Chiesa Evangelica Metodista di Padova
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Sermone: Alla nave in alto mare serve una meta

4 Gennaio 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Tante persone vorrebbero sapere che cosa porterà l’anno che è appena iniziato. Abbiamo tante attese all’inizio di un anno nuovo. C’è qualcuno che spera di trovare finalmente l’amore della sua vita, c’è qualcun altro che è alla ricerca di lavoro, c’è qualcuno che spera semplicemente in una vita serena e tranquilla. Chi sa se quest’anno potrà realizzare questi desideri. Se in questo periodo compriamo dei giornali, possiamo essere sicuri di trovare un oroscopo dentro che ci spiega come sarà l’anno nuovo. Voi li leggete? Io mi ricordo bene che li leggevo al tempo del liceo insieme alle mie amiche. Mi sono divertita molto con queste previsioni, fino al momento in cui ho capito che qualcuno prendeva queste stupidaggini sul serio. Da lì ho smesso di leggere gli oroscopi.

Rimane il fatto, che tante persone all’inizio di un anno nuovo alzano lo sguardo per vedere se c’è qualcosa di stabile in questo mondo. Cercano un appoggio, un aiuto per non annegare nel mare mosso della vita quotidiana.

Il testo biblico previsto per oggi parla della proclamazione di un anno accettevole del Signore. Un anno nel quale gli schiavi diventano nuovamente persone libere, un anno nel quale tutta la terra che era stata venduta viene data in retro al padrone originario, un anno di giubilo davanti al Signore.

Ascoltiamo il vangelo di Luca capitolo 4 i versetti da 16-21.

16 (Gesù) Si recò a Nazaret, dov’era stato allevato e, com’era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, 17 gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov’era scritto: 18 «Lo Spirito del Signore è sopra di me; perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19 e a proclamare l’anno accettevole del Signore». 20 Poi, chiuso il libro e resolo all’inserviente, si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. 21 Egli prese a dir loro: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite».

Sarebbe bello entrare nell’anno nuovo con gli occhi fissi in Cristo, come gli ascoltatori della piccola sinagoga di Nazaret. Perché anche noi, che non crediamo alle profezie degli oroscopi, abbiamo bisogno di un punto fermo, anche noi vogliamo fissare gli occhi in qualche cosa o qualcuno.

Mi chiedo se sarebbe possibile vivere senza questo punto fermo. Penso di sì, ma sarebbe una vita lasciata vagare a caso, secondo le circostanze liete o tristi che incontriamo giorno per giorno. Forse esistono più persone di quante pensiamo che vivono la loro vita così, senza meta, senza speranze, senza una linea chiara. Persone che si lasciano trascinare dalla vita senza cercare neanche di trovare un punto fermo. Come una barca che rolla nelle onde della vita, senza timone, senza bussola, senza meta.

Quando Gesù parla nella sinagoga di Nazaret, è all’inizio del suo ministero. Ha già predicato a Capernaum, ha già guarito le prime persone, ma adesso torna nella città nella quale è cresciuto e questo è sempre un momento speciale. Per quasi venti anni egli aveva frequentato questa sinagoga, prima di andarsene via da casa per farsi battezzare da Giovanni e per predicare il vangelo. Le persone lì lo conoscevano così come anche i suoi genitori.

È una cosa incredibile quella che Luca ci racconta. A Gesù viene dato da leggere nella sinagoga il grande rotolo sul quale era scritto il libro del profeta Isaia, lui lo apre e trova, non sappiamo se era il testo previsto o una scelta ispirata – trova il passo «Lo Spirito del Signore è sopra di me; perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19 e a proclamare l’anno accettevole del Signore». Fino qui è ancora tutto normale. Era normale che gli uomini – autorizzati da chi presiedeva la liturgia della sinagoga leggessero passi della Torah e potessero anche interpretare questi passi. La cosa incredibile è che Gesù parla di tutte le speranze e dei desideri che si trovano espressi in questa parola profetica e non li interpreta facendo riferimento ad una figura messianica che verrà in futuro. No, dice semplicemente «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite» A questo punto si conclude anche il testo della predicazione e in tal modo il racconto è ancora più concentrato.

Gli ascoltatori nella sinagoga reagivano con molta probabilità come faremmo anche noi oggi: brontolavano, lanciavano accuse e alla fine – e spero però che questo limite noi non lo raggiungiamo – cercavano di uccidere Gesù che però dopo essere passato tra di loro, se ne andava.

Ma, viene da chiedersi: Gesù gioca con i desideri e le speranze di queste persone? Li prende sul serio con le loro preoccupazioni e i loro affanni? Guardiamo ancora una volta nel testo. Di che cosa si tratta? L’evangelo, la buona novella sarà portata ai poveri. Ai prigionieri sarà annunciata la liberazione, i ciechi ricuperano la vista, gli oppressi saranno rimessi in libertà e sarà proclamato l’anno accettevole del Signore. – In questo programma si trova del materiale esplosivo. In questo programma possiamo trovarci anche noi con i nostri desideri e speranze. E adesso viene uno che dice: Oggi, si è adempiuta questa Scrittura.

No, Gesù non gioca con i sogni degli uomini. Forse li prende addirittura più sul serio di quanto loro li prendano sul serio, ma dá una nuova direzione alla speranza. Gesù dà una meta alla barca della vita che viene mossa dalle onde. E questa meta è lui stesso. Non si tratta di singoli desideri che ognuno di noi ha continuamente. Le aspirazioni non cedono mai e ciò che è bene non sarà mai abbastanza bene. Gesù però non parla di questi singoli desideri, ma dell’essere umano nella sua totalità. Egli ci dice: se voi volete fidarvi di me, se voi volete credere in Dio, così tutto ciò si è adempiuto oggi per voi. Gesù ci parla di un mistero che anche oggi non è facile da comprendere. Anche oggi si può rispondere: ma sono ancora in prigione, sto ancora male, sono sempre povero, sempre oppresso – insomma, non è cambiato niente.

E comunque il cambiamento è possibile. Penso a Dietrich Bonhoeffer che è stato in prigione fino alla morte e comunque era capace di respirare vita e libertà. Penso a tanti malati che non si lasciano abbattere da una malattia, anche da malattie gravi, ma vivono la loro vita così com’è, nella piena speranza nel Signore. Gesù punta al cuore del messaggio biblico in cui tante persone sperano. Lo porta ad una meta e questo vuol dire: affidarsi all’amore di Dio che è diventato visibile, tangibile, comprensibile in Gesù Cristo.

Anche noi siamo in pericolo proprio all’inizio di un anno nuovo, di agire secondo le nostre speranze e desideri così come facevano gli ascoltatori di Gesù nella sinagoga di Nazaret. Hanno pensato troppo in piccolo, non riuscivano a sperare in qualcosa di grande, non potevano vedere tutto, non riuscivano a fidarsi totalmente.

Questo problema umano che ci porta ad avere uno sguardo troppo corto, viene ben sfruttato dalla pubblicità che ci promette le piccole cose della vita. ‘Se compri questo profumo diventi bella e desiderabile. – Se compri questa macchina sei un uomo di classe – Se possiedi questa poltrona ci sarà tranquillità nella tua casa.’ Conosciamo queste promesse e in certi momenti di lucidità possiamo addirittura ridere di tutto ciò che abbiamo e accumuliamo e sappiamo quanto poco queste cose ci servano davvero. Gesù va con il suo programma contro tutti questi piccoli desideri che soddisfanno oggi e fanno venire altre speranze domani.

Oggi si è adempiuto tutto. Anche se rimangono comunque certi singoli desideri. Gesù cambia la prospettiva, ci dà un’altra meta, una meta che è già oggi da intraprendere e che è il fondamento di ogni annuncio cristiano. La meta è Dio, o diciamo: la meta è che noi ci lasciamo orientare in direzione di Dio. Questo orientamento, questa fiducia è ciò che dà un senso e una meta nella vita. La speranza che i nomi dei credenti sono davvero scritti in cielo nel libro della vita e che con questo noi facciamo parte di un altro regno.

Non dobbiamo vivere secondo le leggi che questo mondo vuole dettarci. Non dobbiamo fare tacere le nostre speranze con cose che producono solo nuove speranze e nuovi desideri. Non dobbiamo rollare leggermente in alto mare senza possibilità d’uscita. Siamo liberi, per noi l’anno accettevole del Signore è già iniziato.

Gesù ci fa vedere un punto fermo in questa vita, una meta che è degna di essere seguita, una via che porta fuori dalle tenebre della notte e dell’ubriachezza e porta nella luce del giorno dove possiamo essere sobri e pieni di gioia vera per ciò che rende davvero liberi.

Vorrei che ricordassimo all’inizio di questo nuovo anno dove si può trovare questa libertà. Nell’orientamento verso Dio e nella fiducia nel suo amore. Tenetevi questa meta davanti agli occhi e questa speranza nei vostri cuori. Siamo ancora nel periodo natalizio, solo poco fa abbiamo ascoltato dell’inizio di questa speranza, lasciamola crescere nel corso di quest’anno e plasmiamolo nella speranza dell’amore di Dio.

Amen

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-01-04 16:52:012020-10-26 11:41:05Sermone: Alla nave in alto mare serve una meta

Sermone: Alziamoci insieme ai pastori

25 Dicembre 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

Ai miei figli piacciono tantissimo i presepi e in questo periodo, come ben sapete, ce ne sono dappertutto. Dal panettiere, alla stireria, in farmacia: ogni negozio ha un presepe più o meno grande nella vetrina e i miei bambini li devono guardare tutti, ogni giorno di nuovo. – Il presepe racconta una storia, proprio quella che abbiamo ascoltato anche nella lettura biblica. Luca parla di Cesare Augusto, di Maria che è in viaggio con Giuseppe verso Betlemme, della stalla con la mangiatoia che è diventata culla e della moltitudine dell’esercito celeste. Aggiungiamo il bue, l’asino e i re magi che fanno parte di altri racconti biblici e abbiamo tutta la storia davanti agli occhi.

Oggi vorrei parlare con voi della seconda parte del racconto natalizio. Ciò che succede quando il miracolo del Natale è già quasi passato: gli angeli sono scomparsi, il cielo si è nuovamente chiuso, la notte è scura tanto quanto lo era prima. Questa è la situazione del mattino dopo, quando pian pianino c’è di nuovo chiarore e sorge il nuovo giorno con la sua quotidianità ed il lavoro che dev’essere fatto.

Leggo Luca 2,15-20

15 Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». 16 Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; 17 e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. 18 E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. 19 Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. 20 E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato loro annunziato.

Non sarebbe stato così assurdo se i pastori si fossero stropicciati gli occhi e avessero continuato a fare il loro mestiere come ogni giorno. Ma che fine avrebbe fatto il messaggio degli angeli? Chi ci avrebbe raccontato del miracolo della nascita?

Con i pastori e grazie a loro subentra del movimento in questo racconto. Sono loro gli attori mentre Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù rimangono piuttosto statici. I pastori parlano tra di loro, vanno in fretta e trovano ciò che era stato promesso, tornano indietro, divulgano quello che era stato detto loro, glorificando e lodando Dio. Senza questa storia dopo la nascita, noi non sapremmo quasi nulla di questa notte miracolosa in cui Dio si è fatto uomo. Per questo parliamo oggi dei pastori.

Perché i pastori assumono questo ruolo importante nella storia del Natale? Perché non il re nel suo palazzo? Perché non i sacerdoti nel tempio? Perché non i saggi nelle biblioteche? – Non sarebbero stati tutti quanti più qualificati rispetto ai pastori a portare il messaggio, la buona novella della nascita del Messia, del Salvatore?

Il re avrebbe potuto proclamare un anno di pace o anche subito sette anni. Sette anni senza guerra, sette anni senza fame, sette anni senza miseria. Sarebbe stato un tempo meraviglioso per tutti se il re avesse sentito l’annuncio di pace degli angeli e l’avesse messo in atto.

Forse i sacerdoti avrebbero proclamato un anno santo, o anche subito sette anni. Per sette anni gli uomini si sarebbero concentrati su Dio, sarebbero andati nel tempio, avrebbero celebrato culti straordinari. Sarebbe stato un tempo meraviglioso. Non sarebbe successo niente di male, nessuno avrebbe commesso dei peccati e tutti sarebbero stati uomini pii.

E i saggi si sarebbero messi subito a discutere e ad approfondire i misteri del mondo. Avrebbero letto in libri e carte antiche, e avrebbero fatto dibattiti sull’origine del mondo e della vita. Avrebbero parlato per spiegare i rapporti tra Dio e l’umanità, avrebbero offerto una meravigliosa immagine del mondo che tutti gli uomini avrebbero potuto comprendere e avrebbero gioito.

Tutti quanti sarebbero stati più adatti a divulgare la buona novella della nascita del Salvatore. Perché devono farlo dei pastori?

I pastori non avevano alcuna forza per cambiare qualcosa nel mondo. Non erano persone pie, né gente che si atteneva sempre ai comandamenti divini. Non erano persone sagge, non sapevano né leggere, né scrivere, non sapevano molto di più di ciò che accadeva attorno ai loro fuochi da campo. Erano talmente disprezzati dalla società che non avevano neanche il diritto di testimoniare in sede di processo, come, tra parentesi, valeva anche per le donne. Non erano considerati cittadini a tutti gli effetti.

Se noi dovessimo giudicare secondo i criteri che valgono nel nostro mondo, dovremmo dire che non erano proprio i personaggi adatti per portare l’annuncio degli angeli. Ma – si sono alzati e incamminati. Questo fa la differenza. Erode è rimasto nel suo palazzo, i sacerdoti sono rimasti nel tempio, i saggi nelle loro biblioteche. – I pastori si sono invece messi in cammino.

Erano uomini poveri, spesso senza una fissa dimora, per gran parte dell’anno facevano una vita da nomadi. Erano persone semplici che non avevano il tempo e la testa per farsi grandi pensieri sull’andamento di questo mondo. Avevano abbastanza da preoccuparsi per la loro vita quotidiana, non avevano spazio per farsi venire strane idee. Eppure, anche loro avevano dei sogni e delle speranze. Forse speranze molto concrete come quelle che possiamo trovare nell’Antico Testamento quando i profeti ci parlano del sogno di poter possedere un pezzo di terra con un ulivo o un fico e poter fare una vita pacifica.

Questa parola mi è sempre piaciuta tantissimo e penso che tante persone possano rispecchiarsi in questo sogno. Quanta gente incontro che non cerca altro che un luogo dove per qualche anno si possa vivere in pace. Non desiderano niente di speciale, solo una vita senza ansie e persecuzione, senza fame e freddo. Per tante persone è un sogno.

Poi incontro altri che fanno anche questa vita da nomadi come i pastori di una volta, i pastori del nostro racconto. Spesso sono i padri di famiglia che vanno via da casa alla ricerca di lavoro e tornano solo ogni tot mesi a casa o le tanti badanti che abbiamo tra di noi e che sono madri che lascano i figli con i nonni nel loro Paese d’origine e vanno in cerca di un futuro migliore. Quanto dev’essere duro per dei genitori lasciare i propri figli; nessuno lo farebbe se non ci fosse il grande desiderio di dare a questi figli una vita migliore, un futuro, una speranza.

E penso anche ai tanti giovani nel nostro paese che non hanno neanche il coraggio di mettere su famiglia perché vorrebbero prima essere indipendenti ma nel frattempo passano gli anni e la loro situazione non cambia. Studiano, prendono una laurea dopo l’altra e non trovano lavoro.

Anche oggi tante persone fanno una vita come i pastori di una volta. Persone che non riescono a liberarsi dalla legge di questo mondo. Persone che cercano di sopravvivere ogni giorno di nuovo. Persone che hanno perso ogni autostima, ma che comunque hanno conservato in loro sogni e speranze.

I pastori si sono alzati e si sono messi in cammino. Loro hanno seguito l’annuncio degli angeli. In che modo ci mettiamo noi in cammino? Che cosa cerchiamo noi nella stalla? Che conseguenze traiamo noi da ciò che abbiamo sentito nella notte santa? In quale direzione vogliamo muoverci noi? O preferiamo stare seduti nelle nostre case, così belle addobbate per fare passare questi giorni come tutti gli altri giorni? È una bella tentazione, lo so.

Oggi voglio invitarvi ad alzarci per seguire la partenza dei pastori, per scoprire il miracolo del Natale. Voglio invitarvi a trovare in questi giorni non solo del tempo per la famiglia, ma anche del tempo per Dio, per sentire che cosa lui voglia dirci.

E poi v’invito a fare proprio come i pastori e a raccontare ciò che voi avete vissuto con Dio, le vostre esperienze della fede, perché è il regalo più prezioso che possiamo fare ai nostri bambini e ai ragazzi, a tutte le persone intorno a noi. Lutero commentava il nostro testo biblico scrivendo: ‘I pastori vanno e predicano nelle osterie e altrove ciò che hanno visto e sentito. Noi dovremmo seguire il loro esempio e cercare Cristo nella parola, credere in lui e professarlo pubblicamente davanti a tutti.’

I pastori sono i primi testimoni del Natale. Loro si sono alzati e si sono messi in cammino verso il presepe. Poi sono tornati per raccontare le loro esperienze.

Chi sa se la loro vita è cambiata dopo? Io non ve lo so dire, nel vangelo non si parla più di questi pastori. Rimane alla nostra fantasia decidere come la loro storia sia potuta andare oltre.

Chi sa se la nostra vita cambierà con il Natale? Abbiamo già vissuto troppe volte la festa di Natale per aspettarci stamattina qualcosa di diverso da tutti gli anni passati. Potremmo però tornare nella nostra vita di tutti giorni insieme con i pastori, pervasi e beati per ciò che abbiamo vissuto e soprattutto sapendo che Dio è venuto nel nostro mondo. Si può sentire Dio, si può vedere Dio. Lui non lascia questo mondo alle tenebre, ma lo inonda con la sua luce. E se noi diventiamo portatori di questa luce, se trasmettiamo questa luce, emanando e donando gioia, così il giorno dopo il miracolo non è un giorno grigio come tanti altri, ma un giorno pieno di gioia natalizia che vuole permanere nella quotidianità del tempo che scorre.

Amen

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2014-12-25 16:58:162020-10-26 11:40:45Sermone: Alziamoci insieme ai pastori

Sermone: Maria & Cenerentola

21 Dicembre 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

Il tema di cui vorrei parlarvi oggi è stravecchio e allo stesso tempo affascina sempre di nuovo. La storia ha diversi nomi: Cenerentola, My fair Lady, Pretty Woman. Si tratta sempre di una ragazza di origini semplici, umili, povere, ma con un cuore buono. Una ragazza che dopo lunga ricerca trova il principe azzurro che la sposa e la porta con sé nel suo castello.

In tutte queste storie, indipendentemente che vengano raccontate come favole per bambini, attraverso un musical o come un film hollywoodiano – in tutte queste storie si rompe il solito schema di vita e succede qualcosa di miracoloso.

Leggo dal vangelo secondo Luca, nel primo capitolo, la storia di Maria, che ha anche sperimentato il miracolo che ha interrotto lo schema della sua vita.

39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta nella regione montuosa, in una città di Giuda, 40 ed entrò in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo; ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo, 42 e ad alta voce esclamò: «Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno! 43 Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me? 44 Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo. 45 Beata è colei che ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento». 46 E Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore, 47 e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore, 48 perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva. Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata, 49 perché grandi cose mi ha fatte il Potente. Santo è il suo nome; 50 e la sua misericordia si estende di generazione in generazione su quelli che lo temono. 51 Egli ha operato potentemente con il suo braccio; ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore; 52 ha detronizzato i potenti, e ha innalzato gli umili; 53 ha colmato di beni gli affamati, e ha rimandato a mani vuote i ricchi. 54 Ha soccorso Israele, suo servitore, ricordandosi della misericordia, 55 di cui aveva parlato ai nostri padri, verso Abraamo e verso la sua discendenza per sempre». 56 Maria rimase con Elisabetta circa tre mesi; poi se ne tornò a casa sua.

Maria fa anche un pochino la vita da cenerentola. È una ragazzina proveniente da Nazaret, una cittadina in Galilea. La sua vita è già pianificata sin dalla nascita. I suoi genitori la fidanzano in giovane età con il falegname Giuseppe che era un buon partito, perché veniva da una famiglia conosciuta, lavorava in proprio e quindi Maria poteva essere soddisfatta di quello che l’attendeva. Per lei era prevista una vita tranquilla, normale, ordinaria. Ma ancora prima che il suo sposo possa portarla a casa sua, prima che tutto possa prendere la via prevista succedono delle cose strane.

Maria vede un angelo che le parla. Ha delle visioni, sente che Dio ha un piano per lei e per la sua vita. Oggi non avremmo problemi a mandarla da uno psichiatra, ma almeno questo se l’è risparmiato; ma non di rimanere incinta prima di essere sposata a tutti gli effetti – proprio come aveva annunciato l’angelo del Signore.

Una ragazzina incinta prima del matrimonio. Non che queste situazioni ci siano sconosciute. Ancora oggi non è qualcosa che qualcuno vada a cercarsi, ma dobbiamo capire che per Maria questo non voleva dire soltanto che qualcuno si sarebbe messo a spettegolare, ma che avrebbe addirittura potuto essere lapidata o bruciata, per eliminare il disonore dalla famiglia d’origine.

Maria può ritenersi fortunata. La sua sorte cambia, non solo in positivo, ma addirittura verso qualcosa di grande. Elisabetta, la parente di Maria sente anch’ella che questo bambino viene da Dio. Giuseppe non caccia via la sua fidanzata ma la protegge salvandole così la vita. Il bambino cresce sotto il cuore di Maria e lei sente i suoi movimenti sapendo qualcosa: questo non è una bambino qualsiasi, con lui il mondo cambierà! Questo bambino darà inizio al nuovo regno di Dio. Finalmente ci saranno giustizia e pace. E un giorno qualcuno domanderà “Da dove viene quell’uomo?” E si risponderà: “Questo è Gesù il figlio di Maria da Narzaret”.

Maria è fiera, piena di gratitudine e canta: L’anima mia magnifica il Signore, 47 e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore, 48 perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva. Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata, 49 perché grandi cose mi ha fatte il Potente. Maria è fiera e contenta quando intona questo canto. Dio l’ha scelta per far nascere suo figlio. La sua vita ha preso una nuova direzione miracolosa. Lei era una nullità, una ragazzina senza significato in Israele più di 2000 anni fa. – Oggi è la figura centrale di cui parliamo nel nostro culto, addirittura in una chiesa evangelica.

Forse il periodo pre-natalizio è un tempo sentimentale, ma quando sento questo racconto viene anche a me voglia di sognare. Quanto è bella la storia, come una favola, come un sogno. Una storia che porta a galla dei pensieri mezzi dimenticati. Mi ricordo i sogni che avevo una volta da ragazzina. Anche voi li avevate, vi ricordate come volevate essere, che cosa avevate in mente di fare nella vostra vita, forse qualcosa di grande, qualcosa di speciale? – Se chiedete oggi alle ragazzine vogliono tutte quante diventare popstar, o, i maschi, calciatori, comunque una cosa è fondamentale: famosi e ricchi. Forse c’è qualcuno tra di noi che sognava di fare del bene per questo mondo, di aiutare le persone con la propria vita, di cambiare qualcosa in questo mondo.

Sogni di bambini. Anche noi siamo stati bambini, anche noi avevamo dei sogni che oggi in gran parte abbiamo dimenticato. Tra questi sogni e l’adesso sono successe tante cose. Siamo diventati adulti, ci siamo concentrati sulle esigenze quotidiane, tanti si sono sposati, hanno avuto dei figli. Nelle nostre vite troviamo tanta realtà e poco sogno. La vita si mostra grezza e poco fiabesca; per una vita che funziona si deve combattere. Se va bene la gioia e il dolore sono in equilibrio – e possiamo essere contenti. Ci va bene così, non ci lamentiamo, ma non è proprio come nelle favole. E quando pensiamo oggi ai nostri sogni da bambini ci viene un mezzo sorriso.

Lo so che tanti di voi hanno cercato di far diventare realtà i propri sogni per i figli. Questo si può vedere per eccellenza nella festa di Natale. Tanti hanno già scelto i regali per i propri figli, anche se sono già dei figli cresciuti. Ma comunque si sceglie con cura e si comprano dei regali di fronte ai quali noi, o, meglio, dovrei dire voi, da bambini potevate solo sognare. – Tanti di voi hanno cercato di rendere possibile nella vita dei propri figli ciò che non era stato possibile per voi. Ognuno di loro deve avere la possibilità di studiare e di fare ciò che gli piace nella vita, indipendentemente che sia maschio o femmina. E comunque, nonostante questo, nonostante questi sforzi, voi che avete dei figli già adulti, vedete comunque che anche nelle loro vite c’è più realtà che favola. La vita rimane lavoro e fatica con preoccupazioni e litigi. Anche la vita dei vostri figli non è un sogno, loro sono diventati adulti e se tutto va bene sono contenti della loro vita.

Però il grande sogno, il miracolo, l’elemento fiabesco – tutto ciò rimane nella fantasia e quando sentiamo il racconto di Maria, la nostra cenerentola, suonano le campanelline di un ricordo passato e diciamo: Ma che bello, ma come sarebbe stato bello se….

Ah Maria, che fortuna hai avuto nella tua vita. – Ma che cosa aveva Maria che io non ho, perché lei e non mia figlia, mio figlio? Perché lei sperimenta il miracolo e non io, non il mio vicino che sta per morire, non mio figlio che è malato, non il nostro mondo?

‘Stop, aspettate un attimo’ dovrebbe dire Maria. ‘Non è così facile. Perché anche se tanti cercano di farmi apparire come cenerentola, come la bella madonnina col vestitino celeste, io avevo una vita normale, con tutto ciò che ne fa parte. Non ho cercato il miracolo e non mi sono mai montata la testa per queste cose. Ho cercato di servire Dio al meglio, ma non è stato sempre facile e non sempre bello. Ho dovuto partorire in una stalla, lontano dalla mia famiglia; mio padre era arrabbiato con me e anche con Giuseppe non era sempre facile. Con un bambino piccolino ho dovuto fuggire dalla mia patria, per anni abbiamo abitato all’estero prima di tornare a Nazaret. Non mi sono sentita come in una favola. E quando Gesù era cresciuto e andava in giro per predicare e tutti dicevano che bestemmia Dio e sarebbe un ciarlatano e delinquente, come pensate che mi sia sentita. Io ero presente sotto la croce di mio figlio e odiavo me stessa e il cantico di lode che avevo cantato una volta. Proprio questo doveva essere l’esito della mia lode? Per questa fine avevo cresciuto mio figlio, in questo avevo posto le mie speranze per vederlo finire in croce come un delinquente?

È dovuto passare del tempo perché potessi vedere tutto. Sono serviti degli anni prima che potessi capire che cosa cantavo dicendo: ha detronizzato i potenti, e ha innalzato gli umili. I rapporti di forza sono cambiati. Per Dio, è grande, ciò che nel mondo non vale nulla. La sua potenza si mostra nella debolezza, il suo regno si impone con la pace. Dio non adempie tutti i nostri desideri, ma adempie tutte le sue promesse.

Mi chiamo Maria e cerco di servire Dio con la mia vita. Niente di più, niente di meno. Anche la mia vita era più realtà che sogno, ma ha incontrato il miracolo che solo Dio può compiere’ – Forse questo ci direbbe Maria.

La nostra vita è reale come era la vita di Maria, ma anche la nostra vita può incontrare il miracolo di Dio. Può succedere che anche nella nostra quotidianità succeda qualcosa che non ci saremmo mai aspettati, una luce, un incontro, un conforto. – Dio stesso si mette in cammino per incontrarci, per farci percepire l’amore, per illuminarci la via, per accompagnarci proprio nei momenti in cui non ce lo aspetteremmo, così nel bel mezzo della nostra vita reale.

Quotidianità interrotta. Dio ci incontra per confortarci. Dio ci incontra per usarci. Questo è il miracolo del quale dovremmo assolutamente tenere conto nella nostra vita reale.

Amen

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2014-12-21 13:38:552020-10-26 11:38:42Sermone: Maria & Cenerentola

Sermone: I dubbi di Giovanni Battista

14 Dicembre 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

Avete già fatto il conto alla rovescia dei giorni che ci separano dalla festa di Natale? I miei figli sì. Da noi nell’ingresso c’è il calendario dell’Avvento con un regalino per ogni giorno. E ogni volta in cui uno dei bambini mi chiede: ‘Mamma, ma già domani nasce Gesù?’, dico di andare al calendario per fare il conto dei pacchi. Quando non ci sono più regali, è Natale.

Sicuramente qualcuno tra di voi ha adesso cercato di fare il conto mentalmente. Ci sono ancora 10 giorni, oggi compreso 11. – A me è venuto male quando ho controllato. Non ho ancora preparato la casa, mia mamma mi chiedeva già l’altra settimana che cosa vorrei cucinare a Natale e finora non ho nessuna idea, non abbiamo ancora né regali, né un albero.

Spero che voi possiate aspettare Natale come lo fanno i miei figli che sono contenti di vedere i nonni, di mangiare cose buone, di ricevere dei doni e di poter regalare le cose che hanno preparato per gli altri.

Questo è la tensione dell’Avvento. Per gli uni il tempo passa troppo velocemente, per gli altri sembra non voler passare. Per gli uni è una gioia aspettare, per gli altri un tormento.

Anche il vangelo di Matteo racconta di qualcuno che aspetta, ovvero Giovanni Battista.

Giovanni era il figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta la parente di Maria. Divenuto adulto viveva nella massima semplicità nel deserto della valle del Giordano, come uno degli antichi profeti. Si vestiva con un mantello fatto di peli di cammello, mangiava cavallette e miele selvatico e predicava il ravvedimento e l’approssimarsi del regno di Dio. Predicava che il Messia era vicino, per questo tutti dovevano espiare le loro colpe e farsi battezzare. Giovanni era molto ascoltato all’epoca e ad Erode, il re, non faceva piacere, che questo strano predicatore affermasse che anche lui, il monarca, aveva bisogno di espiare i propri peccati. Per questo Giovanni finì in prigione e in prigione riceveva notizie del suo parente Gesù e delle sue opere. Non sapeva più che cosa credere e per questa ragione manda alcuni dei suoi discepoli a fare domande.

Leggo Matteo 11,2-10

2 Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 3 «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» 4 Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: 5 i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. 6 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

7 Mentre essi se ne andavano, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? 8 Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Quelli che portano delle vesti morbide stanno nei palazzi dei re. 9 Ma perché andaste? Per vedere un profeta? Sì, vi dico, e più che profeta. 10 Egli è colui del quale è scritto: “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero per preparare la tua via davanti a te”.

Giovanni diventa insicuro in prigione e chiede: Sei tu colui che deve venire? Avrà sentito i racconti su Gesù che facevano nascere nuove speranze, ma sarà stato anche irritato da ciò che sentiva. Giovanni si aspettava il Messia come una figura potente, gloriosa, impressionante. Gesù è il contrario. Rifiuta la violenza, parla con tutti, è fiero di non possedere niente, neanche un tetto sopra la testa. Come dovrebbe essere il regno di Dio che questo Messia annuncia? Come potrà cambiare qualcosa, se il Messia si rifiuta di imporre il proprio ordine alla società dominante? A Giovanni vengono dei dubbi e così ritorna alla carica per chiedere: Sei tu colui che deve venire?

La figura di Giovanni Battista deve fare parte dell’Avvento. Giovanni non è stato solo il precursore di Gesù con la sua predicazione di ravvedimento. È anche il nostro precursore con questi pensieri pieni di dubbi e insicurezze. Così viene incontro a noi con le sue domande nel bel mezzo di questo periodo di Avvento. Tra mercatini di Natale e panettone ci pone la domanda: Che cosa vale la pena di aspettare? E: Che cosa aspetto effettivamente?

In un certo senso, a Giovanni le cose vanno proprio come a noi. Non vede ciò che accade, sente parlare di Gesù, del suo atteggiamento, delle sue predicazioni, delle sue azioni. Anche noi sentiamo questi racconti, li possiamo leggere nei quattro vangeli. Ma sentendo queste storie Giovanni si chiede se Gesù è davvero colui che ha aspettato per tutta la sua vita o se è un ciarlatano come ce n’erano diversi in giro.

Gesù non gli dà una risposta concreta, diretta. Risponde: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. Aiuta questa risposta? Sì e no. Gesù dice a Giovanni e dice a noi: guardate bene che cosa vedete e decidete che cosa vuol dire per voi. – Gesù mette il giudizio sulla sua messianicità nelle mani di coloro che chiedono e credono. Io devo credere, questo è il primo passo. Nessuno potrà mai convincermi che Gesù sia il Messia se non lo voglio credere. Porre la domanda è il primo passo, serve però anche che vengano altri passi dopo di questo.

Il periodo dell’Avvento è un tempo per chiedere e per fare questi passi, è un periodo di attesa intensa.

I dubbi e le incertezze fanno parte della fede, per questo Giovanni pone la sua domanda. Quest’atteggiamento ci può insegnare tante cose. Giovanni non si tira indietro quando gli vengono i dubbi, non si nasconde e non cerca la fede in se stesso – no, si mette in gioco, cerca la comunione e si espone con le sue domande. Anche noi siamo sollecitati a metterci in gioco, a cercare la comunione con le sorelle e i fratelli di chiesa, a dare voce alle nostre domande. Per questo siamo qui insieme a celebrare i culti, per questo ci confrontiamo negli studi biblici con la parola di Dio, per questo cerchiamo la comunione con le persone della chiesa che sono per noi come dei fratelli e delle sorelle – non devono per forza essere amici, ma siamo legati a loro come siamo legati alla nostra famiglia.

Gesù ci dice: Beato colui che non si sarà scandalizzato di me! Conoscere Gesù vuol anche dire in qualche modo reggere, resistere di fronte allo scandalo. Giovanni aveva in mente che Gesù avrebbe cambiato l’ordine di questo mondo, si era immaginato che Gesù scacciasse via i Romani ma anche la gerarchia del Tempio. Giovanni s’immaginava il regno di Dio solamente per i buoni e i pii, per coloro che volevano pentirsi, ravvedersi e cambiare la loro vita.

Ma Gesù non aveva esattamente questo programma e Giovanni si è in qualche modo scandalizzato. Anche noi possiamo scandalizzarci, non perché Gesù ci critichi, ma perché con il suo modo di essere, mette in questione il nostro modo di essere chiesa. i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. Questi sono i segni del regno di Dio per Gesù.

Possiamo vedere qualcosa di questi segni da noi in questa chiesa? Io dico di sì.

Incontro delle persone che mi raccontano che qui hanno potuto la prima volta confrontarsi con la parola di Dio. Dopo anni di cecità aprono gli occhi e vedono e non riescono più a staccare gli occhi da questo Dio che ha aperto loro un nuovo mondo.

Incontro delle persone ferite che giungono in questa chiesa e pian pianino diventano sani, si sentono protetti, accettati, amati.

Sento delle persone che hanno trovato conforto e aiuto qui, nelle sorelle e fratelli di chiesa. Tutti questi sono i segni del regno di Dio.

Vivere nell’Avvento è vivere in attesa, ma non è una vita come in sala d’attesa. È una vita nel qua e ora, una vita in movimento. Devo vedere i segni dei tempi e riflettere su quale potrebbe essere la volontà di Dio per me, adesso. Devo guardare il mondo in cui vivo e cercare di capire quale sia la volontà di Dio per la mia vita.

Dove sarei io se Gesù tornasse ora? In centro a comprare regali, a casa per addobbare l’albero, o vicino alle persone che Dio ha messo attorno a me?

Non c’è mai stata un’epoca della storia nella quale la fede sia stata dimostrabile. Non era così per Giovanni, non lo è per noi. La fede dev’essere vissuta.

La fede vuole essere raccontata, anche nella nostra società che in gran parte ha dimenticato il contenuto della festa che attendiamo. Sta a noi di dare nuovamente un significato a ciò che sta succedendo attorno a noi. I racconti che sentiva Giovanni lo portavano a riflettere. Mettiamoci anche noi a raccontare che cosa vediamo che Gesù può fare nella nostra chiesa e nella nostra vita per fare riflettere le persone intorno a noi.

Preparate nel deserto la via del SIGNORE. – Ancora dieci giorni e poi? Poi viene Gesù. Da noi. Nelle nostre case, nelle nostre vite. Viene per salvare, viene per guarire, viene per risvegliarci e per calmarci.

Giovanni ci esorta come faceva prima di lui Isaia a preparare una via al Signore. Una via che lo conduce da noi: lì vuole arrivare e vorrebbe addirittura restare se lo invitiamo a rimanere.

Amen.

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2014-12-14 19:41:502020-10-26 11:38:28Sermone: I dubbi di Giovanni Battista

Sermone: Rialzatevi, levate il capo!

8 Dicembre 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

Che cosa succede nel nostro mondo? Qui in Italia sembra che la crisi economica non voglia più finire. Le sicurezze che c’erano una volta non esistono più. Mi capita di incontrare parecchie persone più anziane che mi raccontano di aver lavorato per tutta la vita in una ditta, oggi questo è per la maggior parte dei lavoratori un sogno. Oggi succede piuttosto che qualcuno abbia fatto degli ottimi studi di psicologia, filosofia, archeologia e poi lavora nel call-center della Wind o al banco di Mc Donald. C’è da disperarsi!

Ma cerchiamo anche un attimo di pensare alle persone fuori dal nostro paese. Siamo in un periodo segnato da fortissime persecuzioni contro i cristiani, ma siamo così concentrati su noi stessi che spesso non ci rendiamo neanche conto di che cosa succede in altri paesi in nome della fede. Nella Corea del Nord i cristiani vengono portati in campi di concentramento. In Somalia sappiamo che delle donne cristiane sono state stuprate e poi uccise a causa della loro fede. Dalla Siria il metropolita ortodosso scrive: ‘È il più grande massacro di cristiani che stiamo vivendo nella nostra storia. Abbiamo chiamato il mondo per ricevere aiuto, ma nessuno ci ha sentito. Dov’è la coscienza cristiana? Dov’è un comportamento umano? Dove sono i miei fratelli?‘

Potrei andare oltre con questi esempi, ma mi fermo qui. Tante persone vivono in ansia. Tanti si chiedono che cosa porterà il futuro. Tanti hanno l’impressione di non avere più la propria vita nelle loro mani. Considerando questo sfondo vogliamo ascoltare adesso il testo biblico previsto per oggi dal vangelo di Luca, 21,25-33

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde; 26 gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo; poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con potenza e gloria grande. 28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina». 29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Le persone che hanno trovato speranza in queste parole di Luca erano insicure e in ansia tanto quanto noi lo siamo oggi. Anche loro non sapevano che cosa avrebbe portato il futuro o che cosa venisse loro incontro. Ma hanno interpretato i segni della perturbazione e dello sconvolgimento in modo tale da poter sperare. In che cosa consisteva questa speranza? Avevano la speranza che in tutta questa paura e mancanza di vie d’uscita venisse loro incontro Dio stesso. Così hanno interpretato i segni dei tempi. Dicevano: tutto ciò che vediamo ci dice che il regno di Dio è vicino. Gesú Cristo ci viene incontro. Non Gesù il bambinetto nel presepe, ma Gesù il re del cielo e della terra che torna in gloria. Non dura più a lungo, lui prenderà in mano la situazione e noi saremo salvi. Rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina! – E poi la frase finale: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Questo è vero fino ad oggi. Le parole di Dio non sono passate, le abbiamo sempre con noi. Questo è il nostro grande tesoro: la possibilità di trovare in queste parole antiche la volontà di Dio per noi oggi. Ci possiamo accostare a queste parole in ogni momento, non c’è nessuno che ci vieta di aprire questo libro e di ascoltare che cosa Dio ha da dirci. – Vi ricordo solo brevemente che questo è profondamente evangelico. Lutero ha dato la Bibbia in mano al popolo. Quando dicevo queste cose in Germania, nessuno, né cattolico né evangelico, coglieva quale sarebbe la novità. Forse voi mi potete capire meglio. A Vicenza c’è una libreria evangelica e il libraio che la gestisce mi raccontava che una volta aveva venduto una Bibbia a una signora anziana che l’aveva riportata la settimana successiva dicendo che il suo parroco avrebbe detto che sarebbe meglio non leggerla. Mi rendo conto che questa sia un’eccezione. Ma finché succedono queste eccezioni, sono grata che Lutero ha combattuto per darmi la parola di Dio in mano. Così posso confrontarmi io direttamente con Dio, così posso trovare speranza per la mia vita di oggi in queste parole antiche. Anche noi, in tutte le nostre insicurezze, con tutte le nostre paure grandi e piccole, possiamo fare ciò che ci dice il testo biblico: Possiamo alzare la nostra testa e credere che la nostra redenzione si avvicina.

Talvolta possiamo vedere motivi di speranza quando le persone non si arrendono, non accettano che tutto debba rimanere così com’è, ma iniziano a cambiare qualcosa. Chi sa, forse è davvero possibile un altro mondo. Forse si possono ancora fermare i cambiamenti climatici, forse è possibile trovare le vie di un’economia meno barbara, più umana. Forse, non lo sappiamo, ma forse c’è una chance per il nostro mondo.

Come possiamo alzare la nostro testa in questa insicurezza? Come possiamo credere nella liberazione? La maggior parte delle persone – me compresa – si sente impotente davanti a questioni di politica globale, anche se viviamo in una democrazia che dovrebbe darci la possibilità di coinvolgimento tramite le elezioni. Possiamo farci buttare giù da queste cose, possiamo chinare il capo e andare in depressione, possiamo guardare in basso e pensare: comunque sono sempre io che perdo alla fine.

O possiamo accettare l’esortazione del testo biblico e levare il capo per guardare in avanti. – Che cosa vediamo se alziamo la testa? Provatelo. Che cosa vedete? Il tavolo della Santa Cena, dove Gesù ci viene incontro nel pane e nel vino. – la Bibbia, dove possiamo incontrare Dio nella sua parola – l’organo che ci fa incontrare Dio negli inni, soprattutto negli inni di lode. La lode ci porta in su, ci fa alzare, ci fa vedere oltre i nostri problemi.

E se levate il capo e lo girate un pochino a sinistra o destra. Chi vedete? Il vostro vicino, la vostra vicina di banco. Il testo biblico ci dice: Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con potenza e gloria grande. Se prendiamo sul serio che Cristo vive in noi si dovrebbe vedere qualcosa di questa gloria anche in noi cristiani. Non intendo che vediamo i nostri fratelli, le nostre sorelle galleggiare su una nuvola, ma forse riusciamo a vedere qualcosa della luce di Cristo nei loro occhi. Forse riusciamo a vedere un raggio di Cristo che ci viene incontro anche nella fratellanza qui in chiesa.

In tutte le insicurezze che viviamo, possiamo però fidarci di certe persone e questo dà più sicurezza di ogni conto in banca. Fino a quando esiste ancora qualcuno che ci vuole aiutare, che ci vede come membro di una famiglia cristiana, non dobbiamo temere il futuro. Le relazioni umane sono spesso ciò che ci toglie dalla paura e riesce a mettere una luce nella quotidianità buia.

E se alziamo lo sguardo, che cosa ci viene incontro? Ci sarà qualcuno che preferirebbe abbassare subito di nuovo la testa. Posso capirlo. Talvolta preferiamo non pensare al futuro, non alla vecchiaia, alla debolezza, alla dipendenza da altri. – Questo sguardo è solo metà della verità. Tutta la verità è però che anche quando il corpo diventa debole esistono ancora dei compiti importanti. – Nella mia ultima chiesa c’era una signora anziana che spendeva ore e ore della settimana per la preghiera. Era talmente insistente nelle sue preghiere che si diceva: quando Else si mette a pregare, Dio non può fare altrimenti che concedere ciò che chiede. È importante avere queste persone che sostengono la vita della chiesa in preghiera.

È anche importante avere qualcuno che è in grado di raccontare le esperienze fatte nella vita. È uno dei doni più preziosi che possiamo fare alle giovani generazioni. Sono in tanti a credere che ciò che si vede in tv sarebbe la vita “vera”. Chi ha vissuto questa vita sa bene che non è così. Spesso ci illudiamo, viviamo in un mondo di favole e non ce ne rendiamo neanche conto.

E un ultimo dono della vecchiaia che spesso sottovalutiamo è il tempo. Chi ha oggi ancora del tempo? Tra quelli che lavorano ho l’impressione nessuno. Siamo tutti quanti sovraccaricati, non riusciamo a prenderci del tempo né per la famiglia né per gli amici, figuratevi per la chiesa. Chi è anziano ha questo tempo. Chi non è più in grado di muoversi fuori dalla sua casa può essere lì reperibile per altri. Forse non può più uscire per incontrare altre persone, ma ha tanto tempo per telefonare e chiedere e tenere i contatti. Questo è un grandissimo dono.

Ancora una volta la domanda: Che cosa ci viene incontro? Tragedie, insicurezze, la vecchiaia. Sì, ma anche Cristo il re della gloria ci viene incontro per cambiare questo mondo. Questo è la nostra speranza che non riusciamo a giustificare scientificamente o razionalmente, ma che possiamo accogliere nelle parole bibliche e nelle esperienze che uomini e donne hanno fatto con Dio. Così possiamo vedere che non siamo destinati a passare quanto lo è il nostro corpo. Noi apparteniamo a Cristo il vivente, e per questa ragione vivremmo anche noi. Per questo: Rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina!

Amen

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2014-12-08 21:45:192020-10-26 11:38:03Sermone: Rialzatevi, levate il capo!

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 24 AGOSTO 2014

24 Agosto 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

Il sermone che vi apprestate a leggere si presenta in una veste grafica “differenziata” rispetto al consueto. Come l’intero culto odierno, è stato preparato da Walter Massenz, Predicatore presso la Chiesa Battista “Agape” di Treviso, che ringraziamo di cuore per il servizio reso alla nostra Comunità.

Per visionarlo, scansionato pagina per pagina, cliccare su questi link: Scansione 2 Scansione 3 Scansione 4 Scansione 5

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2014-08-24 20:42:372020-10-28 18:25:52Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 24 AGOSTO 2014

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 17 AGOSTO 2014 (Gn 1,1-7; Gv. 4,1-14; 24-26)

22 Agosto 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete

La samaritana al pozzo

Nel racconto della creazione lo Spirito di Dio aleggia su acque informi e le divide fra quelle che stanno al di sopra nell’infinità dei cieli e quelle che stanno quaggiù: anch’esse divise per diversa qualità e funzione. Rende l’acqua che nasce dalle sorgenti duttile ai cambiamenti della temperatura così che si raccolga in nuvole e in ghiacciai, promessa che non si esaurirà. L’ha riposta nel cuore delle comete, le affascinanti palle di acqua ghiacciata ricca di sostanze vitali, che misteriosamente viaggiano per milioni di anni fra le stelle. Lo sappiamo: tutto ciò che respira ha origine dall’acqua. Il nostro corpo lo è all’80%, i nostri figli si formano nel liquido acquoso del grembo materno. Noi, unici fra le creature viventi, possiamo sciogliere il nostro dolore in gocce d’acqua; se non possiamo bere più, le lacrime si seccano e il corpo muore. La terra di Palestina è sempre stata assetata. Tuttora soffre di periodi di terribile siccità. Se oggi vi infuria una guerra ferocemente disumana, la ragione sotterranea è la volontà di avere il predominio sulle fonti d’acqua. Fin dalla remota antichità, la Bibbia ha insegnato come fare tesoro di ogni stilla che si forma dall’umidità della notte, e innumerevoli sono i versetti che cantano la rugiada come segno della potenza di Dio e della sua benedizione sulla terra. Dice un’antica tradizione ebraica che alla fine dei tempi, nell’ultimo giorno, con una goccia d’acqua i morti risorgeranno. Da tutto questo, oltre che dalla nostra esperienza, sappiamo di quale immenso valore vitale sia l’acqua e ci arriva tutto il carico simbolico di questa parola riferita alla vita dello spirito. La Bibbia chiama acqua viva quella che sgorga da una sorgente. Se ristagna, s’infetta: allora è acqua morta. E noi, umanità dotata d’intelletto, l’abbiamo tradita, rifiutiamo di tenere in conto la saggezza dei suoi percorsi e delle sue leggi, la inquiniamo sulla terra e nelle raccolte delle nuvole e dei ghiacci. Con il disprezzo per la sua preziosità sacrale ne facciamo acqua morta portatrice di morte.
Abbiamo estremo bisogno di cambiare la mentalità che conduce l’agire del mondo. In questa calda domenica estiva proviamo a metterci al posto della samaritana. Abbiamo l’occasione di fermare il ritmo delle nostre occupazioni e delle nostre preoccupazioni e ascoltare Gesù con cuore aperto, per comprendere il senso delle parole che ci rivolge quando offre se stesso. Sì, perché egli offre se stesso a te, a me, ad ogni creatura umana, come vita vera, limpida e benefica come la più pura acqua sorgiva, che Dio ha posto nel nostro mondo malato e sconvolto per scioglierlo dal negativo e spezzare le catene che lo attanagliano al male che lo fa morire. Ma perché questo miracolo avvenga – e non sia un auspicio, un’evasione momentanea dalla realtà quotidiana – è la nostra natura stessa che deve essere interamente rinnovata per ritrovare quell’immagine che Dio aveva posto nell’uomo e che abbiamo smarrito: un compito per noi irraggiungibile – non illudiamoci, solo lo Spirito Santo può ricostruirla. Da noi esige solo un sì umile, pieno, forte e felice. La storia della donna samaritana è nota a tutti. La Samaria era una piccolissima regione montuosa fra Galilea e Giudea e il nome samaritano deriva da “samerin” che significava guardiano della legge: infatti, i samaritani erano così orgogliosi di essere i soli guardiani della legge di Dio, che si dicevano figli della luce. Disprezzavano i giudei come i giudei disprezzavano loro: era un robusto odio reciproco. Non a caso Gesù si ferma lì, presso il pozzo di acqua sorgiva del patriarca Giacobbe, scavato a 30 metri di profondità. Non a caso, all’ora di un caldo mezzogiorno, quando nessuno avrebbe affrontato la fatica di tirare su acqua da un pozzo così profondo; poteva toccare solo a una donna costretta a nascondersi perché rifiutata dalla società per la sua vita dissoluta di prima e ora perché mantenuta da un amante segreto. Non a caso Gesù è solo — davanti a lei, e lei stenta a capire di cosa parla. Ci arriva per gradi, passando dalla materialità delle cose a ciò che concerne la vita intima e poi quella spirituale che pone gli interrogativi della fede. Ci arriva solo quando Gesù la mette davanti alla realtà della sua vita, per lui trasparente come solo per Dio può esserlo. Allora, a un tratto, si vede nuda non nel corpo ma nell’anima, e il suo pensiero va alle verità eterne, al Messia, al Cristo, l’Emanuele che salva. E Gesù a lei si rivela: “Sono io, che ti parlo”. Gesù è venuto per i malati. I sani, quelli che si credono tali, non hanno bisogno di medico: sono sufficientemente paghi di ciò che sono e fanno. I malati, i rotti nell’anima, quelli che si sentono abbandonati, che muoiono di sete e di fame in un mondo opulento che li schiaccia e li emargina, hanno terribilmente sete: hanno sete e fame di vita, di giustizia, di verità. I malati nell’anima che sentono il peso dei tanti errori commessi e non trovano ristoro, hanno una sete estrema: di sapersi accolti, perdonati, amati. Ecco la grande sete di tutti i singoli e di tutti gli insiemi di donne e di uomini, di giovani e di vecchi, come di tutto ciò che ha respiri di vita: sete di amore vero, che non fallisce, eterna fonte di vita. Ecco, dice il Cristo, questo sono io, che ti parlo. Per conoscere il Cristo, l’intelletto di per sé non serve a niente, a causa della frattura che si instaura fra le doti dell’intelletto e le deviazioni della nostra psiche. Bisogna sentirsi malati, vedere tutti i nostri errori, conoscere le nostre fragilità e avere grande sete di verità e di vita nuova. Però è dura mettersi nudi davanti a Dio: perciò il Cristo ha impresso nel mondo il volto amorevole del Padre e lo ha reso accessibile a chiunque lo cerchi. Quando lo scopriamo, e ogni volta che lo ritroviamo, il cuore si riveste di speranza: è il nostro Natale, è il Natale dell’amore di Dio per noi che viene, vive in noi e fa ogni cosa nuova. Per un paio di millenni il cristianesimo ha preso come segno di benevolenza la rivelazione del Cristo a una donna; così abbiamo relegato nella beneficenza quello che è un atto rivoluzionario di fondamentale importanza, monito per la storia dell’umanità. Con fatica, a stento, i cristiani l’hanno accolto, evitando di metterlo in pratica nella sua logica interezza. Adesso viviamo in un mondo che, nella sua stragrande maggioranza, lo ignora del tutto; allora, è l’evolversi stesso della storia che urge quel mondo a capovolgere il concetto (soprattutto religioso!) della subalternità femminile, se non vuole estinguersi in guerre e in genocidi orrendi. Se mai abbiamo incontrato e conosciuto il Cristo, se Egli è in noi fonte che disseta e guarisce, a noi è affidato il compito di essere operosa fonte di quell’acqua rivoluzionaria che tutto cambia: di esserlo per il piccolo mondo che ci circonda e per il vasto mondo in cui siamo posti. Teniamoci stretti al Cristo, nutriamoci ogni giorno della sua parola, mettiamola in pratica con la forza che in noi lo Spirito Santo infonde. E preghiamo senza mai stancarci che il suo Regno venga. Amen.

Predicazione a cura di Febe Cavazzutti Rossi, Predicatrice locale della Chiesa Evangelica Metodista di Padova

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2014-08-22 23:44:432020-10-28 18:25:40Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 17 AGOSTO 2014 (Gn 1,1-7; Gv. 4,1-14; 24-26)

Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 10 AGOSTO 2014 (Dt 6,4-9; Ef 5,8-14; Mt 5,13-16)

22 Agosto 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

Il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità
Sale e luce

Bontà, giustizia, verità. Quanto è difficile per noi esseri umani, uomini e donne, capire cosa siano la bontà, la giustizia e la verità! Figuriamoci poi vivere in modo tale che tali frutti siano evidenti e ci rendano testimoni! Eppure mi pare che sia proprio questo il senso dei passi che le Losungen ci hanno suggerito per oggi, vediamo di esaminarli più da vicino.
Nel passo di Matteo Gesù si rivolge ai discepoli, cioè alla comunità dei credenti, quindi a tutti noi, non come singoli, presi individualmente, ma come comunità. Quindi dobbiamo accogliere il messaggio di oggi come un annuncio rivolto a noi come popolo di Dio e già questo rappresenta una prima difficoltà: come fare ad essere tutti insieme sale e luce della terra? Noi evangelici che siamo così abituati all’individualismo, alla responsabilità personale, siamo in questo caso chiamati ad una responsabilità collettiva. Voi, miei discepoli, voi che mi ascoltate, voi che avete fede in me, non tu che sei tanto bravo, tu che hai capito tutto, tu che possiedi le chiavi della conoscenza, no, voi che siete qui davanti a me e cercate una parola che vi dia una direzione, voi accomunati da nient’altro che la fede in me, ricordatevi che siete sale della terra.
Siete, l’utilizzo dell’indicativo e non del congiuntivo, ci blocca e ci paralizza perché di fatto rappresenta un imperativo. Se avessimo trovato il congiuntivo, avremmo potuto cominciare a rilassarci: siate, cioè dovreste essere, il che darebbe spazio a tutte le nostre normali attenuanti. Sì, certo, dovremmo, ma siamo umani, siamo peccatori, e poi c’è il lavoro, la famiglia, le difficoltà quotidiane. Sì certo dovremmo essere il sale, ma si sa, e Gesù certo lo sa più di noi, non sempre si può seguire in tutto e per tutto quello che il Vangelo dice. E così avremmo edulcorato e ingentilito questo passo che come tutte le beatitudini viene più volentieri interpretato come un insieme di massime etiche e mai preso sul serio. Ma invece non c’è la possibilità, l’esortazione: qui l’uso dell’indicativo indica che ogni cristiano è chiamato personalmente a essere sale e luce, vivendo questa vocazione all’interno della sua comunità, in un lavoro collettivo. Quindi il nostro primo compito e riconoscerci come fratelli e sorelle e guardarci l’un l’altro attraverso Dio, in una sorta di visione indiretta che ci permette di vedere che anche l’altro è fatto ad immagine di Dio, per quanto ci sembri diverso da noi che forse ci eravamo eletti come metro per giudicare di che pasta fosse l’immagine di Dio. Noi, quindi, accomunati dalla nostra sororità e fraternità siamo qui riuniti perché siamo il sale della terra.
Essere il sale della terra significa avere un ruolo determinante nella storia che siamo chiamati a vivere: abbiamo infatti il ruolo, la funzione di salare la terra, cioè di darle sapore. Vi è mai capitato di mangiare cibo totalmente sciapo e poi di aggiungervi il sale? E’ incredibile, perché poi il cibo salato non sa di sale, ma è il cibo stesso che acquista sapore: la pasta che prima non sapeva di nulla, poi sa di pasta, l’insalata di insalata e così via. Il sale è discreto, non è come una spezia, che insaporisce con la propria precisa identità le nostre ricette, no, il sale non si sente, ma è determinante nel dare consistenza e sostanza ai sapori. L’argomento è evidente e talmente spesso esaminato, da essere diventato banale e abusato. Ma non dobbiamo permettere ai passi più conosciuti di diventare vani. Non dobbiamo dimenticare che se ci conformiamo completamente al mondo e alla sua saggezza, diventiamo utili quanto il sale che sia diventato insipido. Siamo, non dovremmo essere, siamo il sale della terra, cioè dobbiamo dare una nostra impronta alla terra. Ma quale impronta? Storicamente il cristianesimo ha avuto due disastrose tentazioni: o quella di imporsi non in quanto sale, ma in quanto istituzione di potere, in modo autoritario, grazie alla forza, quando non al dominio violento, oppure di annacquarsi e diluirsi al punto da non essere più riconoscibile, mimetizzandosi nella massa, nel buon senso comune, perdendo la propria identità e quindi la propria essenza.
Ma il passo di Matteo non si ferma qui e ci dice che non solo noi siamo il sale, ma addirittura la luce del mondo. Dico addirittura perché, come ben sappiamo, essere la Luce è un attributo di Dio. Naturalmente Gesù non intende dire che noi siamo Dio, ma ricordarci che la comunità dei credenti deve proclamare instancabilmente che Cristo è il Signore, cioè non deve accontentarsi di affermare banalità teologiche, luoghi comuni, o norme etiche, ma deve manifestare la vita del Signore nella sua propria. Essa deve annunciare la luce e per far ciò deve essere luce lei stessa, pena di diventare come una lampada messa sotto il letto e di diventare invisibile, inutile, buona, come il sale, solo per essere buttata. Una pila che non funziona non può che essere gettata, a cos’altro può servire?
Perché siamo sale e luce? Perché solo così possiamo essere testimoni del Padre nostro che è nei cieli. Purtroppo quante volte il cristianesimo non solo non è stato testimone di Dio, ma addirittura ha scandalizzato e allontanato tanti uomini e donne. A tutti noi sarà capitato di dover difendere il cristianesimo dagli attacchi degli atei razionalisti. La loro forza non è certo nella loro cieca fede nella razionalità umana e tanto meno nel loro fanatismo, ma nel fatto che a prova della negatività della fede cristiana possono portare esempi su esempi. Pensiamo alle crociate, ma anche alle benedizioni che tanti preti e pastori hanno dato alle azioni più efferate dell’umanità (dallo schiavismo al delirio della shoa, solo per citare i due primi esempi che mi vengono in mente) e chiediamoci che razza di testimonianza siamo stati in grado di dare al mondo che aspettava da noi una parola forte, una testimonianza viva.
Gesù ci chiede invece di risplendere davanti agli uomini. Risplendere, non emanare un fioco chiarore, questo verbo ci ricorda la notte di Natale, avvolta nel buio e nelle tenebre e nella quale appare, splendente in cielo, la cometa. Noi siamo in grado di risplendere come quella stella nella notte che ci circonda? Siamo capaci di dire una parola efficace nelle tante tragedie che ci circondano o ci siamo vaccinati e non sentiamo più i pianti dei bambini, le urla disperate delle madri e dei padri, il dolore di tanti fratelli e sorelle nel mondo che cercano solo una parola di speranza, una parola che sappia coraggiosamente essere testimone dell’amore del Padre Nostro che è nei cieli.
Perché come dice Paolo, in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce – poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità.
Bontà, giustizia e verità. Non si tratta quindi di accontentarsi di pensare da credenti, di pregare nel chiuso delle nostre stanze e chiese, ma di buone opere e quindi di agire, prendere posizione, correre il rischio di sbagliare e di cadere, ma nella certezza di non essere soli e di poter contare sempre sull’aiuto di Dio.
Eh sì, perché questa è l’espressione che usa Gesù, “padre vostro che è nei cieli”, come nella preghiera che ci ha insegnato. Padre, quindi vicino, amorevole, presente, ma nei cieli, infinitamente distante da questo mondo martoriato dal dolore, dall’odio, dalle guerre, in una parola dal peccato, il nostro peccato.
Questo genitore amorevole ci chiama e ci ricorda, instancabilmente, che noi siamo sale e luce sulla terra, che non dobbiamo avere timore, perché questa non è una possibilità, ma è la nostra realtà perché siamo stati creati a sua immagine e somiglianza e il nostro ruolo qui sulla terra, è operare concretamente affinché chi ci vede sia trascinato dal nostro amore e dalla nostra forza a riconoscere in Gesù il suo Signore e Salvatore. Amen

Predicazione a cura di Erica Sfredda, Predicatrice locale della Chiesa Evangelica Valdese di Verona

 

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Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 3 AGOSTO 2014 (Lc 18,1-8; Cor 2,1-5)

7 Agosto 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

UNA FEDE CHE NON SI ARRENDE

Parabola vedova

Quando leggiamo gli scritti dei tre Vangeli sinottici – Matteo, Marco e Luca – d’un tratto ci troviamo in un contesto di duemila anni fa che, con gli occhi del presente, ci dovrebbe apparire estraneo e sconosciuto. In realtà, non è così: la ragione è che i sentimenti, i pensieri, i comportamenti delle donne e degli uomini di quei giorni lontani, sono i medesimi di oggi. La parabola, quindi, come tutte le parabole di Gesù, ci tocca personalmente e mette in questione intimamente il nostro modo di essere. Per entrare nel vivo del racconto possiamo provare a rappresentarci visivamente la scena. Non siamo nell’aula di un tribunale, perché qui non ci sono degli accusati posti di fronte ad almeno tre testimoni dei fatti, come prescriveva la legge: siamo, invece, nella sede di un giudice unico che dirime contestazioni e liti fra contendenti di vario genere: chi viene qui, si appella per trovare ragione di un torto subito. Il giudice è accomodato su cuscini in posizione rilassata, proprio di fronte all’ingresso principale, ed è circondato dai suoi segretari. I postulanti sono accalcati in buona metà dell’aula e ignorano quanto potrà essere lunga l’attesa: forse di ore o forse di giorni, perciò chi può si accosta ai segretari e allunga una bustarella il cui contenuto deve essere bastante per ottenere il favore del giudice. Questo modo di procedere non era cosa insolita, perché era da quelle bustarelle che i giudici traevano il loro guadagno. Noi ne sappiamo qualcosa. Dietro la calca, proprio in fondo all’aula, c’era una vedova. Era sicuramente giovane, perché il matrimonio di una ragazza avveniva entro i suoi primi quattordici anni e, per la durezza della vita o a causa dei frequenti incidenti sul lavoro, vi erano vedove giovanissime con bambini in tenera età. Se il morto non aveva un fratello disposto a prenderla in moglie per tramandarne la discendenza, e se la donna non aveva un’eredità da restituire alla propria famiglia per esservi nuovamente accolta, il suo destino era la miseria più nera.  La legge le proibiva l’accattonaggio che era permesso solo agli uomini invalidi: a lei era concesso di andare nei campi alla fine del raccolto per cibarsi di quanto restava a terra. Questo spiega bene come mai il Libro del Deuteronomio sia ricco di prescrizioni in difesa degli orfani e delle vedove e i Salmi proclamino che Dio è il loro difensore. Ecco un punto importante: la donna però sa dalla Scrittura che ascolta in sinagoga che, anche se i giudici sono corrotti, Dio è sicuramente il suo personale difensore. Dunque, benché povera, la donna della nostra parabola aveva un qualche diritto di eredità che il giudice le avrebbe dovuto riconoscere. Non aveva soldi per la tangente e non aveva difensori. Aveva una sola arma a sua disposizione: una paziente, pedante, irremovibile insistenza, che la premierà. Le parole del giudice in aramaico suonano più o meno così: cederò a questa sgualdrina perché con il suo piagnisteo mi dà ai nervi. Chissà se vi sembra ardito che Gesù prenda questa donna a esempio per coloro che in Dio hanno riposto la loro fiducia solo in lui confidano? Dice Gesù ai suoi: se sulla terra ci sono ancora uomini e donne che giorno e notte invocano la sua giustizia, chiedono che il suo Regno venga e si compia, resteranno senza risposta? No! Dio risponderà e farà loro sperimentare la sua risposta di giustizia. Nessuno scherno, nessuna tiepidezza, nessuna impazienza, nessuna malvagità, nessun insuccesso scuote Gesù nel suo consapevole convincimento che Dio porta a compimento ciò che ha iniziato nel cuore dell’umanità. E, se usciamo dal nostro limitato concetto cronologico del  tempo, fatto di brevi ore e di fugaci giorni, possiamo ardire e intravvedere la dimensione dell’eterno tempo di Dio in cui tutto è già compreso, il principio come il suo compimento. Ma allora, perché d’un tratto l’interrogativo amaro di Gesù che chiede se quando verrà troverà ancora la fede sulla terra? Non vi pare una domanda terribile? Per una risposta plausibile credo che non dobbiamo vedere nell’invito alla paziente perseveranza l’insegnamento centrale della parabola, ma solo quello collaterale. Al centro vi è la realtà della fede: la perseveranza è il frutto della fede. Fintanto che la fede è viva e nutre i nostri rapporti, la perseveranza ne è la conseguenza naturale: niente la può scoraggiare. La fede è semplicemente una delle facoltà dell’animo che ogni neonato riceve alla nascita. Crescendo vi metterà i propri contenuti, e sarà tutta una scoperta. Secondo il pensiero teologico metodista, si chiama grazia “preveniente”, cioè che viene prima di qualsiasi altro fattore e che accompagnerà la vita di ogni singolo individuo, perché nessuno ne è privo: è una possibilità da colmare di significato e da spendere ogni giorno. Quale fede vorrebbe Gesù trovare sulla terra? in te, in me, in questa comunità di credenti? La fede della giovane vedova che non si rassegna all’ingiustizia e non si arrende. La fede che, anche se la città (forse il mondo?) è governata da giudici iniqui combatte con testarda pazienza finché il potere corrotto, indifferente e refrattario, è costretto a cedere. La fede che malgrado le delusioni, le frustrazioni e le sconfitte, non si dà pace e non dà pace al potere finché giustizia non sia fatta. C’è sempre qualcosa di paradossale nella parola biblica: anche in quella che ci viene oggi dalla parabola del Signore. La donna non ha poteri e non ha difensori. La sua fede non è fondata sui preziosi e utili saperi del mondo che l’hanno convinta; neppure si sente forte nella società per certi suoi convincimenti personali. È del tutto disarmata: eppure, nel profondo del suo essere ha deposto la certezza che Dio è il difensore degli oppressi e degli emarginati e che la giustizia di Dio è  presente e vincerà. Anche noi siamo deboli e nudi davanti a Dio e davanti agli uomini, come lo era Paolo. Ma abbiamo avuto il dono di una straordinaria grazia per cui abbiamo conosciuto quel Figlio d’uomo che, spogliandosi di ogni potere è oggi la pressante dimostrazione di quanto siano folli e fallimentari tutti i poteri che gli uomini mettono in atto. Mi chiedo talvolta, le tragedie prodotte dalle guerre passate e quelle orribili che sono a poca distanza da noi, convinceranno finalmente gli uomini che le strategie di guerra sono fallimentari e non possono produrre vita? Oggi, più che mai annunciamo il Cristo che si è caricato delle nostre pene e delle nostre colpe sulla croce, che il Padre ha glorificato facendolo vincitore della morte. In lui troviamo la riconciliazione con le donne e gli uomini che ci sono compagni di un’umanità smarrita e perduta; in lui troviamo qual è la via della salvezza per tutti gli esseri viventi e per il creato nel quale siamo posti. Non stanchiamoci, dunque, di pregare che lo Spirito Santo di Dio rinnovi in noi una fede forte, serena e operosa affinché il suo Regno venga e la sua volontà sia fatta nei nostri pochi giorni come nell’eterno tempo di Dio. 

AMEN

Sermone a cura della nostra Predicatrice Locale, Febe Cavazzutti Rossi.

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Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 20 LUGLIO 2014 (Lc 8, 4–15)

1 Agosto 2014/in Archivio/da chiesametodistapadova

IL BUON SEMINATORE

Il buon seminatore

Un uomo ancora giovane che parla, e tutt’intorno a lui una grande folla che pende dalle sue labbra e ricerca i suoi occhi, e altra gente che arriva da ogni dove, come fiumi che sfociano nel mare. Per molti dei presenti è un momento importante, forse addirittura decisivo:  il momento che può dare una svolta alla vita. Sanno che quel maestro è un grande operatore di miracoli. Ma quello che impressiona è soprattutto come parla di Dio: come mai nessuno prima! Tu l’ascolti e senti Dio presente, accanto a te, come misericordia e tenerezza: un padre che ti ama e ti apre il cuore perché vuole il tuo cuore… vuole la tua attenzione, tiene a te. Davvero, mai nessuno ha insegnato di Dio come Gesù. In lui tutto l’antico si fa nuovo: un nuovo modo di incontrare il Signore, un continuo stupore, una sorpresa che ti scalda il cuore, una cosa che mai prima hai provato, e rinnova anche te… Ed ecco, ora sei lì, davanti a lui, e lo guardi, e lo ascolti. E già fin dall’inizio cogli la novità di quel maestro. Perché non parla come gli altri maestri di comandi e precetti, non ti dice “Fa’ questo” o “Non lo fare”. Ti racconta una storia, ti dipinge una scena, e quasi senza accorgertene, ti ritrovi coinvolto, sei parte di quel mondo che è fatto di parole, ma che ha una sua realtà, dei suoi colori. Sono le “parabole” di Gesù. Brevi storie, “bozzetti” della vita di ogni giorno che sanno parlare al cuore, smuovono sentimenti e sensazioni. E tu ascolti e t’accorgi che sei il protagonista di quello che hai ascoltato: sei stato interpellato, e devi dare tu senso alla storia con la tua decisione. Il bello delle parabole è proprio questo: da un certo punto in poi non c’è più uno che parla e gli altri che lo ascoltano senza poter far altro: c’è l’unica realtà della storia raccontata. E in essa si ritrovano chi ha iniziato il racconto e chi lo sente, che adesso è sfidato a diventare protagonista: deve scoprire lui quello che la storia racchiude in sé e deve trasformarlo in verità, per se stesso e per gli altri. È davvero così: Gesù ci chiama ad essere i coautori delle sue parabole; e in questo modo, ad entrare in comunione con lui. In fondo, in questo senso, il linguaggio delle parabole è un linguaggio d’amore: non più “io” e “voi”, ma “noi”… In particolare, nel nostro testo d’oggi, Gesù chiama la folla già presente attorno a lui e chi ancora è in arrivo “da ogni città” a farsi “noi” con lui, raccontando la “parabola del seminatore”. Una parabola che inizia all’improvviso, senza un’introduzione né una similitudine, come invece molte altre che sovente si aprono con la formula: “Il regno di Dio è simile a…”.  Qui invece, c’è subito il racconto: “Il seminatore uscì a seminare la sua semenza”. E, subito, c’è il tocco del maestro: la ripetizione delle varianti della stessa parola: “seminatore… seminare… semenza…”, ti fa quasi vedere il gesto ampio e cadenzato con cui il seme viene sparso nel campo. E questo seme cade. Ma forse il campo è piccolo, o il gesto è troppo ampio, e così una parte del seme finisce sul piccolo sentiero che corre lungo il campo, e un’altra parte sul terreno roccioso, e un’altra ancora tra le spine. E quel seme va perso. Su questo “seme perso” la prima comunità cristiana ha riflettuto, e s’è come riflessa in uno specchio. Ha veduto se stessa e la sua incredulità e quella di tanti altri, venirle incontro in quelle tre realtà di “semenza sprecata” che Gesù ha pitturato. E ha cercato le risposte alle domande che sempre rendono inquieta una comunità credente: perché molti non credono nell’evangelo? E perché molti che credono non hanno la costanza di rimanere saldi nella fede? Perché non provano in sé la gioia dell’incontro con Gesù che ti cambia la vita? Perché, insomma, a volte sembra proprio che in tanti, in troppi, “guardino e non vedano, ascoltino e non comprendano”? Le risposte della comunità credente, le troviamo nella seconda parte della pagina di oggi, nella cosiddetta  “spiegazione della parabola”, che con tutta probabilità è appunto la riflessione dei primi cristiani che, proprio come la “terra buona” di cui parla la parabola, hanno accolto in sé il “seme” della parola, l’hanno conservato “in un cuore onesto e buono” e hanno “portato frutto con perseveranza”, e qui però si pongono il problema degli altri che non hanno creduto o non hanno perseverato nella fede.  Ascoltiamole allora, queste risposte: “Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, affinché non credano e non siano salvati”. Il cuore umano è un campo di battaglia. Il Signore ti fa dono della sua parola ma, veloce ed avido come “gli uccelli del cielo” che atterrano a beccare i chicchi finiti sulla via e frantumati dai piedi dei passanti, irrompe l’avversario. È il nemico per eccellenza, che Luca e la sua chiesa conoscono bene: è “il diavolo” che viene con le ali spalancate a rubare la parola, prima che essa attecchisca e chi l’ascolta creda in lei e si salvi. Poi c’è il seme che cade fra le pietre: “Sono coloro i quali, quando ascoltano la parola, la ricevono con gioia; ma non hanno radice, credono per un certo tempo ma, quando viene la prova, si tirano indietro”. Dopo gli increduli, i deboli.  Dobbiamo sempre avere ben presente che la chiesa del Nuovo Testamento vive in un clima di continua ostilità che sovente si fa persecuzione. Così, se la parola non ti ha afferrato in profondità, quando per quella fede sei chiamato a soffrire, alla gioia degli inizi della fede subentra la paura, e per paura tu “ti tiri indietro” dal seguire Gesù.  E ancora, ecco il seme “caduto tra le spine”: “Coloro che ascoltano, ma se ne vanno e restano soffocati dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturità”.  Non basta avere accolto la parola. Se non diventa in te fonte di vita, libertà dalle cose che tu pensi di avere e invece sono loro a possederti, allora “le preoccupazioni, le ricchezze e i piaceri della vita” soffocano la tua fede, e tu vai alla deriva, senza nemmeno rendertene conto. E ti ritrovi vuoto. Quello che avevi udito e avevi accolto, non t’è servito a niente: in te non c’è alcun frutto ma solo delusione e un senso di sconfitta… Ecco allora: gli “increduli”, i “deboli”, i “soffocati”… Così la chiesa ha esaminato se stessa, le sue sconfitte, i suoi fallimenti e le sue frustrazioni alla luce della parabola del suo Signore. Lo ha fatto con serietà ed impegno, fino al punto di attribuire questo esame allo Spirito che Gesù le ha donato e di sentirsi così autorizzata a mettere il risultato della sua riflessione sulla bocca stessa del Signore, come sua riflessione e ammonimento a tutti i credenti che leggeranno l’evangelo… E anche noi facciamo bene a sottoporci al vaglio di questo stesso esame. A chiederci come accogliamo la parola seminata in noi: quanta ne frantumiamo, e quanta roccia c’è dentro di noi, e a quante spine diamo nutrimento… Ma non possiamo fermarci qui, sotto pena di fare del nostro essere cristiani soltanto una morale, e forse un moralismo… Se la spiegazione che la comunità di Gesù ha dato della parabola del suo Signore è certo seria e valida per chiunque di noi voglia esaminarsi su come accoglie e vive la parola di Dio, prima della spiegazione c’è e resta la parabola stessa, la storia raccontata da Gesù. E il clima di questa storia è tutto un altro… quale soltanto lui lo poteva creare… Per coglierlo, quel clima, e per gustarlo appieno, per intendere davvero la “parabola del seminatore” nel significato che le ha dato Gesù, dobbiamo fare un atto di coraggio. Dobbiamo mettere da parte almeno per un po’ la spiegazione su cui sinora ci siamo soffermati, e guardare soltanto alla parabola, come se ci fosse solo lei e come se l’ascoltassimo per la prima volta. Questa parabola è nota – già l’abbiamo detto e ripetuto – come quella “del seminatore”. Dovrebbe chiamarsi “la parabola del seminatore scalcagnato”. Perché, a guardarlo lavorare, quel seminatore è un vero disastro! Il seme in Palestina era prezioso: la produzione non era mai abbondante. Tra la farina per il pane di ogni giorno e la parte che bisognava consegnare come imposta a Roma e per la tassa del tempio, per la semina dell’anno successivo restavano davvero pochi semi, da trattare con cura per non sprecarne nemmeno uno. Qui invece c’è uno spreco colossale. Questo seminatore infatti, da un alto sembra non avere assolutamente preparato le condizioni minime necessarie per la riuscita della sua semina, e dall’altro sembra buttare il seme quasi a caso: lo manda sulle pietre che non s’è preoccupato di togliere dal campo; lo getta fra le spine che non ha estirpato prima; lo manda addirittura sulla strada che corre lungo il campo, e questo è proprio il colmo! Fosse una storia vera, in Israele, un seminatore così sarebbe stato prima bastonato dal padrone del campo, poi mandato via a calci… Ma questa storia l’ha inventata Gesù. E lui, quel seminatore, l’ha pensato tutto diverso dall’impressione che sta facendo a noi. Se lo guardiamo in faccia, vedremo che il suo volto ha qualcosa di familiare… e anzi, ci accorgeremo con grande meraviglia che quel seminatore è Gesù stesso. Sì, nella figura del seminatore Gesù rappresenta se stesso… Ma a questo punto, ci farebbe segno di spostare lo sguardo dal suo volto alla mano, e nella mano al seme che sta spargendo. Perché quello che conta, è proprio il seme! E questo lo capiamo dal finale della parabola. Una parabola è un po’ come un racconto giallo: quel che conta è il finale e tutta la storia e tutti i particolari della storia sono costruiti in funzione del finale, perché colpisca e ti rimanga impresso… Ebbene qui il finale parla appunto del seme (e non più del seminatore) e ci dice che quello caduto nel “buon terreno, quando fu germogliato, produsse il cento per uno“. Altro che OGM! È una percentuale semplicemente incredibile! Ancora oggi, nella Palestina, un seme molto buono può arrivare anche a dare “dieci”, ma “cento” è una follia! Ma allora qui capiamo che è proprio questo “folle super-seme” che consente a Gesù seminatore di essere così sprecone. Una parte del seme cade sopra il sentiero? Che gli fa? Un’altra cade dritta sulle pietre o fra spine? Non ha alcuna importanza! Quel seme è così buono che quel poco che cade dove deve cadere, sarà più che sufficiente per avere un raccolto eccezionale! È così buono che ci si può permettere di essere trascurati nel preparare il terreno per la semina e distratti nel gettarlo nell’aria… Quel seme è la parola di Gesù – in questo, la comunità che ha composto la spiegazione della parabola, è pienamente in sintonia con lui… E Gesù continua a spargerla, la sua parola, ovunque e a piene mani. La getta anche là dove verrà respinta, o disprezzata, o presto dimenticata e trascurata… Non importa! Perché quella parola è una vera e propria “bomba”! Cadrà e porterà frutto, oltre ogni immaginazione! Nel profeta Isaia,  parlando della sua parola, il Signore dice: “Non tornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (cfr 55,11). Con Gesù è la stessa cosa. C’è in questa parabola una vera grande gioia, così grande da permettere lo spreco… c’è un senso di potenza e di vittoria: la parola che Gesù sta spargendo tutt’intorno sui buoni e sui cattivi, sui credenti e gli increduli, “crescerà” a dismisura, e sarà predicata in tutto il mondo… È predicata qui oggi, dopo duemila anni…  Allora veramente, se certo ha senso e è importante interrogarci ogni volta, domandarci se siamo “strada” o “rocce”, o “spine” o “buon terreno”… però fondamentalmente non si tratta di guardare a noi stessi, di stare a preoccuparci di quel che possiamo fare o non fare, ma di guardare alla parola di Gesù, perché è lei, e solo lei che fa, opera meraviglie… le opererà anche in noi…  Il “seminatore Gesù” è anche oggi nel campo, col suo grembiule pieno. Continua a seminare, a gettare il suo seme con un gesto sicuro… quasi festoso. Vediamo che quei semi li butta sulla strada e vengono gli uccelli e li beccano via… che li butta sui sassi dove il sole li brucerà… li butta tra le spine che li soffocheranno… Ma non possiamo dirgli: “Cosa fai?”… Non avrebbe alcun senso. Perché Gesù ci guarda. E il suo sguardo è sicuro e spensierato, come acceso da un’ironica fiducia. Ci guarda e ci sorride. E quel sorriso dice: “Non starti a preoccupare! Qualche chicco è per te! Cadrà sopra di te come sul terreno soffice… e in te farà dimora… ed in te crescerà. E sarà “cento ad uno”. E verrà la mietitura e canteremo insieme la gioia del raccolto”.

Sermone a cura del Pastore Ruggero Marchetti, della Chiesa Evangelica Valdese (Unione delle Chiese Evangeliche Valdesi e Metodiste) di Trieste

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2014-08-01 23:40:292020-10-28 18:24:39Sermone: PREDICAZIONE DI DOMENICA 20 LUGLIO 2014 (Lc 8, 4–15)
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