Chiesa Evangelica Metodista di Padova
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Sermone: La rivoluzione pasquale

5 Aprile 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

„Gesù è risorto, gioia e gratitudine accompagnano questo giorno; la rivoluzione, l’unica vera rivoluzione della storia è successa; la rivoluzione del mondo tramite l’amore.”

Chi pensate abbia scritto queste parole? – Non è stato un teologo, ma il leader dei gruppi studenteschi in Germania negli anni ’60, anni rivoluzionari. Rudi Dutschke, un giovane studente che aveva una visione non-violenta del socialismo e del comunismo per tutto il mondo. Lui è diventato famoso morendo in seguito in un attentato. In questa citazione possiamo vedere qualcosa della sua impronta di fede. Era evangelico e cercava di mettere insieme le sue visioni politiche con la fede cristiana.

Già la parola ‘rivoluzione’ fa vedere come pensava. E ho l’impressione che con rivoluzione siamo molto vicino a ciò che ci racconta l’evangelista Marco alla fine del suo vangelo. Leggo dal capito 16 i versetti 1-8.

Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. 2 La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. 3 E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?» 4 Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande. 5 Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate. 6 Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo. 7 Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto». 8 Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura.

È un rivolgimento, un capovolgimento ciò che Marco ci racconta. Tutto ciò che conosciamo, come cristiani ma anche come persone che fanno esperienza della vita, tutto viene messo sotto sopra. Il racconto di Marco non è logico. Tutto ciò che è chiaro, conosciuto, sicuro viene messo sottosopra – questa è la rivoluzione. La risurrezione di Gesù non sta bene nel nostro mondo, è qualcosa di totalmente diverso che non si può semplicemente accettare e poi andare oltre come se non ci fosse stato niente. L’annuncio della risurrezione lascia delle tracce. – Qualunque esse siano.

L’ordine del giorno lo conosciamo. La vita quotidiana va avanti che ci piaccia o meno. Spesso nessuno ci chiede se vogliamo andare oltre oppure fermarci, perché è la vita che va oltre. E così succede anche per le donne di cui Marco racconta. Fino all’ultimo momento hanno aspettato vicino alla croce, ma non è successo nulla che potesse consolarle. Erano e sono rimaste piene di tristezza, dolore e disperazione. Quello che, secondo le regole del nostro mondo, doveva avvenire è avvenuto. Quando uno è attaccato alla croce non c’è più una via di fuga. Viene la morte, un po’ prima o po’ più tardi, ma viene la morte. E quando questo momento si verifica, si piange, ci si lascia andare alle emozioni e poi in qualche modo ci si arrangia, abituandosi alla nuova situazione, si inizia a preparare il funerale. Si cerca di esprimere l’amore per la persona con questi ultimi onori. È importate fare questi passi conclusivi, ma di più non si può fare. La vita finisce.

Le donne che vengono presto la mattina alla tomba di Gesù hanno già fatto le loro esperienze con la vita e la morte. E come tanti di noi sanno che fa bene avere qualcosa da fare. Avere le mani impegnate aiuta contro pensieri troppo tristi. Non si può annegare nella tristezza fintanto che ci si occupa di fiori e oli profumati e soprattutto quando si può lavorare insieme con altri. È un classico: fino a quando c’è qualcosa da fare e organizzare chi è rimasto sta bene. Il momento davvero duro è quando il funerale è finito e i parenti sono tornati a casa. Si presenta allora il grande buco della solitudine, l’incomprensione e il lutto che fa male e poi i tentativi di accettare la situazione.

Tutto ciò è ancora molto lontano per le donne che vanno la mattina dopo il sabato presto alla tomba di Gesù. Vogliono pensare a qualcosa di bello, vogliono profumare il corpo morto e farlo proprio nelle prime ore del nuovo mattino. Com’è bella una mattina in primavera! Da noi si dice: nuovo giorno – nuova felicità. È proprio questo che cercano queste donne: nuova felicità. Loro vorrebbero vedere tutta la tristezza che hanno passato in un’altra luce. Forse hanno il desiderio che il sole mostri che tutto era solo un incubo che passa nella luce del giorno. La vita va oltre. Il mattino presto con la sua calma, con la natura che si sveglia, sembra portare più vicino al Creatore, sembra di vedere il mondo così com’era all’inizio. Ma poi subentra la realtà.

Passa presto quel momento di serenità e la vita quotidiana rientra con la sua forza. Ad ogni nuovo passo che porta più vicino alla tomba, la speranza che tutto potesse rimanere perfetto com’era il primo mattino diventa sempre più piccola. – E poi viene il pensiero della pietra. Ancora prima di raggiungerla c’è già questa pietra che pesa nell’animo delle donne. La pietra inasprisce la vita, cerca di soffocarla, di bloccarla tra ansie e paure così che non possa svilupparsi. – Anche sulle nostre anime c’è spesso un grande peso, grande quanto quella pietra, così che la gioia e la vita non possono venire fuori. E sappiamo che spesso non ce la facciamo noi da soli a togliere questa pietra. Con quale velocità siamo stanchi da morire, stanchi di questo mondo, stanchi di Dio. Quante volte sembra che la morte sia più potente rispetto all’amore, sembra che tutto sia inesorabilmente finito. La domanda Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro non è, in fondo, una vera domanda, ma solo un sospiro che non sa attendere una risposta. Silenzio. La pietra ci chiude la bocca.

Ma gli occhi sono aperti e vedono ciò che non si potrebbe vedere, ciò che non è possibile – la pietra non c’è. Ciò che era sicuro al massimo grado, così opprimente, così vincolante, così gravoso non c’è più. – Talvolta ci capita di leggere scritto attorno ad un orologio in latino ‘mors certa, hora incerta’. Niente è più sicuro nella vita della morte. Così sicuro come la pietra davanti alla tomba, una pietra che è troppo pesante per essere rimossa.

La pietra non c’è più. Tutte le certezze non ci sono più. Tutto è diverso, tutto è sottosopra, rivoluzionato. Il fondamento più sicuro è stato tolto al mondo. L’impossibile è diventato possibile. – Adesso che non c’è più la pietra è possibile vedere l’angelo. La tomba non è vuota. Sullo sfondo delle ansie, delle insicurezze e dell’angoscia si vede la veste candida. La luce entra nel buio quotidiano – e le donne reagiscono con spavento. Chi è in grado di affrontare la rivoluzione della vita con calma? Tutto quello che sembra fermo e stabile inizia a tremare quando l’angelo dice un’unica parola, in italiano sono tre: egli è risuscitato. Non basta la nostra lingua, sia l’italiano o il greco per esprimere con parole umane che cosa vuol dire la risurrezione di Gesù.

Chi l’avrebbe pensato quando Maria cantava ancora prima della nascita di suo figlio: “ha detronizzato i potenti” Luca 1,52 . Ha detronizzato addirittura la morte. Succede qualcosa di nuovo come all’inizio della creazione. Dal nulla sorge la vita, dalla morte sorge la vita. Il creatore si mette in gioco come all’inizio. Fa risuscitare il suo figlio unigenito, e lo porta dalla morte in una vita nuova.

Il filosofo francese Voltaire era conosciuto per le sue beffe – potremmo dire anche cattiverie – sulla fede cristiana. Ma quando venne interrogato a proposito della risurrezione diede una risposta che non ci aspetteremmo. Una donna gli domandò come fosse possibile che esistessero delle persone che davvero credevano nella risurrezione. Voltaire rispose: “Madame, la risurrezione è la cosa più facile del mondo. Colui che ha fatto una volta l’uomo può farlo anche una seconda volta.” È così facile – e nello stesso tempo rivoluzionario – perché con la risurrezione di Gesù Dio ha posto un nuovo inizio. Dio ha messo fine alla fine mortale, perché il suo inizio è più potente rispetto la morte. Quella mattina della prima pasqua è il nuovo inizio cristiano.

La base della vita di queste donne che sono venute ad ungere il corpo di un morto è cambiata quando hanno visto la tomba liberata dal potere della pietra. La loro via le porterà verso il loro Signore. Senza grande parole seguiranno la buona novella, andranno e vedranno Gesù il risorto.

Questa rivoluzione ha delle conseguenze. Il mondo non è più com’era prima di Pasqua quando la morte aveva l’ultima parola. Adesso è cambiato: la vita dice l’incisiva e ultima parola. Se parliamo adesso di speranza, non è più una speranza che verrà una volta alla fine, ma è una speranza attuale. Il nuovo ha già avuto inizio e ci dona in continuazione nuovi inizi. Ogni volta quando qualcuno sente l’evangelo c’è la possibilità di questo nuovo inizio che porta verso la vita. Ogni volta che ci mettiamo sotto la benedizione di Dio, il Signore vuole donare un nuovo inizio, ogni volta che veniamo alla mensa del Signore, la fine mortale cede il passo e si apre un nuovo inizio per la comunione con Gesù Cristo.

Ogni ora della nostra vita può adesso diventare un nuovo inizio, nessuno è definitivamente fallito, c’è sempre la possibilità di iniziare da capo. Tutto ciò ha fatto Dio – a noi spetta di accettare e fare parte di questa rivoluzione dell’amore.

Le donne alla tomba erano mute, così spaventate da non dire neanche una parola. Eppure la buona novella si è sparsa velocemente ed è arrivata fino a noi: il nostro Dio ha vinto la morte. Per puro amore ha messo sottosopra le regole di questo mondo: se accettiamo questo, il nuovo inizio vale anche per noi.

Amen

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-04-05 13:34:372020-10-26 11:35:18Sermone: La rivoluzione pasquale

In ascolto: Hai riempito le mie mani

4 Aprile 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Chagall

Vorrei che oggi insieme riflettessimo su un disegno di Marc Chagall. Un artista nato nel 1887 in Russia bianca. Forse nei tratti di queste persone si può vedere qualcosa che ricorda la Russia. Sono una coppia, stanno molto vicino, addirittura le loro teste si toccano. La donna tiene nella mano destra una candela accesa. L’uomo ha un libro in mano. Sono circondati da simboli che hanno a che fare con la loro vita.

Vediamo a sinistra il crocifisso, che sembra quasi sorvolare i due personaggi. Guarda dall’alto verso di loro due e apre le braccia in un gesto di benedizione. L’artista ci mostra Gesù come ebreo con lo scialle di preghiera intorno ai fianchi. La tavola che riporta le parole Iesus Nazarenus Rex Iudorum, ci ricorda che Gesù era Nazareno e che viene mandato alla croce perché visto come il re degli ebrei. L’aureola ci dice che quest’uomo sulla croce è il Messia, il servo sofferente come ci viene presentato da Isaia.

Anche la pendola è un motivo che Chagall ha usato spesso come simbolo del tempo che passa e come avvertimento della vanità della vita.

In questa prospettiva possiamo anche interpretare la candela che la donna tiene nella mano. La fiammella della vita è minacciata, deve essere protetta. La vita si può spengere facilmente.

Rimangono ancora come simboli la luna che nel suo ritmo crescente e calante fa pensare nuovamente alla fugacità della vita e poi il libro in mano all’uomo. Senz’altro questo libro è la bibbia ebraica. Questo testo era il filo conduttore della vita nel ghetto ebraico dove cresceva il giovane Marc Chagall.

La vita dell’uomo e della donna in questo disegno è compresa tra la pendola borghese e le sofferenze del crocifisso, tra il suono dell’orologio e il grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15,34) Loro due, come anche noi, vivono nel campo di tensioni tra la bellezza generale e il progressivo degrado, tra l’amore e la morte. Vivono la loro vita, scandita dalla luna con il libro dei libri in mano, che è il filo conduttore della loro vita.

Questo quadro si intitola: Mi hai riempito le mani. Sì, Dio ha riempito anche le nostre mani. Con la fiammella della vita che ci dato e con la sua parola d’amore che ci conduce in questa vita.

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-04-04 07:25:492020-10-28 18:26:54In ascolto: Hai riempito le mie mani

In ascolto: Un giorno una parola – venerdì 27 marzo

27 Marzo 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Il popolo venne da Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti”. E Mosè pregò per il popolo (Numeri 21,7)

Se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto (I Giovanni 2,1)

I due testi ci parlano di un mediatore tra l’uomo e Dio. Per il popolo d’Israele è Mosè il mediatore che deve parlare con Dio e che deve trovare una soluzione per la minaccia dei serpenti. Mosè deve forgiare e innalzare un serpente simile a quelli velenosi in modo tale che chi rivolga lo sguardo ad esso, dopo essere stato morso, continui a vivere. Eppure anche Mosè, che si assume questo compito di mediatore, non è in grado di offrire vita alle persone; esse ricevono vita solo da Dio.

È facile scegliere un leader che si assuma la responsabilità per la mia vita e anche per la mia fede. È invece quasi impossibile essere questo leader. I riformatori hanno sempre posto l’accento sul fatto che non servono mediatori tra Dio e l’uomo, perché abbiamo già Gesù Cristo, il giusto, che è nostro avvocato presso il Padre.

Ora la questione interessante è se ci piace tutto ciò o se non sarebbe molto più facile che qualcun altro si assumesse la responsabilità per le nostre faccende spirituali. – Forse sì, forse no.

Sì, sento anch’io il desiderio di un aiuto e proprio per questo Gesù ha mandato lo Spirito Santo come aiuto per i credenti. No, perché sono grata di potermi avvicinare direttamente a Dio. Lui mi capisce, non servono ulteriori mediatori umani. Posso venire a lui, riconoscendo il mio peccato, e trovare aiuto.

Mosè innalza il serpente. Quest’immagine è legata direttamente all’immagine del Cristo crocifisso. Io guardo la croce e so che lì trovo perdono, pace e nuova vita. La via verso Dio è aperta e nessun’altro me la può aprire se non Gesù.

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-03-27 09:06:472020-10-26 11:35:44In ascolto: Un giorno una parola – venerdì 27 marzo

In ascolto: Un giorno una parola – giovedì 26 marzo

26 Marzo 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Io ho messo le mie parole nella tua bocca e ti ho coperto con l’ombra della mia mano (Isaia 51,16)

Mi ricordo bene le esercitazioni omiletiche che facevamo nella Facoltà teologica metodista in Germania dove ho studiato. La prima domanda dopo la predicazione era sempre: “Il candidato ha predicato il testo?” Mi sembrava molto strana questa domanda. Solo dopo mi sono resa conto di quanto sia facile perdersi e predicare le proprie idee invece della parola di Dio.

Dio ci invita – non solo i predicatori full time, ma tutti i credenti – a portare le sue parole nel mondo e ci assicura della sua vicinanza. Ci assicura di farci ombra con la sua mano, di aiutarci in ogni modo possibile se solo portiamo questa sua parola ai destinatari, cioè a tutta l’umanità.

Chi ha esperienza in questo campo sa che non è un impegno facile. Talvolta ci vengono rivolte accuse dall’esterno, spesso lottiamo con dubbi interiori. E Dio ci assicura come faceva con l’apostolo Paolo: Non temere, ma continua a parlare e non tacere; perché io sono con te (Atti degli apostoli 18,9-10)

Quando John Wesley, fondatore della chiesa metodista, si ritrovò in una profonda crisi spirituale disse a se stesso: “Smetti di predicare! Come puoi predicare ad altri se tu stesso non hai fede?” Poi, scrive nel suo diario, domandò al pastore moravo Peter Böhler se avesse dovuto smettere di predicare ed egli replicò: “In nessun caso”. Wesley domandò: “Che cosa posso predicare?” e Böhler gli rispose: “Predica la fede fino a quando l’otterrai e quindi predicherai la fede perché ce l’hai.”

Questo è il nostro compito: predicare la fede con parole e azioni, portare il messaggio di Dio nel mondo, e non temere, perché Dio è con noi.

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-03-26 09:39:382020-10-26 11:36:18In ascolto: Un giorno una parola – giovedì 26 marzo

In ascolto: Un giorno una parola – mercoledì 25 marzo

25 Marzo 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: “Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo! (Genesi 28,17)

Ecco una voce dalla nuvola che diceva: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo”. I discepoli, udito ciò caddero con la faccia a terra e furono presi da gran timore. Ma Gesù, avvicinatosi, li toccò e disse: “Alzatevi; non temete” (Matteo 17,5-7)

Quando Giacobbe si mise a dormire, cercava semplicemente un luogo tranquillo e sicuro per trascorrere una notte serena. Però svegliandosi, si ritrovò alla presenza di Dio – o almeno molto vicino a lui – e descrive tale esperienza come qualcosa di “tremendo”, cioè motivo di gran spavento. I discepoli di Gesù, nell’episodio della trasfigurazione, sentono la voce di Dio dal cielo e cadono a terra preso da gran timore.

Mi chiedo se l’incontro con Dio, con il Santo, mi faccia altrettanto tremare. La risposta e “No!” e mi chiedo perché. Mi chiedo se noi sottolineiamo tanto, forse troppo, le parole confortanti di Gesù che fa alzare i discepoli e ci rifiutiamo di parlare del Dio santo e tremendo, inspiegabile e imprevedibile, pieno di energia.

Di0 porta in sé tutti questi diversi lati. Non è soltanto il buon Dio, il bravo papà che ci guida nella vita e manda i suoi angeli così che non dobbiamo temere nulla. Dio ha anche un altro lato. È colui che chiede ad Abramo di portare suo figlio in sacrificio, è colui che acconsente alla sconfitta del suo popolo da parte dell’invasore babilonese, è colui che accetta che Giobbe venga messo alla prova quasi fino a costargli la vita.

Lo so che qualcuno vorrebbe dire: “Ma questo è il Dio dell’Antico Testamento”. Ricordiamoci però come Gesù si è comportato con i mercanti nel tempio, pensiamo all’agire dello Spirito Santo il giorno della prima pentecoste. – Dio è tremendo, è imprevedibile, è inspiegabile e sorprendente.

Sono contenta che Dio non si faccia addomesticare, che sia pieno di energia con la quale vuole sorprenderci, anche nelle nostre vite e nelle nostre chiese.

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-03-25 08:41:512020-10-26 11:42:31In ascolto: Un giorno una parola – mercoledì 25 marzo

In ascolto: Un giorno una parola – martedì 24 marzo

24 Marzo 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Sembra che il lavoro sia uno dei problemi più grandi del nostro tempo. Alcuni cercano disperatamente lavoro, fanno dei lavori per i quali non sono assolutamente adatti e si sentono frustrati perché non possono minimamente realizzarsi in ciò che fanno. Altri hanno invece troppo lavoro, cercano un equilibrio maggiore tra la vita con famiglia e amici e la vita lavorativa, ma sembra che la vita privata non debba più essere considerata se si vuole lavorare. Una legge perversa che talvolta penetra anche nelle nostre chiese.

Già nelle prime pagine della Bibbia si parla di lavoro:

Dio il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo lavorasse e lo custodisse (Genesi 2,15). Questo lavoro però è diverso. Custodire e lavorare il giardino è senz’altro un lavoro faticoso. La Bibbia non proclama il dolce fare niente. Ma chiunque abbia mai visto crescere una pianta conosce anche la grandissima soddisfazione di vedere il risultato della propria fatica. Chi conosce i tempi di un giardino sa che serve anche la pausa, lo shabbat nel quale il lavoro si ferma. Chi vede crescere non solo una pianta, ma anche, per esempio, un essere umano, sa quale grande fatica sia necessaria; sa anche quanto in questa crescita non sia opera nostra, ma pura grazia divina. Questo modo di lavorare porta al lodare Dio.

Il secondo versetto scelto per illustrare il pensiero è della prima lettera ai Corinzi (4,2) Quel che si chiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele.

Solo la parola ‘amministrazione’ mi sembra lontana più che mai dall’ambito della lode di Dio o da un lavoro soddisfacente. E invece no. Anche il lavoro nelle nostre chiese dovrebbe rispecchiare questa prima impronta che Dio ha dato nel giardino di Eden. Un lavoro certamente faticoso per il quale servono giardinieri, amministratori fedeli, ma soprattutto un lavoro piena di gioia che porta alla lode del Signore.

Buon lavoro!

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-03-24 08:45:122020-10-26 11:42:55In ascolto: Un giorno una parola – martedì 24 marzo

In ascolto: Un giorno una parola – lunedì 23 marzo

23 Marzo 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Il Salmista afferma: Noi e i nostri padri abbiamo peccato, abbiamo mancato, abbiamo fatto il male (Salmo 106,6). Quanto è difficile accettare di aver fatto del male! Quante scuse troviamo per giustificare il nostro agire, che sarebbe determinato dalla società, dalla cultura, da mille altre cose … da me? – No, non da me!

Il primo passo verso il riconoscimento di questa realtà è vedere il male che provoco ogni giorno. Accettare la mia debolezza. Rendermi conto del peccato, della distanza profonda tra me e Dio.

Il secondo passo è la ricerca di una soluzione, una cura, che però non posso trovare in me stesso. Per questo il secondo versetto, che è tratto dal vangelo secondo Marco (2,17), ci aiuta a proseguire nel pensiero.

Gesù disse loro: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” Se accetto di essere malato, di essere una persona che sta male perché fa del male, allora riconosco anche di avere bisogno di un medico; e l’unico che può guarire la malattia del peccato è Gesù Cristo. Lui è venuto in questo mondo per sanare, per salvare, per farsi carico del nostro peccato sulla croce e annegarlo nel profondo del mare.

Io ho bisogno di questo medico. La nostra società e il nostro mondo hanno bisogno di questo medico.

Il catechismo di Heidelberg chiede nella seconda domanda che cosa si debba sapere per poter vivere e morire felicemente. La risposta è: tre cose. Uno: quanto grande è il mio peccato. Due: come vengo redento, cioè curato da questo peccato. Tre: in che modo devo essere grato a Dio per questa redenzione.

La gratitudine verso Dio conclude il percorso. Accettazione della miseria. Redenzione dalla miseria. Gratitudine. – Così si può vivere e morire felicemente.

Ulrike Jourdan

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-03-23 08:44:312020-10-26 11:42:07In ascolto: Un giorno una parola – lunedì 23 marzo

Sermone: ecce exiit qui seminat seminare

9 Febbraio 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Ho dei parenti che vivono in campagna. Anni fa raccontarono che la mia cuginetta era andata fuori a giocare in autunno. Era una giornata piuttosto brutta e lei si era messa l’impermeabile e gli stivali di gomma. Si divertiva a giocare sui campi ed era bene così perché si trattava di uno degli ultimi giorni in cui si poteva stare fuori prima dell’inverno.

Mia cugina ritornò contenta e bagnata fradicia a casa, mise i suoi stivali in cantina, e lì rimasero.

Non vi potete immaginare che cosa fosse successo qualche mese dopo, quando mia cugina andava a prendere i suoi stivali all’inizio della primavera? – Qualche chicco di grano del campo sul quale aveva giocato, doveva essersi incastrato negli stivali e aveva trovato lì dentro anche abbastanza acqua per cominciare a crescere. Il luogo è strano, certo, ma fino all’arrivo della primavera qualche piccolo chicco di grano era riuscito a crescere e svilupparsi così in alto che si vedevano le spighe fuoriuscire dal gambale.

Il testo della nostra predicazione di oggi parla di crescita, non solo del grano, ma anche di una crescita spirituale. Leggo Luca 8,4-15:

4 Or come si riuniva una gran folla e la gente di ogni città accorreva a lui, egli disse in parabola: 5 «Il seminatore uscì a seminare la sua semenza; e, mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada: fu calpestato e gli uccelli del cielo lo mangiarono. 6 Un’altra cadde sulla roccia: appena fu germogliato seccò, perché non aveva umidità. 7 Un’altra cadde in mezzo alle spine: le spine, crescendo insieme con esso, lo soffocarono. 8 Un’altra parte cadde in un buon terreno: quando fu germogliato, produsse il cento per uno». Dicendo queste cose, esclamava: «Chi ha orecchi per udire oda!» 9 I suoi discepoli gli domandarono che cosa volesse dire questa parabola. 10 Ed egli disse: «A voi è dato di conoscere i misteri del regno di Dio; ma agli altri se ne parla in parabole, affinché vedendo non vedano, e udendo non comprendano. 11 Or questo è il significato della parabola: il seme è la parola di Dio. 12 Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, affinché non credano e non siano salvati. 13 Quelli sulla roccia sono coloro i quali, quando ascoltano la parola, la ricevono con gioia; ma costoro non hanno radice, credono per un certo tempo ma, quando viene la prova, si tirano indietro. 14 Quello che è caduto tra le spine sono coloro che ascoltano, ma se ne vanno e restano soffocati dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturità. 15 E quello che è caduto in un buon terreno sono coloro i quali, dopo aver udito la parola, la ritengono in un cuore onesto e buono, e portano frutto con perseveranza.

Gesù racconta questa parabola ad una grande folla. Aveva davanti a se delle persone abituate a coltivare la terra, questa è la grande differenza rispetto a noi. Per questo, per poter cogliere il messaggio che vale anche per noi, dobbiamo cercare di entrare in una logica che per i primi ascoltatori era ovvia. – Posso però dirvi subito che anche all’epoca non era tutto chiaro. Anche i discepoli di Gesù dovevano chiedere che cosa volesse dire la parabola, per questo ci troviamo in buona compagnia quando vogliamo scoprire la profondità di questo racconto.

Gesù inizia dicendo: Il seminatore uscì a seminare la sua semenza. I chicchi di grano, la semenza, è la parola di Dio. Il seminatore può essere chiunque porti questa parola. Per primo Gesù, ma dopo di lui tanti altri apostoli e discepoli fino a noi oggi, anche chiamati a portare il messaggio divino nel mondo.

Guardiamo questo seminatore. Nella Facoltà teologica dove ho studiato c’era un grande quadro che raffigurava questa parabola. C’era in mezzo un uomo con una specie di borsa a tracolla che spargeva con un grande gesto la sua semenza sul campo. Senza pensare tanto andava contento a seminare. Non guardava dove i chicchi arrivavano. C’erano chicchi sulle piste battute tra i campi e altri sotto i rovi.

Mi ricordo che nel primo anno di studi, ho guardato questo quadro con disapprovazione. In fondo sono una persona precisa, non mi piace tanta sventatezza. Pensavo che servisse una buona preparazione del campo, così che il frutto potesse spuntare. Insomma si tratta della parola di Dio, non volevo accettare di trattarla con tanta leggerezza.

Poi mi è stato spiegato che ancora oggi nell’oriente si semina diversamente da come lo si fa da noi: prima si spargono i chicchi sul campo, e solo dopo c’è l’aratura. Per questo è normale che il seminatore getti la semina anche sui rovi o sui sentieri del campo, perché dopo quando passa l’aratro spariscono i rovi e anche le piste. Così diventa comprensibile che si semini anche in luoghi dove uno non penserebbe neanche lontanamente ad un possibile raccolto.

Forse questa è una prima lezione che possiamo imparare in questa parabola: non è importante se si prepara prima o dopo il campo, non ha importanza come si porta la parola di Dio, non è decisivo in che maniera si celebra un culto, se in maniera più moderna o più classica, accompagnato dall’organo o dai tamburi, non importa. L’unica cosa importante è che si sparga la voce di Dio.

Però in questa parabola ci viene anche detto che la parola di Dio non riesce sempre a portare frutto. Gesù parla di uccelli, di rocce e spine. Sembra accettare il fatto che la parola di Dio non trovi sempre ascolto.- Non penso che dobbiamo adesso guardare chi siano le persone che potremmo individuare con un cuore di roccia o di spine. Penso che sia meglio guardare dentro noi stessi ed iniziare a strappare le spine in noi, a portare via le rocce e a scacciare le idee strane che ci frullano in testa.

Mi chiedo: dove sono le piste più battute della mia vita, questi sentieri che sono sempre gli stessi, che intraprendo già da tanti anni? – A me piacciono le abitudini, danno sicurezza, continuità; ma mi rendo conto che accanto alle buone abitudini si possono inserire anche abitudini meno buone nella vita. Forse qualcuno ha deciso una volta che è troppo complicato leggere la Bibbia e per questo non la apre da anni. Forse qualcuno si è convinto che la preghiera sia fatta per persone sensibili o per i vecchietti. Sono questi sentieri che diventano con gli anni strade lastricate. – E il seminatore va oltre a seminare nella speranza di trovare una fessura tra le lastre dove un chicco possa crescere.

Posso anche trovare dei rovi nella mia vita. Ognuno subisce nella vita delle ferite che induriscono l’anima. Col tempo queste cicatrici possono moltiplicarsi, talvolta possono essere poche, ma comunque dolorose. – Io solo posso decidere quanta durezza sono disposta ad accettare nella mia vita. Anche in una chiesa tra fratelli e sorelle può succedere facilmente che uno dica una parola che ferisce. Non è bello, è chiaramente da evitare, ma succede. Poi sono io a decidere come voglio vivere con questa cicatrice, se la lascio diventare dura, magari allontanandomi dalla chiesa, o se tolgo la durezza per non ferirmi ancora di più con il mio comportamento. Se lascio indurire la mia anima, è difficile che la parola di Dio possa trovare un luogo per germogliare in me.

Gesù parla anche delle spine che permettono che la frutta cresca e poi muoia. Quante volte ho già visto queste persone che partono con entusiasmo, sembra che abbiano l’energia per cambiare il mondo e poi tutto finisce nel suo contrario. Spesso sono delle necessità oggettive che impediscono la crescita: Sono troppo giovane per una chiesa che canta inni vecchi. Ho appena iniziato un nuovo lavoro, non ho tempo per Gesú Cristo. I miei figli hanno bisogno di me giorno e notte, quando saranno grandi mi prenderò tempo per le faccende spirituali. E poi viene il momento in cui uno dice: Sono troppo vecchio per cambiare ancora la mia vita. Di queste cose si devono occupare i giovani. – Questo è l’effetto delle spine che fanno morire la buona semina.

Gesù parla anche degli uccelli e li paragona con il diavolo. È interessante che nel testo greco non stia scritto come di solito satanas, ma diabolos. Il verbo diaballo significa gettare in disordine, creare divisione. Il diavolo è la forza che perturba, che butta via il buono. Il diavolo e quello che crea situazioni ingarbugliate. È l’uccello che vola per mangiarsi subito ogni buon seme e per imbrogliarci sussurrandoci idee che portano via la chiarezza e lasciano solo frammenti in disordine.

Ma alla fine si parla anche della terra buona in questa parabola. In ognuno di noi si trova anche una parte di terra feconda sulla quale cresce bene la parola di Dio. Ricordatevi quello che dicevamo prima: non era necessario che la terra venisse coltivata in anticipo. No, la parola di Dio trova l’aggancio, anche se l’aratro passa dopo la seminatura. Ciò significa che se ci esponiamo alla parola di Dio, se cerchiamo di ascoltare che cosa Dio ha da dire per la nostra vita, questo porta frutto. Non da oggi a domani, ma porterà frutto, forse tanto frutto.

Portare frutto vuol dire che si vede la parola di Dio nella nostra vita. Non penso a cose esteriori come la collanina con la croce o altri segni identificatori. Penso piuttosto ad azioni che mostrano l’amore di Dio. Azioni che possono essere semplici, ma concrete. Ho sentito un barbone che hanno intervistato in tv che diceva ‘La gente butta dei soldi nella mia ciotola senza neanche guardarmi.’ Un sorriso può fare la differenza, o l’aiuto pratico a qualcuno dal quale non mi posso aspettare che contraccambi il favore: Dio aiuta anche me solo così. La parola di Dio vuole portare frutto, e Gesù ci dice che può portare il cento per uno.

Una parabola. Parole antiche, e talvolta ci chiediamo se hanno davvero ancora qualcosa da dire a noi. – Ho letto che si sono trovati dei chicchi di grano in una tomba egiziana di circa 5.000 anni fa. Qualcuno li ha seminati, ha dato acqua e luce e dopo tutti questi anni hanno iniziato a germogliare. Funziona così anche con le parole della Bibbia che talvolta ci sembrano secche o morte. Queste parole riescono a crescere quando il campo del nostro cuore non è più così secco. Lasciamo che l’amore di Dio coltivi i nostri cuori e faccia germogliare la sua parola nella nostra vita. Amen

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-02-09 09:49:262020-10-26 11:41:50Sermone: ecce exiit qui seminat seminare

Sermone: In vino veritas

19 Gennaio 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

Un amico con il quale ho studiato teologia, dopo essere diventato pastore, è stato mandato in una comunità dove esisteva ancora lo stabile che non si riusciva a vendere, ma non c’erano più persone. Che si fa? – Una delle decisioni importanti tra tanti altri cambiamenti è stata: ‘Se la gente non viene in chiesa, andiamo noi dalla gente.’ Non è un’idea nuovissima, ma serve tanto impegno e convinzione per metterla in pratica. Questo mio amico è un buon gustaio, un tipo conviviale, al quale piace bersi una birra o anche due. Lui si è girato tutte le trattorie della zona e ne ha trovata una dove si mangia bene e a buon prezzo, dove c’è uno spazio esterno per i bambini e una saletta che sarebbe in teoria per le feste di famiglia. In quella saletta ha iniziato a fare dei culti. – Anche questa non è un’idea nuova, così hanno lavorato le missioni metodiste in Germania e anche qui in Italia quando non esistevano ancora locali di chiesa. Comunque, quello che mi stupisce è che a questi incontri nella trattoria vengono adesso, dopo cinque anni di lavoro, circa 70 persone che dopo il culto rimangono ancora insieme per il pranzo e forse anche per una passeggiata insieme con i bimbi.

Mi è venuto da pensare a questi incontri nella trattoria quando ho lavorato sul testo della nostra predicazione di oggi che racconta del collegamento tra annunciare e gustare, tra messaggio e festa, tra la presenza di Dio e la vita buona.

Leggo dal vangelo secondo Giovanni nel secondo capitolo i primi 12 versetti

Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. 2 E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». 5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». 6 C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 7 Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. 8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora». 11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui. 12 Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni.

Giovanni ci racconta di un miracolo che potremmo quasi definire un miracolo di lusso, comunque non un miracolo dettato da una reale necessità. Non c’è una persona malata, nessuno soffre, non c’è un pericolo incombente se non quello degli sposi di fare brutta figura davanti agli amici. Gesù c’è comunque e si mette anche in gioco. Aiuta e lo fa in abbondanza.

Mi è stata sempre simpatica quest’immagine di Gesù. Uno che va alle feste, uno che sa stare tra la gente senza dover sempre discutere e tirare fuori dei problemi, uno che sa mettere insieme la buona novella con la bontà fisica. Forse per questo mi è venuto in mente questo mio amico di cui vi ho parlato prima. Forse abbiamo da troppo tempo dimenticato ciò che per un ebreo è evidente, che non si può distinguere la testa dalla pancia o, detto diversamente, non giova distinguere la festa dall’annuncio. Siamo come esseri umani tutt’uno. Il messaggio buono di Dio non vuole raggiungere solo il nostro intelletto ma tutta la persona.

Questa festa di cui racconta Giovanni inizia al terzo giorno. Vi ricordate che cosa abbiamo sentito nella prima lettura biblica? Il terzo giorno è il momento dell’incontro con Dio. Il popolo d’Israele si doveva preparare per due giorni, il terzo giorno viene Dio in persona così che il popolo possa sentire le sue parole. (Esodo 19,11) Forse vi ricordate anche la storia del profeta Giona che il terzo giorno veniva sputato fuori dal ventre del grande pesce, finalmente pronto per annunciare la parola di Dio. E ancora, il collegamento che forse ci viene per primo in mente perché lo confessiamo nel nostro Credo, che Gesù discese nel soggiorno dei morti e il terzo giorno risuscitò. Il terzo giorno è la domenica, il giorno della risurrezione. Il terzo giorno è il simbolo per l’incontro con Dio.

Il terzo giorno a Cana è il più bel giorno del mondo. Una festa di piena presenza che non viene interrotta dalla necessità del quotidiano. Incontriamo a Cana la vita non per come si presenta la vita di ogni giorno, ma così come potrebbe essere; la vita buona. Il predicatore Qoèlet scrive: Va’, mangia il tuo pane con gioia, e bevi il tuo vino con cuore allegro, perché Dio ha già gradito le tue opere. Siano le tue vesti bianche in ogni tempo, e l’olio non manchi mai sul tuo capo. Godi la vita con la moglie che ami. Ecclesiaste 9:7-9 È qualcosa di questa vita semplice e buona che possiamo incontrare a Cana.

Quando Gesù si mostra per la prima volta in pubblico con i suoi discepoli, viene come ospite e non ci sono persone bisognose a questo matrimonio. Nessuno ha fame, tutti hanno già bevuto. Che cosa succederebbe se adesso non ci fosse più da bere? Sul fondo del calice si vede già di nuovo la faccia del quotidiano. La festa è quasi finita, i calici sono già vuoti. Non ce n’è più, è tutto bevuto. È così – non si dice che bisogna smettere proprio nel momento più bello?

È bastato? Questo è la domanda che troviamo incisa sul fondo del calice della vita. Ti è bastata la tua vita o ti saresti aspettato di più, o forse qualcosa di meglio?

Nel romanzo ‘Rosso’ di Uwe Timm viene raccontato di un commerciante di vino che chiede e afferma contemporaneamente: ‘Ma questa vita di xxx non può essere stato tutto?!’. Questo personaggio è uno che ha fatto la bella vita e in seguito ha perso tutto. Alla fine si trova in un sacco a pelo nel suo appartamento vuoto, a bere vino buono da un piatto di minestra. E poi quel personaggio fallito chiede: ‘È stato tutto?’

Ce lo chiediamo anche noi. È bastato? È stato tutto? Essere bambini, scuola, studio, matrimonio o forse no, famiglia o forse no, pensione, vecchiaia? Qualcuno pone la domanda nel corso della vita, altri solo alla fine. È bastato? È chetata la sete quando il calice della vita è svuotato?

Quando vedo in tv i mille programmi che cercano di spiegarmi come devono essere preparate le nozze perfette con il vestito bianco che fa piangere la sposa, con la ‘location’ perfetta e il DJ di moda, e soprattutto con le foto che fanno il più bel giorno della vita una cosa indimenticabile. Quando sento di questi tentativi di preparare qualcosa perfetto ho l’impressione di sentire la nostalgia di una bella vita, un languore di pienezza, nella consapevolezza che la festa cede velocemente e dopo torna la vita di ogni giorno.

Un’antica profezia sul Leone di Giuda dice: Egli lega il suo asinello alla vite e il puledro della sua asina alla vite migliore; lava la sua veste col vino e il suo mantello col sangue dell’uva. Egli ha gli occhi rossi dal vino e i denti bianchi dal latte. (Genesi 49,1f)

Alla festa di Cana, ci sarebbe abbastanza vino da immergersi, per lavarsi le vesti col vino. Gesù ha trasformato non solo un po’ di acqua in vino, ma sei grandi contenitori. – Si racconta la storia di uno schernitore che avrebbe chiesto al padre della chiesa antica Girolamo se gli ospiti delle nozze di Cana avrebbero bevuto tutti i 600 litri di vino, considerando che anche prima ne avevano già bevuto parecchio. E Girolamo avrebbe risposto con calma: ‘No, ne beviamo fino ad oggi.’

Gesù è presente. La festa va oltre, questo interrompere con la vita quotidiana persiste anche per noi. Possiamo bere di questo vino fino a oggi. Per chi è in comunione con Gesù, la festa non è finita.

Alle nozze di Cana in tanti non si sono neanche accorti del cambiamento, e molti altri non se ne accorgeranno. Uno solo si meraviglia, il maestro di tavola. Egli è un intenditore di vino e s’intende anche di chi beve il vino. Egli sa che spesso conta solo la quantità e non la qualità. Questo vale per il vino, ma vale anche per la vita. Spesso si sente la domanda sul ‘quanto?’ e sul ‘quando?’ e non il ‘cosa?` o ‘come?’

Alle nozze di Cana nessuno deve preoccuparsi se il vino è sufficiente. I calici sono pieni fino a traboccare, non si deve risparmiare o calcolare bene quanto si possa bere. C’è tutto in pienezza e sovrabbondanza. 600 litri di vino, molto migliore di quello che si beveva prima. C’è Gesù e con lui il vino buono, la vita buona. I calici non si svuotano. Perché Gesù dice: Io son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. (Giovanni 10,10) Questo vale dalle nozze di Cana fino ad oggi.

Amen

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-01-19 10:05:302020-10-26 11:41:36Sermone: In vino veritas

Sermone: Seguivano la luce per trovare grande gioia

11 Gennaio 2015/in Archivio/da chiesametodistapadova

La settimana scorsa abbiamo parlato dell’importanza di avere una meta nella vita. Abbiamo paragonato la vita ad una barca che viene mossa dalle onde e dicevamo quanto sia importante che questa barca abbia un timone, una bussola, un porto verso cui puntare. Abbiamo anche riflettuto sulle persone che cercano un punto d’appoggio per la loro vita, cercando orientamento negli oroscopi, che si trovano proprio in questo periodo di inizio anno un po’ dappertutto.

Oggi ci viene proposto un testo che parla proprio di persone che prendevano sul serio gli oroscopi. Sono chiamati magi, forse potremmo dire anche astrologi.

Ascoltiamo Matteo 2,1-12

Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: 2 «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo». 3 Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5 Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta: 6 “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele”». 7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; 8 e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo». 9 Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. 10 Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. 12 Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un’altra via.

Prima di arrivare a questi famosi magi, parliamo una volta di Erode, perché è lui che in grande parte incide sulla vita quotidiana delle persone. – Mio figlio mi direbbe: ‘Non mi piace Erode! Mamma, perché può uccidere delle persone?’ E io rispondo: ‘Perché è il re. Il re è più potente degli altri.’ Jeanni pensa e mi dice ‘Ma Dio sa che Erode è cattivo.’ E io, anche se non lo dico, mi trovo a pensare: però anche se Dio lo vede, quante persone hanno dovuto subire questo re, Erode il grande.

Erode era un politico di grande successo, tanto da “meritarsi” il nomignolo ‘il grande’. Costruì il porto e la città di Cesarea marittima, Tiberiade al lago e diversi templi in onore di divinità pagane o di Cesare. Si potevano trovare sue costruzioni ad Atene, Sparta, Tiro, Sidone, Damasco, Antiochia. Costruì anche diversi castelli, ma soprattutto innalzò nuovamente il tempio di Gerusalemme del quale oggi è rimasto il famoso muro del pianto. Erode il grande – Un re che assomma in se grandi conquiste insieme a grandissimo peccato.

Erode non era israelita, veniva da una famiglia edomita. Si era sposato con Mariamne, la figlia di un sacerdote e re. In seguito fece uccidere prima il fratello di sua moglie, poi lei, dopo sua madre e infine tutti i maschi della famiglia, per rimanere solo lui con tutto il potere in mano. Erode aveva oltre a Mariamne ancora nove altre donne e col tempo la diffidenza e l’odio nella sua famiglia si fecero sentire sempre più. Poco prima della sua morte fece giustiziare tre dei suoi figli per pura paura di perdere del potere.

Quanto egoismo, quanto peccato, quanta attualità. Mi colpisce sempre di nuovo che la Bibbia ci racconta di personaggi che potremmo incontrare anche oggi. Talvolta ho l’impressione che certe persone perdano il contatto con la realtà, riescono solo più a guardare a se stessi e ad ogni passo che compiono la loro vita diventa peggio. – Forse vi ricordate che Lutero ha descritto il peccatore con un uomo che è incurvato in se stesso, che non riesce più ad alzare gli occhi verso Dio, verso gli altri, ma vede solo più se stesso. – Quanto hanno dovuto subire le persone da Erode, quanto dobbiamo noi subire oggi da certe persone che purtroppo hanno del potere.

In questa realtà crudele arrivano dei magi d’oriente. La tradizione ci fa venire in mente dei re, di cui uno di colore; gli abbiamo dato anche dei nomi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Di tutto ciò la Bibbia non ci dice niente. Sta solo scritto che arrivano dei magi che vengono dall’oriente, che potrebbe essere Babilonia, cioè la zona dell’Iran o dell’Iraq. E davvero le ricerche astronomiche attestano che nell’anno 7 prima di Cristo si poteva vedere una speciale costellazione tra Giove, pianeta che era simbolo del re del mondo, e Saturno che simboleggiava il popolo ebraico.

Permettetemi di aprire una parentesi: sapete che il popolo d’Israele è stato per lungo tempo in esilio in Babilonia. Forse sapete anche che troviamo due racconti della creazione nella Bibbia dei quale uno è stato scritto proprio lì in Babilonia da dove venivano i magi. E visto che l’astrologia era già all’epoca un grande tema in Babilonia viene raccontato che Dio mette il sole, la luna e le stelle come lampade in cielo che devono farci luce. Il messaggio che questo racconto porta è semplice: le stelle non sono delle divinità, le stelle non hanno del potere, non sono niente di più di lampade che Dio ha messo in cielo perché siano utili con la loro luce.

Chiudiamo la parentesi. Ma adesso abbiamo una vaga idea di chi sono questi magi che vengono da Babilonia verso Gerusalemme. Sono dei pagani che credono nella potenza delle stelle, non conoscono il Dio d’Israele, non conoscono le antiche profezie, ma comunque vengono per cercare il messia.

È dove lo cercano? Alla corte del re, nel bel mezzo della crudeltà del mondo cercano la salvezza. Vengono a chiedere Dov’è il re dei Giudei che è nato?. Con queste parole scombussolano Erode, ma anche tutta Gerusalemme. Proprio nell’anno 7 nel quale si poteva vedere queste speciale costellazione, Erode aveva fatto uccidere i suoi figli per rendere sicuro il trono per se stesso. Adesso vengono dei magi da lontano che chiedono: Dov’è il re dei Giudei che è nato? Erode dev’essere rimasto esterrefatto al massimo.

Loro aggiungono: abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Vuol dire che Dio ha usato la superstizione di queste persone per portarli a Cristo. Sono partiti con delle coordinate sbagliate, ma con la voglia di trovare, e comunque sono partiti. – È un tema complicato, e in questo la mia formazione teologica mi rende difficile accettare e benedire troppo facilmente delle ricerche spirituali che dal mio punto di vista partono da una base sbagliata; comunque in questo caso dobbiamo ammettere che il fatto importante è che queste persone si sono messe in cammino e questo li ha portati alla fine a Cristo. Hanno visto la stella, una luce nella loro vita e si sono incamminati a cercare di più di questa luce.

Erode chiede ai capi dei sacerdoti e agli scribi del popolo per informarsi dove il Cristo doveva nascere e loro gli rispondono: In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto. Forse avete già notato il punto interessante. I sacerdoti e gli scribi sanno, dove si aspettava il messia. Al più tardi con la visita dei magi vengono anche a sapere della speciale costellazione, loro credono in Dio, conoscono la scrittura, sanno tutto, ma non si mettono in cammino. Questo fa la differenza.

Mentre dei magi ci viene raccontato: Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra.

Io mi auguro che noi possiamo imparare qualcosa da questi pagani che percepiscono un raggio di Dio e non si fermano fino a quando non arrivano a Cristo. Talvolta ho paura che siamo troppo sicuri di essere dalla parte giusta, di sapere già tutto, di poter guardare gli altri con un’aria di superiorità. La fede non funziona così, la fede è sempre un cammino, mai un possedere. – C’è una bella canzone tedesca che dice più o meno: ‘Chi si è convertito una volta nella vita e poi rimane fermo in quel punto nella fede, mi fa paura. Convertirsi vuol dire cercare Dio ogni giorno di nuovo.’

Voglio sentire questo invito ad alzarmi ogni giorno di nuovo per cercare la stella che illumina la mia vita.

Ancora un’ultima domanda: Che cosa hanno trovato i magi nella loro ricerca? Sta scritto: Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Hanno trovato la gioia, non il divertimento, non le burle, lo spasso, ma vera e profonda gioia.

Penso che sia un bellissimo dono quello che loro potevano portare a casa, la gioia nel Signore nella quale noi possiamo vivere ogni giorno, se ci alziamo per andare a cercarlo.

Amen

http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png 0 0 chiesametodistapadova http://www.chiesametodistapadova.it/wp-content/uploads/2018/09/logo_340x156.png chiesametodistapadova2015-01-11 15:46:152020-10-26 11:41:18Sermone: Seguivano la luce per trovare grande gioia
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