui se ne rende conto è lo stesso momento in cui sa che il peccato gli è stato perdonato. Se, dunque, la folla mormora “è andato ad alloggiare in casa di un peccatore” sottintendendo “che vergogna!”, Zaccheo si ripete la stessa frase sottintendendo “che meraviglia!”, e Gesù la sottoscrive dichiarando “questo è il mio mestiere, di venire a cercare e salvare i peccatori”. Il mestiere di Gesù, come ribadisce anche il v. 15 di 1 Tm (“Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”); il mestiere di Gesù che è lo stesso mestiere del Padre suo, come ci ricorda, tra tanti, il passo di Ezechiele che mostra il Signore come Pastore di Israele, alla ricerca della pecora perduta. Come il Padre suo, e al contrario della folla, Gesù i peccatori li cerca per salvarli, non per giudicarli. Non giudica nemmeno Zaccheo. A Gesù non interessa il peccato di Zaccheo, gli interessa l’azione di grazia operata dal Padre per mezzo suo: “oggi la salvezza è entrata in questa casa”. Ecco perché tanta urgenza: era in gioco la salvezza di Zaccheo. E il fatto che Zaccheo sia stato fatto oggetto di grazia, abbia ricevuto il dono della salvezza, lo si comprende anche dall’altro dono che Zaccheo contemporaneamente riceve da Gesù: quello di una ritrovata identità. Le parole che rivolge a Gesù sono infatti le parole gioiose di una persona che ha trovato, o ritrovato, la libertà – da che cosa? Dal peccato, certamente; ma da un peccato che si esprimeva sotto forma di ruolo obbligato, di maschera oppressiva (il ruolo, la maschera del collaborazionista, del profittatore, del disonesto) che nascondevano e soffocavano la vera identità del peccatore, l’identità di “figlio d’Abraamo”. È notevole che questa stessa espressione venga usata da Gesù in un altro straordinario episodio riportato da Luca, quello della guarigione della donna che da ben diciotto anni “era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi”. Anche in questo caso, Gesù rivendica vigorosamente il diritto della donna a riacquistare non solo la salute fisica, ma la propria identità: “E questa, che è figlia di Abraamo … non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?” (Lc 13: 11, 16). Anche su Zaccheo gravava un peso che ne deformava non i lineamenti esterni, ma la fisionomia interiore. Anche Zaccheo, dunque, è stato oggetto di una guarigione; anche Zaccheo, sia pure metaforicamente, è stato fatto rialzare. E anche nel suo caso, come in quello della donna rattrappita, la guarigione coincide con il recupero di un’identità che è tutt’uno con il recupero della dignità, quella dignità che deriva dall’appartenenza alla nobilissima stirpe dei “figli di Abraamo”. È proprio una splendida commedia, la storia di Zaccheo. Non solo perché ha un lieto, lietissimo fine. Ma anche – e soprattutto – perché mostra con quale finissimo umorismo agisca Gesù. L’effetto umoristico, lo sappiamo, si ottiene giocando con ciò che è incongruo, spiazzante; ed è proprio così che si comporta Gesù. Non dovrebbe andare a casa di un peccatore, e ci va. E colui che era perduto si ritrova invece salvo, trasformato per giunta in un uomo generoso e disponibile. Sorelle e fratelli, forse la dottrina della salvezza per grazia potremmo tradurla così: renderci disponibile all’umorismo di Dio. Al suo coglierci di sorpresa, venendoci a trovare quando non ce lo aspettiamo. Al suo fare, di noi perduti, dei salvati, rivestiti della dignità di figli di Dio. Da parte nostra, basta che lo vogliamo cercare – anche se non riusciamo a vederlo, Lui riesce sempre a vedere noi. Basta cercarlo senza stancarci, e accoglierlo quando ci dice “oggi debbo fermarmi a casa tua”. Perché a ciascuno di noi lo dice, o lo dirà; e quello è il momento propizio, l’attimo da cogliere, il kairòs, e non c’è alternativa: o afferrarlo subito, o perderlo per sempre. E se lo accoglieremo, anche per noi la sua visita sarà occasione non di un giudizio, ma di un evangelo, del lieto annuncio che “oggi la salvezza è entrata in questa casa”. Amen

Sermone a cura della nostra Pastora, Caterina Griffante

 

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2013-09-02 23:08:572020-10-28 12:27:02Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 30 GIUGNO 2013 (Ez 34:11-16; 1Tm 1:15-16; testo di predicazione: Lc 19:1-10)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 16 GIUGNO 2013 (Mt. 7:12-23; 1Pt 1:3-7 e 21-25; testo di predicazione: Gen. 1:9-13))

2 Settembre 2013/in Archivio/da chiesametodistapadova

LA BELLEZZA DELLA CREAZIONE

CreazioneLe due descrizioni della creazione che sono contenute nel libro della Genesi, possono essere viste come una specie di racconto di quello che l’uomo antico timoroso di Dio si figurava circa le origini del mondo e che, a un certo punto, è stato messo in scrittura. Ma non è così. Come la moderna esegesi ci insegna, non ci troviamo di fronte a un racconto ma a uno straordinario concentrato di dottrina che è stata distillata nel corso di molti, molti secoli. Nei pochi versetti sulla creazione tutto è calcolato, giustificato, precisato: ogni frase, addirittura ogni singola parola ha un suo codice di lettura che, a sua volta, richiede studio, riflessione, approccio umile per leggerne il senso profondo. Un compito al di là di quello potremmo nemmeno lontanamente affrontare qui, oggi, in una calda domenica di estate. Però possiamo fare un piccolo passo: in quei pochi versetti che abbiamo letto possiamo cogliere alcuni piccoli segni significativi per noi, per rallegrarci e aprire il nostro cuore alla lode. Nel terzo giorno della creazione, Dio compie due opere. La prima è un atto di saggezza: pone dei confini e determina dei limiti. La seconda è di depositare nel cuore della scura terra il primo grado di vita organica. In ebraico la parola vita non è la stessa usata per gli animali: ma è comunque vita vera. E il verde, che diventa la veste della terra, è distinto in erbe e in alberi. Tutte le erbe sono i primi amici soccorrevoli che Dio ha posto sulla terra per l’umanità. Dio ci ha dato gli alberi come amici soccorrevoli, aperti ad offrirci rifugio, nutrimento, bellezza, conforto e guarigione. Penso talvolta che, forse, chi ama le erbe della terra è più capace di intuire l’amore di Dio. Purché questo amore per la bellezza del verde non si limiti a una dolcezza emotiva fugace quanto inutile. E non sia neppure un amore egocentrico, che cerca di trarre il massimo dei benefici con il massimo dello sfruttamento: questo è il genere di amore di cui gli uomini e le donne del mondo sono prodighi come, purtroppo, ci è fin troppo noto. È necessario possedere e mettere in atto quella scintilla dell’amore gratuito che viene dall’alto e che – secondo il pensiero teologico metodista – Dio ha sicuramente posto come dono di grazia in ogni umana creatura che viene al mondo: un amore intelligente, curioso, che cerca, che osserva, che impara a capire e sa avere cura. Se è così fatto non cadrà nell’errore di scambiare la creatura con il Creatore. Infatti, Dio ha posto confini e limiti e la distanza fra creatura e Creatore è siderale, come lo sono le galassie dal nostro minuscolo pianeta.La nostra struttura di umani è molto simile a quella di un albero perché, come l’albero, siamo su tre livelli fra loro in strettissima interdipendenza:

– un livello profondo e nascosto, dove è radicato e dove trova nutrimento;

– la superficie dove cresce e attinge energia vitale, dove si esprime, produce bellezza nelle sue stesse forme, e generosità nell’abbondanza dei frutti;

– e poi i cieli, verso cui si drizza perché solo da lì può catturare la luce e il calore del sole, per scambiare gli elementi vitali e, a sua volta, rendere pura l’aria, l’elemento primario di vita.

Anche noi abbiamo radici profonde, che vengono da molto lontano e sono nascoste nel nostro io. Cresciamo, ci esprimiamo e ci muoviamo nei vari ambiti delle umane società, ma se il nostro spirito non si drizza verso i cieli infiniti per trovare la luce e il calore che accendono in noi la capacità di amare, anche se biologicamente viviamo, siamo morti. Dio ha visto il difficile vivere dell’umanità che ha abbandonato i perfetti equilibri posti nella creazione. Diversamente da quello che credono le antiche religioni e, oggi, il cattolicesimo – cioè, che la natura umana è buona – il protestantesimo afferma che la natura umana è cattiva: è malata, si è corrotta, non è più in grado di produrre frutti sani. Per questo Dio ha posto un figlio d’uomo sulla terra, che ha la bellezza e la perfezione del primo albero della creazione. Un Figlio in cui non esiste frattura fra i tre livelli della vita e in cui è pienamente realizzata l’intercomunione fra cielo e terra. Gesù lo dice molte volte: In verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non la vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente (Giov.5,19). L’intima interazione fra cielo e terra produce quello che l’evangelo chiama frutti buoni: in altri termini, produce opere che sono frutto di amore. E Gesù dice ancora: Non vi è amore più grande di quello di dare la propria vita (Giov.15,13). Questa è la grandezza dell’amore nel quale siamo invitati a entrare. È l’amore di colui che si è spogliato della gloria di Dio, si è umiliato fino alla morte peggiore riservata ai malfattori, e per questo suo dono Dio lo ha risorto e lo ha elevato al di sopra di tutte le cose. Un amore indelebile, alto e fulgido oltre i secoli, al di sopra della storia, eppure all’altezza minima del minimo degli esseri umani: perché possa credere e in quella fede trovi vita nuova. Non c’è persona che non aspiri a opere alte, di valore. Ma non inganniamoci: siamo tutti piante malate, siamo tutti alberi storti al di là delle belle apparenze, e siamo del tutto incapaci di produrre frutti sani. Tutti, senza eccezione. È per questo che Dio ci ama. Per questo ci ha donato il modello dell’amore perfetto, vale a dire della pienezza di vita: in modo che ci vediamo brutti come siamo realmente ma non disperiamo, anzi con fede ci affidiamo a Lui e a Lui solo. Il dono del Figlio, il dono del Cristo alla umanità è talmente grande, non misurabile, che – dice l’apostolo – gli angeli desiderano fissarvi lo sguardo. Non dobbiamo mai perdere il senso della grandiosità di questo dono e viverlo per fede con costanza. Allora Egli viene e ci trasforma: da esseri deboli e malati quali siamo, ci fa essere testimoni credibili dell’amore del Cristo, rigenerati dalla parola di Dio viva ed eterna che abbiamo ascoltato anche oggi e che ci accompagnerà sempre. Non saremo mai più soli. Lo sappiamo per esperienza: non è una strada facile. Come tutti quelli che percorrono le strade del mondo, dobbiamo affrontare dolori che a volta sembra vogliano schiacciarci. Teniamo dunque salda la fede che è più preziosa dell’oro finissimo: non siamo soli a combattere. Il Cristo ha combattuto per noi e ha vinto per noi: non per un’ora o un giorno, ma per l’eternità. L’ultimo capitolo dell’ultimo libro delle Scritture, l’Apocalisse, raffigura la città di Dio oltre il tempo, al centro della quale c’è l’albero della vita le cui foglie curano le nazioni. E allora, è scritto, non sarà più notte e Dio sarà luce per i suoi figli per l’eternità. (Ap., 22;1-5). Rallegramoci, carissimi, amiamoci gli uni gli altri, in lui il nostro cuore si rallegri e trovi pace. AMEN

 

 

Sermone a cura della nostra Predicatrice Locale, Febe Cavazzutti Rossi

 

 

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